I grandi cinema: Cinema Quirinale

Cinema Quirinale 1927

Cinema Quirinale 1927

Roma, 1927. Sembrano tempi preistorici quelli in cui in una specie di spelonca trogloditica, tinta, abitualmente, al sangue di porco; gli spettatori — in massima parte balie, soldati e ragazzi — accomodati in certe specie di sedie alla Fuller, si beavano di incongrue avventure a lungo metraggio al suono di un’apocalittica spinetta.

Sembrano tempi preistorici, e non sono che dieci o quindici anni. Oggi il Cinematografo — Arte giovane e immediata, ma complessa nella costruzione e di linguaggio universale — richiama tutti i pubblici e tutti i pubblici deve accontentare. Sono sorti così i Cinema-teatri sempre più imponenti, sempre più confortables, sempre più accoglienti, con orchestre sempre più numerose e dirette da maestri specializzati, con installazioni tecniche sempre più perfette. Ed era necessità, che difficile è richiamare e, sopratutto, conservarsi il pubblico. Per buona fortuna l’Italia non è in coda alle altre nazioni in questo campo, e molti cinematografi delle principali città italiane sono molto superiori a quelli parigini.

Gran merito di questa marcia all’avvenire, va alla Società Suvini-Zerboni-Cinema, di cui è anima il Cons. Conte Camillo Gianuzzi-Savelli, eccellentemente coadiuvato dal Direttore Generale Avv. Edmondo Sacerdoti. Il piccolo dinamico Conte Gianuzzi è troppo conosciuto nel mondo cinematografico per descriverne qui la volontà retta e decisa come una bella spada.

La Suvini-Zerboni raggiunge la perfezione in ogni particolare del suo delicato organismo, e per la volontà degli animatori e sopratutto, perché non è affettata da elefantiasi — malattia comune alla maggior parte dei grandi trusts cinematografici di tutto il mondo; sì che l’occhio sagace a amoroso dei dirigenti abbraccia, sì, il panorama dell’azienda ma ne scruta e cura altresì le minuzie apparentemente insignificanti e che invece rappresentano elementi indispensabili di successo, come tanti oscuri soldatini ben comandati.

È per questo che la Suvini-Zerboni possiede in Italia una ventina di Cinema-modello, nei quali la programmazione — in chiaro regime di libertà, — viene predisposta con intuito acutissimo, le orchestre rispondono ai più moderni criteri del cinematografo-arte, in cui non si sfrutta lo spettatore come si spreme un limone, ma lo si alletta rendendolo un affezionato cliente; in cui tutte quelle grandi cose che rendono dilettevole un ritrovo — aerazione, comodità di posti, pulizia generale, riscaldamento, decori stabili e floreali, presentazione chiara precisa e a passo normale del film ecc. ecc. — vengono curate con attenzione quasi diremmo pedantesca.

Ed è così che il Cinema Quirinale di Roma — sorto che non è un anno — si è già acquistata fama de locale serio ed elegante; e la giovane Società, non paga dei primi successi, compierà ben presto la costruzione di un nuovo Cinema a Napoli, il Cinema Regina, che va sorgendo ex novo sulle fondamenta dell’antico glorioso Teatro Rossini.
(Cinema-Teatro, settembre 1927)

Il Cinema Quirinale (o quel che resta del Cinema Quirinale) nel 2014: Restauro ex-Cinema Quirinale

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La crisi del 1921

Mentre la Bertini si sposava a Napoli, ussiva sugli schermi "Ultimo sogno"

Francesca Bertini in “Ultimo sogno”, prima visione a Roma settembre 1921

“A Napoli, il giorno 8 Agosto, sulla verdeggiante collina del Vomero, si è celebrato il matrimonio civile di Francesca Bertini, la Diva dell’Arte muta, col gentiluomo svizzero Paul Cartier, il quale l’ha così sottratta per sempre all’ammirazione degli appassionati del cinematografo.”

La crisi. Rinnovamento e purificazione. Arte, non più commercio

Ritornando, dopo il breve periodo di vacanze alle nostre gradite fatiche quindicinali, ai nostri cortesi lettori, ci troviamo di fronte una novità, che non è… nuova, perché troppo attesa ed inevitabile, ma che non è perciò meno dolorosa: la crisi. Quella crisi medesima che imperversa violentemente sopra tutte le industrie del nostro paese, ha trovato fecondo terreno in questa disgraziatissima industria del cinema. La piccola arte del popolo già, purtroppo, minacciata nella sua stessa esistenza, dalla ingordigia insaziabile di indegni speculatori, dalla vanitosa arroganza di pseudo divinità innalzata ad un tanto al rigo, si dibatte oggi nella ferrea morsa di una crisi che difficilmente potrà essere risolta senza un radicale ed audace rinnovamento.

Abbattere l’attuale edificio pericolante costruito dalle basse speculazioni bancarie e commerciali, dalla corruzione, dalla ignoranza, dalle ambizioni scatenate e mai abbastanza soddisfatte. Un po’ d’aria fresca, sana, che allarghi i polmoni e lo spirito. Un po’ d’arte vera frammezzo al commercio e alla speculazione. Questo vorremmo veder sorgere domani. E in questo la crisi potrebbe riuscire proficua.

Il cinematografo, che è arte squisitamente popolare, dovrebbe poter rivolgersi al popolo con dignità, con serietà e decoro di vera arte. Tanto più che la crisi non è affatto di pubblico. Malgrado i prezzi che non accennano alla più lieve diminuzione, malgrado la stagione, i cinema sono frequentatissimi, qui come ovunque. Ciò dovrebbe seriamente invogliare i produttori ad un lavoro migliore e più coscienzioso, affinché anche il cinema non sia abbandonato dal suo pubblico alla cattiva sorte, voluta, del resto, da chi ne è responsabile.
(La Cine-Fono) 

La Crisi degli Svergognati

Vogliamo spiegare ai nostri amici lettori cos’è questa famosa crisi del cinematografo di cui sono pieni molti giornali politici e quelle pubblicazioni tecniche ancora in vita.

Cominciamo innanzi tutto con l’affermare che la crisi cinematografica d’oggi, in cui si dibatte la povera gente e non i pescecani del cinematografo, è per il novanta per cento fatta d’artificio.

La cinematografia è anzi l’unico prodotto che trova ancora sul suo mercato i suoi vecchi compratori ai vecchi prezzi. In qualunque cinematografo si vada si trova sempre lo stesso pubblico: un po’ diminuito dalla canicola come in tutte le estati, ma pagante sempre le sue brave cinque lire per una poltrona, mentre i teatri sono costretti a regalare i palchi per guadagnare almeno qualche cosarella con gl’ingressi.

Il disagio d’oggi (che non colpisce i pescecani ma i lavoratori) è prodotto dalla crisi finanziaria della cinematografia, non dalla crisi industriale che non c’è.

Differenza fra crisi finanziaria e crisi industriale

Ci spieghiamo alla buona e con esempi pratici: se no i galantuomini non capiranno.

Dopo la guerra e l’anno e € mezzo del dopo guerra le Banche si sono trovate piene di danaro. La paura di perderlo se andava al potere un Governo di galantuomini intelligenti, e la preoccupazione di far fruttare il capitale che quando è fermo si consuma, decisero le Banche ad entrare nell’industria.

Fra le industrie italiane più redditizie la cinematografia occupava il primo posto. Le Banche videro nello schermo il luogo ove celare buona parte d’extra-profitti è così nacque l’Unione Cinematografica Italiana.

La rovina della cinematografia cominciò allora: nel giorno in cui invece d’industria si volle fare della speculazione bancaria.

Veniamo all’esempio pratico.

Si cominciò col valutare a prezzi eccessivi le aziende che si cedevano, perché i proprietari delle varie marche vollero fare anzitutto il loro affare. E così Tiber, Itala, Caesar, Cines ecc. furono vendute per un prezzo enormemente sproporzionato al valore che avevano, ed i trenta milioni di capitale sociale della neonata Unione Cinematografica Italiana andarono in breve a rannicchiarsi in tasche molto private.

Ora è naturale che siccome ogni capitale deve sfruttare il suo interesse, quei trenta milioni iniziali dovevano dare un premio, non esagerato un anno fa, almeno del dieci per cento: tre milioni. E lì cominciò il disastro, perché i tre e più milioni che furono effettivamente dati, rappresentano un artificio contabile per la semplice ragione che i trenta milioni non c’erano più.

Esempio pratico per i galantuomini. (i ladri possono saltare il periodo perché essi sanno tutto meglio di noi). Io ho un’azienda che vale centomila lire e le vale perché mi rende quindici o ventimila l’anno: il venti per cento cioè. Trovo un amico che ha pescato un balordo danaroso da spiumare, e mi propone di vendergli la mia azienda. Io gliela vendo per un milione e mezzo: l’amico ci fa su un’altro mezzo milioncino: totale due milioni. Il balordo è servito a dovere e mette fuori altri due milioni per mandare avanti l’azienda.

Ma che cosa capiterà alla fine dell’anno ? Capiterà che gli utili saranno di sole ventimila lire, (se pure) perché la mia azienda non è cresciuta di valore solamente perché ho trovato un’imbecille che me l’ha pagata venti volte più dell’onesto. lo intanto ho garantito il venti per cento, che su due milioni significa quattrocentomila lire.

Come debbo fare ? E’ semplicissimo: stacco le quattrocentomila lire dal capitale e le dò al balordo (magna che del tuo magni). E si tira avanti, ed aumento la produzione e creo sempre nuovi bisogni di versamenti per mascherare il trucco iniziale. Naturalmente produco molto, produco male, produco più di quanto il mercato ha bisogno, la concorrenza estera mi batte in breccia, i mercati si chiudono e il balordo comincia ad accorgersi che è stato truffato.

Che debbo fare ? Debbo andare in galera ? Nemmeno per sogno: la galera è fatta per i piccoli mariuoli e per i galantuomini ignoranti. Trovo una via d’uscita nella crisi, nella concorrenza estera, nel personale che lavora male e svogliatamente. E dico al balordo: Bisogna chiudere. C’è la crisi. Siamo fregati.

Invece non c’è che un solo fregato: il balordo, e in secondo momento il personale che rimane a spasso. Ma chi se ne buggera del personale ? lo ho i miei villini, i palazzi in testa alla moglie, le masserie in testa al genero, le tenute in testa ai figli, i libretti di conto corrente in testa ai nipoti, le cartelle ed i buoni in testa ai cognati.

E per farmi uscire da questa splendida posizione non c’è nessuno che basti… A meno che il personale, rovinato dalla mia allegra speculazione, non s’armi d’una mazza e non venga a rompere, con la mia, tutte le altre teste su cui ho messi al sicuro i quattrini rubati.

Ecco la crisi finanziaria, le sue cause, e la sua probabile soluzione

La crisi industriale — quella cioè che non c’è — Ha tutto un altro aspetto. L’azienda non è stata venduta, o se lo è stata, non l’ha comprata un balordo e non è stata pagata più di quanto vale. Non c’è capitale inutile e fittizio che pretenda un dividendo non effettivo. Ma è successo che i cavalli che tirano i carri sono morti, che la grandine ha rovinato i nostri raccolti, che i nostri piroscafi sono affondati, che le nostre miniere sono crollate: e la crisi è industriale e nasce da ragioni industriali. In questo caso nessuna legnata riesce a risolvere niente.

Quale aspetto ha la crisi oggi ?

L’aspetto trucchistico e borsistico: non altro.

Difatti i mercati esteri sono chiusi e i nazionali congestionati: ma perché ? Perché abbiamo prodotto troppo e male. E perché abbiamo prodotto troppo e male ? Non certo per colpa del personale artistico che ha eseguiti i soggetti che gli sono stati imposti, con gli elementi (in gran parte femminili) cari alla libidinosa incapacità degli industriali, con i suoi sistemi amministrativi idioti che fanno durare un film sei mesi invece di due.

C’è il caso di Theodora. Il comm. Ambrosio l’ha svalutata prima di farla dando dell’incapace a Carlucci, che è un uomo di talento, per gelosia e invidia. Sia lui che l’U.C.I. hanno messo mille bastoni fra le ruote all’onesto e coscienzioso lavoratore: ed oggi che Theodora è l’unica carta buona nelle loro mani, continuano a svalutare ed amareggiare l’unico uomo che è riuscito a farla.

C’è il caso del direttore che impiega sei mesi a fare il film. Se parlate col direttore questi vi risponde: il giorno tale ho chiesto cento comparse e me ne hanno mandate venti, non ho potuto girare. La prima attrice viene in teatro un giorno sì e due no, e mai prima di mezzogiorno. Non posso dirle niente perché è l’amante dell’industriale.

C’è il caso dell’autore. L’ industriale si lagna sempre della mancanza dei buoni soggetti: ma non c’è caso che un uomo di talento possa presentare un buon soggetto senza sentirsi fare delle ridicole osservazioni da un ex venditore di carne-cotta assunto alla proprietà d’una casa cinematografica, che pretende di « giudicare » un copione mentre non sa scrivere una lettera commerciale senza errori …

Chi scrive ha fatti vari soggetti: ma può assicurare i lettori che è riuscito a vendere solo le cose più insulse e cretine dettate dalla sua penna: i migliori lavori dormono; non li ha voluti nessuno.

E magari si riuscisse a rendere una porcheria qualsiasi senza ritocchi ! Ma no ! C’è sempre l’antico bagarino divenuto cinematografaro che « suggerisce » i cambiamenti. La parte della donna dev’esser più sviluppata (la donna è la sua amante). Quella dell’uomo dev’essere più ristretta: il pubblico non vuole uomini (è invece per non dar ombra all’attrice). Poi ha un cane lupo, molto bello, molto affezionato: bisogna fargli una particina. Poi c’è una particina da fare per una cachet… con la quale, sì, dio mio, l’industriale è andato a letto. Ancora: c’è un ambiente montato e bisogna sfruttarlo, ecc. ecc.

Se la pigliano col personale artistico: Ma noi vediamo a spasso Maria Jacobini, Francesca Bertini fuori dell’arte, Carmine Gallone, Soava Gallone, Linda Pini, Mario Parpagnoli, Leopoldo Carlucci, Baldassarre Negroni e tantissimi altri, angariati, spremuti, minacciati, la Photodrama chiusa, la Palatino chiusa, la Pasquali chiusa, l’Itala semichiusa, la Tiber strachiusa: e in compenso vediamo delle autentiche nullità come la signorina Roasio, che oltre alla dentatura equina e all’amichevole interessamento del comm. Ambrosio non ha nessun altro titolo cinematografico, ma noi vediamo altre tre o quattro signorine della stessa levatura artistica della ex massaia piemontese, lavorare tranquillamente in film mediocri e invendibili, in case-rifugio che sono degli harem, percependo degli stipendi sproporzionati, mentre una folla di autentici valori, di lavoratori onesti e capaci, è costretta a bivaccare sulle verdi vette del Monte di Pietà, in attesa che lor signori abbiano finito di stupefare e terrorizzare le balorde banche con lo spauracchio della crisi, e le abbiano portate alla conclusione d’un vantaggioso concordato che salvi il furto vecchio e permetta la regia nuova che si sta tramando.

Le paghe fantastiche al personale

Questo è uno de gli argomenti più adoperati dagli industriali nella loro azione difensiva verso i banchieri. Essi dicono: La Bertini prendeva due milioni, la Gallone prende tanto, la Menichelli tanto, Genina vuole un subisso di danaro, i cachets pretendono trentacinque lire al giorno.

E’ vero. Gli attori si son fatti pagar molto: mettiamo anche moltissimo. Ma mai troppo, perché qualunque somma hanno percepita non è stata mai sproporzionata a quella che il film avrebbe potuto e dovuto rendere.

La signorina Bertini costava carissimo, ma i film Bertini si vendevano carissimo, e di Francesca Bertini ce n’è una sola. E’ colpa della Bertini forse se dalla Caesar film sono usciti I sette peccati “mortali” e Maddalena Ferat ? Le hanno imposto di fare quei films; essa ha ubbidito ed è passata per la cassa. Genina vuol essere ben pagato ? Ma ne ha il sacrosanto diritto, e con lui la signora Menichelli, la signora Gallone, e tanti altri: perché sono essi che fanno i bei films; sono essi i creatori di quelle visioni che il pubblico paga cinque lire all’ora ! Sono elementi artistici che hanno un valore personale e insostituibile; valore a cui si può imporre il prezzo che si vuole, su cui non si mette calmiere se non creando la concorrenza — non la fame. Caruso ha guadagnato quel che ha voluto: aveva la sua voce. La Bertini ha voluto quel che le pareva: aveva la sua arte, la sua faccia. Le altre e gli altri vogliono quello che vogliono: hanno i loro meriti. Ma che si debba vedere un direttore dell’Unione pagato con più di ventimila lire al mese quando un qualunque dottore in scienze commerciali si riterrebbe felicissimo di sostituirlo per duemila lire, ma che si debbano vedere dei ragionieri percepire cinquemila lire al mese, questo è folle ed immorale.

Maria Jacobini è insostituibile, e non c’è che fare con lei o senza di lei. Ma il commendatore Ambrosio è sostituibilissimo: ci offriamo noi, non ancora attaccati dall’acido urico, per la quarta parte di quanto egli guadagna. I ragionieri e gli avvocati ed i fratelli ed i cugini pagati a sessantamila lire l’anno sono sostituibilissimi da diecimila professionisti che non chiederebbero che un terzo di quegli stipendi !…
(Kines)

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Ida Rubinstein a Torino

Ida Rubinstein, La Nave (1921)

Ida Rubinstein, La Nave (1921)

Magnifici cartelli quelli della Nave! Torino ne era tutta tappezzata e i due colori dominanti, il giallo e il rosso, colpivano e attraevano l’attenzione dell’intera città. Della Nave si faceva un gran parlare considerandone il varo del film come un avvenimento artistico di primo ordine. In caratteri neri spiccava la dicitura e sottolineato da una grande striscia di nero opaco, appariva il nome del regista: Gabriellino D’Annunzio (e quello di Mario Roncoroni n.d.c.), ragazzo che pur non avendo neanche lontanamente la potenza d’ingegno del padre, non mancava di buon gusto e nella Fedra in cui aveva sostenuta la parte di Ippolito aveva avuto qualche momento ottimo.

Ida Rubinstein nella parte di Basiliola, a non smentire la sua speciale adorazione per D’Annunzio che le aveva affidato il San Sebastiano di cui si era occupata tutta la critica parigina, aveva superato se stessa. Artista nel vero senso della parola, piena di raffinatezza, danzatrice classica e fornita di solida cultura, aveva creata una Basiliola viva e fremente. Ricordo che per suggestionarsi, per spronare la sua anima verso le vette più sublimi dell’arte, per eccitarsi, gridava quasi scandendolo in quel suo francese un po’ esotico il nome del poeta. Peccato che il cinema muto non gli permettesse di fare udire la sua voce vibrante e sonora, piena di inflessioni speciali. Grande nella sua arte, semplice e buona nella vita. Quando giunse inaspettata non volle a nessun costo che le altre attrici come la Linda Pini e la Roasio le cedessero il loro camerino e attese che gliene fosse preparato uno. Aveva un sorriso mite in cui si rivelava la bontà dell’anima e una gentilezza pari alla modestia per quanto portasse ai piedi, durante le prove, gemme di tale valore che occorreva metterle a lato delle guardie in borghese. Conversava con tutti in quel suo francese che sapeva di russo e aveva una simpatia infinita per Torino. Quasi ogni sera si recava in compagnia di qualche soggettista e di qualche artista, insieme a Gabriellino al Ristorante San Giorgio (San Giors già Ponte Dora n.d.c.) e nessuno, vedendola vestita con sobria eleganza e con qualche gioiello di rara fattura alla scollatura avrebbe sospettato di trovarsi di fronte all’illustre interprete della Pisanella, all’ispiratrice di D’Annunzio. Aveva una predilezione per il Valentino e sopratutto per quell’angolo del castello medioevale e per rive sottostanti ove la notte acquista una strana malia. Ne parlava sempre e con che entusiasmo! Riceveva molti ammiratori, accordava senza farsi pregare, interviste interessanti e un giorno ebbe la gradita sorpresa di veder comparire mentre si girava una fra le sue più grandi ammiratrici e amiche, la baronessa Orczy, la famosa autrice della Primula rossa. Era felice, e finita la prova rimase con lei l’intera giornata.

La Nave, pur non avendo la potenza e la suggestività di Cabiria, che era stata concepita e scritta per il cinema dal D’Annunzio, fece onore alla Casa Ambrosio e destò un grande interesse quatunque gli incassi non fossero tali da coprire le spese e guadagnarci.

Giovanni Dovretti
(Cine, Torino settembre 1945) 

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Italia, agosto 1914 – In margine alla guerra

Impressioni “dal vero” senza macchina da presa.

In treno.

Che viaggio! Emigranti a migliaia, cacciati sui treni, in prima, in seconda, in terza classe; nei carri bestiame, loro, i loro bimbi, i fagotti, la miseria e il dolore. Non lo dimenticherò più vivessi cent’anni, e, per quanto doloroso, pure, per un certo lato, benedico di aver visto da vicino la terribile ripercussione della guerra in paese neutrale. È un’esperienza di più che libera l’anima da tante storie e ubbie e tormenti fittizi. La vista di così immani dolori ci scuote dal torbido egoismo, lo brucia, ci arroventa il pensiero grigio e ci mostra la verità al bagliore sinistro ma possente della guerra, non nostra, ma di uomini che ci sono fratelli…, come noi figli di questa paurosa umanità dolorante e indomita.

Si è viaggiato in piedi per 24 ore, perché i bimbi erano tanti che i posti erano devoluti a quella povera infanzia dormente. Bimbi di dieci, di quindici, di venti giorni… e quelle povere madri sfinite! La bontà, la pazienza dei ferrovieri è enorme; portano bimbi, aiutano pei bagagli, calmano l’egoista borghese che si lagna del puzzo, si moltiplicano insomma, pazienti e instancabili. A Milano la stazione era un dormitorio, paglia a terra e sopra alla rinfusa, più di quattromila persone vi dormivano! Gente che dopo quindici giorni avevano finalmente mangiato una minestra entrando in Italia. Impossibile dire l’opera dei preti bonomelliani. Egli, il grande, è morto, ma rivive nell’anima de’ suoi figli, nell’adempimento pratico del suo ideale. Vederli questi preti dar da mangiare, attaccarsi coi capi stazione, pregare  i passeggeri di cedere i loro posti ai bimbi, far collette ad ogni treno, portare in collo i bimbi malati, coprire coi loro mantelli i freddolosi, accompagnarli in viaggio, rincuorare, abbassare chi ha la viltà di maltrattare questa gente. Meravigliosi!

Ma solo di viva voce si possono raccontare certe scene indimenticabili. Preoccupazioni personali, dolori nostri, come tutto ci appare insignificante di fronte a questi spettacoli. Povera gente! E prima di scendere al loro paese tiravano fuori l’ultimo grembiale pulito, tenuto per questo, e ne vestivano i bimbi per non dare lo spettacolo completo della miseria. Arrivare puliti a casa loro! La Francia li ha trattati bene, ha dato loro da mangiare prima di partire, non così fu sempre. In certi paesi furono messi in treno alla frontiera e per raggiungere il confine dovettero fare fin dodici ore di marcia!

Basta, è una cosa orribile nella forte realtà, senza frasi e senza retorica.

Donna Maria
(La Donna, Torino 5 settembre 1914)

Non mi risulta che gli operatori italiani abbiano documento questo primo esodo degli italiani, forse mi sbaglio. Fatemi sapere.

Link: Le prime pagine del Corriere della Sera, agosto 1914

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Sangue scozzese MGM 1928

Disegno pubblicitario, anonimo (1928)

Questo film è ambientato nell’irrequieta Scozia del seicento, contesa patria di fazioni ciascuna delle quali si crede depositaria delle migliori qualità del perfetto “highlander”, dove il sangue scorre a rivi, e pochi son quei giorni che non ricordano una battaglia, una scaramuccia, un duello.

A poco a poco il peso degli interessi e le insopprimibili simpatie d’opinioni hanno finito col dividere il paese in due soli campi, nei quali si raggruppano i diversi clan.  Il primo, più numeroso, più ricco, più potente, è quello dei Campbell, scozzesi del sud; il secondo, più ardito, più vivo, più povero e più generoso, s’inorgoglisce del comando dei Mac Donald, antica razza di rudi montanari in cui il coraggio è la qualità comune e la guerra disciplina.

Mentre i Campbell, più vicini alla corte di Londra non solo geograficamente, hanno adottato usi e costumi del secolo, i Mac Donald, fieri della loro storia, fatta di sangue e magnanimità, percorrono le loro montagne nell’abito succinto dei loro padri, incuranti del freddo e dei sorrisi degli “inciviliti”.

Questo indomabile spirito d’indipendenza ha fruttato loro il soprannome di “selvaggi” — ma anzi che indignarsi, i Mac Donald se ne vantano, e si dice che le ragazze di tutta la Scozia li trovano tanto del loro gusto che il ratto, da parte dei Mac Donald, è diventata una piacevole consuetudine.

I “civilizzati” disprezzano i selvaggi per queste spiccate tendenze al “ratto per amore”, ma i vecchi ammoniscono che i selvaggi conquistano le donne perché sanno come trattarle: conoscenza che agli inciviliti pare che manchi in modo assoluto.

Il periodo acuto della guerra fra i Campbell e i Mac Donald scoppia a causa dell’assassinio, da parte dei Campbell, d’un guardiano di mandrie dei Mac Donald sorpreso a far pascolare il suo gregge su territorio non suo.  I Mac Donald ne trovano il cadavere con sul petto una lettera tenuta ferma da un pugnale:

“Per Mac Donald e per il suo cucciolo!
Abbiamo trovato sulle nostre terre un altro dei vostri ladroni!
Attenti! Le nostre spade sono pronte a ricevervi se tornate da noi!
Campbell”

Il vecchio Mac Donald, furioso per l’oltraggio e addolorato per l’uccisione del guardiano fedele, grida al figlio Ian:

— Ian Mac Donald! Dai ai Campbell la prova che sei cucciolo sì… ma di lupi!

E Ian, felice dell’ordine ricevuto parte per compiere la vendetta, raccogliendo i suoi al grido di guerra del suo clan:

— Un Campbell per un Mac Donald!

Dopo una lunga marcia nella notte le schiere montanare giungono in vista del castello dei Campbell e un breve consiglio ha luogo nell’oscurità.

Intanto nel castello i Campbell, incuranti di qualsiasi pericolo, sono tranquillissimi. Riuniti per una cena nell’intimità stanno il vecchio e feroce capo del clan e i suoi figli James e Enid, con Sir Robert Laurie, venuto a far visita ai suoi vicini con sua figlia Annie.

Annie e Enid, che sono molto amiche, e quando possono trascorrere qualche ora insieme la loro felicità è completa, giusto per questo Enid propone seriamente all’amica di sposare il fratello.

Ma l’erede dei Campbell ha proprio deciso di sposare Annie, per moltissimi motivi, il primo dei quali è l’imponente dote della bella castellana, e sta appunto studiando il modo migliore per fare la sua proposta di matrimonio in piena regola. Senonché le due ragazze, rese allegre dai propri discorsi, decidono di andare ad interrogare l’oroscopo sul lago. James deve rimandare l’attuazione del suo progetto.

L’oroscopo sul lago s’interroga solo per conoscere il volto del futuro sposo o futura sposa dell’interrogante. L’interessato o l’interessata deve recarsi in riva al lago, levare in alto uno specchio con gesto di consacrazione, e pronunziar la formula: “Io — e qui nome e cognome — voglio sapere quando incontrerò il mio sposo!”. Oppure, se si preferisce il tono poetico: “Luna che splendi sul ruscello erboso, fammi vedere il volto del mio sposo!”.

Le due ragazze hanno appena terminato le pratiche propiziatorie che i loro voti sono immediatamente accolti. Annie Laurie vede riflessa nell’acqua l’immagine di un fiero “highlander” a cavallo: Ian Mac Donald. Enid si trova faccia a faccia col cadetto della famiglia nemica, Alaistar, che, senza complimenti, all’uso dei Mac Donald, la ghermisce e le stampa un bel bacio sulla bocca, la tira sulla sella e fila via come il vento, mentre il fratello maggiore, non avendo scorto Annie, s’impadronisce di tutto il bestiame pascolante e lo spinge verso il Nord.

Annie non può che correre verso il castello gridando. Ma quando i Campbell corrono in suo aiuto i rapitori sono già al sicuro.

Qualche tempo dopo, per opera di Sir Laurie che ama il tranquillo vivere, il clan dei Mac Donald e quello dei Campbell si incontrano con intenzioni apparentemente pacifiche, per vedere se c’è modo di mettersi d’accordo.

Enid è con i rapitori, ed è, secondo i Campbell, l’oggetto più importante della transazione in progetto.

Ma la cosa non è così semplice come sembrerebbe. I Campbell rivogliono Enid, i Mac Donald non si oppongono alla legittima richiesta… se non fosse che la stessa Enid, innamorata del suo rapitore non chiede che di sposarlo, e non vuole che rimanere con lui. Così i Mac Donald si tengono la volontaria prigioniera, infischiandosene delle maledizioni che il vecchio Campbell scaglia contro la figlia. L’odio fra i due clan non fa che crescere, gli animi sono esacerbati, e le conseguenze di una nuova guerra fratricida appaiono così gravi, che il Re ordina un convegno nel neutrale castello dei Laurie, di tutti i clan contendenti per una pace giusta e duratura.

All’ordine del Re tutte le fazioni rispondono, ed un giorno il castello Laurie è invaso d’ambasciatori e di seguiti.

E, ad onta dei professati desideri di pace, ai Mac Donald è fatto un nuovo sgarbo. Adducendo a pretesto la scarsezza di locali, la fiera tribù dei monti è accantonata fuori dal castello, quasi all’aperto.

Anche Enid è scesa, seguendo il marito. Annie vuol vederla, e le dà un convegno, al quale si reca guidata da Ian Mac Donald, che Enid le ha mandato incontro. All’andata tutto si svolge tranquillamente, ma al ritorno il fiero scozzese, messo di buon umore dallo scintillio degli occhi di Annie, la bacia all’improvviso.

Annie fugge indignata, poi si volge, speranzosa, per vedere se è inseguita.

Ian aspetta, sa che lei ritornerà. E Annie, difatti ritorna… la mattina dopo.

— Signor Mac Donald… Dovrei odiarvi per l’audacia che avete avuto la notte scorsa.

— E invece?

— Invece non vi odio, perché l’odio è peccato mortale. Ma tengo a rimproverarvi come meritate!

— Sapete perché non mi odiate?

— ?

— Perché mi amate, e mi amate proprio per la mia audacia di stanotte!

Mentre dura il sentimentale battibecco il vecchio Campbell e il vecchio Mac Donald quasi s’azzuffano discutendo il trattato. E il vecchio Mac Donald abbandona il castello chiamando a raccolta il suo clan.

Ian, udendo il segnale, non ritiene più opportuno continuare a ricamar frasi con la bella Annie:

— Ragazza mia, io non ho tempo per farti la corte. Ti amo e ti porto via con me!

Ma non lo può. Sorpreso da un forte gruppo di avversari è legato, schermito, colpito, deriso. Annie è indignata del contegno dei suoi, e vuol seguire il montanaro, ma questo la respinge.

— Ho chiesto il tuo amore, non voglio la tua pietà!

E parte, minaccioso, coi suoi.

Il vecchio Laurie, informato della partenza di Mac Donald dice a Campbell:

— Ma gli avete detto che il Re ha promesso di restituire personalmente bestiame e territori?

— E perché avrei dovuto dirglielo? Io voglio anzi che non firmi, così dopo la fine dell’anno i Mac Donald avranno anche il Re contro, ed io potrò distruggerli!

Ma l’eroica Annie vuole salvare Ian. Accompagnata dal fedele Sandy si reca al castello dei Mac Donald e dice al vecchio come stanno le cose, e quale è il tranello in cui è caduto.

Infuria una tempesta di neve. Il capo del clan montanaro parte per firmare il trattato, ma la tormenta gli contrasta il cammino. La pace è quindi sottoscritta al primo di gennaio anziché il 31 dicembre.

Sarà valido il trattato? Mac Donald e Laurie pensano di sì, poiché solo la tormenta ne ha ritardato di qualche ora la firma. Ma James Campbell è convinto del contrario, e s’accinge a punire i Mac Donald della loro sottomissione che lo ferisce più della loro ribellione.

Introdottosi con i suoi nel castello dell’avversario, tradendo la fiducia che questi, dopo aver firmata la pace, crede di dover nutrire, fa tagliare la via che mena ad un picco su cui è sempre pronto il segnale d’allarme dei Mac Donald.

Nella notte, mentre sua sorella partorisce un maschio e muore, secondo la maledizione, il vecchio Campbell assale gli ospiti a tradimento, uccide il capo del clan, e da ordine di sterminare tutti gli altri.

Ma Annie è là, il suo amore ed ardimento salvano Ian e i suoi. Sfidando ogni pericolo, per vie e sentieri su cui una capra non passerebbe, raggiunge il segnale, lo accende, e tosto dalla valle accorrono i vassalli fedeli. I Campbell sono respinti, ed il traditore James paga con la vita il suo tradimento.

Qualche tempo dopo il Re Interviene di nuovo, ed i Mac Donald hanno la loro pace — la giusta pace. I Campbell sono costretti a subirla. Da quel giorno le spade dei “highlanders” non usciranno più dal fodero che per difendere la grande patria comune.

Annie Laurie segue Ian Mac Donald, con grande gioia dei rispettivi clan.

Fine

(titolo originale: Annie Laurie, 1927)

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