La crisi del 1921


Mentre la Bertini si sposava a Napoli, ussiva sugli schermi "Ultimo sogno"

Francesca Bertini in “Ultimo sogno”, prima visione a Roma settembre 1921

“A Napoli, il giorno 8 Agosto, sulla verdeggiante collina del Vomero, si è celebrato il matrimonio civile di Francesca Bertini, la Diva dell’Arte muta, col gentiluomo svizzero Paul Cartier, il quale l’ha così sottratta per sempre all’ammirazione degli appassionati del cinematografo.”

La crisi. Rinnovamento e purificazione. Arte, non più commercio

Ritornando, dopo il breve periodo di vacanze alle nostre gradite fatiche quindicinali, ai nostri cortesi lettori, ci troviamo di fronte una novità, che non è… nuova, perché troppo attesa ed inevitabile, ma che non è perciò meno dolorosa: la crisi. Quella crisi medesima che imperversa violentemente sopra tutte le industrie del nostro paese, ha trovato fecondo terreno in questa disgraziatissima industria del cinema. La piccola arte del popolo già, purtroppo, minacciata nella sua stessa esistenza, dalla ingordigia insaziabile di indegni speculatori, dalla vanitosa arroganza di pseudo divinità innalzata ad un tanto al rigo, si dibatte oggi nella ferrea morsa di una crisi che difficilmente potrà essere risolta senza un radicale ed audace rinnovamento.

Abbattere l’attuale edificio pericolante costruito dalle basse speculazioni bancarie e commerciali, dalla corruzione, dalla ignoranza, dalle ambizioni scatenate e mai abbastanza soddisfatte. Un po’ d’aria fresca, sana, che allarghi i polmoni e lo spirito. Un po’ d’arte vera frammezzo al commercio e alla speculazione. Questo vorremmo veder sorgere domani. E in questo la crisi potrebbe riuscire proficua.

Il cinematografo, che è arte squisitamente popolare, dovrebbe poter rivolgersi al popolo con dignità, con serietà e decoro di vera arte. Tanto più che la crisi non è affatto di pubblico. Malgrado i prezzi che non accennano alla più lieve diminuzione, malgrado la stagione, i cinema sono frequentatissimi, qui come ovunque. Ciò dovrebbe seriamente invogliare i produttori ad un lavoro migliore e più coscienzioso, affinché anche il cinema non sia abbandonato dal suo pubblico alla cattiva sorte, voluta, del resto, da chi ne è responsabile.
(La Cine-Fono) 

La Crisi degli Svergognati

Vogliamo spiegare ai nostri amici lettori cos’è questa famosa crisi del cinematografo di cui sono pieni molti giornali politici e quelle pubblicazioni tecniche ancora in vita.

Cominciamo innanzi tutto con l’affermare che la crisi cinematografica d’oggi, in cui si dibatte la povera gente e non i pescecani del cinematografo, è per il novanta per cento fatta d’artificio.

La cinematografia è anzi l’unico prodotto che trova ancora sul suo mercato i suoi vecchi compratori ai vecchi prezzi. In qualunque cinematografo si vada si trova sempre lo stesso pubblico: un po’ diminuito dalla canicola come in tutte le estati, ma pagante sempre le sue brave cinque lire per una poltrona, mentre i teatri sono costretti a regalare i palchi per guadagnare almeno qualche cosarella con gl’ingressi.

Il disagio d’oggi (che non colpisce i pescecani ma i lavoratori) è prodotto dalla crisi finanziaria della cinematografia, non dalla crisi industriale che non c’è.

Differenza fra crisi finanziaria e crisi industriale

Ci spieghiamo alla buona e con esempi pratici: se no i galantuomini non capiranno.

Dopo la guerra e l’anno e € mezzo del dopo guerra le Banche si sono trovate piene di danaro. La paura di perderlo se andava al potere un Governo di galantuomini intelligenti, e la preoccupazione di far fruttare il capitale che quando è fermo si consuma, decisero le Banche ad entrare nell’industria.

Fra le industrie italiane più redditizie la cinematografia occupava il primo posto. Le Banche videro nello schermo il luogo ove celare buona parte d’extra-profitti è così nacque l’Unione Cinematografica Italiana.

La rovina della cinematografia cominciò allora: nel giorno in cui invece d’industria si volle fare della speculazione bancaria.

Veniamo all’esempio pratico.

Si cominciò col valutare a prezzi eccessivi le aziende che si cedevano, perché i proprietari delle varie marche vollero fare anzitutto il loro affare. E così Tiber, Itala, Caesar, Cines ecc. furono vendute per un prezzo enormemente sproporzionato al valore che avevano, ed i trenta milioni di capitale sociale della neonata Unione Cinematografica Italiana andarono in breve a rannicchiarsi in tasche molto private.

Ora è naturale che siccome ogni capitale deve sfruttare il suo interesse, quei trenta milioni iniziali dovevano dare un premio, non esagerato un anno fa, almeno del dieci per cento: tre milioni. E lì cominciò il disastro, perché i tre e più milioni che furono effettivamente dati, rappresentano un artificio contabile per la semplice ragione che i trenta milioni non c’erano più.

Esempio pratico per i galantuomini. (i ladri possono saltare il periodo perché essi sanno tutto meglio di noi). Io ho un’azienda che vale centomila lire e le vale perché mi rende quindici o ventimila l’anno: il venti per cento cioè. Trovo un amico che ha pescato un balordo danaroso da spiumare, e mi propone di vendergli la mia azienda. Io gliela vendo per un milione e mezzo: l’amico ci fa su un’altro mezzo milioncino: totale due milioni. Il balordo è servito a dovere e mette fuori altri due milioni per mandare avanti l’azienda.

Ma che cosa capiterà alla fine dell’anno ? Capiterà che gli utili saranno di sole ventimila lire, (se pure) perché la mia azienda non è cresciuta di valore solamente perché ho trovato un’imbecille che me l’ha pagata venti volte più dell’onesto. lo intanto ho garantito il venti per cento, che su due milioni significa quattrocentomila lire.

Come debbo fare ? E’ semplicissimo: stacco le quattrocentomila lire dal capitale e le dò al balordo (magna che del tuo magni). E si tira avanti, ed aumento la produzione e creo sempre nuovi bisogni di versamenti per mascherare il trucco iniziale. Naturalmente produco molto, produco male, produco più di quanto il mercato ha bisogno, la concorrenza estera mi batte in breccia, i mercati si chiudono e il balordo comincia ad accorgersi che è stato truffato.

Che debbo fare ? Debbo andare in galera ? Nemmeno per sogno: la galera è fatta per i piccoli mariuoli e per i galantuomini ignoranti. Trovo una via d’uscita nella crisi, nella concorrenza estera, nel personale che lavora male e svogliatamente. E dico al balordo: Bisogna chiudere. C’è la crisi. Siamo fregati.

Invece non c’è che un solo fregato: il balordo, e in secondo momento il personale che rimane a spasso. Ma chi se ne buggera del personale ? lo ho i miei villini, i palazzi in testa alla moglie, le masserie in testa al genero, le tenute in testa ai figli, i libretti di conto corrente in testa ai nipoti, le cartelle ed i buoni in testa ai cognati.

E per farmi uscire da questa splendida posizione non c’è nessuno che basti… A meno che il personale, rovinato dalla mia allegra speculazione, non s’armi d’una mazza e non venga a rompere, con la mia, tutte le altre teste su cui ho messi al sicuro i quattrini rubati.

Ecco la crisi finanziaria, le sue cause, e la sua probabile soluzione

La crisi industriale — quella cioè che non c’è — Ha tutto un altro aspetto. L’azienda non è stata venduta, o se lo è stata, non l’ha comprata un balordo e non è stata pagata più di quanto vale. Non c’è capitale inutile e fittizio che pretenda un dividendo non effettivo. Ma è successo che i cavalli che tirano i carri sono morti, che la grandine ha rovinato i nostri raccolti, che i nostri piroscafi sono affondati, che le nostre miniere sono crollate: e la crisi è industriale e nasce da ragioni industriali. In questo caso nessuna legnata riesce a risolvere niente.

Quale aspetto ha la crisi oggi ?

L’aspetto trucchistico e borsistico: non altro.

Difatti i mercati esteri sono chiusi e i nazionali congestionati: ma perché ? Perché abbiamo prodotto troppo e male. E perché abbiamo prodotto troppo e male ? Non certo per colpa del personale artistico che ha eseguiti i soggetti che gli sono stati imposti, con gli elementi (in gran parte femminili) cari alla libidinosa incapacità degli industriali, con i suoi sistemi amministrativi idioti che fanno durare un film sei mesi invece di due.

C’è il caso di Theodora. Il comm. Ambrosio l’ha svalutata prima di farla dando dell’incapace a Carlucci, che è un uomo di talento, per gelosia e invidia. Sia lui che l’U.C.I. hanno messo mille bastoni fra le ruote all’onesto e coscienzioso lavoratore: ed oggi che Theodora è l’unica carta buona nelle loro mani, continuano a svalutare ed amareggiare l’unico uomo che è riuscito a farla.

C’è il caso del direttore che impiega sei mesi a fare il film. Se parlate col direttore questi vi risponde: il giorno tale ho chiesto cento comparse e me ne hanno mandate venti, non ho potuto girare. La prima attrice viene in teatro un giorno sì e due no, e mai prima di mezzogiorno. Non posso dirle niente perché è l’amante dell’industriale.

C’è il caso dell’autore. L’ industriale si lagna sempre della mancanza dei buoni soggetti: ma non c’è caso che un uomo di talento possa presentare un buon soggetto senza sentirsi fare delle ridicole osservazioni da un ex venditore di carne-cotta assunto alla proprietà d’una casa cinematografica, che pretende di « giudicare » un copione mentre non sa scrivere una lettera commerciale senza errori …

Chi scrive ha fatti vari soggetti: ma può assicurare i lettori che è riuscito a vendere solo le cose più insulse e cretine dettate dalla sua penna: i migliori lavori dormono; non li ha voluti nessuno.

E magari si riuscisse a rendere una porcheria qualsiasi senza ritocchi ! Ma no ! C’è sempre l’antico bagarino divenuto cinematografaro che « suggerisce » i cambiamenti. La parte della donna dev’esser più sviluppata (la donna è la sua amante). Quella dell’uomo dev’essere più ristretta: il pubblico non vuole uomini (è invece per non dar ombra all’attrice). Poi ha un cane lupo, molto bello, molto affezionato: bisogna fargli una particina. Poi c’è una particina da fare per una cachet… con la quale, sì, dio mio, l’industriale è andato a letto. Ancora: c’è un ambiente montato e bisogna sfruttarlo, ecc. ecc.

Se la pigliano col personale artistico: Ma noi vediamo a spasso Maria Jacobini, Francesca Bertini fuori dell’arte, Carmine Gallone, Soava Gallone, Linda Pini, Mario Parpagnoli, Leopoldo Carlucci, Baldassarre Negroni e tantissimi altri, angariati, spremuti, minacciati, la Photodrama chiusa, la Palatino chiusa, la Pasquali chiusa, l’Itala semichiusa, la Tiber strachiusa: e in compenso vediamo delle autentiche nullità come la signorina Roasio, che oltre alla dentatura equina e all’amichevole interessamento del comm. Ambrosio non ha nessun altro titolo cinematografico, ma noi vediamo altre tre o quattro signorine della stessa levatura artistica della ex massaia piemontese, lavorare tranquillamente in film mediocri e invendibili, in case-rifugio che sono degli harem, percependo degli stipendi sproporzionati, mentre una folla di autentici valori, di lavoratori onesti e capaci, è costretta a bivaccare sulle verdi vette del Monte di Pietà, in attesa che lor signori abbiano finito di stupefare e terrorizzare le balorde banche con lo spauracchio della crisi, e le abbiano portate alla conclusione d’un vantaggioso concordato che salvi il furto vecchio e permetta la regia nuova che si sta tramando.

Le paghe fantastiche al personale

Questo è uno de gli argomenti più adoperati dagli industriali nella loro azione difensiva verso i banchieri. Essi dicono: La Bertini prendeva due milioni, la Gallone prende tanto, la Menichelli tanto, Genina vuole un subisso di danaro, i cachets pretendono trentacinque lire al giorno.

E’ vero. Gli attori si son fatti pagar molto: mettiamo anche moltissimo. Ma mai troppo, perché qualunque somma hanno percepita non è stata mai sproporzionata a quella che il film avrebbe potuto e dovuto rendere.

La signorina Bertini costava carissimo, ma i film Bertini si vendevano carissimo, e di Francesca Bertini ce n’è una sola. E’ colpa della Bertini forse se dalla Caesar film sono usciti I sette peccati “mortali” e Maddalena Ferat ? Le hanno imposto di fare quei films; essa ha ubbidito ed è passata per la cassa. Genina vuol essere ben pagato ? Ma ne ha il sacrosanto diritto, e con lui la signora Menichelli, la signora Gallone, e tanti altri: perché sono essi che fanno i bei films; sono essi i creatori di quelle visioni che il pubblico paga cinque lire all’ora ! Sono elementi artistici che hanno un valore personale e insostituibile; valore a cui si può imporre il prezzo che si vuole, su cui non si mette calmiere se non creando la concorrenza — non la fame. Caruso ha guadagnato quel che ha voluto: aveva la sua voce. La Bertini ha voluto quel che le pareva: aveva la sua arte, la sua faccia. Le altre e gli altri vogliono quello che vogliono: hanno i loro meriti. Ma che si debba vedere un direttore dell’Unione pagato con più di ventimila lire al mese quando un qualunque dottore in scienze commerciali si riterrebbe felicissimo di sostituirlo per duemila lire, ma che si debbano vedere dei ragionieri percepire cinquemila lire al mese, questo è folle ed immorale.

Maria Jacobini è insostituibile, e non c’è che fare con lei o senza di lei. Ma il commendatore Ambrosio è sostituibilissimo: ci offriamo noi, non ancora attaccati dall’acido urico, per la quarta parte di quanto egli guadagna. I ragionieri e gli avvocati ed i fratelli ed i cugini pagati a sessantamila lire l’anno sono sostituibilissimi da diecimila professionisti che non chiederebbero che un terzo di quegli stipendi !…
(Kines)

Informazioni su thea

Archivio del Cinema Muto - Silent Film Archive
Questa voce è stata pubblicata in Cronologia 1921 e contrassegnata con , . Contrassegna il permalink.

4 risposte a La crisi del 1921

  1. laulilla ha detto:

    impressionante l’attualità di questo pezzo! Complimenti a te che l’hai scovato e ce lo fai conoscere. Grazie. :)

  2. thea ha detto:

    Grazie a te per la lettura (è vero, il pezzo è talmente attuale che fa un po’… paura)

  3. domeniconardozza ha detto:

    Impressionante per l’attualità!! Grazie!

  4. thirtyfivemm ha detto:

    Complimenti per la ricerca di questi pezzi di storia del cinema mai letti prima d’ora. Impressionante davvero.

I commenti sono chiusi.