Italia, agosto 1914 – In margine alla guerra

Impressioni “dal vero” senza macchina da presa.

In treno.

Che viaggio! Emigranti a migliaia, cacciati sui treni, in prima, in seconda, in terza classe; nei carri bestiame, loro, i loro bimbi, i fagotti, la miseria e il dolore. Non lo dimenticherò più vivessi cent’anni, e, per quanto doloroso, pure, per un certo lato, benedico di aver visto da vicino la terribile ripercussione della guerra in paese neutrale. È un’esperienza di più che libera l’anima da tante storie e ubbie e tormenti fittizi. La vista di così immani dolori ci scuote dal torbido egoismo, lo brucia, ci arroventa il pensiero grigio e ci mostra la verità al bagliore sinistro ma possente della guerra, non nostra, ma di uomini che ci sono fratelli…, come noi figli di questa paurosa umanità dolorante e indomita.

Si è viaggiato in piedi per 24 ore, perché i bimbi erano tanti che i posti erano devoluti a quella povera infanzia dormente. Bimbi di dieci, di quindici, di venti giorni… e quelle povere madri sfinite! La bontà, la pazienza dei ferrovieri è enorme; portano bimbi, aiutano pei bagagli, calmano l’egoista borghese che si lagna del puzzo, si moltiplicano insomma, pazienti e instancabili. A Milano la stazione era un dormitorio, paglia a terra e sopra alla rinfusa, più di quattromila persone vi dormivano! Gente che dopo quindici giorni avevano finalmente mangiato una minestra entrando in Italia. Impossibile dire l’opera dei preti bonomelliani. Egli, il grande, è morto, ma rivive nell’anima de’ suoi figli, nell’adempimento pratico del suo ideale. Vederli questi preti dar da mangiare, attaccarsi coi capi stazione, pregare  i passeggeri di cedere i loro posti ai bimbi, far collette ad ogni treno, portare in collo i bimbi malati, coprire coi loro mantelli i freddolosi, accompagnarli in viaggio, rincuorare, abbassare chi ha la viltà di maltrattare questa gente. Meravigliosi!

Ma solo di viva voce si possono raccontare certe scene indimenticabili. Preoccupazioni personali, dolori nostri, come tutto ci appare insignificante di fronte a questi spettacoli. Povera gente! E prima di scendere al loro paese tiravano fuori l’ultimo grembiale pulito, tenuto per questo, e ne vestivano i bimbi per non dare lo spettacolo completo della miseria. Arrivare puliti a casa loro! La Francia li ha trattati bene, ha dato loro da mangiare prima di partire, non così fu sempre. In certi paesi furono messi in treno alla frontiera e per raggiungere il confine dovettero fare fin dodici ore di marcia!

Basta, è una cosa orribile nella forte realtà, senza frasi e senza retorica.

Donna Maria
(La Donna, Torino 5 settembre 1914)

Non mi risulta che gli operatori italiani abbiano documento questo primo esodo degli italiani, forse mi sbaglio. Fatemi sapere.

Link: Le prime pagine del Corriere della Sera, agosto 1914

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Sangue scozzese MGM 1928

Disegno pubblicitario, anonimo (1928)

Questo film è ambientato nell’irrequieta Scozia del seicento, contesa patria di fazioni ciascuna delle quali si crede depositaria delle migliori qualità del perfetto “highlander”, dove il sangue scorre a rivi, e pochi son quei giorni che non ricordano una battaglia, una scaramuccia, un duello.

A poco a poco il peso degli interessi e le insopprimibili simpatie d’opinioni hanno finito col dividere il paese in due soli campi, nei quali si raggruppano i diversi clan.  Il primo, più numeroso, più ricco, più potente, è quello dei Campbell, scozzesi del sud; il secondo, più ardito, più vivo, più povero e più generoso, s’inorgoglisce del comando dei Mac Donald, antica razza di rudi montanari in cui il coraggio è la qualità comune e la guerra disciplina.

Mentre i Campbell, più vicini alla corte di Londra non solo geograficamente, hanno adottato usi e costumi del secolo, i Mac Donald, fieri della loro storia, fatta di sangue e magnanimità, percorrono le loro montagne nell’abito succinto dei loro padri, incuranti del freddo e dei sorrisi degli “inciviliti”.

Questo indomabile spirito d’indipendenza ha fruttato loro il soprannome di “selvaggi” — ma anzi che indignarsi, i Mac Donald se ne vantano, e si dice che le ragazze di tutta la Scozia li trovano tanto del loro gusto che il ratto, da parte dei Mac Donald, è diventata una piacevole consuetudine.

I “civilizzati” disprezzano i selvaggi per queste spiccate tendenze al “ratto per amore”, ma i vecchi ammoniscono che i selvaggi conquistano le donne perché sanno come trattarle: conoscenza che agli inciviliti pare che manchi in modo assoluto.

Il periodo acuto della guerra fra i Campbell e i Mac Donald scoppia a causa dell’assassinio, da parte dei Campbell, d’un guardiano di mandrie dei Mac Donald sorpreso a far pascolare il suo gregge su territorio non suo.  I Mac Donald ne trovano il cadavere con sul petto una lettera tenuta ferma da un pugnale:

“Per Mac Donald e per il suo cucciolo!
Abbiamo trovato sulle nostre terre un altro dei vostri ladroni!
Attenti! Le nostre spade sono pronte a ricevervi se tornate da noi!
Campbell”

Il vecchio Mac Donald, furioso per l’oltraggio e addolorato per l’uccisione del guardiano fedele, grida al figlio Ian:

— Ian Mac Donald! Dai ai Campbell la prova che sei cucciolo sì… ma di lupi!

E Ian, felice dell’ordine ricevuto parte per compiere la vendetta, raccogliendo i suoi al grido di guerra del suo clan:

— Un Campbell per un Mac Donald!

Dopo una lunga marcia nella notte le schiere montanare giungono in vista del castello dei Campbell e un breve consiglio ha luogo nell’oscurità.

Intanto nel castello i Campbell, incuranti di qualsiasi pericolo, sono tranquillissimi. Riuniti per una cena nell’intimità stanno il vecchio e feroce capo del clan e i suoi figli James e Enid, con Sir Robert Laurie, venuto a far visita ai suoi vicini con sua figlia Annie.

Annie e Enid, che sono molto amiche, e quando possono trascorrere qualche ora insieme la loro felicità è completa, giusto per questo Enid propone seriamente all’amica di sposare il fratello.

Ma l’erede dei Campbell ha proprio deciso di sposare Annie, per moltissimi motivi, il primo dei quali è l’imponente dote della bella castellana, e sta appunto studiando il modo migliore per fare la sua proposta di matrimonio in piena regola. Senonché le due ragazze, rese allegre dai propri discorsi, decidono di andare ad interrogare l’oroscopo sul lago. James deve rimandare l’attuazione del suo progetto.

L’oroscopo sul lago s’interroga solo per conoscere il volto del futuro sposo o futura sposa dell’interrogante. L’interessato o l’interessata deve recarsi in riva al lago, levare in alto uno specchio con gesto di consacrazione, e pronunziar la formula: “Io — e qui nome e cognome — voglio sapere quando incontrerò il mio sposo!”. Oppure, se si preferisce il tono poetico: “Luna che splendi sul ruscello erboso, fammi vedere il volto del mio sposo!”.

Le due ragazze hanno appena terminato le pratiche propiziatorie che i loro voti sono immediatamente accolti. Annie Laurie vede riflessa nell’acqua l’immagine di un fiero “highlander” a cavallo: Ian Mac Donald. Enid si trova faccia a faccia col cadetto della famiglia nemica, Alaistar, che, senza complimenti, all’uso dei Mac Donald, la ghermisce e le stampa un bel bacio sulla bocca, la tira sulla sella e fila via come il vento, mentre il fratello maggiore, non avendo scorto Annie, s’impadronisce di tutto il bestiame pascolante e lo spinge verso il Nord.

Annie non può che correre verso il castello gridando. Ma quando i Campbell corrono in suo aiuto i rapitori sono già al sicuro.

Qualche tempo dopo, per opera di Sir Laurie che ama il tranquillo vivere, il clan dei Mac Donald e quello dei Campbell si incontrano con intenzioni apparentemente pacifiche, per vedere se c’è modo di mettersi d’accordo.

Enid è con i rapitori, ed è, secondo i Campbell, l’oggetto più importante della transazione in progetto.

Ma la cosa non è così semplice come sembrerebbe. I Campbell rivogliono Enid, i Mac Donald non si oppongono alla legittima richiesta… se non fosse che la stessa Enid, innamorata del suo rapitore non chiede che di sposarlo, e non vuole che rimanere con lui. Così i Mac Donald si tengono la volontaria prigioniera, infischiandosene delle maledizioni che il vecchio Campbell scaglia contro la figlia. L’odio fra i due clan non fa che crescere, gli animi sono esacerbati, e le conseguenze di una nuova guerra fratricida appaiono così gravi, che il Re ordina un convegno nel neutrale castello dei Laurie, di tutti i clan contendenti per una pace giusta e duratura.

All’ordine del Re tutte le fazioni rispondono, ed un giorno il castello Laurie è invaso d’ambasciatori e di seguiti.

E, ad onta dei professati desideri di pace, ai Mac Donald è fatto un nuovo sgarbo. Adducendo a pretesto la scarsezza di locali, la fiera tribù dei monti è accantonata fuori dal castello, quasi all’aperto.

Anche Enid è scesa, seguendo il marito. Annie vuol vederla, e le dà un convegno, al quale si reca guidata da Ian Mac Donald, che Enid le ha mandato incontro. All’andata tutto si svolge tranquillamente, ma al ritorno il fiero scozzese, messo di buon umore dallo scintillio degli occhi di Annie, la bacia all’improvviso.

Annie fugge indignata, poi si volge, speranzosa, per vedere se è inseguita.

Ian aspetta, sa che lei ritornerà. E Annie, difatti ritorna… la mattina dopo.

— Signor Mac Donald… Dovrei odiarvi per l’audacia che avete avuto la notte scorsa.

— E invece?

— Invece non vi odio, perché l’odio è peccato mortale. Ma tengo a rimproverarvi come meritate!

— Sapete perché non mi odiate?

— ?

— Perché mi amate, e mi amate proprio per la mia audacia di stanotte!

Mentre dura il sentimentale battibecco il vecchio Campbell e il vecchio Mac Donald quasi s’azzuffano discutendo il trattato. E il vecchio Mac Donald abbandona il castello chiamando a raccolta il suo clan.

Ian, udendo il segnale, non ritiene più opportuno continuare a ricamar frasi con la bella Annie:

— Ragazza mia, io non ho tempo per farti la corte. Ti amo e ti porto via con me!

Ma non lo può. Sorpreso da un forte gruppo di avversari è legato, schermito, colpito, deriso. Annie è indignata del contegno dei suoi, e vuol seguire il montanaro, ma questo la respinge.

— Ho chiesto il tuo amore, non voglio la tua pietà!

E parte, minaccioso, coi suoi.

Il vecchio Laurie, informato della partenza di Mac Donald dice a Campbell:

— Ma gli avete detto che il Re ha promesso di restituire personalmente bestiame e territori?

— E perché avrei dovuto dirglielo? Io voglio anzi che non firmi, così dopo la fine dell’anno i Mac Donald avranno anche il Re contro, ed io potrò distruggerli!

Ma l’eroica Annie vuole salvare Ian. Accompagnata dal fedele Sandy si reca al castello dei Mac Donald e dice al vecchio come stanno le cose, e quale è il tranello in cui è caduto.

Infuria una tempesta di neve. Il capo del clan montanaro parte per firmare il trattato, ma la tormenta gli contrasta il cammino. La pace è quindi sottoscritta al primo di gennaio anziché il 31 dicembre.

Sarà valido il trattato? Mac Donald e Laurie pensano di sì, poiché solo la tormenta ne ha ritardato di qualche ora la firma. Ma James Campbell è convinto del contrario, e s’accinge a punire i Mac Donald della loro sottomissione che lo ferisce più della loro ribellione.

Introdottosi con i suoi nel castello dell’avversario, tradendo la fiducia che questi, dopo aver firmata la pace, crede di dover nutrire, fa tagliare la via che mena ad un picco su cui è sempre pronto il segnale d’allarme dei Mac Donald.

Nella notte, mentre sua sorella partorisce un maschio e muore, secondo la maledizione, il vecchio Campbell assale gli ospiti a tradimento, uccide il capo del clan, e da ordine di sterminare tutti gli altri.

Ma Annie è là, il suo amore ed ardimento salvano Ian e i suoi. Sfidando ogni pericolo, per vie e sentieri su cui una capra non passerebbe, raggiunge il segnale, lo accende, e tosto dalla valle accorrono i vassalli fedeli. I Campbell sono respinti, ed il traditore James paga con la vita il suo tradimento.

Qualche tempo dopo il Re Interviene di nuovo, ed i Mac Donald hanno la loro pace — la giusta pace. I Campbell sono costretti a subirla. Da quel giorno le spade dei “highlanders” non usciranno più dal fodero che per difendere la grande patria comune.

Annie Laurie segue Ian Mac Donald, con grande gioia dei rispettivi clan.

Fine

(titolo originale: Annie Laurie, 1927)

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Manon Lescaut film Pathé 1912

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La storia: Mentre sta per lasciare Amiens dove ha completato i suoi studi, il cavaliere Des Grieux incontra in un albergo la giovane Manon Lescaut, recatasi colà per entrare in convento. I due s’innamorano l’un dell’altro e fuggono, andandosi a stabilire a Parigi. Ma ben presto Des Grieux padre richiama il figlio in seguito alla denuncia del signore D’Ervilly del quale Manon diventa l’amante.

Des Grieux si ritira nel seminario di San Sulpizio, dove Manon si reca a trovarlo e lo convince ad abbandonare la vita religiosa. Quindi Manon e Des Grieux vivono felici a Chaillot, nella casa di campagna del fratello di lei, che li sfrutta e insegna a Des Grieux a barare al gioco. Colto sul fatto, Des Grieux viene rinchiuso a S. Lazzaro, e Manon nella prigione di Madelonnettes.

Dopo qualche tempo riescono ad evadere, ma finita ancora una volta in prigione, Manon è condotta al porto di Le Havre e imbarcata per New Orleans. Des Grieux la segue in America. Quando i due credono di poter finalmente condurre una vita felice, Synnelet, figlio del governatore, s’innamora di Manon. Des Grieux lo sfida a duello e lo ferisce gravemente. Manon e Des Grieux fuggono e si rifugiano nel deserto, ove lei muore di stanchezza e di sfinimento.

La recensione: Il nostro Illica, il delicato poeta e l’efficace librettista teatrale, è l’autore della tanto fortunata riduzione lirica del celebre romanzo dell’abate Prévost, che il genio di Puccini rivestì d’immortale melodia.

E a differenza di coloro che hanno torturato la povera Manon più ancora di quello che non l’abbia fatto la sua calda e giovanile passione per il cavaliere Des Grieux, la casa Pathé, ch’è animata da un sentimento d’arte purissima, ha fuso in una mirabile sintesi cinematografica i due capolavori, quello letterario e quello musicale, dando al soggetto quella unità rappresentativa degna delle opere che l’hanno ispirata.

La signora Bérangère interpreta Manon dando vita alla sua creazione, che rimarrà scolpita nella mente di tutti coloro che si sono interessati alle vicende amorose della giovinetta di Amiens. L’ingenuità del suo candore, la volubilità del suo carattere, la spensieratezza della sua vita fatta di baci e rose, la passione amorosa, le audacie, la fine miseranda, sono resi dalla Bérangère con una tale vivacità e verità espressiva, da far brillare questa film come una tersa gemma della non facile arte cinematografica. Tutti gli altri artisti che la coadiuvano: il Bary, il Barnier, il Matrat, armonizzano intorno ad essa e per i tre atti, in cui è diviso il lavoro, mantengono vivo l’interesse commovente fino all’epilogo del dramma, che precipita verso la catastrofe in mezzo alla grandiosità imponente della natura.

L’abate Prévost fa svolgere l’azione della sua Histoire de Manon Lescaut all’epoca di quei cortesi cavalieri di Luigi XIV, che dettarono all’intera Europa quella moda di tinte morbide e di linee delicate che ancora oggi noi rievochiamo nella nostra arte decorativa, quando vogliamo ingentilire e ornare il costume. Era naturale quindi che il Pathécolor concorresse con la delicata gradazione delle sue tinte a rendere nella genuina verità il carattere della scena e la flessuosità degli abbigliamenti e il Pathécolor, mai come in questa film di rara bellezza, ci dette la visione di un mondo scomparso che non possiamo più vedere nella sua vita reale, ma che ci riappare ancora in grazia della fantasia dei nostri letterati e dei nostri poeti.

Scheda: Manon Lescaut, dramma in tre atti tratto dal lavoro dell’Abate Prévost, produzione Pathécolor 1912, 890 metri circa. Prima visione in italiana luglio 1912.

Interpreti principali: Jeanne Bérangère (Manon), Léon Bary (Des Grieux), M. Barnier (Lescaut), M. Matrat (D’Hervilly).

Messa in scena di Albert Capellani.

Film restaurato dalla Cinémathèque Française

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Rodolfi Film, Torino luglio 1917

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La Rodolfi Film è la nuova Casa dell’amico Rodolfi, che sorge a Torino con solide basi finanziarie e sotto i più lieti auspici, proponendosi di lanciare una produzione scelta ed accurata. E noi, che conosciamo l’abilità e l’amore per la nostra arte del notissimo amico, non dubitiamo della completa riuscita dei suoi propositi.

La produzione s’inizia nientemeno che con l’Amleto, interprete il grande Ruggero Ruggeri, che tanto entusiasmo ha saputo suscitare in teatro col poderoso lavoro Sakesperiano.

Basta soltanto l’annuncio per suscitare la più grande aspettativa e la maggiore fiducia.

I nostri migliori auguri, riservandoci di riparlare prestissimo.
(La Vita Cinematografica, Torino 22-30 Luglio 1917)

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Pionieri del cinematografo romano

Il teatro Alberini & Santoni in costruzione

Il teatro di posa Alberini & Santoni in costruzione

Quando le prime proiezioni “mobili” apparvero sullo schermo collocato nell’angusta sala del fotografo Le Lieure in via del Mortaro vi fu subito chi pensò a promuovere la fabbricazione delle pellicole e l’incoraggiamento all’audacia venne dal fatto che il cinematografo, allora all’inizio, doveva esclusivamente dipendere dalla produzione francese.

Secondo il fotografo Francesco Felicetti che aveva allora uno studio in Piazza di Spagna, il giovane romano Filippo Schlosser, simpaticamente noto negli ambienti teatrali, giornalistici e mondani della capitale, si provvide di un apparecchio che a quei tempi sembrò tanto strano da richiamare, quando entrava in funzione, la curiosità dei passanti, i quali molte volte formavano una ressa così pesante da impedire al “manovratore” l’esercizio delle proprie… gravi funzioni. Su un enorme treppiede l’operatore poneva un voluminoso cubo di legno munito di obiettivo e dotato d’un meccanismo interno che col movimento di una manovella laterale faceva agire, tra la lente e la pellicola, una specie di elica in modo che dal breve spiraglio aperto fra una paletta e l’altra potesse penetrare ritmicamente la luce sul nastro di celluloide, il quale, regolato da un paio di griffe, svolgendosi s’impressionava.

Il minimo intoppo, che era piuttosto frequente, mandava in rovina tutto, e allora il “manovratore” era costretto ad abbandonare il pulpito su cui era salito per riprendere la scena, costituito da un tavolo e una sedia, e ritirarsi in buon ordine per provvedere in laboratorio alla riparazione della macchina, non molto complicata e tuttavia composta da fragili congegni rudimentali passibili di fratture e di guasti imprevedibili.

I primi saggi di questa produzione cinematografica romana li avemmo dagli stessi Felicetti e Schlosser subito dopo il successo delle proiezioni dello studio Le Lieure. Essi aprirono un locale al Corso Umberto ove ora sorge la sede del Banco di Napoli, e in quei tempi c’erano il Gambrinus e il negozio della Casa Ricordi.

Prima di entrare nella sala di proiezione il pubblico poteva constatare di persona le più recenti scoperte ponendosi agli orecchi due piccoli microfoni che a mezzo di un tubo di gomma si collegavano ad un apparecchio marca Edison in cui girava, azionato da accumulatori, un cilindro di cera da cui si sprigionavano i suoni che per lo più comprendevano pezzi d’opera non altrimenti percettibili, oppure godendosi un panorama stereoscopico girevole in cui erano riprodotte vedute d’ogni parte del mondo, ed ancor meglio usando, mercé l’introduzione d’una moneta di pochi centesimi, di un piccolo apparecchio per i raggi X da cui era possibile, passando una mano sotto il fluoroscopio individuare rapidamente le proprie ossa.

L’ambiente adibito agli spettacoli cinematografici era capace di circa settanta posti a sedere, e pagando cinquanta centesimi si poteva assistere alla proiezione di una dozzina di pellicole della misura di dieci dodici metri ciascuna riproducenti gli avvenimenti della stagione, cioè la rivista al Macao con relativa sfilata delle truppe in piazza dell’Indipendenza cui assisteva a cavallo re Umberto con il suo seguito, le corse alle Capannelle, che allora si concludevano in tre o quattro giornate, dopo la Pasqua, i convegni di caccia alla volpe, eccetera, “girati” tempo permettendolo poiché, se per disgrazia vagava nel cielo una nube, occorreva rinunciare alla “presa” perché guai se il sole non avesse avuto la possibilità di inondare completamente ed interamente con la sua luce la scena.

Lo stesso apparecchio da presa serviva da proiettore, ed infatti era sempre la cassetta già descritta nel suo meccanismo che doveva essere fissata nella parte anteriore su un cavalletto di legno ad unico piano. Nella parte posteriore veniva collocata una lampada ad arco espressamente fabbricata dalla Casa Boulade & Pascal la quale aveva per lente-condensatore una bottiglia sferica piena d’acqua che compiva la sua funzione ottimamente perché producendo e concentrando il fascio luminoso, contemporaneamente lo raffreddava.

Nella parte inferiore del cavalletto si raccoglieva il nastro della pellicola svolta durante la proiezione, così che alla fine l’operatore la riavvolgeva in una bobina per evitare che si sciupasse.

Alle produzioni “dal vero” succedettero poi le scene girate con attori appositamente scritturati ed allora venne usato il primo teatro di posa che fu stabilito in una villa in prossimità dei Parioli. In un piccolo palcoscenico corredato da scene dipinte alla meglio e arredato come fosse un qualsiasi teatro comune, per la prima volta in Italia, cominciarono a muoversi, nelle giornate di sole, a scopo cinematografico, Eduardo e Vincenzo Scarpetta, Eugenia Fougère ed altri della ben nota compagnia napoletana, e naturalmente il genere comico con scenette mute esilaranti ebbe la prevalenza. I films proiettati poi insieme alle attualità del giorno come gli assalti alla sciabola e al fioretto del maestro Ageslao Greco e la visita del re Umberto alla R. nave Lepanto, la passeggiata al Pincio, ecc… formavano un programma completo ed oltremodo attraente nonostante avesse la durata  di poco più di una mezz’oretta in tutto. È da avvertire che lo spettacolo s’iniziava soltanto quando i posti nella sala erano occupati almeno per la metà del disponibile.

Il cinematografo, così debolmente sfruttato, non poté durare a lungo e pareva che non se ne dovesse parlar più per un pezzo quando invece, appena inaugurato il Cinema Moderno sotto i portici di piazza dell’Esedra, la direzione del locale pensò di far funzionare un proprio teatro di posa e all’uopo lo fece costruire in un terreno fuori porta San Giovanni, nei pressi dell’allora famosa osteria Faccia fresca, con annesso laboratorio per lo sviluppo e la stampa delle pellicole.

Si trattava d’una gran gabbia di ferro coperta da ogni lato con vetri, e per regolare le luci si dovette applicare dei vasti tendoni che si aprivano e si chiudevano a mezzo di tiranti a seconda delle necessità del momento, di luce artificiale non se ne provò affatto. Nei giorni piovosi ogni lavorazione doveva essere sospesa e per riprenderla, a causa dell’acqua piovana che penetrava dalle malfatte congiunture dei ferri o dai buchi lasciati dai vetri che il vento e alcuni ragazzi muniti da fionde frantumavano, occorreva fosse compiuta l’operazione di prosciugamento. Così attori e comparse gravavano sulle spese perché bisognava pagarli anche quando, per l’improvviso cangiar del tempo, non potevano entrare in funzione.

Eppure, dopo le primissime pellicole girate per ritrarre l’azione coreografica: La malia dell’oro e la fantasia tratta dai racconti di Giulio Verne che s’intitolava Nei paese dei sogni, su quelle scene rudimentali passarono davanti l’obiettivo mal controllato nelle sue possibilità luminose parecchi personaggi che trovarono il loro periodo — sia pure breve — di notorietà, e fra questi vanno ricordati Egidio Rossi, Amleto Novelli, Mario Caserini, Fernanda Negri Pouguet, e Tilde Genovesi.

Ma purtroppo il prodotto non poteva, per ragioni tecniche non assecondate nel loro sviluppo dagli apparecchi che si usavano perché ancora primitivi, compensare le fatiche di questi coraggiosi pionieri tanto più che la Casa Pathé, ormai ben attrezzata, dominava il mercato con buone pellicole le quali ogni volta che si proiettavano presentavano interessantissime novità specialmente nei riguardi dei trucchi.

Finalmente, l’ingegnere Adolfo Pouchain, venuto a conoscenza delle difficoltà ch’erano costretti a superare i componenti della piccola società volle venire in loro aiuto, e fornendo soci e capitali fondò l’anonima Cines per l’esercizio della produzione dei films con due teatri di posa ed annessi reparti di scenografia, di sviluppo e stampa delle pellicole che tentò di fabbricare da sé.

Intanto Filippo Schlosser, che aveva vissuto tutto il movimento iniziale cinematografico di Roma, provvide ad impiantare sui grandi transatlantici italiani le sale da cinematografo in cui si proiettavano films di “esclusiva produzione italiana”…

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