La cinematografia deve alla fabbrica e non ad altro la sua rapida, meravigliosa e multiforme diffusione nel mondo.
Quando Pathé e Gaumont, tolto dalle mani degl’inventori il minuscolo oggetto rutilante, questo destinato a forme autonome di arte rappresentativa muta, con superiorità di intuito pratico raggrupparono in un sol organo manifatturiero l’opera del fotografo, dello scenografo e dell’attore, si compieva dunque il più grande fatto che registri la storia cinematografica.
Che cosa sarebbe mai stata invece la cinematografia se altrimenti di così altri uomini avessero operato?
Io non sono temerario affermando che se altrimenti fosse stato fatto a quest’ora la macchina di Marey non avrebbe raggiunto lo sviluppo portentoso avuto. Essa o costituirebbe il passatempo di qualche clinico brontolone o sarebbe alla dipendenza del teatro, se pure non sarebbe relegata, informe abbozzo incipiente, tra gli stracci e gli oggetti fuori uso.
Fusi mirabilmente gli elementi che la costituiscono, la cinematografia potette dunque non solo vivere e prosperare, ma resistere vittoriosamente all’imperversare di crisi economiche gravi fino ad oggi che uno di quegli elementi che la compongono, nuovo pericolo e più serio di cento crisi, tenta di soprevalere a dominare sugli altri.
Perché a che cosa si riduce in fondo il fenomeno dei lunghi films se non ad una maggiore valutazione che si crede doversi assegnare all’opera dell’attore! E che cosa dimostrano se non questo i casi di Asta Nielsen e di Madamigella Polaire che, nuove argonaute dell’arte mimica, elevandosi e con sé elevando l’opera dell’attore ad elemento superiore tra quelli che il cinematografo compongono, si sostituiscono alla fabbrica nella produzione di cinematografie?
Per fortuna oggi son due sole le audaci che hanno innalzato lo stendardo della ribellione, ma chi ci dice che questi casi sporadici non saranno seguiti subito da cento altri ancora e chi assicura che anche elementi artistici estranei al cinematografo non correranno sulle orme dei primi, allettati dai pingui emolumenti artificiosi?
Se ciò sarà, la fabbrica andrà in rovina e con essa decadrà anche la cinematografia.
È da supporsi infatti come assai probabile che l’attore e in speciale modo le attrici vorranno avere ben presto propri operatori: che farà dunque una fabbrica alla quale siano state tolte le cinematografie artificiali, e che sarà mai della cinematografia quando non fini generali e non tanto la ragione economica, ma fini unilaterali muoveranno attori ed attrici divenuti imprenditori?
Chiaro è dunque che noi siamo alla vigilia di una grande rivoluzione di mercato, che sovvertirà completamente le basi attuali della cinematografia.
Chi non vede ciò è cieco, e cieco e pazzo è colui che messo sull’avviso non provvede ai casi suoi di fronte al ciclone che si avanza.
Mezzo c’è di mettere argine al disastro vicino: ma tanto non vale accennarlo quando la gente della cinematografia, simile al vecchio andaluso delle rive del Guadalchivir di cui parla la leggenda catalana, preferisce sonnecchiare accosciata, sognando un miglioramento automatico della cinematografia che non mai verrà.
Francesca Bertini in “Ultimo sogno”, prima visione a Roma settembre 1921
“A Napoli, il giorno 8 Agosto, sulla verdeggiante collina del Vomero, si è celebrato il matrimonio civile di Francesca Bertini, la Diva dell’Arte muta, col gentiluomo svizzero Paul Cartier, il quale l’ha così sottratta per sempre all’ammirazione degli appassionati del cinematografo.”
La crisi. Rinnovamento e purificazione. Arte, non più commercio
Ritornando, dopo il breve periodo di vacanze alle nostre gradite fatiche quindicinali, ai nostri cortesi lettori, ci troviamo di fronte una novità, che non è… nuova, perché troppo attesa ed inevitabile, ma che non è perciò meno dolorosa: la crisi. Quella crisi medesima che imperversa violentemente sopra tutte le industrie del nostro paese, ha trovato fecondo terreno in questa disgraziatissima industria del cinema. La piccola arte del popolo già, purtroppo, minacciata nella sua stessa esistenza, dalla ingordigia insaziabile di indegni speculatori, dalla vanitosa arroganza di pseudo divinità innalzata ad un tanto al rigo, si dibatte oggi nella ferrea morsa di una crisi che difficilmente potrà essere risolta senza un radicale ed audace rinnovamento.
Abbattere l’attuale edificio pericolante costruito dalle basse speculazioni bancarie e commerciali, dalla corruzione, dalla ignoranza, dalle ambizioni scatenate e mai abbastanza soddisfatte. Un po’ d’aria fresca, sana, che allarghi i polmoni e lo spirito. Un po’ d’arte vera frammezzo al commercio e alla speculazione. Questo vorremmo veder sorgere domani. E in questo la crisi potrebbe riuscire proficua.
Il cinematografo, che è arte squisitamente popolare, dovrebbe poter rivolgersi al popolo con dignità, con serietà e decoro di vera arte. Tanto più che la crisi non è affatto di pubblico. Malgrado i prezzi che non accennano alla più lieve diminuzione, malgrado la stagione, i cinema sono frequentatissimi, qui come ovunque. Ciò dovrebbe seriamente invogliare i produttori ad un lavoro migliore e più coscienzioso, affinché anche il cinema non sia abbandonato dal suo pubblico alla cattiva sorte, voluta, del resto, da chi ne è responsabile. (La Cine-Fono)
La Crisi degli Svergognati
Vogliamo spiegare ai nostri amici lettori cos’è questa famosa crisi del cinematografo di cui sono pieni molti giornali politici e quelle pubblicazioni tecniche ancora in vita.
Cominciamo innanzi tutto con l’affermare che la crisi cinematografica d’oggi, in cui si dibatte la povera gente e non i pescecani del cinematografo, è per il novanta per cento fatta d’artificio.
La cinematografia è anzi l’unico prodotto che trova ancora sul suo mercato i suoi vecchi compratori ai vecchi prezzi. In qualunque cinematografo si vada si trova sempre lo stesso pubblico: un po’ diminuito dalla canicola come in tutte le estati, ma pagante sempre le sue brave cinque lire per una poltrona, mentre i teatri sono costretti a regalare i palchi per guadagnare almeno qualche cosarella con gl’ingressi.
Il disagio d’oggi (che non colpisce i pescecani ma i lavoratori) è prodotto dalla crisi finanziaria della cinematografia, non dalla crisi industriale che non c’è.
Differenza fra crisi finanziaria e crisi industriale
Ci spieghiamo alla buona e con esempi pratici: se no i galantuomini non capiranno.
Dopo la guerra e l’anno e mezzo del dopo guerra le Banche si sono trovate piene di danaro. La paura di perderlo se andava al potere un Governo di galantuomini intelligenti, e la preoccupazione di far fruttare il capitale che quando è fermo si consuma, decisero le Banche ad entrare nell’industria.
Fra le industrie italiane più redditizie la cinematografia occupava il primo posto. Le Banche videro nello schermo il luogo ove celare buona parte d’extra-profitti è così nacque l’Unione Cinematografica Italiana.
La rovina della cinematografia cominciò allora: nel giorno in cui invece d’industria si volle fare della speculazione bancaria.
Veniamo all’esempio pratico.
Si cominciò col valutare a prezzi eccessivi le aziende che si cedevano, perché i proprietari delle varie marche vollero fare anzitutto il loro affare. E così Tiber, Itala, Caesar, Cines ecc. furono vendute per un prezzo enormemente sproporzionato al valore che avevano, ed i trenta milioni di capitale sociale della neonata Unione Cinematografica Italiana andarono in breve a rannicchiarsi in tasche molto private.
Ora è naturale che siccome ogni capitale deve sfruttare il suo interesse, quei trenta milioni iniziali dovevano dare un premio, non esagerato un anno fa, almeno del dieci per cento: tre milioni. E lì cominciò il disastro, perché i tre e più milioni che furono effettivamente dati, rappresentano un artificio contabile per la semplice ragione che i trenta milioni non c’erano più.
Esempio pratico per i galantuomini. (i ladri possono saltare il periodo perché essi sanno tutto meglio di noi). Io ho un’azienda che vale centomila lire e le vale perché mi rende quindici o ventimila l’anno: il venti per cento cioè. Trovo un amico che ha pescato un balordo danaroso da spiumare, e mi propone di vendergli la mia azienda. Io gliela vendo per un milione e mezzo: l’amico ci fa su un’altro mezzo milioncino: totale due milioni. Il balordo è servito a dovere e mette fuori altri due milioni per mandare avanti l’azienda.
Ma che cosa capiterà alla fine dell’anno ? Capiterà che gli utili saranno di sole ventimila lire, (se pure) perché la mia azienda non è cresciuta di valore solamente perché ho trovato un’imbecille che me l’ha pagata venti volte più dell’onesto. lo intanto ho garantito il venti per cento, che su due milioni significa quattrocentomila lire.
Come debbo fare ? E’ semplicissimo: stacco le quattrocentomila lire dal capitale e le dò al balordo (magna che del tuo magni). E si tira avanti, ed aumento la produzione e creo sempre nuovi bisogni di versamenti per mascherare il trucco iniziale. Naturalmente produco molto, produco male, produco più di quanto il mercato ha bisogno, la concorrenza estera mi batte in breccia, i mercati si chiudono e il balordo comincia ad accorgersi che è stato truffato.
Che debbo fare ? Debbo andare in galera ? Nemmeno per sogno: la galera è fatta per i piccoli mariuoli e per i galantuomini ignoranti. Trovo una via d’uscita nella crisi, nella concorrenza estera, nel personale che lavora male e svogliatamente. E dico al balordo: Bisogna chiudere. C’è la crisi. Siamo fregati.
Invece non c’è che un solo fregato: il balordo, e in secondo momento il personale che rimane a spasso. Ma chi se ne buggera del personale ? lo ho i miei villini, i palazzi in testa alla moglie, le masserie in testa al genero, le tenute in testa ai figli, i libretti di conto corrente in testa ai nipoti, le cartelle ed i buoni in testa ai cognati.
E per farmi uscire da questa splendida posizione non c’è nessuno che basti… A meno che il personale, rovinato dalla mia allegra speculazione, non s’armi d’una mazza e non venga a rompere, con la mia, tutte le altre teste su cui ho messi al sicuro i quattrini rubati.
Ecco la crisi finanziaria, le sue cause, e la sua probabile soluzione
La crisi industriale — quella cioè che non c’è — Ha tutto un altro aspetto. L’azienda non è stata venduta, o se lo è stata, non l’ha comprata un balordo e non è stata pagata più di quanto vale. Non c’è capitale inutile e fittizio che pretenda un dividendo non effettivo. Ma è successo che i cavalli che tirano i carri sono morti, che la grandine ha rovinato i nostri raccolti, che i nostri piroscafi sono affondati, che le nostre miniere sono crollate: e la crisi è industriale e nasce da ragioni industriali. In questo caso nessuna legnata riesce a risolvere niente.
Quale aspetto ha la crisi oggi ?
L’aspetto trucchistico e borsistico: non altro.
Difatti i mercati esteri sono chiusi e i nazionali congestionati: ma perché ? Perché abbiamo prodotto troppo e male. E perché abbiamo prodotto troppo e male ? Non certo per colpa del personale artistico che ha eseguiti i soggetti che gli sono stati imposti, con gli elementi (in gran parte femminili) cari alla libidinosa incapacità degli industriali, con i suoi sistemi amministrativi idioti che fanno durare un film sei mesi invece di due.
C’è il caso di Theodora. Il comm. Ambrosio l’ha svalutata prima di farla dando dell’incapace a Carlucci, che è un uomo di talento, per gelosia e invidia. Sia lui che l’U.C.I. hanno messo mille bastoni fra le ruote all’onesto e coscienzioso lavoratore: ed oggi che Theodora è l’unica carta buona nelle loro mani, continuano a svalutare ed amareggiare l’unico uomo che è riuscito a farla.
C’è il caso del direttore che impiega sei mesi a fare il film. Se parlate col direttore questi vi risponde: il giorno tale ho chiesto cento comparse e me ne hanno mandate venti, non ho potuto girare. La prima attrice viene in teatro un giorno sì e due no, e mai prima di mezzogiorno. Non posso dirle niente perché è l’amante dell’industriale.
C’è il caso dell’autore. L’ industriale si lagna sempre della mancanza dei buoni soggetti: ma non c’è caso che un uomo di talento possa presentare un buon soggetto senza sentirsi fare delle ridicole osservazioni da un ex venditore di carne-cotta assunto alla proprietà d’una casa cinematografica, che pretende di « giudicare » un copione mentre non sa scrivere una lettera commerciale senza errori …
Chi scrive ha fatti vari soggetti: ma può assicurare i lettori che è riuscito a vendere solo le cose più insulse e cretine dettate dalla sua penna: i migliori lavori dormono; non li ha voluti nessuno.
E magari si riuscisse a rendere una porcheria qualsiasi senza ritocchi ! Ma no ! C’è sempre l’antico bagarino divenuto cinematografaro che « suggerisce » i cambiamenti. La parte della donna dev’esser più sviluppata (la donna è la sua amante). Quella dell’uomo dev’essere più ristretta: il pubblico non vuole uomini (è invece per non dar ombra all’attrice). Poi ha un cane lupo, molto bello, molto affezionato: bisogna fargli una particina. Poi c’è una particina da fare per una cachet… con la quale, sì, dio mio, l’industriale è andato a letto. Ancora: c’è un ambiente montato e bisogna sfruttarlo, ecc. ecc.
Se la pigliano col personale artistico: Ma noi vediamo a spasso Maria Jacobini, Francesca Bertini fuori dell’arte, Carmine Gallone, Soava Gallone, Linda Pini, Mario Parpagnoli, Leopoldo Carlucci, Baldassarre Negroni e tantissimi altri, angariati, spremuti, minacciati, la Photodrama chiusa, la Palatino chiusa, la Pasquali chiusa, l’Itala semichiusa, la Tiber strachiusa: e in compenso vediamo delle autentiche nullità come la signorina Roasio, che oltre alla dentatura equina e all’amichevole interessamento del comm. Ambrosio non ha nessun altro titolo cinematografico, ma noi vediamo altre tre o quattro signorine della stessa levatura artistica della ex massaia piemontese, lavorare tranquillamente in film mediocri e invendibili, in case-rifugio che sono degli harem, percependo degli stipendi sproporzionati, mentre una folla di autentici valori, di lavoratori onesti e capaci, è costretta a bivaccare sulle verdi vette del Monte di Pietà, in attesa che lor signori abbiano finito di stupefare e terrorizzare le balorde banche con lo spauracchio della crisi, e le abbiano portate alla conclusione d’un vantaggioso concordato che salvi il furto vecchio e permetta la regia nuova che si sta tramando.
Le paghe fantastiche al personale
Questo è uno de gli argomenti più adoperati dagli industriali nella loro azione difensiva verso i banchieri. Essi dicono: La Bertini prendeva due milioni, la Gallone prende tanto, la Menichelli tanto, Genina vuole un subisso di danaro, i cachets pretendono trentacinque lire al giorno.
E’ vero. Gli attori si son fatti pagar molto: mettiamo anche moltissimo. Ma mai troppo, perché qualunque somma hanno percepita non è stata mai sproporzionata a quella che il film avrebbe potuto e dovuto rendere.
La signorina Bertini costava carissimo, ma i film Bertini si vendevano carissimo, e di Francesca Bertini ce n’è una sola. E’ colpa della Bertini forse se dalla Caesar film sono usciti I sette peccati “mortali” e Maddalena Ferat ? Le hanno imposto di fare quei films; essa ha ubbidito ed è passata per la cassa. Genina vuol essere ben pagato ? Ma ne ha il sacrosanto diritto, e con lui la signora Menichelli, la signora Gallone, e tanti altri: perché sono essi che fanno i bei films; sono essi i creatori di quelle visioni che il pubblico paga cinque lire all’ora ! Sono elementi artistici che hanno un valore personale e insostituibile; valore a cui si può imporre il prezzo che si vuole, su cui non si mette calmiere se non creando la concorrenza — non la fame. Caruso ha guadagnato quel che ha voluto: aveva la sua voce. La Bertini ha voluto quel che le pareva: aveva la sua arte, la sua faccia. Le altre e gli altri vogliono quello che vogliono: hanno i loro meriti. Ma che si debba vedere un direttore dell’Unione pagato con più di ventimila lire al mese quando un qualunque dottore in scienze commerciali si riterrebbe felicissimo di sostituirlo per duemila lire, ma che si debbano vedere dei ragionieri percepire cinquemila lire al mese, questo è folle ed immorale.
Maria Jacobini è insostituibile, e non c’è che fare con lei o senza di lei. Ma il commendatore Ambrosio è sostituibilissimo: ci offriamo noi, non ancora attaccati dall’acido urico, per la quarta parte di quanto egli guadagna. I ragionieri e gli avvocati ed i fratelli ed i cugini pagati a sessantamila lire l’anno sono sostituibilissimi da diecimila professionisti che non chiederebbero che un terzo di quegli stipendi !… (Kines)
A duras penas he conseguido que el adorable autor de mis días salga de su centro, se acicale y se decida a acompañarme para la interviú que, en representación de El Cine, había de celebrar con el genial artista Mx Linder.
— ¡ Arre, jamelgo ! — musito mirando el reloj y viendo que faltan tres minutos para las doce.
Y el jamelgo, como si oyese aquel musiteo, trota y trota, y el vehículo corre por las empedradas calles con una trepidación que crispa.
¡ Vaya una ocurrencia — la de Max Linder — de señalar para una conferencia la hora clásica y sacramental de la agonía de los pucheros !
Por fin llegamos con puntualidad española: cinco minutos después de la hora señalada.
Por esta vez no ha lugar el tradicional cuarto de hora de cortesía.
Lluvia de curiosos
Entramos en el lujoso salón de lectura del hotel Colón, a través de un compacto grupo de curiosos, en el cual ¡ horror ! se ven afilados lápices y mal ocultas máquinas fotográficas.
¡ Max Linder asediado en su propia casa por el más temible de los ejércitos ! ¡ Pobre Max Linder ! Le compadezco de corazón unos instantes, pero esa compasión no se traduce en arrepentimiento para mí. ¡ Cualquiera renuncia a una causerie con el popularísimo Max !
Allá en el fondo del salón se hallan el director de El Cine, señor Argilés, el corresponsal fotógrafo de Mundo Gráfico, señor Ballel, dos caballeros gruesos y arrebatados de color, una señora muy distinguida y bella que fisgonea con la mirada y dos señores más a quienes por lo visto se les da tres higas de esta lluvia de gente que ha convertido a Max en un San Sebastián mártir.
Una espera
Max Linder se halla un tanto delicado de salud; se levanta muy tarde y hay que esperar unos minutos a que termine su toilette.
La espera no es larga, pero es aprovechada para observar el ejército de mirones que moscardonean junto a los grandes ventanales del salón.
Max Linder
Aparece por fin en el salón, descubierto, vestido con suprema elegancia. Es un tipo de perfecto parisién, de maneras distinguidas, que se desenvuelve con gran naturalidad, realmente guapo, de color moreno sonrosado, con toda la frescura de una juventud bien conservada, sin huella de vicios de ningún género, simpático serio, no pagado de la curiosidad de que es objeto.
Después del examen rápido de su persona, abrigo la confianza de que la interviú ha de ser cordialísima. No me equivoco. El saludo es afectuoso; me entero de su salud y comprendo que no exagera. Salió de Paris después de unos días de cama, a causa de una ligera dolencia en la garganta, dolencia que se reprodujo al llegar a Barcelona. Por fortuna está ya mejor t casi del todo restablecido.
Comienza la interviú
— ¿ Me permite usted comenzar un pequeño interrogatorio, M. Linder ? — le digo.
— Con muchísimo gusto, señorita. Lo único que siento ahora es no poder contestarle en español. Realmente yo tenía la obligación de conocerlo algo.
Y hacemos un paréntesis de mutuas disculpas. El, porque no habla el idioma de Cervantes; yo, porque temo acuchillar el de Racine y Molière.
— ¿ Cómo se portan con usted mis compatriotas ?
— ¡ Oh, muy bien ! Yo había estado antes en España, de incógnito. Puedo decirle que lo españoles son francotes, muy expansivos, muy nobles, que ponen su alma entera en la mano cuando la ofrecen.
Yo no quiero perjudicar a Max Linder trayendo a las cuartillas las comparaciones que ha hecho del carácter español con de otros pueblos.
Tan espontáneas son sus manifestaciones que me veo obligada a darle las gracias como española.
— Usted es popularísimo en Barcelona; el anuncio de sus películas es coreado en todos los cines con exclamaciones de satisfacción. Si anunciase usted hora determinada para su salida, pronto vería tras sí una cola de algunos miles de personas.
— No me gusta exhibirme, señorita. Además, el Gobernador civil, señor Portela, me expresó su deseo de que yo evitase en lo posible las ocasiones que dieran lugar a que se aglomerase el público.
Pienso para mi capote que el señor Portela no se ha acreditado de muy fino con Max Linder, pero no exteriorizo mi pensamiento.
— Seguramente su viaje a España tiene alguna finalidad artística que nosotros no podemos penetrar. ¿ Puede decirme algo a este propósito ?
— ¡ Oh, señorita ! Mi viaje no tiene finalidad artística. Quiero rendir tributo de gratitud y conocer de cerca los públicos a quienes distrae mi modesta labor. Y yo estoy muy obligado a los de Barcelona y Madrid.
— Pero algo hay que a usted le ha obligado a comenzar su tournée por España.
— Yo no sé explicarme porqué, pero siento un cariño muy grande hacia esta nación, hermana nuestra en todo lo bueno. De aquí marchare a Madrid, regresaré luego a París, y de allí haré otro viaje a Berlín y a Viena. No es verdad que quiera marcharme a América, como dicen por ahí.
— Sin embargo, ¿ no aprovechará usted la ocasión de este viaje para inspirar algunas creaciones nuevas en las costumbres españolas ?
— Sí, señorita. Quiero conocer el carácter español, y seguramente haré algo inspirado en esas costumbres. Yo quería componer en Barcelona cinco películas, pero dudo mucho que pueda conseguirlo por ahora. Por de pronto ya he pensado seriamente hacer una.
— ¿ Puede decirme el título de esa película ?
— Sí, señorita: Max, torero por amor.
— ¡ Ah ! ¿ Entonces le gustan a usted las corridas de toros ? ¿ Las ha visto alguna vez ?
— Me gustan muchísimo. Las he visto en Francia, y sobre todo en San Sebastián, a donde he ido de incógnito.
Y aquí ya no es posible describir los acentos de entusiasmo con que Max Linder se expresó.
Amicis no tuvo en su España frases tan bellas como las que ha tenido Max Linder a propósito de las corridas de toros.
— No se ofenda por la pregunta, M. Linder. ¿ Usted cree que la España que ahora visitará es la que describieron Dumas y Gauthier ?
Max Linder enrojece un poquillo y se sonríe enseñando la hermosa batería de pequeños y marfilinos dientes.
Medita unos momentos, y por fin contesta.
— Carmen me gusta mucho; pero me gusta más la España como es: un país muy civilizado.
Agradezco la fineza de Max tanto como admiro la dirección y talento de su respuesta, pues yo, lo confieso, le preparaba esa pregunta como una emboscada.
Max artista
— Diga, Max: ¿ tiene usted costumbre de estudiar las expresiones de su semblante ?
— Nunca, señorita.
— Pero indiscutiblemente escribirá usted los argumentos de sus creaciones.
— Tampoco, señorita. No tendría tiempo para ello, pues semanalmente debo hacer para la casa Pathé Frères tres o cuatro películas, algunas de las cuales tienen treinta y hasta cuarenta cuadros.
— Entonces, ¿ cómo se las arregla ?
— Muy sencillamente. Yo concibo el asunto, lo estudio con detenimiento, y como yo dirijo a mis compañeros, que me secundan admirablemente, basta una exposición, y el asunto se desarrolla a medida que lo ejecutamos.
— Entonces usted crea y desarrolla a capricho.
— Así es en efecto.
— Aquí somos muchos los que admiramos que siempre haga usted papeles cómicos en situaciones amorosas y casi siempre de señorito.
— Es que en las situaciones amorosas hay siempre un lado cómico de recursos inagotables.
— ¿ Para ridiculizarlos ?
— No, para estudiarlos.
— Forzosamente a usted le gusta sobre todo el trabajo cómico.
— No, señorita. Yo soy un apasionado del género serio, me gusta con exceso todo lo sentimental, pero no me dejan consagrarme a él. Dos veces lo ha intentado y las dos veces han llovido sobre la casa Pathé demandas en sentido de que no abandone el género cómico.
— ¿ Las demandas han sido de España ?
— No, de casas extranjeras.
— Si no es indiscreta la pregunta, ¿ puede decirme qué género cinematografico le gusta más ?
— El serio. Me atrae el género dramático, en el que encuentro mayor mérito por lo que respecta al trabajo personal de los artistas.
Max Linder íntimo
— ¿ Tiene usted autores trágicos o cómicos de su predilección ? ¿ Le gusta más Sardou que el vaudeville de Montmartre y de la puerta de San Martín ?
Max reflexiona unos momentos; otra vez sube a sus mejillas el oleaje de carmín que revela una vergüenza hondamente sentida, y me contesta.
— Señorita, se ha hablado mucho de mí, presentándome como un hombre entregado a todos los vicios. Pues bién, señorita; ya le he dicho que me gusta lo serio y sentimental. Ahora debo añadir que yo nunca he visitado ni visitaré aquellos teatros adonde concurre la gente del hampa. Precisamente mi carácter es el contraste de mis papeles.
Se detiene unos segundos y, animándose su mirada, sin que yo se lo pregunte, me dice:
— Soy soltero, señorita; me atribuyen historias de amor y de conquistas que no son ciertas. Todo lo que se cuenta de una aventura amorosa mía con una artista española, es falso en el modo más absoluto. Generalmente no salgo de noche, y en cuanto termino mi trabajo, me acuesto, no sin entregarme a la lectura de mis autores favoritos.
— Yo creía que Mlle. Napierkowska era esposa de usted.
— No, señorita; es la esposa de un gran amigo mío al que amo mucho.
Las mujeres y Max Linder
— ¿ Qué le han parecido las mujeres de Barcelona ?
Al hacerle la pregunta no he querido significarle qué inmenso partido tiene el popular artista entre el elemento femenino, y, por otra parte, ya tenía descontado lo cortés de la respuesta.
— ¿ Las mujeres ? — contesta — muy hermosas, muy elegantes.
— Sí, sí, pero … ¿ cuál es el tipo que a usted le gusta más ?
— A mí, las rubias; si tienen lo ojos azules más todavía. El tipo de belleza femenina que más me agrada es el que se aproxima al de la mujer inglesa.
— ¿ Delgada, eh ?
— Oh, no; delgadas o gruesas, siempre que sean esbeltas.
— ¿ Le ha intervievado alguna vez una mujer ?
— No, señorita; esta es la primera vez en mi vida.
Final de la interviú
— ¿ Qué le ha parecido Barcelona ?
— Barcelona es muy bonita, es una gran ciudad civilizada.
— ¿ Ha visitado usted nuestro Paralelo, en donde es usted tan popular ?
— Max no tiene noticia alguna de la existencia de tal Paralelo, y cuando le digo que tiene bastante semejanza con Montmartre, se anima y decide visitarlo.
— Pero hay que verlo de noche.
— Entonces, quizá no lo vea; ya le he dicho que salgo muy poco de noche.
— ¿ Le han molestado mucho los periodistas ?
Max sonríe de un modo especial, y contesta:
— Hasta ahora ya han venido cuatro.
Yo interpreto como debo la sonrisa, porque coincide con una seguida mirada furtiva dirigida al reloj de su pulsera: ¡ Friolera !
Se necesita toda la corrección de Max Linder para haber permanecido atento, fino y sonriente, durante una hora larguita sentado en el potro de la interrogación.
Unos segundos más, durante los cuales los fotógrafos de El Cine y de Mundo Gráfico sacan fotografías del grupo, y termina la larguísima conferencia.
— ¿ Cuándo volverá usted a Barcelona ?
— El año próximo, señorita; — contesta Max Linder — y prometo traer a Barcelona alguna novedad.
Nos despedimos con un fuerte apretón de manos, le doy las gracias por todo en nombre de El Cine y en el mío propio y nos prometemos amistad.
¿ Mi juicio ? Aunque valga poco, allá va expresado con sinceridad:
Max es un verdadero artista, un hombre culto y un perfecto caballero.