Delitto perfetto 1910

Alberto Capozzi
Alberto Capozzi

Febbraio 1910, la Serie Nera della casa Ambrosio presenta Chi l’ha uccisa, un soggetto nel migliore stile Alfred Hitchcock, firmato dal solito Arrigo Frusta. Azione a carico della coppia Tarlarini-Capozzi:

« Un medico ha deciso di uccidere la propria moglie, Luisa, di cui ha plagiato la volontà per mezzo dell’ipnosi. Mentre la donna si trova sotto il suo controllo, le ordina di bere a una certa ora una bottiglia di veleno, dopo aver scritto in una lettera: « Mi uccido di mia mano e di mia volontà ». II medico poi si reca come suo solito al club, mentre Luisa, rimasta sola in casa, esegue i suoi ordini. Quando arriva la polizia, la donna è morta e non ci sono motivi di sospetto: il domestico, Giovanni, testimonia di essere andato di persona a portare al medico la notizia del suicidio della moglie. II colpevole dunque resta libero, ha compiuto il delitto perfetto, anche se nell’ultima scena sul suo volto si legge lo sgomento. » (1)

Qualche settimana dopo, sempre la casa Ambrosio, sforna un nuovo titolo La più forte, soggetto di Frusta per la serie “mariti assassini”. Mary Cléo Tarlarini nel ruolo della moglie, Gigetta Morano interpreta l’amante, e Capozzi, come al solito, nel ruolo del marito:

« Durante il soggiorno in una località della Costa Azzurra, dove ha accompagnato la moglie ammalata, un uomo si innamora perdutamente di un’altra e per stare con lei si lascia indurre a liberarsi della moglie; e una sera, mentre quest’ultima riposa su di una roccia a picco sul mare, la fa precipitare nell’abisso. I due amanti partono per l’estero. Ma l’uomo è ossessionato dal ricordo della moglie, sente la sua voce che lo chiama. Ritornato nel luogo del delitto, egli respinge l’amante, va come un sonnambulo fra le rocce, attirato inesorabilmente dal mare: finché vi precipita dentro. «L’ammalata, la scomparsa, la morta ha vinto! »(1)

Di donne gelose e di vendetta abbiamo visto qualche esempio, ma in Abbandonata, prodotto dell’Itala Film, la donna fatale finisce per avere la meglio:

« In un villaggio di campagna una giovane coppia va timidamente a chiedere al padre di lei il consenso per le nozze, che viene concesso, e per l’occasione viene organizzata una grande festa. Mentre essa è in corso, una straniera molto elegante appena arrivata dalla città suscita ben presto l’interesse del giovane promesso sposo. La sua fidanzata soffre in silenzio, ma poi, incontrata la sua rivale in un casolare solitario, le rivolge un patetico appello, che non viene però accolto. Esasperata dalle parole di scherno della donna venuta dalla città, la contadina esce dal casolare, ne spranga la porta, poi vi mette davanti un mucchio di fieno e appicca il fuoco. Ma mentre sta ritornando verso casa, incontra il fidanzato, al quale racconta quello che ha fatto: ritorna allora indietro con lui, e sblocca la porta, cercando di salvare la rivale, che giace svenuta tra le fiamme. Il suo innamorato sopraggiunge e riesce a portarla fuori; ma la povera contadinella, soffocata dal fumo, resta prigioniera delle fiamme. »(1)

Sempre dell’Itala, L’abisso, questa volta il soggetto è ambientato nel gran mondo, nessuna traccia sull’autore:

« In un grande albergo della Riviera ligure, un giovanotto squattrinato osserva un noto, facoltoso commerciante, e studia un piano per derubarlo. Camuffatosi con finti baffi e barba, il giovanotto attacca bottone con il mercante e lo persuade ad accompagnarlo su di un ponte sovrastante un ripido burrone. E mentre l’uomo sosta ammirando e commentando la bellezza del paesaggio, il giovanotto con una spinta lo fa cadere dal ponte e poi, calatosi fino in fondo al burrone, recupera dalle tasche dell’ucciso una somma di denaro e gli prende anche un bellissimo anello che porta al dito. Un vagabondo scopre il cappello e quindi il corpo del commerciante. Due anni dopo, l’orfana del mercante è diventata una signorina facoltosa. Un giorno una panne della propria automobile la costringe ad accettare l’aiuto di un giovanotto di passaggio su di un calesse. I due così si conoscono, si piacciono, scoprono di amarsi e si fidanzano. Dopo qualche tempo, il giovanotto manda alla sua bella un mazzo di fiori che adorna un magnifico anello, nel quale la ragazza riconosce però, con orrore, il gioiello che portava suo padre. Presa da un terribile sospetto, la ragazza vuol fare una verifica: ospita nella propria automobile il giovane e poi lo conduce lungo il sentiero già percorso dall’assassino e dalla sua vittima; e quando arriva sulla scena del delitto, osserva attentamente le reazioni del suo compagno, comprendendo, dalla sua emozione, come sia lui il colpevole. Ella allora lo accusa apertamente: l’uomo prima si schermisce, poi cerca di strangolare la sua compagna; ma gli compare davanti agli occhi l’immagine dell’uomo che ha ucciso. Impaurito, il giovanotto indietreggia e finisce per precipitare nell’abisso, trovando la morte nello stesso luogo in cui aveva commesso il suo delitto. » (1)

E’ arrivato il turno della Navone Film che presenta il primo soggetto criminale di “cinema nel cinema”, messa in scena di Guido Ciotti:

Un dramma in una fabbrica di films

« Gli artisti sono riuniti in una sala convegno di una Fabbrica di Films cinematografiche. Il primo attore ha dei sospetti sulla fedeltà della prima attrice, sua moglie. La segue, e la sorprende a conversare col primo attor giovane; questi si allontana imbarazzato, ed il marito si scaglia violento sulla moglie, ma, vinto dall’amore, mentre essa trema e piange, l’abbraccia e quasi invoca il suo perdono. Dopo la distribuzione delle parti agli artisti, il marito li sorprende di nuovo nel proprio camerino: la donna si allontana spaurita dall’atteggiamento minaccioso di lui, il quale, con una calma forzata, dice al giovane che lo ucciderà ove persista ad attentare alla sua pace.
La commedia incomincia, e lo svolgimento di essa, per una strana fatalità, è uguale a quello che i tre protagonisti vivono nella vita reale, e nella scena finale, in uno slancio di furore geloso, il marito, della commedia, gettando via la spada, uccide realmente il suo rivale con un colpo di rivoltella. »(1)

Il soggetto di Vendetta fatale dell’Ambrosio non mi sembra, sulla carta, molto originale:

« Lidia, benché sposata, è ancora disperatamente innamorata di un altro uomo amato in precedenza, che l’ha lasciata e non vuole più saperne di lei. Nella mente della donna prende corpo una folle idea di vendetta. Dopo aver invitato l’uomo a un appuntamento notturno, con la scusa di un ultimo addio, invia una lettera anonima al proprio marito, informandolo del tradimento della moglie e dell’appuntamento. I due uomini si trovano così di fronte e si battono a duello con la pistola. Al momento degli spari, Lidia cerca di fermarli mettendosi in mezzo, ma, colpita da una pallottola, paga con la vita la sua tragica vendetta. » (1)

Nemmeno questo Lotta d’anime, uscito qualche settimana dopo, è all’altezza delle produzioni Ambrosio:

« L’illustre professor Marti, un chimico, durante un esperimento di laboratorio per un incidente perde la vista. Nella disperazione che lo assale, unica sua ragione di vita restano la giovane sposa e la figlioletta. Mentre prende il fresco in una calma notte d’estate in giardino, il professore sorprende un dialogo tra sua moglie e il suo migliore assistente, che si danno un appuntamento nel chiosco giapponese. Brancolando, il cieco va a nascondersi nel chiosco, dove sorprende la moglie, le chiude la gola con una mano di ferro, impedendole di parlare; e quando la porta si apre, il cieco spiana una rivoltella e spara due colpi. «Un corpo cade, la donna sviene e il cieco tende l’orecchio… Silenzio! – Ah! l’ho colpito! E le pupille spente pare che s’illuminino un’ultima volta ancora, davanti alla morte dell’uomo che gli ha rubato l’ultimo raggio di felicità. » (1)

Bisogna aspettare a dicembre del 1910 per ritrovare, con Alibi atroce, il solito marito assassino, freddo ed spietato, interpreti: Alberto A. Capozzi, Luigi Maggi, Mary Cléo Tarlarini. Finalmente vediamo comparire i poliziotti… che arrestano l’uomo sbagliato:

« Il dottor Lawson nasconde sotto l’apparenza dello scienziato «l’istinto dell’uomo primitivo, del selvaggio»: quando scopre che la moglie ha un amante, mette a punto il delitto perfetto. Quando la donna si reca dall’amante, egli la spia, la segue fino a un villino solitario; poi bussa alla porta, si fa aprire, l’aggredisce e la strangola, distendendola quindi sul letto. Poi si rivolge alla polizia, spiegando che la moglie lo tradisce e pregando gli agenti di accompagnarlo per constatare l’adulterio: così quando l’amante entra in casa e scopre il cadavere della donna, viene sorpreso dal delegato di polizia e dagli agenti, che lo arrestano e lo accusano di essere l’assassino. Così «il capolavoro è compiuto». » (1)

Alla prossima con questo testo firmato Arrigo Frusta:

« Penso che la sensibilità del lettore sia la stessa sensibilità dello spettatore; e che il cineasta — per adeguarsi alla sensibilità dello spettatore — eviti, pure lui, ogni e qualunque raffinatezza spirituale, che tanto urta la gente d’oggidì, cosicché produca solo più film di massiccio materialismo. In giro, sui cartelloni della réclame, eroi d’ogni fatta brandiscono armi d’ogni sorta, e carabine e pistole e revolver e mitra. E i titoli, con poca differenza, son sempre questi: Mani in alto!Criminali contro il mondoLa catena dell’odioGangster in agguatoIl ricatto più vileMandato di catturaSezione omicidiDelitto per procuraDelitto alla televisioneIl tunnel del terroreIl terrore dei gangster. Accidenti che mondo! dico io. E: alla grazia che allegria! E intanto mi chiedo se tutto questo sia frutto d’una casta particolare di scrittori, o più specialmente dovuto alla collaborazione d’un pubblico appassionato, la quale segni la grande conquista della istruzione obbligatoria. Perché in questo nostro paese — e certo in tutti i paesi — succede che a nessuno salterebbe il ghiribizzo di mettere in carta una prolusione — poniamo — sulla scrittura dei Longobardi, senza aver appreso qualche nozione di storia, o fare un commento esegetico, non essendo versato nella conoscenza dei Libri Sacri… ma dov’è quell’uomo qualunque, quel libero cittadino che non si creda capace d’ideare e non s’affretti a battere il suo stupendo treatment di vita vissuta, suggerito dal fattaccio di cronaca, e non l’indirizzi alla Scaricamiracoli-Film, o al comm. Ciarlivendoli, gran collettore d’Oscar, di palme e di Grolle d’oro?
Arrigo Frusta
(Una Manifattura Cinematografica di cinquant’anni fa, Bianco e Nero, 10/11 1960)

Nota: 1. Aldo Bernardini, Il cinema muto italiano 1910 – i film dei primi anni (Biblioteca di Bianco e Nero, Centro Sperimentale di Cinematografia, 1996)

Battaglia dall’Astico al Piave 1918

trincea sul Piave 1918
Trincea sul Piave, dal settimanale Domenica del Corriere 1918

Ricorrenze.

Giugno 1930. Riconosce il marito in un documento di guerra.

A Brescia, giorni fa, durante la proiezione del film Battaglia dall’Astico al Piave, un gruppo di tranvieri riconobbero in un sergente maggiore che stava in piedi presso una trincea, mentre si accingeva ad accendere una sigaretta, il loro compagno di lavoro Giacometti Eugenio, della classe ’92, nativo di Pescantina (Verona). I tranvieri avvertirono di ciò alla moglie del Giacometti la quale accorse a vedere la proiezione.

Appena veduta la figura del sergente maggiore proiettata sullo schermo, presa da grande commozione gridò: « Mio marito! ». Ma poi, quando vide la granata nemica abbattersi sul gruppo dei soldati, mandò un urlo e cadde svenuta. Fra la generale commozione venne subito rifatta la luce e tutti accorsero presso la infelice la quale poi narrò che suo marito, ferito da una scheggia di granata e poi disperso, era tornato a casa a guerra finita, ma che il 4 aprile dell’anno scorso era morto in conseguenza delle ferite riportate.

Anche la figlia dodicenne volle assistere ad una proiezione, ma quando vide la scena tragica scoppiò in diritto pianto.
(dalla rivista Kinema)

Il documentario Battaglia dall’Astico al Piave, è una produzione del Servizio Cinematografico dell’Esercito, anno 1918, m. 1225.

Lyda Borelli 2 giugno 1959

articoli sulla scomparsa di Lyda Borelli
articoli della stampa italiana sulla scomparsa di Lyda Borelli, 3 giugno 1959

Roma, 2 giugno 1959. Lyda Borelli, nata a Rivarolo Ligure nel 1888, è morta stamane alle 8,30. Il decesso è avvenuto in un appartamento del Grand Hotel, ove la signora, gravemente ammalata, da un male che non concedeva speranze e che si è aggravato in questi ultimi mesi, è spirata serenamente, assistita dal consorte conte Vittorio Cini e dalle tre figlie, Jana principessa Alliata, Ilda marchesa Guglielmi e Mina sposata all’avv. Ferrero. Prima del trapasso, l’inferma ha ricevuto i conforti religiosi che le sono stati impartiti da don Mario Longo, vecchio amico della famiglia Cini.
La salma, vegliata dai familiari è stata composta tra i fiori in una camera ardente allestita al piano terreno nell’albergo. Nel pomeriggio di domani, in forma strettamente privata, verrà trasportata a Ferrara, ove posdomani avverranno i funerali.

Il conte Cini e le figlie non hanno voluto ricevere che pochi intimi, che si sono affrettati a porgere loro, fin da stamane, espressioni di cordoglio. All’ingresso dell’albergo sul registro ove sono raccolte le firme dei visitatori, fra i primi nomi figura quello di Francesca Bertini, oltre a quelli, numerosissimi, di personalità dell’aristocrazia romana.

La prima volta che mise piede in un palcoscenico fu in tempo di vacanza, quando era ancora in collegio. Doveva dire una battuta, una sola, intendiamoci, ma vestita da signora, una battuta nel Passaggio di Venere di Gerolamo Mariani. Dietro le quinte non faceva che ripeterla, quando venne il momento di entrare in scena. Un’artista, vista la sua titubanza, le tirò una spintettina. Non era più possibile tirarsi indietro. Fece due, tre passi avanti, poi, a un tratto… cadde tutta distesa nel mezzo del palcoscenico con le parole ancora in bocca e la lingua fra i denti! Era la prima volta che si metteva una sottana lunga!

Quando Chino Pasta, che aveva compagnia con Virginia Reiter, ebbe bisogno di una bambina per la parte di Totò nella Zazà di Berton, gli fu proposta Lyda Borelli, uscita allora di collegio. Il Pasta la scritturò senza vederla. Tutto andava a vele gonfie, quando il vento cambiò appena l’ebbe vista. «Di te, vedi, le disse, non si può far conto; sei troppo donna per fare la bambina e troppo bambina per far la donna…». E non potè farla recitare. Era infatti molto alta e asciutta come un asparagio.
(Giulio Bucciolini)

Attrice romantica, in pieno verismo e psicologismo, aggiungeva alle figure la luce della sua beltà, la seduzione della sua voce e la distinzione delle sue movenze, dei suoi improvvisi languori, delle sue subitanee riprese di dignità e di nobiltà e degli atteggiamenti quasi da mima.

Per trent’anni è rimasta fedele alla scena. Vi ha profuso i doni che la natura le aveva dato e l’intelligenza ch’ella coltivò a contatto con le opere degli scrittori e vi ha lasciato una traccia profonda come se vi avesse trascorso tutta la vita. Da D’Annunzio a Benelli, a Bataille, a Weber, a Wolf, a Wildenon v’è stato grado di dramma che ella non avesse affrontato.
(Eligio Possenti)

Con Lyda Borelli scompare l’attrice più affascinante e famosa che abbia avuto il cinema italiano quando aveva per mercato il mondo intero e i suoi studi maggiori sorgevano a Torino. Era l’epoca in cui imperavano il dannunzianesimo e il sembenellismo, e Lyda Borelli estrinsecava con suggestiva raffinatezza l’una e l’altra voga. Per le nuove generazioni, il suo è poco più di un nome appena, una immagine sbiadita, ma per chi in quell’inizio del secolo era già adulto, il ricordo di Lyda Borelli richiama alla mente tutt’un mondo scomparso.

Nell’autunno del 1916, l’attrice conobbe a Bologna un giovane ufficiale di cavalleria, Vittorio Cini, aitante e immensamente ricco, se ne innamorò, e la sua vita divenne tutt’altra. Dimenticò il teatro, il cinema, le passò l’amore per l’arte e il forte gusto del successo, e quando uno sera l’ufficiale ferrarese di cavalleria la chiese in moglie, Lyda Borelli cadde in ginocchio singhiozzando per il turbamento.

All’annuncio del prossimo matrimonio, enormi furono la sorpresa e l’irritazione in Italia e all’estero. Il mondo si domandò: che vestale dell’arte è mai costei se si permette di avere passioni private, fuori della scena, al pari di qualsiasi donna? L’industriale comasco Franco Villa una sera in segno di protesta si tirò un colpo di pistola al cervello. L’irritazione crebbe quando si apprese che l’interprete di La donna nuda e di Ma l’amor mio non muore aveva deciso di rinunciare per sempre al teatro e al cinema. E non fu tutto: Vittorio Cini, il marito, comprò e tolse dalla circolazione tutti i film interpretati dalla moglie.

Quando Lyda Borelli concluse nel 1917 la prima parte della sua esistenza, quella di attrice, aveva 29 anni. Da allora è vissuta nell’ombra del marito e nell’affetto dei figli. Per il rango occupato dal conte Vittorio Cini, uno dei più facoltosi industriali italiani e senatore del regno e ministro, colei che era stata Lyda Borelli avrebbe potuto brigare di vivissima luce in qualsiasi ambiente dell’aristocrazia e persino a corte. Preferì invece raccogliersi in un’esistenza tranquilla e ordinata. Ma non era nei disegni della sua sorte. Periodi drammatici e vere tragedie vennero spesso a scuoterla nei suoi rifugi dorati, nei suoi desideri diventati modesti.

Ne ricordiamo qualcuno. Quando il fascismo cadde, Vittorio Cini fu afferrato dai tedeschi e deportato in un campo di sterminio, a Dachau. Il figlio Giorgio, che aveva allora 25 anni ed era molto intelligente, tutto coraggio e forza fisica, decise di sottrarre il padre, che per giunta era malato, da quel luogo d’inferno. Andò dalla madre, che si trovava nascosta a Roma nella casa del senatore Gaggia, e si fece dare molti gioielli bellissimi; col denaro comperò altri gioielli. Quando ebbe una valigia colma di gioielli, cominciò ad attuare il suo piano, che tutti giudicavano assurdo, infantile. I tempi erano quelli che erano, e Giorgio Cini si aggirava per lo più vestito da frate; a Roma dormiva in un convento, nel Nord stava con i partigiani. Nella partita contro i tedeschi per strappar loro la vita del padre, Giorgio dimostrò la saggezza di un vecchio e la pazienza di un certosino; e non commise mai il più piccolo sbaglio nel valutare gli uomini con cui doveva misurarsi o di cui intendeva servirsi. Dal feroce Dollmann, il nazista di fronte al quale tutta Roma tremava, il giovane Cini riuscì a farsi dare un lasciapassare per Dachau. Dopo mille peripezie arrivò al campo tedesco, ebbe il permesso di parlare col padre e si rese conto che sarebbe stato impossibile farlo evadere e condurlo in Italia: fra l’altro, il senatore Cini in quel periodo non poteva muovere un braccio per anchilosi e camminava a stento.

Il ragazzo però non si arrese. Distribuendo manciate di gioielli agli “incorruttibili” ufficiali delle SS ottene infine che il padre fosse trasferito in un campo di prigionia in Italia. Qui, durante un trasferimento da un campo a un’ infermeria, Giorgio Cini giocò il colpo più grosso: distribuì tutti i gioielli che gli restavano alla pattuglia tedesca di scorta, e riparò in territorio svizzero con il padre, gli automezzi e i militari tedeschi.

Nel settembre di dieci anni fa, l’anziana, signora Lyda Borelli era ammalata, e stava tornando in treno a Venezia da Taormina. A Bologna le venne consegnato un telegramma in cui il marito la pregava di proseguire immediatamente, in macchina, per Venezia. Cosi fece, ma con l’animo turbato da un tragico presentimento. Tante volte aveva raccomandato a suo figlio di non volare, e Giorgio che aveva una specie di venerazione per la madre, l’aveva sempre pietosamente ingannata: diceva di partire col treno o con l’automobile, andava invece a dormire fuori di casa e poi, al mattino, correva all’aeroporto, saliva su un veloce apparecchio e si allontanava nel cielo. L’ultimo giorno di agosto di dieci anni fa Giorgio Cini salì sul suo aeroplanino nel campo di Cannes, volò via, ma una volta al largo ebbe un improvviso pentimento, volle ancora una volta vedere la sua fidanzata, l’ attrice Merle Oberon che stava ancora salutandolo con un fazzoletto. Tornò indietro con una picchiata. Quel che successe a bordo non s’è mai accertato bene, ma l’apparecchio precipitò, Giorgio Cini morì carbonizzato.
(Nicola Adelfi) 

Amava le belle commedie, i bei vestiti, i bei cappelli; amava l’ammirazione che le folle le tributavano; amava l’arte, perchè amava la vita: come dell’una ha perseguito gli allori dell’altra ha colto le consolazioni più intime di moglie e di madre. Ha patito anche un grande dolore. Né ha mai dimenticato il teatro, e neppure i compagni d’arte tanto che la Casa di Riposo di Bologna l’ebbe generosa oblatrice. Amava i fiori che negli anni lontani le riempivano il camerino ed ha continuato ad amarli anche dopo, nella sua casa veneziana sul Canal Grande e, in questi ultimi tempi, nel suo solatio giardino a Taormina dove si ritirava a chiedere tregua al suo male. Anche ora avrà un grande omaggio di fiori. Ma non ne potrà godere.
(Eligio Possenti)

Le citazioni sono dal Corriere della Sera, La Stampa, La Nazione Italiana. Grazie di nuovo a Luciano Michetti Ricci per il suo contributo.
Lyda Borelli è una delle più quotate (per vedere i suoi film) fra le attrici italiane del periodo muto, speriamo che questa sia l volta buona… siamo al 124° anniversario della sua nascita.