Clara Bow sangue ribelle

Clara Bow
Clara Bow, disegno di A. Pomi 1928

«Alcun scenario sarà mai più bello e più drammatico della mia vera esistenza. Alcuna vita vi dirà di più dei costumi di Hollywood ove la dissolutezza più sfacciata e la più ipocrita pudibonderia si cozzano in strano contrasto.»

Fu nel 1908 che Clara Bow ebbe il primo successo: fece udire la sua voce e fu subito portata in trionfo. Era nata…. da dieci minuti! A dir la verità, i due unici spettatori che assistevano al suo debutto sul palcoscenico della vita erano suo padre e sua madre e forse…. peccavano di parzialità. Questo accadeva esattamente il 29 luglio del 1908 a Brooklyn:

Ero una ragazzina di Brooklyn allevata nella strada, fra i monelli, dividendo con essi i giochi e le botte, ma tutta presa da uno strano sogno di gloria e di fortuna… Mio padre, Robert Bow, era garzone di ristorante. Egli non viveva che per mia madre, povero essere malato e nevrastenico. E per questa sua figliola su cui aveva fondate non so quali grandi speranze… A quindici anni non conoscevo che la tristezza di un miserabile tugurio: ma guardavo sempre lontano, in alto, spinta a queste visioni da mio padre che mi adorava. Fu nel 1921. Un grande giornale di New York aprì un concorso di fotogenia. Mio padre, radunando le sue poche economie, mi condusse in uno dei più celebri e cari fotografi di Brooklyn. Poi, attendemmo. E un giorno fui convocata.

Vinse allora il primo premio in un concorso di bellezza, nel premio era incluso un provino per lo schermo, che le procurò subito una parte nel film starring Billie Dove: Beyond the Rainbow, ma disgraziatamente la sua parte fu tagliata:

Quale non fu la mia tristezza quando la pellicola giunse a New York (avevo convocato tutti gli amici, e mio padre tremava d’emozione) e vidi che tutte, capite? Tutte le scene ove io avrei dovuto comparire erano state tagliate! Mia madre, che già lo squilibrio mentale rendeva quasi pazza, m’accolse a legnate, e mi proibì di continuare la mia vita “scandalosa”. Promisi: e pochi giorni dopo, sul suo letto di morte, mi fece giurare che non avrei mai più fatto del cinematografo. Così diventai telefonista in una clinica medica, e tale sarei ancora, forse, se mio padre non fosse riuscito a farmi capire la nullità di un giuramento strappato da una povera creatura pazza e morente. E, allora, ritentati la prova.

Il regista Elmer Cliffon, cercando un tipo caratteristico per il film Down to the Sea in Ships, si ricordò di aver visto il ritratto di Clara Bow sulla copertina di un giornale di mode e di averla trovata molto fotogenica e molto simpatica. Questa volta Clara ebbe la “sua parte”, niente tagli, niente sorprese.

Clara Bow si avviò così verso la fortuna. Una lunga serie di films le procurarono moltissimi successi. Ma la pellicola che le diede fama internazionale fu It di Elinor Glynn. Allora « l’indiavolata dai capelli rossi » cominciò a far parlare di sé il mondo intero. Sulla sua vita privata furono raccontate innumerevoli storie scandalose, ma non per questo ella perdette la sua costante allegria ed il suo smagliante sorriso:

Vissi intensamente il bel sogno divenuto realtà. Quanto guadagnai? Non so: l’oro correva per le mie mani come una fonte inesauribile. Un giorno Donald Keith mi strappò una promessa di matrimonio: io mi accorsi subito dell’errore e mi sposai di corsa con Gilbert Roland. Ma anche di lui mi stancai presto. E fu la volta di Victor Fleming. Il pubblico si divertiva delle mie incongruenze, io… ancora più del pubblico. Ma vennero i giorni neri. Il ricco e giovane Robert Savage, che aveva preso il posto di Fleming, fu trovato una mattina ferito al polso da un colpo di rasoio, una mia fotografia stretta nel pugno insanguinato. Il padre mi minaccia di un processo, sebbene suo figlio fosse completamente guarito: io per consolarmi cerco fra le braccia di Gary Cooper un poco di pace. Ma il big boy di Montana ha un padre austero magistrato ed una madre che non molla mai. Gli si interdisce un matrimonio giudicato disonorevole: e Gary s’inchina al volere paterno. Allora persi la testa. Le mie avventure scandalizzarono le leghe moraliste americane: attorno a me brontolava la bufera, ed io non la sentivo. Fu la mia segretaria, Daisy Devoe, che produsse la scintilla, legata com’era ad una di queste sette moralizzatrici, molte delle quali pagate da altre attrici gelose dei miei successi. E Devoe pubblicò le mie lettere private. Fu il processo. La segretaria indiscreta fu condannata, ma io, povera, abbandonata da tutti, ammalata, delusa, dovetti lasciare Hollywood, la California, rompere i miei contratti, fuggire… Tutti mi avevano abbandonata tranne mio padre ed un uomo. Uno solo: Rex Bell.

Diventata la signora Rex Bell, Clara si trasferisce nel Rancho «Clarita», la fattoria che suo marito possiede nel Nevada:

Clara è sempre a cavallo, e fa lunghe e ardite cavalcate nell’immensa prateria sul dorso dei più indiavolati poneys. Preferisce i calzoni da cowboy alle lussuose toilettes che era abituata a portare a Hollywood, e non c’è più cipria né rouge sul suo bel viso abbronzato dal sole.

Non v’è al mondo donna più generosa di Clara Bow: è per lei una sofferenza il sapere che c’è qualcuno che desidera qualcosa e non può ottenerla con i suoi soli mezzi. Dona generosamente e non vuole essere neanche ringraziata. Ha consumato un patrimonio in regali, elemosine, donazioni ed anche capricci. Perché di capricci Clara ne ha avuti parecchi.

Tra l’altro si dice che essa conservi ancora tutte le lettere di innamorati che le sono giunte da tutte le parti del mondo: si è fatta per questo costruire un grosso baule con una serratura speciale. Non le piacciono le interviste ed odia di farsi vedere in pubblico, e per questo si racconta ch’essa, negli ultimi tempi, andava in giro per Hollywood con una parrucca bionda per non farsi riconoscere. Preferisce perciò passare le serate in casa con pochi amici piuttosto che frequentare i ritrovi mondani di Hollywood. È amantissima di musica; forse, assicura Rex, il farle udire della buona musica è l’unica maniera per farla star quieta in un angolino ad ascoltare senza ridere, e far smorfie o sgambettare. L’opera che più le piace è «Il Trovatore » di Verdi. È appassionata di sports, ciò nonostante è pigra; le piace alzarsi tardi la mattina, far colazione tardissimo e cominciare il suo lavoro verso l’una del pomeriggio, pranzare alle 5, cenare a mezzanotte ed andare a letto alle 3 od alle 4 del mattino. Sembra però che la vita libera del Nevada abbia contribuito a far cambiare le sue abitudini. Ha disegnato ella stessa il progetto per la nuova casa ch’essa e Rex hanno fatto costruire lo scorso anno al posto del piccolissimo bungalow che per Rex era, prima del matrimonio, più che sufficiente. Hanno così una casa modernissima, benché sembri quasi un’ironia averla situata quasi in un deserto e lontana parecchie miglia dalla più vicina stazione ferroviaria. L’area del ranch è di quasi 300.000 acri. È lì che la simpatica Clara ha riacquistato pienamente la sua salute ed ella dichiara essere quello il luogo ch’ella ama più di tutti al mondo, e da dove mai si vorrebbe allontanare. Ciò non le ha però impedito di sentire un giorno la nostalgia della vita febbrile del cinema e di accettare la proposta che la Fox Film, intuendo in essa una meravigliosa figura femminile, dal fascino non ancora tramontato, le ha fatto di interpretare il nuovo film Fox che si sta preparando a Movietone City. Il film si chiama Call Her Savage (Sangue ribelle) ed è una esotica storia d’amore di Tiffany Thayer. Vedremo presto questa nuova Clara Bow, più bella e più fresca di prima, in una interpretazione che le consente di poter mostrare a tutti la sua grande e rinnovata sensibilità artistica. In questo film Fox ella ha infatti occasione di interpretare una parte che si addice perfettamente alla sua personalità artistica.

E vedrete una Clara Bow più sincera, più scintillante, come non l’avete mai vista in nessun film del passato.

Il finale di questa storia lo conoscete, oggi è il suo compleanno, non mi va di raccontarlo. Lei vive eternamente sullo schermo. Lunga vita a Clara Bow!

Nota: se vi piace Clara Bow vi consiglio di seguire @ClaraBowArchive su twitter, e visitare il suo sito: Clara Bow Archive

Produttori americani in Italia

Una scena di Nero (1922)
Una scena di Nero (1922)

Molti anni prima della Hollywood sul Tevere, verso la metà del 1920, sbarca a Roma un certo Mr. Abraham Carlos, con il compito di preparare il terreno per uno sbarco massivo delle troupe di Mr. William Fox, e non solo. Secondo Francesca Bertini nelle diverse versioni della sua autobiografia, questo inviato della Fox gli offri un “favoloso contratto” per andare a lavorare in America. Come sappiamo, o meglio come lei ha sempre raccontato, il contratto, una volta firmato, non fu mai onorato.

Superate alcune difficoltà, Mr. Carlos riuscì a mandare avanti il primo progetto della Fox, una nuova versione della vita e miracoli di Nerone, incendio compreso, messa in scena del canadese J. Gordon Edwards, sceneggiatura di Violet Tracy e Charles Sarver. Il cast era, è se si riesce a ritrovare il film da qualche parte, un misto di attori italiani e francesi:  Jacques Gretillat (Nerone), Paulette Duval (Poppea), Violette Merserau (Marzia), Edy Darclea (Atte), Sandro Salvini (Ottavio), e Guido Trento (Tigellino)…

Se volete leggere altri dettagli su questa lavorazione vi consiglio il volume di Giuliana Muscio: Piccole Italie, grandi schermi (Bulzoni 2004).

Vediamo adesso come vede questo “sbarco” l’italo-americano Antony del Giorno, corrispondente della Rivista Cinematografica di Torino a New York:

Abbiamo avuto qui, al teatro Lyric la première del Nerone edito dalla Fox, film assolutamente meraviglioso, e gli italiani possono bene a ragione vantarsi che i migliori, i più spettacolosi film non ci vengono che dall’Italia.

Ancora qualche film simile al Nerone e a Theodora che passi in visione alle nostre popolazioni e se ne avrà una tale richiesta per l’entusiasmo che avranno suscitato, che oso fare una predizione: assisteremo ad una vera emigrazione delle Compagnie Cinematografiche Americane verso l’Italia in un giorno non lontano, per mettersi in grado di produrre simili eccellenti films, per imitarvi e per imparare.

Ma, pur essendo questo spettacoloso film magnifico e bene eseguito per merito di tutti coloro che vi concorsero, per quella tipica e peculiare esagerazione e povertà di immaginazione americana, quel povero Jacques Gretillat lo si vede portato ad impersonare il tipo di Nerone così da sembrare un vero e proprio burattino, di ben poco somigliante all’infame e vile imperatore.

Noi lo vediamo agire nel Circo Massimo, come un grande ragazzone americano che assista ad una partita di base-ball, gridando a squarciagola ogni qual volta un giocatore abbia fatto un buon colpo; e il diapason dell’ilarità sale ancora quand’egli attenta a suicidarsi con la daga; ma tali anacronismi non sono percepiti dal pubblico, ed ognuno dice che lo spettacolo è grandioso, e unico, e meraviglioso.

Scene quali: la illuminazione e i fuochi in onore di Orazio dopo la conquista trionfale della Spagna, l’incendio di Roma e l’interno del Circo Massimo sono al di sopra di ogni descrizione anche per la colorazione; buone inoltre le evoluzioni della cavalleria romana; Alessandro Salvini è un ottimo Orazio, ma, come il resto degli attori, è un po’ sacrificato dalla meschinità dell’argomento, scritto da un ben mediocre autore.

Secondo me, quando si vogliono tracciare e comporre simili grandi capolavori, è necessario attenersi quanto più possibile alla storia, e, quando si deve ricorrere all’immaginazione, è necessario avere persone che sappiano ciò che è scritto e come debbano agire, per non fare come si è  fatto nel Nerone.

La Cabiria di D’Annunzio dovrebbe insegnare, essendo questa quanto di meglio sin’ora sia stato fatto.

Fox annuncia che dagli Stati Uniti sono stati importati in Italia cinquantamila piedi di pellicola pancromatica, appositamente preparata per ottenere dalla fotografia del cielo italiano e dagli effetti di ombre, di nubi, ancor più artistici effetti. Io non amo dare giudizi errati, ma già ebbi occasione di notificare che questa produzione americana s’è rivelata inferiore a quella europea, sia nell’eccedere nelle colorazioni, sia nel difettarne; in conclusione ciò ch’io posso dire è questo: che non si hanno mai proiezioni chiare, e per di più, troppo spesso sono macchiate. Io ho veduto cose molto migliori e ho constatato una maggiore abilità, in quanto a fotografia, nei films europei.

Queste sono idee e opinioni mie personali; il resto potrete desumerlo dei giornali, che sono gli unici che reggono e regolano l’opinione pubblica in questo Paese.

Tenete bene gli occhi aperti e seguite lo sviluppo di questo Paese, perchè ci vorrà ancora del tempo prima che l’Italia possa, con la sua fama, conquistare il primato in questo mercato.

Charlotte Wiehe du mimodrame au cinéma

Charlotte Wiehe dans La Main (1901)
Charlotte Wiehe dans La Main (1901)

Paris 1901. Les artistes étrangers, qui désirent nous mettre a même de juger de leur talent et de confirmer leur réputation, sont bien en peine quand ils viennent a Paris. Quelque originales que soient leurs qualités, quelque éminente leur personnalité ils ne peuvent guère compter que sur un succès de curiosité, aussi vif d’ailleurs que vite éteint: on se lasse, quand on ne comprend pas. Comment donc Madame Charlotte Wiehe, une Danoise, a-t-elle pu nous consacrer plusieurs mois de suite et obtenir un succès aussi complet à la fin qu’il fut vif et spontané au début?

Madame Charlotte Wiehe chante; c’est même la première chanteuse d’opérette de tous les pays scandinaves, et sa voix de soprano fait, dit-on, merveille à la cour (où elle est choyée) et a la ville. Mais quelle apparence de venir chanter en danois, à Paris, nos propres succès du répertoire, qu’elle s’est presque uniquement assimilés?

Madame Charlotte Wiehe est une comédienne de premier ordre, nous dit-on également, et elle joue la comédie sérieuse comme l’opéra-bouffe. Mais, de nous amener avec elle une troupe danoise et de tenter ainsi nos suffrages, il n’y fallait pas songer.

Madame Charlotte Wiehe n’est pas moins remarquable comme danseuse. Au moins commença-t-elle ainsi sa brillante carrière, par des triomphes en qualité de première ballerine de l’Opéra de Copenhague. Mais quoi? Pouvait-elle se montrer ainsi a nous, avec sa réputation de chanteuse et d’actrice?

Madame Charlotte Wiehe a eu une idée bien plus heureuse, nouvelle et charmante que tout cela : c’est de n’ouvrir pas la bouche. Il restait encore un genre a mettre en lumière, et celui-là ne connait pas les nationalités: c’est le mimodrame. Justement, son mari, un Hongrois, M. Henri Bérény, qui est compositeur et violoniste (élève de Listzt et de Léonard et se taille lui-même ses poèmes, venait, après quelques opéras. d’imaginer un petit mimodrame qui avait été couvert d’applaudissements pendant des centaines de soirées, à Berlin comme en Danemark: Premier Carnaval. Elle lui en demanda un nouveau, en prévision de Paris. et il lui fit la Main. Ce fut là une des rares choses nouvelles et originales de la rue de Paris a l’Exposition universelle.

Depuis plusieurs mois, elle s’est réfugiée dans la coquette mais minuscule salle des Capucines, où tout Paris va l’applaudir. C’est là que nous la croquons pour nos lecteurs, d’après sa triple incarnation de Main, de l’Homme aux poupées et de Premier Carnaval. Ce n’est malheureusement qu’un côté de son talent, mais il n’est pas très malaisé, pour les connaisseurs, de démêler ce qu’il doit être dans l’opérette ou la comédie.

La “petite Lotte” comme on s’est habitué a dire en Danemark — car c’est depuis l’âge de cinq ans qu’elle vécut pour ainsi dire au Théâtre Royal de Copenhague. où son père dirigeait l’orchestre, et c’est a dix-sept ans. après des études complètes à la célèbre école de ballet, qu’elle devint première ballerine — la “petite Lotte” passait couramment pour la Reichenberg danoise. Cela, nous dirons qu’il nous est impossible d’en juger. Fut-elle la délicieuse ingénue qu’évoque ce nom qui restera typique; en eut-elle surtout la sobriété et le style délicat? nous voulons bien le croire. Mais à coup sûr ce n’est pas à une Reichenberg qu’elle nous fait penser ici. A une Réjane plutôt, dont elle a le brio , à une Céline Chaumont dont ella a le raffinement d’expressions mimiques, à une Félicia Mallet, dont elle a la souplesse et la décision; à une Judic peut-être, bien que nous ne connaissions pas sa voix exquise. En somme, il y a un peu de toutes ces artistes, par éclairs; il y a surtout un composé absolument original et charmeur.

C’est une grande et svelte jeune femme, nimbée d’un rayonnement de cheveux blonds, si blonds!…, pied souple, jambe nerveuse, taille fine, gestes précis et harmonieux, grâce exquise des attitudes, visage étonnement mobile et expressif, regard pétillant de malice et au besoin presque tragique. Et c’est , de toutes ses facultés, de tous ses sens, de tous ses mouvements, comme un jaillissement, comme un bondissement perpétuel d’énergie et de verve, de joie intense et de vie fébrile. C’est l’enivrement du mouvement, et si papillotante, si excessive parfois que semble cette dépense de toutes les forces intellectuelles et physiques, on est forcé de convenir qu’elle est naturelle, car elle est toujours juste et sûre. La prestesse de l’action est inouïe, et jamais une gaucherie, un de ces accrocs si fréquents dans la vie factice des planches, ne surgit pour rappeler que c’est è un spectacle que nous assistons et non à la vie même.

(…)

La Main, qu’Ibsen qualifia de «psychologie en action», nous représente un intérieur de danseuse au moment de sa rentrée du théâtre. Un cambrioleur y a pénétré avant elle; il est caché, tandis qu’elle se dévêt et esquisse encore divers pas d’un ballet en répétition. Soudain une main, qui sort de la portière où se cache le misérable, lui apparaît dans la glace devant laquelle elle danse.

Cri d’effroi tout juste étouffé, terreur croissante, car la porte est fermé à clef et la clef est accrochée près de la portière. Enfin, la danseuse retrouve le courage de danser pour cacher son jeu et arrache la clef tout en tournant, puis elle la jette dans la rue où elle a entendue les pas d’un ami. Serait-il trop tard? Le cambrioleur a bondi, il va tuer… Elle s’évanouit. Non, il ne tuera pas; elle est trop belle.

Et tout à l’heure, quand l’ami sera monté, quand il dirigera con revolver sur l’assassin, la danseuse arrêtera son bras et laissera filer l’homme.

Il mimodramma La Main, poema e musica di Henry Bérény, prima al Théâtre Christiana di Stokholm (1899), fu portato al cinema nel 1908, interpreti Charlotte Wiehe, Max Dearly, Coquet, si tratta di una delle prime produzioni Film d’Art (Série d’art Pathé Frères – Societé Cinématographique des auteurs et gens de lettres).