Muto con garbo riflessioni sul cinema 1919

Dante
Dante

Disse lo duca: tieniti ben fermo
ch’io ti farò veder con occhi esperti
quanto vagha è la donna ne lo schermo…

Apparenza e realtà
Tanto gentile e tanto onesta appare
Sullo schermo talor l’attrice muta
Che ogni labbro entusiasta la saluta
E gli occhi non si stancan di guardare

Ma se ti vien vaghezza d’indagare
Com’ella sia di probità vestuta,
Tante cose t’accade d’appurare,
Che devi dire: “Ah si?… Me la saluta!

Dante Alighiero
Professore di belle lettere

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Italia mia, è questa dunque l’epoca
Dei trusts, delle films e del cartone?
Veggo passar d’onori e soldi carichi
Divi, dive e metteurs in processione!

Oh! se a’ miei tempi fosse stato il cinema,
Avrei scritto chissà quanti soggetti;
Avrei messo in iscena la mia Laura,
Mandando a farsi friggere i sonetti!

Avrei gittato all’orto anch’io la tonaca
Come un certo collega, don Giocondo;
Avrei fondato la Petrarca-film;
Avrei stupito il mondo!!…

Cav. Uff. Francesco Petrarca
Poeta Canonico
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Per comporre un soggetto
il soggettista come canovaccio
prende un vecchio romanzo o una novella
e si accinge a formare, senza impaccio,
quello che in vulgo “soggetto” s’appella.
Ci schiaffa dentro un flirt ed un abbraccio
un po’ di tango e un po’ di tarantella,
e il soggetto così, quando è compiuto,
non ha soggetto, verbo né attributo

Carlo Ludovico Ariosto
Critico d’arte

Ubaldo Maria Del Colle pioniere

Ubaldo Maria Del Colle
Ubaldo Maria Del Colle

Come per molti altri colleghi del cinema muto, le tracce di Ubaldo Maria Del Colle sembrano disperse nel nulla.

Nato a Roma il 27 giugno 1883, debutta sulle scene nella stagione 1903-1904 con la Compagnia Fumagalli Franchini. Poco o niente si sa di lui prima di questa data. Debutta nel cinema nel famoso La presa di Roma, Alberini e Santoni 1905, dove interpreta un “tenente dei bersaglieri”, e continua a lavorare sia sul palcoscenico sia nel teatro di posa. Nel 1911, debutta come regista-sceneggiatore alla Pasquali Film di Torino, senza abbandonare il ruolo di primo attore. Nel 1913, insieme a Riccardo Caimi fonda la Riviera Film. Il teatro di posa è sull’alture di Sant’Ilario, poi la casa diventa semplicemente Del Colle Films, si trasferisce a Quinto e… scoppia la prima guerra mondiale. Tra il personale artistico della casa Lina Pasquet, nome artistico di Pasqualina Pasquetti, nativa di La Spezia, che Del Colle sposa nel 1916. Le condizioni dell’industria cinematografica sono disperate, Del Colle lascia la Liguria e ritorna a Roma, dove lavora prima alla Megale Film, e alla Flegrea. Finita la guerra, nel 1918, passa alla Tina Film di Napoli e dal 1920 alla Lombardo Film, sempre di Napoli. Per questa casa, diretta dal pioniere Gustavo Lombardo, prima attrice Leda Gys, Del Colle metterà in scena nel 1921: I figli di nessuno, dall’omonimo romanzo di Ruggero Rindi (Falstaff), autore di un centinaio di drammi, rappresentati nei teatri popolari con grande successo, morto in miseria all’ospedale di Roma il 16 marzo 1908. Qualche anno prima, Ubaldo Maria Del Colle aveva interpretato questo dramma nel teatro di posa, e a quel punto della sua carriera conosceva molto bene l’impatto di una storia simile nel pubblico. Non si sbagliava: il film diventò uno dei più grandi successi di botteghino nella storia del cinema muto italiano. Sicuramente è vero, come raccontano alcune cronache che Del Colle diventò il braccio destro di Gustavo Lombardo, ma si vede che amava l’indipendenza perché ad un certo punto passa a lavorare, sempre a Napoli, prima per l’Any Film, la Del Gaudio e la Napoletan Film, da lui stesso creata.

Nel 1929 diresse gli attori italiani impiegati in due film di produzione Universal che si giravano in Italia, negli studi della Lombardo Films.

Non si sa molto di lui negli anni trenta, tranne che per alcuni documentari turistici realizzati per una produzione indipendente italo-americana: Poesia del mare; Laghi d’Italia; Venezia artistica; Sicilia artistica; La Conca d’oro e Monreale; Mondello.

Durante la seconda guerra mondiale, gestiva il cinema Eden a Rapallo.

Ad un certo punto, Gustavo Lombardo si ricorda di lui e del successo di quel Figli di nessuno, ma questo film finirà per produrlo il figlio Goffredo. Del Colle lavora come assistente di Raffaello Matarazzo, siamo nel 1951.

Il suo nome compare per l’ultima volta nei titoli di un film nel 1952. Ufficialmente è il regista di Menzogna, ma la regia, in realtà è di Giuseppe De Santis.

Il nostro pioniere ha compiuto 69 anni, sicuramente non è disposto a lasciare il cinema, ma non c’è più posto per lui. Come per molti altri “veterani” del cinema muto, dovrà affrontare il problema delle scarse risorse economiche e di una pensione molto, ma molto ridotta, che forse nel suo caso era nulla.

Cosa fare? Semplice: fondare insieme ad altri pionieri un’associazione. Nasce così nel 1956, l’AVACI (Associazione Veterani Artisti Cinematografici):

“Di idee quelli dell’AVACI ne hanno molte, ma di soldi purtroppo niente. Si riunirono la prima volta in una pizzeria di Roma nel giugno scorso; presidente l’attore Del Colle (lavorò ne i Promessi Sposi, Cavalleria rusticana e nel 1903 ne la Presa di Porta Pia)” –  sic, la Presa di Porta Pia, La presa di Roma è del 1905, e Del Colle non è soltanto un attore, ma un regista-sceneggiatore – “vice-presidenta Elena Sangro (protagonista di Fabiola, e Poppea nella seconda edizione del Quo Vadis?), e tra gli scopi pratici dell’Associazione si puntò soprattutto su una casa di previdenza, su un fondo di soccorso immediato in caso di bisogno, su la creazione di un ambulatorio, sull’istituzione di pensioni. Piani più che belli, ma che lasciano alquanto perplessi quando si pensi che a tutt’oggi il capitale disponibile dell’Associazione ammonta soltanto a 1.500 lire e le 1.500 lire le hanno tirate fuori quelli stessi che hanno bisogno di aiuto. Sperano molto in un presidente onorario che, ancora da designare, dovrebbe risolvere parecchi di loro problemi. Accettano consigli e aiuti da tutti (perfino un macellaio ha promesso di interessarsene), purché si faccia in fretta e non si ripeta il caso di Alberto Collo che ebbe tutto il tempo di morire prima che gli arrivassero i famosi aiuti. Per ora gli iscritti all’Associazione sono circa cinquanta tra attori, operatori, registi. Vi figurano nomi come Giovanni Vitrotti (è stato l’operatore di 1.500 film), Rina De Liguoro, Cecil Tryan, Domenico Gambino, Domenico Serra, Eugenio Galantini; ma altri sicuramente vi si aggiungeranno con il passare del tempo. Intanto hanno fissato la loro sede in un appartamento del Corso, ospiti da una simpatizzante, portano a mano le loro lettere e i loro inviti, – galoppino dei veterani, Felice Minotti -, e il segretario Roberto Spiombi non si lascia sfuggire un’occasione per reclamizzare i propri scopi”.

Questo articolo, pubblicato nella rivista Cinema, è del febbraio 1956, pochi mesi dopo Del Colle finirà nella corsia dell’ospedale. L’amico di una vita, Felice Minotti, tornerà nella redazione di Cinema per raccontarlo.

Ubaldo Maria del Colle, regista di più di 90 film, interprete di La presa di Roma ed altri 80 film, produttore, sceneggiatore, muore a Roma il 24 agosto 1958. Che fine ha fatto il suo archivio?

Fausto Maria Martini per l’arte di Lyda Borelli (2)

Fausto Maria Martini
Fausto Maria Martini

Già altri prima di me si è domandato se il cinematografo possa giovare o no alla complessiva e definitiva figura artistica di Lyda Borelli. Rispondere sin d’ora che sì è un’audacia che un onesto critico d’arte non può per ora permettersi. È più facile invece, restando nel campo della realtà, affermare che il contributo che l’arte di Lyda Borelli reca al cinematografo favorisca senz’altro l’evoluzione di questo verso una sempre maggiore nobiltà d’ espressione.

E infatti se il teatro muto ha sopratutto come suo mezzo d’evidenza espressiva il giuoco quasi mimico di atteggiamenti, è certo che della bellezza e dello stilizzamento di bellezza che la figura di Lyda Borelli porta pur sempre sulla scena il teatro muto non può che indefinitamente giovarsi.

Si pensi sin d’ora in quale mirabile euritmia di figurazione scenica Lyda Borelli ha saputo comporre i dissidi più violenti di Rapsodia Satanica, e gli impeti più profondamente e più drammaticamente lirici di La Falena, e si intenderà chiaramente quanto Lyda Borelli abbia contribuito a far ritrovare al cinematografo uno dei canoni fondamentali della sua evoluzione da mestiere, da commercio a dignità d’arte: e cioè l’estetica della composizione scenica.

Ricordo un interessantissimo articolo del critico teatrale del Times su un magazine londinese: e ricordo che il Wootrow, allora critico del Times, si domandava: « potrà mai il cinematografo diventare un’arte? » E rispondeva: « non lo diverrà mai se vorrà pur sempre mantenersi entro i limiti del teatro. Di fronte al teatro il cinematografo rappresenta uno sforzo d’espressione incompleta, perché difetta del primo e più efficace mezzo d’espressione, e cioè la parola. Ma, soggiungeva il Wootrow, potrà diventare arte e un’arte a sé, con ben distinti ideali, se si preoccuperà soprattutto di creare, oltre che un’estetica del paesaggio che può più degnamente comporre di quanto non si possa nei limiti ristretti del palcoscenico, esso si preoccuperà di creare un’ estetica degli atteggiamenti umani che i suoi personaggi assumono. La perfezione sarà raggiunta quando nella significazione più profonda – così ragionava l’articolista – gli attori sapranno assumere una specie di euritmia di atteggiamenti, tendenti magari verso una fissità statuaria, impossibile a concretarsi in teatro là dove la violenza stessa del dialogo turba qualunque sua pure studiata armonia di composizione scenica ».

Concludendo, l’articolista chiedeva al cinematografo di supplire con una nuova estetica dell’atteggiamento a quella manchevolezza d’espressione che fatalmente la nuovissima arte porta con sé. Orbene io mi domando – ricordando la sottilissima descrizione dell’articolista inglese – se sia mai apparsa sullo schermo un’artista meglio disposta di Lyda Borelli a far conseguire al cinema questo suo primo e più facile ideale d’arte: la musicalità della composizione scenica. Rammento taluni quadri di La Falena, durante i quali ebbi l’impressione che se il poeta si fosse trasmutato in pittore o scultore non avrebbe potuto meglio contenere nella fissità statuaria l’impeto della sua tormentata e complessa fantasia lirica. Sono in quella film taluni momenti così prodigiosi d’espressione che lo spettatore è d’un subito abbandonato dalla sua più tenace nostalgia: la nostalgia della parola.

Beve la poesia con gli occhi invece che con gli orecchi aridi. E non è questo un prodigio? Lo si deve a Lyda Borelli.

Per Grazia De Plessans, per l’eroina della Marcia Nuziale, veramente la grande bellezza di Lyda Borelli era un ingombro. Occorreva creare una figura di estrema dolcezza, di rara rassegnazione, grave e soave, gravis dum suavis, una figura di pauvre petite bien-aimée, di quelle che ammaliavano il buon gusto poetico di Mallarmé e di Rodembach: e Lyda ha saputo diminuirsi, distruggersi, annullarsi, s’effacer fino a rientrare nelle proporzioni estetiche della piccola provinciale accorata che ha terrore della felicità, come i bimbi del sole, e però alla presenza della felicità pone sulle palpebre la mano, perché la luce non l’abbagli, così come fanno i bimbi col sole.

Ricordate la scena in cui ella si presenta nella casa della ricca amica di collegio a chiedere lavoro per il suo amante: e più ricordate quella in cui ella riconosce atterrita d’aver accolto in lei i brividi di quella grande passione per un uomo degno di lei, per la quale era stata educata la sua anima di grande signora in esilio?

E la bellezza di Lyda? Oh! Tutto questo, che in altri tempi, come alle prime battaglie d’arte di Salomè, formava il più persuasivo fascino dell’attrice illustre, tutto questo è passato in seconda linea: ora primeggia l’anima di Lyda, fatta, per virtù del poeta, d’una morbidità lirica che commuove anche gli spettatori meglio temprati all’emotività della finzione scenica.

Lyda Borelli ha seguito nella sua vicenda d’arte questa sua peculiare strada. Ha cominciato con l’apparire una cerebrale il cui massimo sforzo era quello di tradurre in intellettualità viva il dono della sua bellezza (vedi in Salomè) ed ha toccato il culmine del suo cammino artistico, essendo riuscita a mettere a nudo il suo vivo cuore. Quando infatti ella appare, sulla ribalta, Grazia De Plessans, noi vediamo dinanzi a noi una piccola donna, affranta dal peso di una sua invincibile malinconia, che socchiudendo i grandi occhi velati dalle lunghe ciglia, ci mormora:

— Ecco il mio cuore!

Al principio di questa mia causerie mi è accaduto di mettere il nome di Lyda Borelli accanto a quello della Rachel.

Ora il raffronto mi è risuggerito da un altro ricordo. Il genialissimo fra i critici francesi Jules Lemaître affermava un giorno con un senso di quasi puerile meraviglia che le dames de la Comédie d’aufrefois erano mostruose. Forse l’apprezzamento era eccessivo, ma il Lemaître aveva in mente quell’abominevole ritratto della Rachel giovane, dipinto da Dubufe padre, con una fronte da idrocefalo, e una testa lunga lunga come taluna, dice Claretie, delle teste delle statue allegoriche di piazza della Concordia.

E Claretie soggiunge con un tono di malinconia e d’amarezza:

— « Ecco le divinità che i nostri padri adoravano! Ecco le donne che turbavano i loro cuori, esaltavano i loro cervelli, popolavano il fantasticare delle loro notti. È incredibile! »

Maschera, scultura di Leonardo Bistolfi 1914
Maschera, scultura di Leonardo Bistolfi 1914

Non credo che i nostri nipoti davanti a qualche fotografia o a qualche ritratto di Lyda Borelli proveranno quel senso d’assoluta meraviglia che Claretie giovane provò davanti al ritratto della Rachel, dipinto da Dubufe. La bellezza di Lyda Borelli anche se chiusa in quello stilizzamento abituale in cui amano costringere la figura il volto dell’attrice tutti i pittori e i fotografi che l’hanno riprodotta, la bellezza di Lyda Borelli è di quelle che vanno oltre i limiti del periodo della moda ammiratrice. È una bellezza che può anche e potrà considerarsi sub specie aeternitatis: in ogni modo è più probabile che fra cinquant’anni o un secolo piacciano le foggie odierne del vestire e dell’acconciarsi più di quanto non piacessero agli uomini della generazione passata le mode del tempo di Luigi Filippo.

Certo si è che questa rievocazione della Rachel dipinta, mi sospinge di nuovo a una meditazione che mi si offre spontanea tutte le volte che mi accade di parlare di un attore o di una attrice.

Avete mai riflettuto al triste destino che s’accompagna alla vita o alla sopravvivenza di un comico sia pure celeberrimo? Hanno un loro volto, ma la loro stessa arte, la loro stessa religione d’arte, se vogliamo chiamarla così, li costringe a nascondere questo volto sotto una maschera che muta ogni sera. E la maschera, composta dalla finzione scenica, corrode il volto che la porta fino a distruggerne i segni riconoscibili. O la maschera predominante è una e s’impone così che il volto umano si identifica con lei; o le maschere restano molteplici, diverse antitetiche fra di loro se volete , e allora tutte queste foggie d’umanità che a volta a volta l’attore o l’attrice assumono, formano come un’ onda affannosa contro cui la persona umana dell’interprete lotta disperatamente perché il suo volto affiori sul livello della contemporaneità o magari dell’immortalità. E qualche volta questa faccia riesce ad apparire nella sua verità nuda, ma come tormentata, ma come corrosa!… L’onda d’umanità molteplice entro cui si era bagnata l’ha corrosa fino a darle il pallore alabastrino di certi ciottoli che si trovano sui greti dei fiumi senza acqua. E allora, per chi lo ripensi, il volto dell’attore o dell’attrice acquista una sua strana fissità di statua e volge certi suoi occhi carichi di uno sguardo dalla lunghissima scia che sembra guardare a noi contemporanei da sconfinate lontananze: dalla lontananza di quella umanità idealizzata nella quale quel volto ha rischiato di affogare.

— Ecco il mio cuore!

Ricordo che una sera, mentre rievocavo dinanzi al pubblico romano che tanto lo aveva amato, la figura di Ferruccio Garavaglia, m’accadde di soffermarmi a lungo, diciamo così, sulle qualità corroditrici e assolvitrici della maschera che la professione quotidiana impone ali’ interprete; e cercare di significare con quale terribile sforzo, attraverso le innumeri faccie d’umanità assunte, il volto del grande attore scomparso riuscisse ad affiorare fino al livello del nostro sguardo e della nostra memoria così che a noi fosse dato riconoscerlo. Tanto cercavo di significare con la mia parola, e non sapevo che la mia parola proprio in quel mio vivace conato d’espressione toccava sul vivo il cuore della più grande attrice italiana vivente. Lo seppi dopo, quando sul palcoscenico dell’Argentina, Eleonora Duse che nel fondo del suo palchetto aveva ascoltato con consenso maggiore di quel che la mia prosa meritasse, la dolorosa rievocazione di Ferruccio Garavaglia, Eleonora Duse con un tono di voce che non potrò mai dimenticare nella vita, con una voce piena della malinconica meraviglia d’aver trovato chi avesse rivelato tutta la sconfinata tristezza d’un destino umano, mi disse:

– « È questa, amico mio, la nostra fatalità. La tortura e la morte dell’artista è la sua stessa maschera. Avete detto bene: avete voi rivelato a noi il nostro male! La maschera, quella per cui le folle ci applaudiscono quando la vedono sorridere o piangere sotto i solchi violenti di luce che la ridotta mette sul volto degli attori, la maschera, amico mio, corrode e ci distrugge questa nostra faccia umana ! »

Guardai in viso l’illustre attrice che, detto questo, si dileguava nell’ombra del palcoscenico ormai deserto, e in un attimo apparvero e scomparvero su quel volto pallido e lontano i volti delle altre : i volti delle figure che la grande interprete aveva assunto secondo i suggerimenti dei poeti che avevano esaltato la sua anima da Guglielmo Shakespeare a Gabriele D’Annunzio. Apparvero e scomparvero quei volti, ma tra loro come s’affannava ad emergere in una lotta disperata per prendere possesso della vita, il volto umano della illustre signora che aveva voluto confortare del suo consenso la mia faticosa interpretazione della più intima e più vera tragedia d’ogni sincera artista di teatro!

Orbene, contro questa fatai corruzione, contro questa morte d’ ogni giorno, l’artista non ha che una sua arma ed è riposta nella sua più profonda spiritualità. L’ attrice che faccia affiorare nelle linee del suo volto la sua stessa anima atterrita o esaltata, l’attrice che vesta il suo corpo del suo stesso spirito, solo può trionfare contro la tirannia della maschera scenica: può trionfare l’attrice che metta a nudo il suo vivo cuore e lo offra in uno slancio di purissima fede d’arte.

Orbene, per essere riuscita a dire un giorno — sul limite dell’espressione compiuta — la grande parola, noi preconizziamo per Lyda Borelli l’ascensione verso la nobiltà dell’arte integerrima e il diritto alla sopravvivenza di là dall’effimero della quotidiana finzione teatrale. Per aver detto: — Ecco il mio cuore!
FAUSTO MARIA MARTINI (Penombra, novembre 1917)