Il cuore rivelatore 1934

Il cuore rivelatore 1934
Il cuore rivelatore 1934

« Realizzato da Alberto Mondadori, collaboratore Mario Monicelli, scenografia di Alberto Lattuada, operatore Cesare Civita; da un racconto di Edgar Allan Poe. Interpreti Giuseppe Pedrini, Giuliano Carta.
Abbiamo accennato tempo fa ad un film sperimentale americano sullo stesso soggetto, dovuto a R. P. Cobb (The Tell-tale Heart, Leon Shamroy 1928 n.d.c.). Interessante appare il confronto con questo di Mondadori; in definitiva quello appare più surrealista, questo invece più incisivo e reale, preoccupandosi piuttosto Mondadori di creare l’atmosfera allucinata con uso non eccessivo di puri espedienti tecnici; ne consegue una maggior chiarezza nel racconto cinematografico, che procede abbastanza sostenuto anche per la buona interpretazione. Il regista non ha rinunciato tuttavia a quegli espedienti tecnici, come sovrimpressione, me ne ha usato in modo conveniente, senza esagerazioni. E’ infine da tener presente l’intendimento di tentare nel campo della produzione italiana a passo ridotto, in genere diverso dai consueti.»
(Il Ventuno, maggio 1935)

«Il cuore rivelatore è il titolo di uno dei films a passo ridotto che sono stati premiati ai Littoriali dell’Arte dell’Anno XIII (1935). Questo film è stato eseguito da un gruppo di giovani del GUF di Milano. (…) Riproduciamo alcuni fotogrammi di questo film, indubbiamente interessante sia per l’ispirazione e sia per la ricerca di effetti basata su di una tecnica modernistica. Siamo lieti di ospitare nelle pagine di KINEMA la documentazione delle iniziative dei giovani. E’ su questi ultimi, sul loro entusiasmo, sul perfezionamento della loro perizia, sull’affinamento del loro buon gusto estetico, che la cinematografia italiana deve contare per i suoi giorni futuri che saranno anche giorni migliori.»
(Kinema, giugno 1935)

La copia restaurata è alla Cineteca di Bologna: 16 mm., versione originale (muto), 163 m., 17 a 18 f/s

L’Arzigogolo – Alba Film 1924

L'Arzigogolo, Alba Film 1924
Una scena del film al Borgo Medievale (Parco del Valentino, Torino), a destra la fontana del Maniscalco, a sinistra i portici di Casa Aschieri.

Ecco una proposta di restauro per Torino e la Regione Piemonte (al Museo del Cinema lo avevo proposto più di due anni fa, ma lo ri-propongo, non si sa mai). L’Arzigogolo fu uno dei grandi successi della stagione 1923-1924. La copia è stata ritrovata anni fa, non ho altre notizie.

«Nell’Arzigogolo è ritratto il dramma dell’uomo fatto schiavo e costretto al ridicolo per campare la vita di fronte alla tirannia.

Il lavoro, rappresentato per la prima volta al Teatro Costanzi di Roma, la sera del 17 ottobre 1922 dalla Benelliana condotta da Alessandro Romanelli, ebbe molto successo. Interpreti principali furono Tina Pini, Giuseppe Sterni, Aldo Silvani, Leo Bartoli.»
(da Sem Benelli, il suo teatro, la sua compagnia, 1928)

«Questo film è la riduzione per lo schermo di uno dei migliori lavori del teatro drammatico italiano contemporaneo.Ne è autore Sem Benelli, uno dei poeti più originali che conti l’Italia del momento presente.

Sem Benelli è un autore che è giunto alla fama attraverso ad un duro tirocinio, attraverso cioè a tutte le difficoltà e le disillusioni che la vita dell’arte prepara a chi la vuoi seguire.

Le sue prime opere infatti, Un figlio dei tempi, poema lirico; Lassalle, dramma storico in quattro atti, e Terra, tragedia contadinesca, non piacquero né al pubblico, né ai critici.

Il poeta cercava affannosamente, in queste sue prime fatiche, l’ispirazione e la via da seguire. Tignola, una commedia in cui l’autore inscena lacrimosamente la sua storia intima, e La Maschera di Bruto diedero, coi primi consensi del pubblico, animo e fede a Sem Benelli.

Egli scrisse allora La Cena delle Beffe, un lavoro che lo innalzò di colpo agli onori ed alla fama più grandi che un poeta possa augurarsi. Il successo di La Cena delle Beffe fu così grande e così indiscusso, che il suo valore gettò come una specie di ombra sulle opere che uscirono in seguito dalla fervida fantasia dell’autore. Da chi aveva composto un poema di tanta forza e tanta bellezza, ci si attendeva la perfezione. Ragione per cui i lavori scritti dopo la Cena, L’amore dei tre re, Il Mantellaccio, Rosmunda, La Gorgona, Le Nozze dei Centauri ed Ali dovettero accontentarsi di salire, nell’estimazione pubblica, ad altezze inferiori in certo qual modo a quelle cui era assurto il capolavoro che li aveva preceduti. Gli ultimi prodotti dell’intelligenza sua furono La Santa Primavera e l’Arzigogolo.

L’ultimo lavoro eseguito per il teatro da Sem Benelli conserva, nella sua riduzione cinematografica, fedeltà di versione in tutto meno che nel finale, il quale, di perfetto accordo col l’autore, venne trasformato e perdete il suo colore tragico per assumerne, uno lieto.

Gli esterni per il film furono girati in Torino (tra cui il Borgo e Rocca Medioevale al Parco del Valentino n.d.c.) e nelle vicinanze. Come stabilimento venne usato quello della Pittaluga Fert.

All’interpretazione del lavoro concorsero artisti di primissimo valore del mondo cinematografico e di quello teatrale.

Il lavoro, di cui hanno parlato diffusamente i giornali, riuscì ricchissimo di pregi artistici.

Un particolare inedito interessante è quello fornito da una quantità di minuscoli artisti che interpretarono una delle scene più caratteristiche del primo atto, vogliamo alludere ai topi ed ai gatti del banchetto. Questi animaletti ebbero bisogno di un allenamento lungo e paziente per abituarsi a muoversi fra gli attori ed in un ambiente così pieno di luce e di vita. Anche qualcuno degli artisti dovette faticare non poco per adattarsi ad essere invaso dai poco graditi visitatori. Ma la difficoltà maggiore giunse quando si trattò della strage che dei piccoli rosicchianti dovevano compiere i loro feroci nemici, i gatti. Questi ultimi odiano i topi, ma fanno nel loro odio un’eccezione : hanno un’istintiva ripugnanza verso quelli bianchi, di fronte ai quali perdono ogni spirito bellicoso, e si ritirano inorriditi. Come ognuno può immaginarsi, la situazione che ne nacque fu delle più comiche e delle più difficili nello stesso tempo. Ci volle dei bello e del buono per indurre i gatti a fare il loro mestiere, ma vi si riuscì finalmente. L’Arzigogolo di Sem Benelli, riduzione scenica in 5 parti di Mario Almirante, ha i seguenti interpreti :

Violante: Italia Almirante. Spallatonda : Annibale Betrone. Floridoro: Oreste Bilancia. Il conte Giano: Alberto Collo. Il Signor di Carpi : Vittorio Pieri.
Costumi della Casa Caramba e della Sartoria Teatrale Zamperoni.»
(dalla pubblicità del film)

«Nella direzione artistica e tecnica, Mario Almirante si è posto alla testa dei metteurs-en-scène italiani pari per abilità di inscenatore a Griffith, per coloritura drammatica a Lubitsch, per finezza e grazia ad Abel Gance. Artista sensibile e raffinato, ha saputo impadronirsi del carattere dei singoli personaggi del dramma e svilupparsi in limpidezza di espressioni significative, con un crescendo wagneriano, sì che ogni ombra come ogni palpito messi in luce, hanno potuto, nell’essenza spirituale, conservare l’impronta fastosa e torbida. Nel piccolo castello medioevale del Valentino, abbiamo avuto la sensazione di essere stati trasportati indietro nei secoli: tutta la nostra modernità di idee e di abitudini si è sfaldata, come per un incantesimo, e con gli interpreti abbiamo vissuto la vita di quel tempo, nell’amalgama più completa.»
(Luciana Grimaldi, La Vita Cinematografica, novembre 1923)

Per vedere un frammento:  inpenombra su YouTube

Preludio in Penombra

Tomaso Monicelli, 1927
Tomaso Monicelli, 1927

Mio nonno vendeva sale e tabacchi in un grigio borgo della Padania. A me fanciulletto di pochi anni la bottega angusta, umida, ingombra di merce pareva un meraviglioso emporio di cui s’inorgogliva in cospetto dei cari compagni il mio cuore superbo. Tanto la prediligevo che ne feci il campo di giochi d’una torma di miei coetanei, con solenne fastidio degli avventori i quali male si persuadevano che mio nonno non festeggiasse sul mio giovane capo l’antica costumanza degli scapaccioni. Ma mio nonno era saggio e preferiva alla correzione grossolana 1’incitamento persuasivo onde sopportava le nostre scorribande tra banco, vetrine e scaffali, solo cercando di volgere la mia passione a più amabili giochi. Cosi avvenne che la mia protervia fosse premiata e io m’avessi dal nonno amorevole un dilettissimo dono. Ma anche avvenne che da quel giorno l’onesto commercio non fosse più turbato.

Una grande lanterna magica mi trasse in un angolo appartato e buio della bottega con la torma silenziosa dei cari compagni, trasecolando gli avventori e della sopravvenuta pace e del novel gioco che li stimolava ad ammirare. Sullo schermo bianco d’un tovagliolo disteso passavano graziose olandesine con alti zoccoli e grandissime cuffie trascinando barchette sopra un mare violaceo. Poi veniva un corteggio di cani ingualdrappati che recavano su un trono dorato un imperatore scimmione. E bambinelle dalle trecce sciolte che giravano a tondo, tenendo con una mano lo strascico delle vesti gemmate. E un grande orso triste con la grossa moglie occhialuta e i figliuoli orsacchiotti dì primo pelo, che se n’andavano a passeggio agghindati a festa con enormi ombrelli aperti al sole. E, dolce nella memoria, un cerchio di maialini rosei intorno a una tavola imbandita, coi tovagliolini appesi al collo e la forchettina in una zampa. Ogni quadretto ci strappava sussulti di sorpresa e grida di giubilo che l’eccitata fantasia puerile tremava ed esultava alla vista di quel favoloso mondo sorgente dal piccolo bianco quadrato di luce, nell’angolo appartato e buio dell’umile bottega. Era di sera, era d’inverno: i venti del nord passavano sulla interminabile pianura a grandi folate : abbrividivamo di freddo e di mistero. Finito il gioco la piccola compagnia si scioglieva, godendosi ognuno nel suo cuore la sua piccola paura. Prendevamo sonno col capo sotto le coperte, sognavamo portentose storie di bimbi e di bestie proiettate sullo schermo del mondo da una lanterna magica che toccava il cielo. E tutte le vane apparenze della vita reale erano abolite, tutto veramente appariva incantesimo e magia. Ora con gli anni seri sono venute le parole serie, le terribili parole determinate e precise, e lo sconfinato mondo della fanciullezza s’ è ristretto dentro i confini della conoscenza. Di quanto il mondo degli adulti è più piccolo del mondo dei fanciulli! Le nostre gioie e le nostre pene di bimbi facevano parte dell’epos selvaggio di una umanità giovane e barbara che popolava l’aria e la terra di geni favorevoli e di orribili mostri, che si spandeva per le strade erbose degli altipiani primitivi seguendo il corso delle stelle nel silenzio estatico delle origini, quando le stirpi fiorivano con le stagioni sulle rive dei sacri fiumi e il mondo ancora indistinto in un’ infinita misteriosa vaghezza esprimeva dalla cosa caduca il mito eterno. Che altro faceva sullo schermo del tovagliolo disteso nella bottega di mio nonno la mia fantasia bambina, se non ricreare di continuo le figure proiettate dalla lanterna magica nel mondo della mia poesia ? Dileguavano come vane ombre le cose visibili e sensibili, e mi sorgeva dall’oscuro fermento delle fiabe e dei sogni l’alba d’un chiaro e fresco mondo ove splendeva il lume del miracolo. Inesausta creatrice di fantasmi la lanterna magica compose la mia infanzia m un incanto felice. E mi piace oggi evocare il povero giocattolo rudimentale, lo strumento empirico della proiezione non animata, il primo goffo passo verso la meccanica perfezione del cinematografo. Il suo nome sta bene in testa a queste pagine.
Tomaso Monicelli (rivista Penombra, novembre 1917)

Per Mario Monicelli, grande sostenitore del cinema muto: «Sono convinto che l’essenza del cinematografo sia raccontare una storia per sole immagini» (da La commedia umana – Conversazioni con Mario Monicelli, di Sebastiano Mondadori, Il saggiatore 2005)