Il primo sciopero del cinema italiano


Avevamo lasciato Herbert Brenon e la sua troupe che, ritornando dalla Sicilia, avevano trovato i teatri di posa deserti… o quasi…

4 marzo 1920. La Camera confederale del lavoro, di cui è segretario generale Bonelli, dirige lo sciopero degli operai cinematografici, proclamato giorni or sono (il 23 febbraio n.d.c.), dopo il rifiuto delle Case cinematografiche a concedere aumenti di paga.

Da un comunicato che hanno diramato gli industriali dopo una recente riunione, emerge la volontà di resistere a tutti i costi al movimento operaio.

Non solo, la Lega industriali, di cui fanno parte le Case Cines, Caesar, Tiber, Celio, Palatino, Film d’arte, la Rinascimento, la Guazzoni film, la Lucio d’Ambra Film, la Medusa Film, la Nova film, la Libertas film, la Vera Film, ha fatto affiggere alle porte degli stabilimenti un manifesto per invitare gli operai a riprendere il lavoro venerdì mattina. Gli assenti saranno considerati senz’altro dimissionari.

La Lega degli industriali non intende trattare affatto col Sindacato operai cinematografici, avendo il Sindacato stesso rotto, con l’attuale e repentino sciopero, il concordato stipulato di recente dagli industriali e operai.

Sciopero dannosissimo per l’industria cinematografica italiana, la quale come dichiarano i proprietari delle Case cinematografiche, non è si lucrativa come si vorrebbe ritenere, traversando un periodo di crisi gravissima, che, a quanto si teme, travolgerà in breve molte fra le Case minori, ed obbligherà gli organismi maggiori a grandi economie.

Le cause della crisi si debbono attribuire alla continua richiesta di sempre più alti stipendi da parte degli artisti, del personale tecnico, degli operai, dei cachets, al prezzo maggiore delle materie e dei mobili che sono necessari agli arredi scenici, ed alle tasse crescenti.

La Lega industriali rileva poi che le richieste di aumenti di paga da parte degli operai raggiungono il 50 per cento sulle tariffe stabilite pochi mesi fa in un concordato che doveva essere rispettato.

Attenzione al seguente pezzo,  dove  “una diva di alta nomina” va tradotto in Francesca Bertini, ed il direttore americano dei mille franchi al giorno non è altro che Herbert Brenon, lo spagnolo, il regista valenziano Enrique Santos.

La risposta del Sindacato

Il Sindacato operai cinematografici così risponde:

Gli industriali delle Case Cinematografiche sempre divisi tra di loro, creatori di concorrenza responsabili dell’innalzamento delle paghe favolose degli artisti, oggi si riuniscono in lega per resistere e combattere le giuste richieste degli operai.

Ci parlano della concorrenza estera, ci dicono delle tasse applicate dallo Stato e della probabilità che una delle migliori industrie italiane sia soffocata.

Ebbene il Sindacato operai cinematografici non ha nessun interesse a schiacciare un’industria che effettivamente dà da vivere a molte migliaia di operai, ma ha il diritto di chiedere dei miglioramenti adeguati al costo odierno della vita: pubblichiamo intanto le paghe degli operai per far conoscere quale differenza grandissima esiste tra queste e quelle degli amministratori direttori e accaparratori dei films.

Se l’industria non passa buoni momenti non si deve per nessuna ragione incolparne chi in effetto dà il vero lavoro.

Il vero danno è in tutta la rete di funzionamento dell’industria stessa, con paghe eccessive, create sempre per simpatia e raccomandazioni.

Per esempio l’Unione Cinematografica Italiana è completamente ingolfata con una quantità di artisti, direttori, amministratori scritturati ed asserviti di prima della necessità.

Una diva di alta nomina percepisce due milioni all’anno, un direttore americano mille franchi al giorno, un altro spagnuolo mille franchi al giorno, altre artiste con paghe oscillanti dalle mille alle duemila lire giornaliere.

Senza contare i direttori di scena che hanno carta libera per rispondere di qualunque spesa.

Una corte di sfaccendati scritturati senza professione, senza arte, nè mestiere, mai vissuta sul teatro, è pagata, e tutto questo a carico della disgraziata industria cinematografica che oggi viene a patire, quasi a far conoscere che le gravi spese le sopporta per il pagamento degli operai. I nostri macchinisti percepiscono lire dodici giornaliere, pittori o scenografi a lire quattordici, falegnami a lire dodici e ottanta, muratori a lire dodici, attrezzisti a lire dieci, sarte a lire sette. Il personale specializzato per la foto-stampa per otto ore di lavoro in luoghi umidi, bui, a contatto cogli acidi nocivi alla sua esistenza, percepisce lire sedici giornaliere per un lavoro faticosissimo e continuo; così pure per le donne la paga è dalle quattro alle sette lire.

Comparando le paghe degli artisti, amministratori, ecc. si fa rilevare la grandissima differenza e la giustizia delle richieste degli operai.

Economicamente sui grandi sperperi si può con grandissima facilità raggiungere la richiesta presentata dal Sindacato, che del resto, prescindendo dalla presentazione del memoriale, ha raggiunto ieri un accordo con delle Case sulla base del 50 per cento.

Intimidire una classe disciplinata di operai non è cosa facile, si produrranno note incontestabili di stipendi percepiti con acclusa indennità per sfuggire alla tassa di richezza mobile e si farà conoscere anche per mezzo del Parlamento quale grandissima differenza esista tra capitale e lavoro.

Il comizio di stamane

Ieri mattina alle 8 gli operai hanno fatto una dimostrazione allo stabilimento Guazzoni al Policlinico, ma il personale aveva già abbandonato il lavoro. Hanno anche cessato il lavoro gli operai del grande stabilimento Ambrosio ai Parioli (dove si lavorava nelle costruzioni scenografiche per Teodora n.d.c) e si sono uniti agli scioperanti, che oggi, raggiungono un numero di più di duemila.

Apre il comizio alla Casa del Popolo alle ore 10,30 Salvati della Camera del Lavoro Confederale, che commenta la minaccia della Lega industriale. Inoltre avvisa che dietro gli operai cinematografici c’è tutto il proletariato italiano pronto a combattere.

Pace Antonio, segretario generale del Sindacato, riferisce sulle trattative e sull’accordo raggiunto con delle Case produttrici. Prevede che è necessario ingaggiare una lotta ad oltranza contro l’Unione Cinematografica Italiana retta dal cav. Barattolo che lascia l’azienda per due mesi, mentre si firmano contratti, si incassano e si versano milioni, per non venire ad un accordo col gruppo della Foto Stampa che da due mesi aveva presentato un memoriale e coinvolge nella lotta anche i teatri di posa, senza guardare alle conseguenze grandissime che lo sciopero andrà a portare all’industria.

Parla Mezzasoma che porta l’adesione degli artisti generici, promettendo che tra poche ore scenderanno nella lotta anche loro.

Bianchi porta l’adesione dei vetturini, ricordando che tutto il proletariato vede con simpatia la lotta.

Frantini del Comitato di agitazione, inneggia la resistenza alla solidarietà, raccomandando calma e disciplina.

Il comizio si sciolge inneggiando allo sciopero, alle ore 13.

Domattina alle ore 10 altro comizio alla Casa del Popolo.

Naturalmente non finisce qui, alla prossima…

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Archivio del Cinema Muto - Silent Film Archive
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