Years ago, when I first discovered films, and I started to absorb all the information that I could from guides and reference books, I came across the Sight and Soundten-yearly lists of the greatest films ever made, as voted for by an august group of film critics. There was a sense of awe at titles I had yet to see, such as Citizen Kane, Bicycles Thieves, Ugetsu Monogatari or Battleship Potemkin, and fascination at how changing tastes brought new films into favour and old certainties fall away with each decade’s new choices.
In 1982 I eagerly devoured what was the fourth to be held, where Citizen Kane retained its top place (I had seen it by then and respected it deeply), followed by La Règle du jeu, Seven Samurai, Singin’ in the Rain, and so on. I naturally thought…
Torino, dicembre 1931. Ancora un altro buon elemento della cinematografia è passato al mondo dell’al di là.
Lia De Putti, l’attrice ungherese che i pubblici di ogni paese ricordano con particolare simpatia, è morta alle ore 1 del 20 (?) Novembre a New-York, di pneumonia, sviluppatasi in seguito all’avvelenamento del sangue causato da una infezione prodottasi in una piccola ferita alla gola.
La notizia delle sue condizioni gravi c’era stata comunicata alquanti giorni prima di quest’ultima; ma, in cuor nostro, non le demmo eccessiva importanza; invero, la figura di questa attrice c’era impressa nella mente con una fermezza fantastica per cui a sol ricordarne il nome ravvisavamo tutti i segni particolari del suo fisico e della sua azione interpretativa; per queste ragioni abbiamo pensato che talvolta la stampa divulga alcune notizie che, in fin de conti, poco interessano ed alle quali non si da soverchia importanza; quella della sua malattia l’avevamo inclusa in questa categoria essenzialmente perché eravamo fermamente convinti che l’attrice se ne sarebbe liberata con facilità e quindi — siamo sinceri — c’è venuta in mente una frase stereotipata, ma che è l’unica a tradurre il nostro pensiero: e a noi cosa importa?
Al contrario quella della sua fine ci ha oltremodo impressionato e non esageriamo tanto nell’affermare che noi soltanto — giornalisti dello spettacolo — noteremo la sua mancanza; noi che ormai abbiamo la mente e gli occhi pieni di nomi e figure di attrici di ogni paese; che, per conoscerle bene tutte e per averle seguite nella loro attività, abbiamo fatto una cernita ed una classifica; noi che avevamo incluso la De Putti nella esigua schiera delle migliori e che accorrevamo con entusiasmo a visionare ogni suo lavoro.
Eppure pensiamo, non senza rammarico, al destino.
Pensiamo che la morte che ella invocò un giorno l’ha ora ghermita; sarà stato, forse, quando scomparsa ogni preoccupazione, ogni ragione di dolore, la vita le si apriva per godere, per raccogliere la felicità dopo tante tribolazioni. È noto che verso la fine del 1927, a Berlino, appena ritornata dall’America, per ragioni private, tentò togliersi la vita recidendosi le vene dei polsi; poi, qualche tempo dopo, si disse che aveva nuovamente attentato alla propria vita ma la notizia fu smentita e ci venne comunicato ch’era rimasta vittima d’un incidente piuttosto grave mentre si recava fuori Berlino per girare alcuni esterni.
Giocò con la morte e rise anche della sua impotenza finché è stato voltato il foglio del gran libro del destino dov’è segnato il tempo della nostra vita.
Nel ricordare Lia De Putti non possiamo fare a meno di rievocare alcuni fra i suoi migliori films, primo fra tutti « Varieté » che senz’altro possiamo indicare come il capolavoro.
Che artistica interpretazione ha reso al fianco di Emil Jannings!
In questo lavoro ella fu la donna che diede fierezza, sensibilità e serenità all’audace acrobata. E l’uomo, dal suo amore, traeva ragioni di vita, forza e coraggio, per affrontare i pericoli del suo mestiere; e quando quest’amore gli vien meno egli decade, diventa un automa, finché la gelosia non lo spinge al sangue, all’assassinio.
Ci diede una interpretazione umana e convincente perché questo era il suo ruolo preferito; non quello della donna fatale nel quale, in seguito, per ragioni estranee alla propria volontà, ebbe a prodursi.
A proposito di questa preferenza ricordiamo il suo pensiero espresso or sono tre anni:
« Sono stufa. Veramente stufa, di produrmi nei films come una donna capace solo di creare dolori: io che nella vita non ho fatto che subire la tragica influenza del mondo esteriore e… degli uomini. Per fortuna, però, questa volta farò un’interpretazione a mio modo e di mio gusto. Niente seduttrice, niente sirena, niente incantatrice. Sarò l’umile Cenerentola, la donna virtuosa che si sacrifica per il bene degli altri, che patisce in silenzio… finalmente! E’ da anni che io vado dicendo questo. Nessuno mi voleva dare ascolto. Finalmente ora mi hanno accontentata. »
Lia De Putti riuscì a godere del suo quarto d’ora favorevole. I suoi lavori hanno trovato sempre in ogni dove un pubblico che è accorso a visionarli perché seppe circondarsi d’una aureola di simpatia che ben pochi attori oggi possono vantare.
In tutte le parti del mondo ebbe amici ed ammiratori; a New York erano una fitta schiera ma soltanto pochi di questi sentirono il dovere di accompagnarla all’estrema dimora. Il suo corteo funebre non fu spettacoloso come quello di Rodolfo Valentino o qualche altro divo già trapassato. Eppure i suoi meriti poco contavano d’inferiorità nei riguardi degli altri. Fu sola nell’ascesa e sola all’ultimo momento. Al mondo è facile andare in visibilio ed adorare per una ragione anche fatua cosi come non è difficile dimenticare in un niente.
Circa l’anno della sua nascita non tutti i biografi sono d’accordo. Alcuni asseriscono che sia nata nel 1898, altri nel 1900 mentre in qualche intervista ella ha dichiarato d’esser nata nel 1901. Qualunque sia la data precisa non toglie che oggi si debba rimpiangere la perdita d’una attrice piuttosto giovane. Quel che si sa di certo è che ebbe i natali a Budapest in un 12 maggio dal Barone Hoyos Von Buxenstein. Bambina ancora venne messa in collegio da dove a nove anni fuggì, attirata dal teatro che esercitava su di lei un fascino immenso. A sedici anni sposò il Barone De Putti, Colonnello dell’Esercito ungherese; ma la rilevante differenza d’età produsse tra i due tali dissidi che ben presto dovettero divorziare.
Nel suo animo, benché impegnato da un legame, aveva già nascosto un amore puro, un ideale: un attaché all’ambasciata di Norvegia l’aveva fatta sognare; per cui, riacquistata la libertà, tradusse in realtà il sogno del cuore.
Ma il destino che talvolta si contrappone alla volontà di noi mortali, quando tentiamo sviarlo, si riserva la facoltà di vendicarsi anche la vita di ogni uomo s’identifichi al programma da esso tracciato. E ci colpisce con una qualsiasi arma a sua disposizione, annienta tutti i nostri sforzi, ci riduce nell’assoluta impotenza d’accettare la lotta ad armi impari.
La De Putti era riuscita a realizzare il suo sogno; e per pervenire a ciò aveva abbandonato qualsiasi idea di dedicarsi alle scene. Per una vita quieta, tutta dedicata ad alimentare la fiamma del focolare domestico aveva soppresso la tendenza che fin da piccola s’era rivelata possente. Dopo soltanto due anni dal secondo matrimonio rimase nuovamente sola. Ed il fato non si contenta di toglierle una gioia ma s’accanisce contro di lei; l’obbliga ad allontanarsi dalla città dove i ricordi della sua breve felicità erano vivi per rifugiarsi a Berlino essendo a Budapest scoppiata la rivoluzione.
Qui non troviamo più Lia De Putti figlia d’un Barone, sposa di un Colonnello e di un addetto all’Ambasciata, ma una ballerina debuttante al Music-Hall. Eppure, quest’attività priva di soddisfazioni — più finanziarie che morali — doveva prepararla e darle occasione di dedicarsi al cinematografo. Le sue possibilità furono scoperte da un realizzatore tedesco, Joe May, che avendola notata più volte nel Music-Hall una sera le propose di cimentarsi nella settima arte. L’aspettativa di Joe May non venne delusa alla sua prima interpretazione; poco a poco cominciò ad affidarle ruoli sempre di maggiore importanza finché la ritenne matura di tentare un lavoro di un certo calibro. E questo fu « Il sepolcro indiano » al quale fecero seguito « Gelosia » con Werner Krauss, « Nel nome dell’Imperatore », « L’amante del contrabbandiere », « Varieté » con Emil Jannings. Quest’ultimo è stato il lavoro che ha accese le cupidigie dei realizzatori americani i quali riuscirono a farle varcare l’oceano per affidarle « Manon Lescaut », « L’ultimo porto », « L’angoscia di satana » al fianco di Adolphe Menjou, « L’allarme di mezzanotte », « Peccatrice bianca » con Lois Moran, « Allegri soldati » con Malcolm Mc Gregor, « Otello » con Emil Jannings e Werner Krauss, e moltissimi altri lavori. A questi si debbono aggiungere quelli realizzati in Germania in due periodi: prima del suo trasferimento in America e durante una visita in Europa: « Principessa Daniloff », « Fior di male » e « Primo amore, primo dolore » con Angelo Ferrari, « Fantasma », « Commedianti », « Le tre Marie di don Giovanni di Marana » con R. Schunzell, « Uccelli di passaggio », « New-York », « Un pentiti mi die il signor » « L’isola infernale », « Il cavaliere delle Pampas » con Luciano Albertini, « La beffa », « L’abisso della morte », « La terra che arde », « Vaudeville » ed altri ancora.
Per gli amanti delle statistiche notiamo che Lia De Putti in un referendum indetto da un settimanale cinematografico italiano è stata classificata tra le più fatali con 1472 voti, la preferita con 1954, i suoi occhi hanno ottenuto 1253 voti mentre la sua bocca 1795.
Ottavio Silvestri-Viola (La Vita Cinematografica, dicembre 1931)
El banquero Alsina, abismado en una vida de preocupaciones y de trabajo activísimo, advierte quebrantada su salud y acude a su médico, obedeciendo a requerimientos de su propia familia.
El médico le reconoce, y asegura que se trata de un caso de surmenage, que puede curar con gran reposo y abandonando por algún tiempo la vida de los negocios.
En vista de eso, el banquero se marcha al campo, instalándose en una finca que poseía cerca de la Sierra.
Le acompañan su esposa y su hija Marta.
Esta se halla en relaciones amorosas con un joven llamado Jorge Sabater, muchacho de excelente posición social, cuya familia conserva una íntima amistad con la de Alsina.
Es inútil decir que los padres de los enamorados ven con gran complacencia estas relaciones.
El fantasma del castillo 1918
Al poco tiempo de estar en el campo, Marta se aburre.
Este aburrimiento es advertido por sus progenitores, que no necesitan gran perspicacia para saber cuál es el remedio.
El banquero Alsina escribe al padre de Jorge, invitándole a pasar unos días en la finca, en unión de su hijo.
Los invitados aceptan.
En casa de los Alsina son recibidos con el júbilo que es de suponer, sobre todo por parte de Maria, que está, en verdad profundamente enamorada.
Ambos jóvenes se dedican a hacer excursiones por los alrededores, que son en extremo pintorescos.
Una tarde paseaban ambos por el jardín de la finca.
Entre el tupido follaje de un bosquecillo, en un claro disimulado entre la fronda, descubrieron una lápida mortuoria.
En vano intentaron descifrar las borrosas letras que en ella estaban grabadas hacía muchos años.
La lluvia y la acción de todos los agentes atmosféricos habían convertido en un jeroglífico ilegible la leyenda de la tumba.
Aquello intrigó a los jóvenes.
El misterio de la sepultura guardada en el jardin, la vetustez que su estado delataba, el romanticismo del ambiente qua la rodeaba, hicieron nacer en ellos una gran curiosidad por saber quién yacía enterrado en aquel lugar.
Marta no había oído bablar nunca de aquel sepulcro.
Verdad era que sus padres habían adquirido la finca recientemente y que sólo habían estado allí de paso un par de veces.
Los novios indagaron entre la servidumbre.
Al fín, un viejo jardinero al que interrogaron, satisfizo su curiosidad.
– Yo sé – les dijo – la historia de quien yace en esa tumba. Y les contó esta extraña historia:
La epoca a que se va a remontar mi relato es muy antigua.
Yo he escuchado esta narración de mi abuelo, quien a su vez la aprendió del suyo. Y éste supo por ajenos labios también lo ocurrido en la lejanía de los tiempos.
Mace muchos años, en tiempos del Emperador Carlos V, era señor de estas tierras el muy noble caballero don Iñigo de Atienza, hombre arrojado y aventurero.
Don Iñigo convocó una vez a sus mesnaderos y les comunicó su propósito de marchar a batirse a tierras de Flandes.
Sus hombres, que le adoraban, acogieron el propósito con gran alegría, y se mostraron decididos a seguirle adonde quiera que fuese, hasta el fin del mundo si era preciso, ya que el noble Atienza había sabido hacersa amar de todos los suyos.
Organizose un tercio, y al frente de él marchó don Iñigo.
No tardó en llevar y traer la fama el nombre del valoroso caudillo y las hazañas de sus gentes, que fueron tantas y tan extraordinarias, que pudieron destacar en medio de las de aquel enjambre de bravos que mandó España a las tierras flamencas.
Don Iñigo se batía temerariamente.
Su carrera por el pais enemigo era triunfal.
La notizia de sus éxitos había llegado a oídos del Emperador.
Y éste le había hecho felicitar diversas veces.
Fué entonces quando le donó varios señoríos, que vinieron a aumentar considerablemente las riquezas de la ya poderosa casa de Atienza.
Cuéntase que cierto día, en la tierra que la espada de don Iñigo y de sus huestes estaba intentando pacificar, una furiosa tormenta les sorprendió cuando atravesaban un tupido bosque.
Los caballos espantáronse con la terrible luz de los relámpagos y el retumbar del trueno.
Pasaron una noche horrible, perdidos en la maraña de la vegetación temiendo a cada momento verse sorprendidos por el adversario, que hubiera podido deshacerlos con bien poco esfuerzo en aquella ocasión.
Amanecía ya cuando pudieron salir a un descampado.
Enfrente alzábase el enorme edificio de un convento.
Enfrente alzábase el enorme edificio de un convento
Al pie de este convento acamparon las tropas fatigadas, mientras don Iñigo fué a pedir a la santa casa hospitalidad, que se le concedió sin reparos.
Una novicia de extremada belleza cautiva la atención del caballero, que queda prendado de su hermosura.
Al día siguiente, auxiliado por sus oficiales, raptó a la jovcn y huyó con ella.
Poco tiempo después el caballero tuvo que regresar a España, y volvió a su castillo feudal, donde instaló a la novicia como si fuese su esposa.
Un día en que Atienza estaba entretenido en una partida de caza, lejos de su castillo, presentóse en él un fraile que iba en peregrinación por aquellas tierras.
Solicitó permiso para saludar a la dueña del castillo, y, una vez obtenida la venia, presentóse a ella.
Ambos hablaron largamente.
Lo que ocurrió en aquella entrevista no se pudo saber jamás..
Pero es lo cierto que, a poco de salir el fraile, la dama vistió nuevamente sus babitos claustrales y se dispuso a huir.
En aquel momento regresaba don Iñigo, que, al ver a la monja dispuesta a separarse de él, se enfureció y la amenazó de muerte.
La monja, humildemente, insistió en su propósito.
Entonces don Iñigo, fuera de sí, sacó su puñal y se lo hundió en el corazón.
Negóse al cadaver sepultura en tierra sagrada.
Atienza dispuso que fuese enterrada en el bosque, y él mismo asistió a la ceremonia, sombrío y callado.
Y en ese sepulcro, bajo esa lápida cuyas letras están borrosas, yace el cuerpo de la infeliz.
Desde entonces – terminò el viejo jardinero – es bien sabido que todos los años, el día de Animas, se alza la losa del sepulcro y sale el fantasma de la monja, que, con los hábitos que usó en vida y blandiendo el puñal con que fué asesinada, recorre las inmediaciones del castillo.
Blandiendo el puñal con que fué asesinada, recorre las inmediaciones del castillo.
Marta y Jorge, que oyeron atentamente esta leyenda, no dieron el menor crédito a la existencia del espectro. Algunos meses después, un incidente politico hace que las familias de Alsina y Sabater se enemisten y se opongan al noviazgo de ambos jóvenes. Para alejarlos, Alsina vuelve al castillo con su hija. Pero el amor, que tantos recursos facilita, sugiere a los novios un plan. Aprovechando la proximidad de la noche de Animas, Marta debe disfrazarse de monja y atravesar el parque basta la puerta de entrada, donde la esperará Jorge con un automóvil para raptarla
Se conviene así. Marta se procura unos bábitos y un puñal. Y en la noche indicada Jorge espera ansiosamente junto a la verja. Son las doce quando divisa a Marta, que se aproxima lentamente, disfrazada y cubierto el rostro con un velo. Jorge avanza, la toma en sus brazos, la sube al auto y huye. Marta se desmaya con la emoción. Un fuerte chubasco les obliga a detenerse y a buscar refugio en una cabaña. La joven continúa desmayada aún. Jorge alza su velo y ve, con horror, una descarnada calavera. Loco de terror, abandona la cabaña y sale en su auto a una velocidad vertiginosa.
Al día siguiente Marta, que presa de escrúpulos no ha salido de su habitación en toda la noche, recibe la notizia de que se ha encontrado el cadáver de su novio bajo el automóvil destrozado, en una curva de la carretera.
Producción: Patria Films, Madrid 1918
Director: Julio Roesset
Intérpretes principales: Manuel González, Pedro Zorrilla, Margarita Dubertrand, Fernando Delgado.