Morale e cinematografo 1912

Enna Saredo e Lea Giunchi
Enna Saredo e Lea Giunchi in una scena di “Polizia moderna” 1912

Roma, 2 novembre 1912. Ferve, su qualche giornale cittadino, da una settimana, una curiosa polemichetta sugli spettacoli cinematografici accusati dall’illustre magistrato Giambattista Avellone, di immoralità, di pornografia, di incitamento a delinquere e via discorrendo.

I polemizzanti sono parecchi e, naturalmente, pochi di loro van d’accordo: sì che è facilissimo prevedere che a polemica finita, ognuno serberà gelosamente le proprie convinzioni e il pubblico continuerà a frequentare di preferenza quelle sale cinematografiche dove si rappresentano truci fatti di sangue o dove le pellicole svolgano vicende di adulterio, di truffa, di lenocinio, di concussione e chi ne ha più ne metta ché non correrà mai — così affermano l’avv. Avellone ed i suoi compagni recriminanti — il pericolo di esagerare.

Costoro, dunque, affermano che i cinematografi moderni non altro formano, che una immensa scuola di corruzione che nessun onesto padre di famiglia può condurre la propria prole al cinematografo, che certe pellicole a lungo metraggio stillano nel probo cittadino il desiderio di mettere le budella del prossimo nelle mani dello stesso, ai commessi di negozio di truffare il principale, alle innocenti donzelle la fregola di anticipar la conquista di quelle gioie intime e profonde le quali diventano legittime solo quando un maschio od una femmina si sono recati — col relativo necessario e ridicolo accompagnamento de’ due o de’ quattro testimoni — dinanzi al Sindaco.

Un vero castigo di Dio, insomma: l’incitamento quotidiano a far sì che vadano in scompiglio, naufraghino miseramente « nella palude torbida del vizio » tutti quei dolci e soavi sentimenti di onestà, di pudore, di rettitudine; dei quali — se le cose continuano così — la povera umanità sofferente non potrà più, come oggi fa, anche quando dovrebbe… tacere menar vanto ed andare orgogliosa.

Ora, io, che non sono stato chiamato nella polemica, ma voglio esercitare il libero diritto di « dire la mia », credo che in tutto questo ci sia molta esagerazione e che insussistente sia quel pericolo di perdizione universale, di naufragio cumulativo, nel nome e nella paura de’ quali, scrivono i loro articoletti i difensori della pubblica moralità conculcata a mezzo del cinematografo.

Ch’io mi sappia, da quando il Cinematografo ha avuto una diffusione così vasta, non sono aumentati nelle risultanze delle statistiche giudiziarie, né i delitti di sangue, né i reati contro la proprietà, né quelli contro il pudore.

Né la folla delle donnine allegre, le quali gremiscono, nelle ore lecite (ché nelle altre esse hanno paura del pattuglione, e ad altri mezzi ricorrono per esercitare la loro professione) è in aumento, da quando le pellicole cinematografiche vanno svolgendo le vicende melanconiche o turpi di questa o quella fanciulla, la quale, preferisce la vita allegra alla vita casalinga e mostra al colto ed all’inclita, sui ritmi improvvisati di un pianoforte, spesso scordato, come si fa ad abbandonare la via dritta per la storta. Il mondo, per quello che riguarda ogni manifestazione di delinquenza o di impudicizia, va avanti oggi, come ieri: — abbondano, oggi, come per lo passato le donne maritate che mancano alla fede giurata e firmata, i teppisti che ingiuriano il prossimo per la strada, i cassieri che scappano in Svizzera od in America con la cassaforte, i seduttori di professione che insidiano le donzelle e rapiscono loro l’onore, i borsaioli che, •sulla piattaforma di un tramway tagliano la giacca ad un imbecille che si lascia derubare del portafoglio, i lestofanti che vendono per mille lire la solita patacca, ecc., ecc.,

Questa, amici miei, la verità nuda e cruda, quale raramente la vediamo uscire dal pozzo famoso. Concesso che ciò fosse, io credo che non ci sia tanto da gridare contro le terribili pellicole dei Cinematografi, che il pubblico gremisce, sapendo dove va e su per giù che cosa vedrà.

Le donzelle — afferma uno de’ polemizzanti — non possono più andare ad un Cinematografo senza arrossire.

E perché… ci vanno?

Restino fra le domestiche pareti, a fare onestamente la calzetta.

Arrossiscono?

Ho i mie dubbi, e li esterno.

Al Cinematografo, intanto… c’è scuro… chi può giurare sul… colore delle loro guance?

Matamores
(Vita, Roma 2 novembre 1912)

Napoli che canta dal muto al sonoro

Sul Conte Grande durante la lavorazione del film
Sul Conte Grande durante la lavorazione del film. Da sinistra a destra (in piedi) Mario Almirante, Anna Mari, il comandante del Conte Grande, Malcolm Tod, Camillo De Rossi, Massimo Terzano, Fossati. In terra: Martini, Giovanni Marcial, Felice Minotti.

Roma, luglio 1930. C’è un lume che brilla dietro le imposte socchiuse della sala di montaggio, su al terzo piano di uno dei tanti edifici della Cines operosa. Mancano pochi minuti all’una di notte. Penso fra me: chi lavora a quest’ora? Infilo le scale, busso alla porticina che è ermeticamente chiusa; mi risponde la voce di un amico: Mario Almirante.
Egli non si stupisce della mia visita. Mi riceve quindi con la sua consueta cortesia € con quell’affabilità di modi e di eloquio che lo rendono oltremodo simpatico e caro.

Questo figlio d’arte, nato quarant’anni fa a Molfetta in terra di Puglia, che ha girato tutto il mondo con la compagnia di Eleonora Duse e che non conosce il suo paese natio, per non esservi stato più dal giorno in cui schiuse gli occhi, è sopratutto un meraviglioso lavoratore.
Abitualmente, l’artista di teatro è un dinamico dispensatore delle proprie forze durante la rappresentazione teatrale. Poi si raccoglie in se stesso, studia, passeggia, giuoca a scopone, porta a spasso il cane, e tira avanti così fino alla soglia della ricchezza o dell’ospedale.
Mario Almirante, artista nato, direttore scenico teatrale di primissimo ordine, è il moto in perpetuità, è il dispensatore a getto continuo delle sue forze fisiche ed intellettuali.
Ha iniziato la sua carriera con un principe della scena: Ettore Berti che l’ebbe caro come un figlio, e lo avviò in quel difficile compito vario complesso che è quello del direttore di scena del teatro di prosa. Funzione delicata, complessa ed anche molto severa.
Per queste sue qualità, Ruggero Ruggeri, lo ebbe a suo fianco per ben undici anni consecutivi, lo predilesse come allievo e lo completò in quella sua attività silenziosa, costante e devota all’arte ed all’interprete.
Ricordando quei tempi non lontani e per lui tanto cari, Almirante mi completa la sua narrazione precisandomi questa frase:
— Mai una sedia è stata spostata dal posto dove io l’avevo messa, in undici anni di faticosa preparazione e predisposizione scenica. Per questo il mio grande maestro Ruggeri mi volle seco nelle sue tournées di Parigi e Londra.
— E quando avete lasciato la ribalta per il campo cinematografico?
— Nel 1919. Io sono sempre stato un appassionato di fotografia e durante i miei viaggi all’estero avevo fatta una raccolta di fotografie stereoscopiche niente male, tanto che il cav. Canzini di Milano me le prelevò con eccellente tatto commerciale.
Appassionato di fotografia, amante del teatro, era facilmente prevedibile… l’impasto cinematografico. Fu Eleuterio Rodolfi già mio compagno d’arte con Ettore Berti ad offrirmi per la prima volta la possibilità di realizzare un film. Naturalmente ci presi gusto. E scrissi, o meglio, ridussi la Wally di Catalani in un copione cinematografico che intitolai Zingari e che presentai in lettura a mia cugina Italia Almirante Manzini. La Fert, dove Italia lavorava, accettò il mio copione del quale mi venne affidata la messa in scena. Ne furono interpreti mia cugina e l’indimenticabile Amleto Novelli.
Poi venne la Grande Passione di Alessandro Varaldo, Piccola parrocchia, L’Arzigogolo di Sem Benelli, e finalmente Martù che ha visto il diavolo, che fu il primo film i di cui esterni furono effettivamente girati alla luce artificiale con i mezzi primordiali dell’epoca.
— E con la Pittaluga?
— Ho diretto La Compagnia dei matti e ultimamente Napoli che canta.
— Nella versione muta e sonora?
— Precisamente. In entrambe. Ma il film aveva già, anche nella edizione muta, la sua voce melodiosa. Cantava già, l’averlo sincronizzato con le  musiche di Tagliaferri ha significato per me dargli un’anima di armonia in aggiunta all’anima fotografica.
Ora il film è pronto. Come si dice in Toscana: sto agghindando a festa. Poi si vedrà.
— I vostri interpreti…
— Quelli di prima: Lylian Lil, Anna Mari, Malcolm Tod, Giorgio Curti e Carlo Tedeschi. Gli operatori Ubaldo Arata e Massimo Terzano.
— E che cosa avete voluto dire con quel poi si vedrà?
— Ho voluto dirvi che per ora non altro da dirvi: dovrei iniziare il film Castigamatti con Ettore Petrolini, e attendo come un buon corridore il via.
— In bocca al lupo, Almirante.
— Per il momento mi riaccosto alla moviola che è il mio Castigamatti.
E mi addita un macchinario composto di avvolgitrici in alto e in basso, di motorino elettrico di vari attacchi e spine e che presenta in alto una specie di cassetta radiofonica.
— Questa è la moviola. Cioè?
— È un apparecchio che consente di vedere in proiezione il film positivo e la colonna sonora separate facendole marciare in sincronismo. L’apparecchio consente di sentire la banda sonora in altoparlante, può marciare avanti, ritornare indietro, marciare a velocità costante e, quando non si voglia sentire la banda sonora, può marciare a velocità differenti indipendentemente dall’apparecchio di amplificazione.
— Si lavora bene così?
— Si lavora rapidamente per il montaggio e per la sincronizzazione dei films sonori.
Ed eccolo ricurvo sul suo apparecchio, sulla sua moviola e già tutto preso del lavoro.
Quando gli faccio osservare che è tardi, fischietta com’è sua abitudine e mi risponde tranquillamente:
— Prima di mezzanotte avrò finito.
E sono le due di notte.
Umberto Paradisi (dal Bollettino Pittaluga e La Vita Cinematografica)

Locandina della presentazione del film a New York
Locandina della presentazione del film a New York

Il 15 febbraio (1931) si è inaugurato a New York il Belmont Theatre, e l’inaugurazione è avvenuta con Napoli che canta, il bel film della Pittaluga sonorizzato alla Cines.
L’importanza dell’avvenimento è indicata dal fatto che il Belmont Theatre sorge in piena Broadway, vale a dire nella roccaforte del film americano, ed è stato voluto e creato da italiani, per il film italiano: mirabile segno di amor di patria, sempre desto nel cuore dei nostri fratelli nonostante le 5000 miglia che li separano da noi.
(dalla rivista Kinema)

Il fatto di segnalare (in una mail, quindi in privato) che la locandina sopra queste righe, attribuita da Aldo Bernardini e Vittorio Martinelli in diverse fonti al film omonimo di Leone Roberto Roberti (Vincenzo Leone), apparteneva invece al film di Mario Almirante mi è costata l’espulsione a vita dal paradiso italiano della pellicola muta… Mi domando ancora il perché.

Giovanna la pallida (1911) di Mario Caserini

Fernanda Negri e Amleto Novelli, Giovanna la Pallida (1911)
Fernanda Negri e Amleto Novelli, Giovanna la Pallida (1911)

Inizia con questo una serie di post dedicati a titoli del cinema muto “scomparsi”, o meglio, “probably lost” che potrebbero avere qualche problema in più per essere ritrovati, in questo caso gli interpreti.

Ecco a voi due immagini della prima riduzione per il cinema di “Jeanne la pâle”, racconto di Honoré de Balzac, messa in scena di Mario Caserini, interpreti Fernanda Negri e Amleto Novelli, produzione Cines (Roma 1911).

Secondo il volume Il cinema muto italiano 1911 – I film degli anni d’oro, di Aldo Bernardini e Vittorio Martinelli (Centro Sperimentale di Cinematografia  – Nuova Eri 1995), interpreti di questo film sono Maria e Gennaro Righelli. Forse è vero per qualche parte secondaria, ma i principali interpreti sono Fernanda Negri Pouget e Amleto Novelli, come testimoniano le immagini che accompagnano questo post.

Buona fortuna, e fatemi sapere nel caso di un felice “ritrovamento”.

Giovanna la pallida (1911)
Giovanna la pallida (1911)