Saluto all’Italia di Louise Brooks


Trailer americano del film The American Venus(1926)titolo italiano: Il trionfo di Venere, film scomparso. Dal canale di MattTheSaiyan su YouTube.

Prima intervista pubblicata in Italia, secondo le mie ricerche al 2 settembre 2011, con Louise Brooks. Vera? Inventata?

Hollywood, settembre 1927. Louise Brooks è stata una delle interpreti del Trionfo di Venere (The American Venus). Ciò fa immaginare quali possano essere la grazia del suo corpo e la dolcezza del suo volto di bambola, dalla perfezione del suo corpo di primavera botticelliana, alla grazia del suo sorriso, tutto è perfezione e armonia.

Ho conosciuto Louise Brooks sulla spiaggia di Santa Monica, in California.

La giovanissima attrice si concedeva un momento di riposo dopo una mattinata di continuo, indefesso lavoro. Ma tempo di riposare io non glie le lasciai.

Si incominciò, naturalmente, con la solita e sciocca domanda:

— Come siete entrata in cinematografo?

— Vi dirò. Fu in seguito ad un concorso di bellezza, immediatamente venni scritturata dalla Paramount, con la quale mi trovo tutt’ora.

Guardo Louise. E’ seducentissima nel breve costume di maglia nera ancora umido, attorno al quale la sabbia gialla ha formato uno strato sottile e aderente.

— Benissimo. E come vi trovate nell’ambiente cinematografico?

— Ottimamente. Oggi s’intende; i primi tempi furono un poco penosi.

— Che ne dite della vostra prima interpretazione?

— Del Trionfo di Venere? Ne sono rimasta soddisfatta, per quanto il mio ruolo non sia stato dei principalissimi. Ho occupato il terzo posto accanto ad Esther Ralston e a Fay Lamphier.

— Ricordo benissimo. Ma ciononostante, il pubblico ha avuto agio di notarvi e di ammirarvi. Posso assicurarvi che vi ha trovata di suo gusto.

— Vi ringrazio e lo ringrazio. Ad ogni modo me ne sono avveduta.

— Imagino. Dalle lettere e dalla richiesta di fotografie, senza dubbio.

Louise ride.

— Avete indovinato. Ne ricevo molte.

— Quante pressapoco, se non sono indiscreto?

— Dalle duecento alle duecentocinquanta per giorno. E che fatica a leggerle! Perchè io rispondo a tutti, sapete? Non voglio che si rimanga scontenti di me…

— Duecentocinquanta lettere? Corbezzoli! Coraggio, piccola Louise. Se oggi il numero è cosa rilevante cosa mai avverrà quando sarete star di prima grandezza?

La piccola diviene seria. Lentamente si alza.

— Credete che potrò divenirlo?

— Non lo credo; ne sono sicuro.

Louise sorride di nuovo. Mi tende la mano, allegra.

— Grazie. A rivederci. Non dimenticherò il vostro augurio. E… salutatemi l’Italia.

Approfitto per presentarvi uno dei link in questo sito: The Louise Brooks Society, in rete dal 1995.

Il primo festival del cinema italiano

Che Italia occupi il primo posto nella classica dei paesi con il maggior numero di festival di cinema non sorprenderà nessuno. Il calendario di mostre, concorsi, rassegne, ecc., e così pieno che le manifestazioni si susseguono a ritmo vertiginoso l’una dopo l’altra.  Grandi città e piccoli paesi aprono annualmente le porte, e la cassa del Comune, alle manifestazioni legate al mitico mondo del cinema, come il patriarca con il figliol prodigo perduto e ritrovato.  Avviso per i soliti permalosi: Vi assicuro che non c’è nessuna ironia nascosta fra le righe nel perduto e ritrovato. L’amore per i festival cinematografici è una tradizione antica,  una tradizione che nasce quasi in contemporanea ai primi sviluppi dell’industria cinematografica italiana. C’era una volta….

Torino, febbraio 1907. La Società Fotografica Subalpina ha l’onore di avere indetto per la prima un Concorso Cinematografico Italiano che, oltre a far conoscere la nostra produzione in questa nuova industria, ha potuto pure far vedere come anche nella Cinematografia possa esservi il senso dell’arte.

Il merito speciale dell’iniziativa di questo Concorso va pur dovuto al solerte membro del Comitato sig. Calcina, che seppe non solo ottenere dalla Casa Lumière il premio di una grande medaglia d’oro, ma anche indurre una delle primarie Case Italiane la Cines di Roma a presentare a questo Concorso le sue riuscitissime ed interessanti Films.

E noi siamo lieti in particolar modo che l’iniziativa di una simile nobile gara sia partita da Torino e siamo certi che essa sarà foriera di altre prossime gare alle quali i concorrenti si troveranno ancor più numerosi.

Ed ora pubblichiamo il risultato di questo Concorso :

Medaglia d’oro — al sig. Ambrosio di Torino per il complesso della sua produzione, ed in specie per la composizione del Romanzo di un derelitto – Scene dal vero, Cavalleria Italiana le quali oltre alla perfezione hanno speciali meriti artistici ed educativi.

Gran Diploma di merito — alla Ditta Cines di Roma che seppe superare le varie difficoltà di composizione in special modo per la composizione Il povero Arlecchino.

Al sig. Leonardo Ruggeri di Napoli venne assegnato un diploma d’incoraggiamento per le sue Caccie Ducali.

Come dicevo, una vecchia tradizione, più di un secolo!

Approfitto per richiamare l’attenzione sul Romanzo di un derelitto – Scene dal vero, Cavalleria Italiana, che molte filmografie attribuiscono a Luigi Maggi, scambiandolo addirittura per una fiction.  Ci tengo molto a sottolinearlo (e a ritrovarlo possibilmente), il genere no-fiction e dintorni: storia, operatori, case di produzione, distribuzione, è una ricerca particolarmente cara a questa che scrive.

Il cinematografo secondo Adolfo Padovan

Dedicato a quelli che s’interessano alle vicende intorno al film Inferno (Milano Film 1911), e a tutti gli affezionati lettori di questo blog, che ancora non hanno visto l’Inferno, di Dante…

IL CINEMATOGRAFO

Deriva dal greco e significa: segnare i movimenti. Tutte le parole celebri derivano dal greco: è sempre la Grecia che battezza le invenzioni, lei che crea le parole lasciando agli altri i fatti.

Il lettore che dubitasse dell’etimologia di questo vocabolo si provi di scombinarlo, avrà tante altre parole; tutte greche autentiche e genuine come il latte, il vino del secolo XX. Ecco: Cinematografo, menacitògrafo, citomenàgrafo, grafocitònema, fotogracìnema, tocimenàgrafo, menagracìtofo, nametocìgrafo…

Quando il cinematografo non aveva ancora aperto gli occhi… al buio, il melodramma, la commedia, la tragedia e perfino le marionette e i burattini, erano il passatempo di tutti. E pareva che ciò dovesse continuar fino alla consumazione dei secoli.

Ma ecco che un giorno una pellicola, vergine come Eva prima del peccato, entrò nella camera oscura di un fotografo, si mise a girare un valzer e poi scappò fuori a ripetere la sua danza sopra uno schermo. E nacque l’arte muta.

Da quel giorno trionfano gli uomini, le donne che non parlano; quelli insomma che gestiscono i quali hanno soppiantato tutti gli oratori: avvocati e conferenzieri, deputati e sermonisti; tutta gente che, oggi, non guadagna la centesima parte di quella che gestisce.

Il gesto dunque — parola delle mani — è diventato una gesta la quale abbisogna di gestazioni per imparare a gestire, ma quando gestisce provoca una tal gestione di banconote che il gesticolante incassa dicendo : — Proprio è vero il proverbio che il silenzio è d’oro!

Oggi infatti diventano milionari i geni del gesto. Non soltanto i divi e le stelle del cinema, ma tutti quelli che gestiscono: il boxeur e la ballerina, il ciclista e il calciatore, il maratoneta e il fantino. Tutta gente che è muta come un pesce, ma il pesce ha una ragione d’esser muto perché non si può parlar con l’acqua in bocca, mentre l’uomo, di proposito, non parla perché guadagna di più col gesto che con la parola.

— Ma, scusi, interrompe il lettore, Tamagno, Caruso non diventarono forse milionari con la voce?

— Già. A questo io non avevo pensato; ma sappia che di quei cantanti non ce ne sono tanti e poi loro cantavano senza parlare il che è tutt’altra cosa, come vede, dunque, lei ha preso una cantonata e non mi interrompa più. Le dirò ancora che siccome l’eccezione conferma la regola, proprio ci voleva questa eccezione per confermare quello che le dico io. D’altronde, anche prima dell’arte muta, la parola, fosse anche stata quella del Papa o del Re, valeva soltanto quando era scritta e cioè ratificata con un gesto.

E sapete perché il film si chiama pellicola? Perché agisce sulla nostra pelle. Infatti ci fa venire la pelle d’oca con un dramma, ci fa ridere a crepapelle con la farsa e ci porta in pellegrinaggio attraverso il mondo con visioni attraenti e pellegrine. Infine se la pellicola non piace e fa fiasco è l’impresario che ci mette la pelle.

Son questi i fasti e i nefasti della pellicola, la quale, in ultima analisi, è una lingua capace di raccontare qualsiasi cosa senza mai aprir bocca. E il buio della sala? E’ uno degli elementi accessori al cinema. Gli occhi vedono, al buio, sullo schermo, mentre le mani, al buio, lavorano per proprio conto e possono alleggerir una tasca del portafoglio senza che la vittima se ne accorga o accarezzare una vicina, che finge di non accorgersi.

E lo schermo? Non è più come un tempo l’arma con cui si schermisce, ma una candida tela, anzi un lenzuolo sul quale si proietta il film. Proprio un lenzuolo, e c’è la sua ragione perché il lenzuolo appartiene al letto e, voi lo sapete, il letto è quel mobile che riceve tutte le confidenze della vita vissuta. Dall’amore carnale che ti regala un figliolo, all’ultimo respiro per cui il lenzuolo diventa funebre.

E il film si proietta sopra uno schermo bianco perché il bianco, sintesi di tutti i colori, può vederne di tutti i colori senza scandalizzarsi, come appunto avviene al cinematografo sullo schermo e nella sala.

— Dunque, interrompe ancora il lettore, lei odia il cinema e l’arte muta? Ma scusi, è forse un oratore lei? Avvocato senza clienti, Cicerone a spasso, predicatore senza pergamo, deputato senza scanno, demagogo senza tribuna, comico senza platea, o Pipelet senza inquilini…

— Basta, basta; non sono oratore ed adoro l’arte muta e tutti i suoi fattori. La macchina da presa, lo schermo che riflette, la pellicola che proietta, il buio dove avviene la proiezione, perchè sono le parafrasi dei gesti più belli della vita umana, quelli che il Casanova chiamava: Vicende amorose.

A questa stregua una cinematografata con Francesca Bertini, Mary Pickford, Diana Karenne o Pola Negri, chi non la farebbe?

E, anche questo, sarebbe un gesto senza parole.

Adolfo Padovan

Adolfo Padovan, nato a Luino (Varese), 11 novembre 1869, deceduto a Milano, 13 luglio 1930. Nel retro-copertina di uno dei suoi libri si legge questa descrizione: “Scrittore acutissimo e robusto. Abbandonò gli studi astronomici, che aveva iniziati da giovane, per dedicarsi alla letteratura e filosofia. Collaboratore, alla casa editoriale Hoepli, di giornali e riviste, fra cui la Domenica del Corriere. Durante la guerra fu direttore del Comitato Milanese di Propaganda della Croce Rossa e ricevete due medaglie di benemerenza”. Sceneggiatore, regista, attore del cinema muto italiano.