Assunta Spina e la critica del 1915

Brochure originale del film

Copertina della brochure originale del film

Aprile 1915. Questo magnifico lavoro, spoglio del grande ausilio della parola, in alcuni punti riuscirebbe piuttosto prolisso e forse noioso, senza la forte interpretazione che ne danno gli artisti; primissima la Bertini; non secondo il Serena. Il pubblico l’accoglie con grande simpatia, malgrado la lunghezza e l’uniformità delle situazioni, appunto per l’eccezionale interpretazione. Le scene di gelosia si seguono da capo a fondo del dramma, e spesso si assomigliano, ma sono rese interessanti dallo spiegamento completo di tutte le risorse di cui dispongono gli attori tutti.

Il sistema invalso delle nostre Case — e premo sulla parola « nostre », perché il sistema dei « frammenti » di quadri non è seguito affatto da quelle straniere — fa sì che si abbozzano appena le scene, impedendo agli attori qualsiasi manifestazione artistica. Abbiamo chiesto tante volte se per avventura i nostri artisti fossero così cani da dover chiedere tutto alla situazione, al fatto, e nulla alla peculiare loro virtuosità; e noi che per dovere professionale dobbiamo frequentare tutti i santi giorni i cinematografi, possiamo dire che il pubblico apprezza e gusta non solo il fatto, ma anche l’arte dell’interpretazione, quante volte può leggere nella sua azione sincera lo stato del suo animo.

È falso che la simpatia del pubblico sia data soltanto dalla silhouette dell’artista poiché allora la Bertini, l’Hesperia, la Carmi non potrebbero vantare quel primato che in cinematografia godono. Infatti esse non sono grandi artiste per la loro bellezza, ma per la loro virtuosità. Ora com’è possibile spiegare della virtuosità in quadri appena delineati, di dieci o dodici metri?

La penultima scena che precede l’uccisione del Cancelliere in questa film non è occupata che da due ottimi artisti: la Bertini ed il Serena; e d’interessante non v’è che il valore della loro interpretazione. Tolto questo, infatti che resterebbe?: la situazione. Il ritorno inaspettato di Michele, mentre Assunta Spina attende il nuovo amante; attesa ch’è rivelata dalla tavola apparecchiata. Due situazioni che coi nuovi sistemi si risolverebbero in una ventina di metri al massimo; spazio sufficiente perché gli attori vi potessero eseguire quattro mosse combinate, automatiche, a tempo fisso.

Per il critico, invece, non ostante la sua lunghezza, questa scena è una delle più belle del dramma; se pur non è assolutamente la migliore.

Devo nominare ancora un altro magnifico artista, ed encomiare una speciale « mise en scène », L’artista è l’usciere del Tribunale; la scena è quella dell’ambulatorio. In questa scena la maggioranza dei metteurs en scène si sarebbe limitato a fare dei passaggi; la Caesar Film ne ha fatto un quadro magnifico, divertente, movimentato; nel quale quattro protagonisti del dramma non diventano che accessori; il protagonista vero, reale e magnifico, è l’Usciere. Quanta sincerità! La sala è piena di gente di ogni classe; v’è persino un prete; e voi quasi comprendete che nel mentre quell’usciere è intento a scrivere forse delle citazioni, ad un Tizio indica un ufficio; ad un altro l’ora di udienza; ad un terzo dà schiarimenti su una causa o spiega una procedura; ed all’ultimo ripete per l’ennesima volta i deliberati di una sentenza o le disposizioni di qualche articolo di codice. E tutta la sua azione ha atteggiamenti diversi a seconda degli individui, del genere delle richieste, dell’importanza delle medesime. E seguita a fare il suo lavoro, a cercare carte per il tale avvocato e riceverne da un collega; insomma un usciere nel pieno esercizio delle sue funzioni. Magnifico poi nella chiusa finale quando il cancelliere lo saluta ammiccando perché ha ottenuto quanto desiderava da Assunta Spina. Il pubblico che l’ha seguito fino allora, segnando con leggeri mormorii d’approvazione le varie manifestazioni della sua arte sincera, prorompe in una risata.

La mise en scène, è precisamente quella di quest’ambiente di tribunale: e non solo degna d’encomio, ma da citare a modello. In questo quadro, che si ripete due o tre volte, se togli i protagonisti e l’attrice madre, che vi fanno delle vere apparizioni, non vi è un personaggio che interessi al dramma. Non vi si svolgono che due azioni o tre per quadro: il rimprovero della madre di Michele ad Assunta, e la scena della seduzione di Assunta, col cancelliere, fatta in due riprese. Il resto — come ho detto — non sono che passeggi; ma quanto lavorio di sfondo! forse un po’ troppo, non come verità, ma come arte. Ora in questo sfondo si svolge tutta una vita reale in una serie svariatissima di particolari puramente decorativi. L’importante è questo: che tutto ciò è formato da artisti, non da comparse; oppure convien dire che la Caesar ha delle comparse che valgono degli artisti.

Pier Da Castello (Pietro Berton)
(La vita cinematografica, Torino 19 maggio 1915)

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Alberto Capozzi parla della cinematografia italiana

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Torino, giugno 1915. L’arte cinematografica si trova, come l’industria, in un periodo di crisi, non per le stesse cause, indubbiamente, ma perché i gusti del pubblico, anzi dei nostri pubblici, che si evolvono, si elevano e si orientano verso rappresentazioni più logiche, più reali, più artistiche di quelle che ebbero maggior successo negli ultimi tempi.

Io credo che le avventure, i drammi polizieschi e soggetti simili, abbiano fatto il loro tempo e che tornino in onore dei drammi sentimentali e passionali, ma non nella forma primitiva di prima, bensì inquadrati in scene decorose ed in armonia col soggetto. Nel passato la sceneggiatura ricorreva a trucchi ingenui che urtavano il buon gusto, oggi invece occorrono ambienti veri e reali in tutti i minimi particolari e la sceneggiatura di un film può oggi contribuire notevolmente tanto al successo quanto al viceversa. Essa deve integrare l’azione degli attori, ma non deve soverchiarla con gli sfarzi eccessivi.

Perché l’interpretazione del dramma passionale risulti efficace, è necessario non solo lo studio psicologico del personaggio che l’attore deve rappresentare, ma altresì quello degli altri personaggi, onde mettersi in perfetta armonia con essi; ed è perciò che nei miei film io cerco che anche gli altri attori interpretino le loro parti come io le sento. Solo da questo intimo affiatamento si può ottenere il massimo dei risultati e cioè la fedele e reale esteriorizzazione dei diversi sentimenti.

Con questi intendimenti e con questi mezzi, è possibile non solo comporre lavori passionali e sentimentali, ma si può anche, e con speranza di successo, affrontare la grave prova del dramma psicologico. Questa è la forma di arte che più mi attira, perché è la più elevata e perché in essa io vedo le maggiori difficoltà da superare e da esse io mi sento irresistibilmente attratto. Io sento che potrei dare una perfetta interpretazione artistica a riduzioni cinematografiche di lavori di carattere psicologico e confido di potere in un avvenire non lontano, dedicare tutta la mia attività artistica a simili lavori e realizzare così un mio sogno ed un miglioramento della nostra arte. La letteratura, come il teatro drammatico offrono a noi una ricchissima fonte di soggetti irti di difficoltà di interpretazione, è vero, ma che avvieranno la Cinematografia verso un sicuro indirizzo artistico, che contribuirà a raffinare il sentimento delle nostre folle e renderà possibile ad esse la conoscenza di tante opere d’arte, che ora le sono ignote, perché il teatro è ancora chiuso per esse.  La Cinematografia non potrà sostituirsi al teatro, ma potrà essere invece la volgarizzatrice delle forme più elevate del teatro stesso.

Allora sì che noi potremo dare tutti noi stessi all’interpretazione delle nostri parti, mentre oggi dobbiamo, per necessità industriali, assoggettarci a degli acrobatismi che non hanno che una troppo lontana parentela con l’arte: il pubblico nord-americano desidera i film d’avventure? Ebbene in questo principio d’anno  ho dovuto per ben tre volte, col vento e con la neve, fare dei salti nelle poco tiepide acque del Po, scendere e salire dai treni in corsa…

Comprendo che l’America è un ottimo mercato per i nostri film e che dobbiamo soddisfare i gusti di quel pubblico per non perderlo, ma come conciliare tutti questi diversi desideri?

Il pubblico russo ama una certa libertà di costumi, morali e materiali, altri preferisce e si commuove al delitto e all’adulterio, mentre la censura italiana, e con ragione, vieta l’uno e l’altro. Due miei film, La valanga di fuoco e la Mano di fiamma, che hanno ottenuto all’estero il più lusinghiero dei successi, sono stati vietati in Italia, perché in uno vi era l’uccisione volontaria di un fratello e nell’altra io rappresentavo un apache, ha giudicato la Censura, con tanta fedeltà di espressione, da rendere troppo simpatica e quasi seducente la figura di questo malvivente.

È possibile  continuare in questa incertezza?

In attesa di tempi migliori, io credo intanto che la produzione di film italiana, visto la quasi impossibilità di trovare soggetti che contentino tutti, dovrà scegliere, fra i diversi pubblici quello che più risponde al temperamento dei propri artisti e comporre film di unico stile: così gli attori specializzandosi ciascuno nel proprio stile, riusciranno più facilmente a migliorarsi e la produzione acquisterà indubbiamente un maggiore valore.

Intanto però noi dobbiamo e possiamo farlo, mirare a elevare il gusto del nostro pubblico ed a lato del dramma sensazionale che alimenta la sua curiosità morbosa, dobbiamo dargli rappresentazioni più civili, e meno brutali, che tocchino il sentimento e non agitino le sue passioni.

A questa missione sociale molto possiamo contribuire noi artisti che godiamo le simpatie delle folle, noi possiamo per la fiducia che esse hanno in noi, per la stima di cui ci circondano, per il fascino e la suggestione che esercitiamo su di esse, attirarle quasi insensibilmente e loro malgrado, su un’altra via e orientare il loro gusto verso rappresentazioni più elevate e più morali.

La Casa Ambrosio già da tempo ha fatto di questi tentativi, che hanno avuto un lusinghiero successo ed io mi auguro che tutta l’industria italiana ci segua; così essa potrà avere il primato non solo per le sue qualità artistiche, ma anche per la missione sociale che potrà compiere.

Alberto Capozzi
(La Tribuna, giugno 1915)

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Notizie varie giugno 1915 (I)

Sulle vie della guerra (dal film Italia! di Aldo Molinari)

Sulle vie della guerra (dal film “dal vero” Italia! di Aldo Molinari)

1 giugno. Le truppe italiane iniziano il passaggio sulla riva sinistra dell’Isonzo. Continua l’avanzata in Val Giudicaria.

Films patriottiche. Tengono in questi giorni lo schermo di tutti, o quasi tutti, i Cinema della Capitale films di attualità, le quali riproducono dal vero emozionanti episodi di combattimento, interessanti preparativi militari di offesa e di difesa, che rivelano, più o meno ordinatamente, lo svolgersi della vita dei soldati sul fronte, oppure che offrono la visione di questo o quell’episodio patriottico del nostro risorgimento, innestato in un’azione nella quale predomina la nota sentimentale. A prescindere dal valore documentario delle prime e da quello artistico delle seconde, diremo come il Cinematografo riesca quanto il Teatro, e forse anche più del Teatro, a mantenere acceso nell’animo della folla e, ancora più, ad alimentare quel fuoco di entusiasmo patriottico che, siccome riscalda a un tempo il cuore e la mente, è il migliore e più vero stimolo a gagliardamente oprare per il bene e per la grandezza della madre patria.

2 giugno. È deliberata la fusione del Credito provinciale e della Società Bancaria Italiana con la Banca Italiana di Sconto, fondando un forte istituto nuovo, italiano di capitali, nei fini e nei metodi, con 70 milioni di capitale, e sotto la presidenza di Guglielmo Marconi.

In seguito alla crisi determinata dalla guerra nel mondo teatrale e cinematografico, si sono riuniti a Roma il 2 corrente oltre duecento tra impresari teatrali, artisti lirici, drammatici e cinematografici. E’ stato votato ed unanimemente approvato un ordine del giorno, nel quale si delibera che una Commissione nominata dalla Presidenza, e composta dei rappresentanti dei proprietari dei teatri, artisti drammatici, artisti lirici, di operette e professori di orchestra, esperisca sollecite pratiche presso il Governo e presso tutti quegli enti che possono recare vantaggio alla classe, diminuendo o magari abolendo temporaneamente quelle tasse che, nell’ora che volge, rendono pressoché impossibile l’apertura di molti teatri. A giorni, quando cioè la Commissione avrà espletato i suoi lavori, gli artisti torneranno a riunirsi.

6 giugno. Decreto luogotenenziale per la revoca immediata di tutte le concessioni a privati per impianti radiotelegrafici e radiotelefonici.

Sembra che una moderata attività voglia succedere all’affrettata chiusura di alcuni principali Stabilimenti; chiusura che, al danno immediato degli scritturati, avrebbe aggiunto il danno degli scritturanti, i quali, un bel giorno, più o meno lontano, avrebbero trovato le principali piazze del mercato cinematografico mondiale interamente conquistate dalla produzione straniera: inglese, americana, spagnola sopratutto. Ai sintomi di un parziale risveglio produttivo delle Case principali devesi aggiungere la costituzione di nuove Società, le quali, nello svolgimento di un programma, sia pure limitato, danno lavoro e guadagno a numeroso personale. Queste Case, in luogo di costruire per proprio conto un più o meno vasto Stabilimento, con annesso teatro di posa e locali per i laboratori, hanno preso in affitto, per un tempo determinato dalla quantità e dall’importanza dei lavori da eseguire, lo Stabilimento di una qualche Casa soverchiamente prudente. Ivi esse attendono, con molta alacrità, alla esecuzione di films patriottiche, alcune delle quali, e per il nome del loro autore e per quello de’ loro esecutori, promettono di riuscire per lo meno interessanti.

8 giugno. Un dirigibile italiano vola su Fiume lanciando bombe. Al ritorno dall’incursione s’incendia, l’equipaggio caduto in mare e fatto prigioniero.

Cinema e raggi X. La radiografia cinematografica da tempo ricercata sarà molto presto una realtà e verrà messa in uso. Con una processo speciale, un medico inglese ha registrato, durante un’ora, la marcia progressiva della cancrena in un soggetto affetto da questo terribile male. Una serie d’immagini successive permette di rendersi conto della sformazione dei tessuti e del modo di localizzarli dall’infezione. Auguriamoci che questa notizia abbia un sicuro fondamento. Il cinema avrebbe così diritto ad una grande riconoscenza.

9 giugno. Gl’italiani occupano Monfalcone.

Cablo cinematografico. I proff. Korn e Glatzel (assicura la rivista scientifica), che già hanno ottenuto degli interessanti risultati con i loro procedimenti speciali di telegrafia d’immagini e di vedute cinematografiche, hanno inventato un nuovo dispositivo, che permetterà d’utilizzare i cavi telegrafici sottomarini per la trasmissione di telegrammi cinematografici. Essi sperano di arrivare a telegrafare in questo modo con l’America.

La Società Ambrosio. Gli azionisti di questa eminente Editrice furono convocati il 12 Giugno nei locali della Società stessa. Prossimamente: Romanticismo, dal celebre lavoro di Gerolamo Rovetta, Caino e La Croce di brillanti, interprete Tullio Carminati. È pronta la serie di films poliziesche interpretate da Arias (Adelardo F. Arias).

Nuova Casa editrice. La Padus Film a Torino, Via Canova 52, con a Direttore Vittorio Rossi Pianelli.

La Cines ha chiuso provvisoriamente dopo aver licenziato tutti i suoi scritturati. Sembra però che voglia richiamare alcuni di essi per l’esecuzione di qualche lavoro di attualità. Il barone Fassini, direttore generale della Cines è stato, a sua domanda, richiamato a prestare servizio militare nella marina col grado di direttore di vascello.

Max Linder, l’insuperabile comico francese, ha dato alcune rappresentazioni straordinarie al Teatro Nazionale di Roma. Il successo è stato enorme. Gl’incassi, che hanno raggiunto una cifra considerevole, sono stati totalmente devoluti a scopo di beneficenza.

Nuovo cinema a Roma. tra poco, in Via Merulana, al Brancaccio, e ne sarà proprietaria la Morgana Film. Direttore Arturo Cristofari.

Niente tedeschismi. Il buon esempio viene da Napoli. Il Kursaal Italia ha cambiato la sua denominazione: si chiamerà d’ora in avanti: Cinema Italia.

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La doppia ferita – Milano Film 1915

Mistinguett

Mistinguett

Fino ad ora, quando in Cinematografia si è voluto creare qualche lavoro che uscisse dalla produzione di ogni giorno ed avesse pretensioni di spettacolo eccezionale, si è sempre ricorso per aiuto alla sceneggiatura.

Il copione è stato chiesto ad uno scrittore celebre, che, digiuno di Cinematografia, ha pensato un bel dramma, mosso da molte belle idee, non prive d’originalità, ma disgraziatamente però inadatto alla riproduzione cinematografica, perché troppo pieno di buone intenzioni artistiche e troppo vuoto in materia drammatica, che reggesse alla prova della rappresentazione plastica.

Qualche altra volta, invece, si è consultato un catalogo di casa editrice, e scelto il nome di un noto autore e di un bel lavoro. E i risultati sono stati gli stessi: il teatro, sempre inconciliabile col cinematografo, lo è rimasto anche allora; l’opera magnifica, che aveva sconvolto tanti pubblici e vinto tante battaglie, aveva lasciato freddi gli spettatori delle sale cinematografiche. A chi la colpa? Io credo unicamente al mondo del cinematografo, troppo ingombro di nullità e di parassiti, che, per lungo tempo, hanno letteralmente paralizzato il suo cammino verso una giusta espressione di progresso e di perfezione.

Come si sarebbe potuto chiedere qualcosa di eccezionale a chi poteva dare, e con qualche stento, il solo normale?

Fortunatamente, da due anni a questa parte, le cose sono molto cambiate. Gli stabilimenti cinematografici si sono decisi a chiudere le porte dietro l’incapacità di tutti gl’inetti, per riaprirle dinanzi alle speranze di tante limpide intelligenze e di nuove attività. Perciò oggi il cinematografo può permettersi il lusso di una sua produzione, direi quasi di una sua letteratura, può, in altre parole, iniziare una serie di lavori che siano stati ideati, tenendo conto di tutti i mezzi di rappresentazione, di cui esso dispone, mezzi numerosi quanto quelli che offre il teatro, dei quali del resto essi differiscono totalmente. Vero è che questa sua produzione è lenta. Per cento lavori se ne trovano dieci fatti con criteri tecnici ed artistici veramente buoni, e su questi dieci due soli riusciti, però è vero che questi due sono dei modelli che potranno molto insegnare e facilitare il compito ai retrogradi.

E un modello di lavoro veramente perfetto, sia sotto ogni rapporto artistico, letterario, che, e questo è il più importante, per l’industria commerciale, ci è parso riconoscere nella pellicola La doppia ferita, che, per gentile concessione del barone Airoldi, Direttore generale della Milano Film e del dottor Guido Artom — che con tanto successo si occupa della produzione artistica — ho potuto vedere giorni fa a Milano. Mi son divertito come alla lettura di un emozionante romanzo, di una fine novella, che alla rappresentazione di un sensazionale dramma o di una arguta commedia, son ridivenuto un poco fanciullo per lasciar sorprendere il mio spirito da un certo senso di ingenuo terrore, come quando da piccino leggevo i libri di Giulio Verne. Ho riso, ho sorriso, ho cessato di ridere e di sorridere e son divenuto serio ed attento, ho avuto paura per coloro che mi avevan fatto ridere e poi sorridere, ho respirato vedendoli al sicuro. Poi si è fatta la luce: la prima parte era terminata. Poi è ritornato il buio ed è cominciata la seconda e la terza e poi la quarta parte ed io sempre ho continuato attento a guardare le animazioni dello schermo, sempre più preso dalla curiosità di quello che sarebbe avvenuto e che avveniva, lasciandomi più avido, sempre più avido di conoscere il seguito, fino alla fine, fino alla luce della sala, fino al bianco inanimato dello schermo, fino ai complimenti all’interprete e al Direttore. Perché mi dimenticavo di dire che colei, che si era fatta seguire con gli occhi, con il cuore, con i nervi, con tutto l’essere sensibile teso in un desiderio vivissimo di conoscere, era Mistinguett, la celebre attrice francese, che tanto successo ha suscitato mesi fa per tutta l’Italia con la sua rivista C’est la mode, e l’ideatore e l’inscenatore di questo cinema-dramma è Augusto Genina, il più giovane, e, senza dubbio, uno dei più valenti direttori di scena che conti la Cinematografia italiana. Parlar di Mistinguett e della sua grande arte di attrice cinematografica credo sia cosa superflua: troppo essa è conosciuta e amata dal pubblico del cinematografo, per tutte le sue suggestive interpretazioni passate, perché si debba ora, con parole, sforzarsi di dare al lettore un’idea di ciò che già egli sa e ammira; dirò quindi solo come nella Doppia ferita Mistinguett abbia saputo completarsi e rinnovarsi, piegando il gioco della sua recitazione ad un sapiente e riuscitissimo studio di particolarizzazione del personaggio, che per ciò ha ricevuto da lei una fisionomia così completa, così reale, così umana da far pensare con rimpianto al teatro, ove l’interpretazione di una attrice vive più a lungo di un’ora di proiezione.

A giorni La doppia ferita affronterà il giudizio del pubblico nei principali cinematografi di tutte le città d’Italia e di tutto il mondo. Sarà un successo? — Non esito rispondere di sì. — Il lavoro ha troppi pregi di originalità, di movimento, d’interpretazione, è troppo stato studiato e foggiato sullo stampo dei gusti del pubblico per non piacere in modo superlativo.

E. Silvestri
(La Tribuna)

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Assunta Spina 1915

Scena finale di Assunta Spina (Caesar Film 1915), al centro Francesca Bertini, penultimo a destra Alberto Collo.

Scena finale di Assunta Spina (Caesar Film 1915), al centro Francesca Bertini, penultimo a destra Alberto Collo.

Questo post è dedicato a laulilla, una signora torinese, interessata al cinema, alla cultura, ai libri.

Assunta Spina, questo nome di una donna del popolo è stato posto pochi anni fa dal più acclamato dei commediografi dialettali napoletani in fronte a un suo breve e impressionante dramma, che ha fatto il giro d’Italia tra successi incontrastati e sinceri.

L’azione cinematografica accresce il dramma del di Giacomo con un antefatto che gli può attagliare senza che si pensi a una delle solite appiccicature le quali deformano, nel mondo cinematografico, la composizione originale. È necessario che da un antefatto acconcio, il pubblico comprenda così chi sia la donna inquieta e sensibile che gli vien presentata nei suoi primi atti, come quel destino al quale ella va incontro e l’ambiente in cui esso si compie.

È uno scorcio di donna che si presenta e intrattiene rapidamente gli spettatori.

Assunta Spina è tutto istinto. La stranezza, l’inquietante irrazionalità dei suoi atti è spiegata dell’intensità del suo istinto, intensità misteriosa e difficile a sopportare. Oscura ed eccessiva — ecco il segreto — è la vitalità di Assunta Spina: in modo che ella agisce crucciosamente, quasi rivoltandosi con violenza e con rabbia a qualche ignota forza interiore che la costringe. È in questa figura un concentrato ed altero dolore, e si rivela dalla disperata asprezza dei suoi modi: ella è una di quelle creature di troppo e troppo chiusa passione, che pare abbia una eterna querela in pendenza con chi l’ha creata. Dovunque ella si presenta fa del vuoto attorno a sé, e impone delle sospensioni tragiche.

Va per la vita come un’anima perduta. È una zingara. È sempre lontana, distante, sfuggente, estranea a tutti. Riceve chi l’accosta con trascuratezza. Nei momenti più fieri stende le sue mani a respingere, si isola per straziarsi ancora meglio, con una certa voluttà. Non può gustare il dolce della fraternità e dell’amicizia, e non ha che una solo possibilità: l’amore.

L’amore è la sua risoluzione naturale e necessaria, è la sua nobiltà, la sua dignità, la sua ragion d’essere. Ella è una grande amoureuse, perché non può essere altro.

Ma per questa vorace consumatrice di passione non c’è avvenire. Ella si concede e non domanda nulla. Ma può dimenticare d’essersi donata.

Ma il male che fa non lo sa: ella non ha il senso del male. Ella non vede nulla: è cieca, e segue il suo istinto. E questa inconsapevolezza assoluta del male che porta con sé, questa sua fondamentale incoscienza spiega il sacrificio — degno di una creatura di Dostoevskij — col quale ella, infine, è portata a rivolgere contro sé sola le conseguenze materiali dei suoi atti.

Sfregiata da un colpo di rasoio dall’amante geloso, Assunta Spina va in tribunale a dire che non è stato lui. Ha un’altro amante, ma non sa sopportarlo. Ha dei capricci, ma non sono durevoli. Pare che trascini, ed è trascinata invece lei stessa.

E quando viene, finalmente, il momento del sacrificio Assunta Spina non ha bisogno di mutare anima. È sempre lei. Ed ha ancora necessità di perdersi tutta, e di perdersi in un atto estremo.

Chi è stato che ha ucciso? È stata lei? E, in fondo, la responsabile è lei. Ma non per questo, non per andare incontro all’espiazione ragionatamente — il che sarebbe falso, o sarebbe vanità dell’espiazione — ella si accusa. La giustizia si compie nei suoi atti rimanendo celata alla sua coscienza. Ella non ha che da seguitare a vivere. Viene il giorno in cui quel medesimo istinto che le ha tanto rosa e divorata l’anima, la trasporta d’un colpo alla sublimità. Il male è assolto, il bene porta lo stesso spirito del male; ma ora tutto è compiuto e scordato.

La vita deve amare le sue riserve di santità in queste creature di perdizione.

La Caesar Film ha affidato ad un’attrice la cui bellezza fisica non è scompagnata dal raro pregio della suggestiva e impressionante nobiltà d’una fisionomia espressiva, la parte principale di questo rapido dramma d’un’anima lacerata. Francesca Bertini lo incarna principalmente: la sua figura, ora dolorosa, ora pensosa, or crudele, or tenera, vi passa lasciandovi le stimmate della sua tragicità. E questa figura di popolana napolitana s’agita nei caratteristici ambienti della più passionale e più folta città del mezzogiorno d’Italia, la città dei canti e dell’amore, della violenza e della bontà — cornice naturale e suggestiva — con le sue piazze e le sue stradicciuole, con la sua folla palpitante, col suo costume, col suo sole abbagliante, o con la poetica tristezza delle sue giornate senza sole, a un quadro che esprime, di qualcuno che vi trascina la sua vita palpitante, le speranze, l’amore, il dolore e il sacrificio…

(testo anonimo pubblicato nella brochure originale del film)

 

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