Preludio in Penombra


Tomaso Monicelli, 1927

Tomaso Monicelli, 1927

Mio nonno vendeva sale e tabacchi in un grigio borgo della Padania. A me fanciulletto di pochi anni la bottega angusta, umida, ingombra di merce pareva un meraviglioso emporio di cui s’inorgogliva in cospetto dei cari compagni il mio cuore superbo. Tanto la prediligevo che ne feci il campo di giochi d’una torma di miei coetanei, con solenne fastidio degli avventori i quali male si persuadevano che mio nonno non festeggiasse sul mio giovane capo l’antica costumanza degli scapaccioni. Ma mio nonno era saggio e preferiva alla correzione grossolana 1’incitamento persuasivo onde sopportava le nostre scorribande tra banco, vetrine e scaffali, solo cercando di volgere la mia passione a più amabili giochi. Cosi avvenne che la mia protervia fosse premiata e io m’avessi dal nonno amorevole un dilettissimo dono. Ma anche avvenne che da quel giorno l’onesto commercio non fosse più turbato.

Una grande lanterna magica mi trasse in un angolo appartato e buio della bottega con la torma silenziosa dei cari compagni, trasecolando gli avventori e della sopravvenuta pace e del novel gioco che li stimolava ad ammirare. Sullo schermo bianco d’un tovagliolo disteso passavano graziose olandesine con alti zoccoli e grandissime cuffie trascinando barchette sopra un mare violaceo. Poi veniva un corteggio di cani ingualdrappati che recavano su un trono dorato un imperatore scimmione. E bambinelle dalle trecce sciolte che giravano a tondo, tenendo con una mano lo strascico delle vesti gemmate. E un grande orso triste con la grossa moglie occhialuta e i figliuoli orsacchiotti dì primo pelo, che se n’andavano a passeggio agghindati a festa con enormi ombrelli aperti al sole. E, dolce nella memoria, un cerchio di maialini rosei intorno a una tavola imbandita, coi tovagliolini appesi al collo e la forchettina in una zampa. Ogni quadretto ci strappava sussulti di sorpresa e grida di giubilo che l’eccitata fantasia puerile tremava ed esultava alla vista di quel favoloso mondo sorgente dal piccolo bianco quadrato di luce, nell’angolo appartato e buio dell’umile bottega. Era di sera, era d’inverno: i venti del nord passavano sulla interminabile pianura a grandi folate : abbrividivamo di freddo e di mistero. Finito il gioco la piccola compagnia si scioglieva, godendosi ognuno nel suo cuore la sua piccola paura. Prendevamo sonno col capo sotto le coperte, sognavamo portentose storie di bimbi e di bestie proiettate sullo schermo del mondo da una lanterna magica che toccava il cielo. E tutte le vane apparenze della vita reale erano abolite, tutto veramente appariva incantesimo e magia. Ora con gli anni seri sono venute le parole serie, le terribili parole determinate e precise, e lo sconfinato mondo della fanciullezza s’ è ristretto dentro i confini della conoscenza. Di quanto il mondo degli adulti è più piccolo del mondo dei fanciulli! Le nostre gioie e le nostre pene di bimbi facevano parte dell’epos selvaggio di una umanità giovane e barbara che popolava l’aria e la terra di geni favorevoli e di orribili mostri, che si spandeva per le strade erbose degli altipiani primitivi seguendo il corso delle stelle nel silenzio estatico delle origini, quando le stirpi fiorivano con le stagioni sulle rive dei sacri fiumi e il mondo ancora indistinto in un’ infinita misteriosa vaghezza esprimeva dalla cosa caduca il mito eterno. Che altro faceva sullo schermo del tovagliolo disteso nella bottega di mio nonno la mia fantasia bambina, se non ricreare di continuo le figure proiettate dalla lanterna magica nel mondo della mia poesia ? Dileguavano come vane ombre le cose visibili e sensibili, e mi sorgeva dall’oscuro fermento delle fiabe e dei sogni l’alba d’un chiaro e fresco mondo ove splendeva il lume del miracolo. Inesausta creatrice di fantasmi la lanterna magica compose la mia infanzia m un incanto felice. E mi piace oggi evocare il povero giocattolo rudimentale, lo strumento empirico della proiezione non animata, il primo goffo passo verso la meccanica perfezione del cinematografo. Il suo nome sta bene in testa a queste pagine.
Tomaso Monicelli (rivista Penombra, novembre 1917)

Per Mario Monicelli, grande sostenitore del cinema muto: «Sono convinto che l’essenza del cinematografo sia raccontare una storia per sole immagini» (da La commedia umana – Conversazioni con Mario Monicelli, di Sebastiano Mondadori, Il saggiatore 2005)

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