Ivonne la bella della “Danse Brutale” – Caesar Film 1915

una scena del film
Da sinistra a destra: Amelia Cipriani (appoggiata al pianoforte), Carlo Benetti (al pianoforte), Francesca Bertini (per terra), Alberto Albertini (in piedi)

Messa in scena: Gustavo Serena
Soggetto e riduzione per lo schermo: Renzo Chiosso
Operatore: Alberto G. Carta
Scenografia: Alfredo Manzi
Interpreti principali: Francesca Bertini, Gustavo Serena, Carlo Benetti, Alberto Albertini, Amelia Cipriani
Lunghezza metri: 1600
Film scomparso.

Argomento: Questo soggetto è stato appositamente scritto per la Signorina FRANCESCA BERTINI, per darlo agio, ancora una volta, di manifestare le sue peculiari doti di eletta nell’arte del silenzio.
La distinta artista, in questo soggetto, interpreta nello stesso tempo due personaggi assolutamente opposti l’uno dall’altro per carattere, por essenza, per natura.
Ivonne e la volgare, appassionata danseuse della danza bruttale ed ama il fumo, il vino, la taverna; la contessina Edith, invece, è una creatura angelica, squisitamente elegante, una finissima ed aristocratica ereditiera.
Chi può dire con quanta perfezione non abbia reso la Francesca Bertini entrambi i personaggi così diametralmente opposti? Chi può riconoscere nella volgarissima Ivonne la perfetta e purissima Contessina Edith?
Il Duca di Moriau, morendo, lasciò questa strana ed originale condizione nel suo testamento:
« La contessina Edith, mia, nipote, è nominata erede universale di tutta la mia, sostanza, purchè, nel termine di un anno dalla mia, morte, sposi il Visconte di Neuville. Non avvenendo il matrimonio nel termine fissato, la mia fortuna passerà intera agli altri miei nepoti Luciano e Lisa D’Alma».
Luciano D’Alma, però, non può lasciarsi diseredare così impunemente e, uomo senza scrupoli, con la complicità di Ivonne e di altri figuri, organizza un piano infernale: ai danni della contessina Edith.

Avvalendosi della perfetta rassomiglianza fra la Ivonne e la contessina Edith, i delinquenti tentano vari mezzi delittuosi per impedire che il matrimonio avvenga nel termine stabilito.
Ma la Ivonne che segue i piani dei suoi complici, sopratutto perche, la parte ad essa affidata le da modo di soddisfare la sua violenta passione per il pianista Anselmi, non giunge fino al delitto…
… e quando la contessina Edith sta per soccombere alle diaboliche arti di Luciano, senza farsi conoscere, la salva e svelando ogni cosa, rende possibile il matrimonio.
Ma quella rassomiglianza, che doveva servire ad attuare il piano delittuoso ordito ai danni della contessina Edith, costituisce la sua salvezza, perché il colpo di pugnale vibrato per ucciderla, viene ricevuto, in sua vece, dalla povera Ivonne..!!!

Il primo titolo del film in lavorazione è Il Maligno riflesso, ovvero Yvonne La Danzatrice.

Gustavo Serena 5 ottobre 1882

assunta spina
Francesca Bertini e Gustavo Serena in Assunta Spina 1915

Nato a Napoli il 5 ottobre 1882 (secondo altre fonti 1881), era destinato, per volere della sua famiglia, alla carriera militare: “Fortunatamente, per me e sicuramente per l’esercito, la fortuna mi spinse sul palcoscenico”. Era il 1899.

Serena non ricordava quando e dove incontrò il “cinematografo” per la prima volta. Il cinema era considerato un divertimento popolare, una moda, in ogni caso non era “una cosa seria”. Si raccontava in giro di qualche prestigioso interprete internazionale del teatro di prosa che “si era dato al cinematografo”, ma erano casi isolati. E poi i risultati… una “roba” che non valeva niente!

Infatti, il teatro di prosa non aveva rivali, e non aveva paura del cinematografo. Dal 1899 al 1911, Serena fa parte di numerose, importanti, compagnie. Nel frattempo, lo spettacolo cinematografico cresce, e nel 1909 scoppia la rivoluzione: Ugo Falena, personaggio di spicco del teatro di prosa italiano, si è dato al cinematografo:

La prima Casa in Italia a intuire che dovessero adoperarsi i comici della scena di prosa, fu la Film d’Arte Italiana di cui era direttore Ugo Falena. Ma che fatica a persuadere i primi sacerdoti! Vi era tutta una tradizione da abbattere, vi era tutta una strada nuova da percorrere!… In Italia, come dicevo, i nostri artisti erano non solo riluttanti, ma sdegnosi.

Ugo Falena persuase prima di tutti Ferruccio Garavaglia e Lo Savio ridusse a voto favorevole la ripulsa indignata di Ermete Novelli. Ricordo: eravamo col Novelli al Politeama di Napoli. Lo Savio aveva parlato al grande interprete di Papà Lebonnard nella maniera più convincente, ma invano. Sul punto di veder perduta la partita, l’avv. Lo Savio disse all’artista:

Dite un po’: voi avete mai veduto recitare sulla scena Ermete Novelli? No, eh? Ebbene, col cinematografo lo vedrete!

Fu, come si direbbe, l’argomento ad hominem. Gli occhi dell’attore sfavillarono; l’idea di rivedersi sulla tela sembrò quasi a Ermete Novelli come l’erezione di una statua imperitura che lo avesse ritratto su di un blocco di marmo, e accettò.

Così racconta Franco Liberati, in un articolo pubblicato nel 1918 dalla rivista In Penombra. Una decisione, quella di Novelli, storica e coraggiosa allo stesso tempo. Grandi e piccoli interpreti della scena di prosa si buttarono nella nuova avventura, in mezzo alle proteste e qualche battaglia, come in ogni rivoluzione che possa dirsi tale.

Gustavo Serena debuttò nella Film d’Arte Italiana nel 1911. Dopo il successo come interprete del Quo Vadis? (1912), lascia la scena di prosa (che riprenderà nel 1927) per dedicarsi anima e corpo al cinema come soggettista, direttore artistico, interprete, produttore e direttore di produzione. Una lunga e prolifica carriera dall’epoca del cinema muto al sonoro, in mezzo a tutte le crisi e tutte le difficoltà legate all’attività cinematografica in Italia.

Ecco per esempio un  suo commento a proposito della crisi degli anni ’20:

La crisi della cinematografia italiana, oltre che alle ben note cause dovute agli errori e orrori della superproduzione, va attribuita a tutti coloro che pur non avendo mai capito e sentito l’arte, in un bel momento, allettati da facili guadagni o per loro ambizioni personali, invasero il regno dello schermo trasformandolo in un comune campo di speculazione. Ingegneri, avvocati, farmacisti, et similia si trasformarono in dirigenti e amministratori, instaurando il regno dei favoritismi e facilitando una produzione affrettata e scadente che ci buttò in breve lasso di tempo verso la rovina. Queste persone, fortunatamente poche, dopo aver sfruttato l’ambiente artistico italiano, si sono poi rivolte all’estero acquistando larghi stocks di produzione americana senza vagliare la bontà e hanno invaso il nostro mercato, facendo un secondo affare e rovinando definitivamente l’industria nazionale.

Secondo me, bisognerebbe che la ripresa della produzione venisse segnata da piccoli nuclei di attori e di artisti, che, godendo il credito di serii finanziatori, potessero realizzare le loro iniziative personali, concentrando le risorse nella loro personalità e del loro ingegno in lavori che riuscirebbero di sicuro effetto e di ancor più sicuro rendimento. Le provvide leggi del Governo nazionale e il rinato orgoglio della nostra gente valorizzerebbero moralmente e materialmente l’opera.

Il pubblico italiano, e in genere quello di tutta Europa, dà segni evidenti di stanchezza per la produzione americana fatta di acrobatismi o intessuta su argomenti di scarso valore artistico e che quasi sempre è lontana dalla nostra sensibilità. Purtroppo, le proteste platoniche sono di nessuna efficacia e bisognerebbe che il pubblico dimostrasse il proprio scontento disertando le sale dei cinematografi. Ma come si può pretendere questo, dal momento che nella stragrande maggioranza dei casi, il cinematografo è l’unico svago per la popolazione dei nostri piccoli centri?

L’industria cinematografica d’oltre oceano sta sdrucciolando per la china che a noi è stata fatale: quella della superproduzione, aggravata dalla malattia del « divismo ». In America si continua a credere che bastino i nomi sia pur celebri di Pola Negri, della Swanson, di Griffith ecc. a varare lavori di poca importanza artistica, mentre il pubblico nostro vuol sentire oltre che vedere e, più che sbalordirsi, desidera commuoversi.

Il nostro genere è quello sentimentale-drammatico, nel quale abbiamo già raccolto tanti allori imperituri. Accanto a questo, potrebbe rifiorire e imporsi un’altra nostra specialità: il genere storico. Non si dimentichi che per la prima volta nel mondo, un lavoro a lungo metraggio fu girato a Roma nel 1912, il Quo Vadis?, in cui sostenni la parte di Petronio, lavorando accanto a quel caro indimenticabile artista che fu Amleto Novelli. Per il genere storico, abbiamo in Italia studiosi e realizzatori il cui pregio è universalmente riconosciuto. Gli americani ci vincono in dollari, è vero, ma non possiedono le doti impagabili, delle nostre bellezze naturali, i tesori dei nostri monumenti artistici e la sensibilità dei nostri attori e inscenatori.

Gustavo Serena scomparve a Roma il 16 aprile 1970. Difficile dimenticare il suo nome, che ritorna spesso alla ribalta come interprete e regista della prima versione di Assunta Spina (coadiuvato da Francesca Bertini). Io vorrei ritrovare A San Francisco (1915), anche questo da un dramma di Salvatore Di Giacomo. Mi hanno raccontato che Serena ci teneva molto a questo film, ed io vorrei sapere perché.

Quo Vadis? – Cines 1913

quo vadis 1913
Lea Giunchi

Presentato al Festival del Cinema Ritrovato di Bologna nel 1997.

Il regista Enrico Guazzoni racconta:

« Entrai in una Casa editrice, venuta su allora e che si è trasformata via via sino a raggiungere uno dei primissimi posto nella cinematografia mondiale: la Cines. Per alcuni anni dovetti anch’io seguire la corrente. Mi tormentavo in vani conati. Vedevo altri e più vasti orizzonti alla cinematografia: ma allora si rideva ancora quando qualcuno osava parlare d’arte applicata al cinematografo. Passavo per un utopista, un poeta… io che nella cinematografia vedevo la fusione di tutte le arti, dei colori, della plastica, della mimica… Pensavo: il cinematografo, a differenza grande del teatro, consentirà di abbracciare e dare visioni di campi vastissimi; potrà non avere quasi limitazioni, così da spezzare le tradizionali pastoie dell’unità di tempo e di luogo; potrà, attraverso momenti sintetici e rappresentativi, ricostruire grandi figure e l’ambiente in cui si mossero, insomma tutto un mondo… Ma i mezzi mancavano.
Proprio in quegli anni Quo Vadis? del Sienkiewicz aveva raggiunto una diffusione cui forse nessun altro romanzo s’è neppure avvicinato. Vagheggiai l’idea di tradurre sullo schermo quella grande visione dell’età imperiale di Roma: e ne preparai uno scenario. Ma per oltre due anni rimase a dormire nel fondo di un cassetto. Quando proponevo l’impresa, sentivo rispondermi che il Quo Vadis? non poteva destare interesse e non avrebbe incontrato il favore del pubblico, il quale voleva drammetti moderni, d’effetto o d’effettaccio, ecc., ecc. Le mie molte insistenze però toccarono il segno; più per fare a me uno speciale favore che per altro, si consentì al progetto. Ed io mi accinsi al lavoro. I mezzi erano limitatissimi: a volte mi mancavano gli scenari, a volte persino i costumi. Ricordo di un espediente cui dovetti ricorrere un giorno per far agire delle piccole masse nello sfondo d’un quadro, masse a cui mancavano i costumi adatti. Ordinai alle comparse di cavar fuori dai pantaloni le camice, e parvero degli autentici romani dell’epoca neroniana! Quelli del Quo vadis? furono giorni in cui vissi una vita intera. Le notti erano tutte bianche per me. Dinanzi ai miei occhi balzavano i quadri vividi, sì, ma senza calore: ed io con l’immaginazione animavo figure e sfondi; facevo muovere le prime e chiarire i secondi. E poi tornavo, non ancora soddisfatto, a rimuovere il quadro intero, sino a raccogliere, in uno sforzo violento, le più impercettibili sfumature, i più lontani movimenti.

Il film fu eseguito in poco più di due mesi: e sembrò un tempo enorme: si disse che col Quo Vadis? io ostacolavo la produzione ordinaria assai più redditizia. Quanto poi abbia reso il Quo Vadis? io non so… Però si affermò e scrisse che aveva sconvolto l’industria cinematografica, elevandola a dignità d’arte. Le mie fatiche non potevano chiedere un migliore compenso.

quo vadis?
Carlo Cattaneo

Il successo del Quo Vadis? mi permise d’indirizzare la mia attività di direttore scenico per quella via in cui vedevo delle finalità artistiche. Shakespeare mi aveva appreso che un dramma non ha bisogno di riassumersi in questo o quel personaggio, ma che tutti i personaggi possono cooperare allo svolgimento dell’azione, dando per risultato, non la rappresentazione di un individuo, ma di tutto un mondo, con infinite varietà e gradazioni d’individui, con alternative di elementi comuni e di elementi tragici. Ed è da Shakespeare che trassi la convinzione che una grande polifonia potesse sostituirsi al monotono, all’ a solo: la grande polifonia della realtà, della vita, col suo intreccio perenne di fatti grandi ed umili, di serio e di comico, di nobile e di vile, di generoso e di menzognero, di tenebrore e di luce. Secondo questa concezione polifonica ho appunto cercato di realizzare visivamente dei grandi drammi della storia, quello di Antonio e Cleopatra, quello di Giulio Cesare, quello di Ivan il Terribile, quello della Tallien, quello dei primi cristiani in Fabiola, quello delle crociate in Gerusalemme liberata. »

Uscito in Italia e all’estero nei primi mesi del 1913, ottenne subito uno straordinario successo commerciale in tutto il mondo:

« Il record dei successi cinematografici è tenuto in Inghilterra dai produttori italiani ed è stato segnato l’altro giorno con la vendita ad una pubblica asta dei diritti di esclusività per la rappresentazione in Inghilterra da una film italiana, che ha raggiunto la bellezza di 7600 sterline, ossia circa 200.000 lire italiane.

È questa la prima volta che si tiene in Inghilterra un’asta del genere, ma bisogna riconoscere che la produzione italiana cinematografica è divenuta da qualche tempo in qua così buona da attrarre le simpatie generali del pubblico inglese e da indurre gli affittuari a pagare per le nostre film dei prezzi che non sono stati mai pagati ad altre Case estere.

La film che ha raggiunto questo prezzo colossale è giudicata dai tecnici come un vero capolavoro dell’arte cinematografica ed essa riproduce per intero il popolare romanzo del Sinkievikcz, « Quo Vadis? », avendo per scena le località stesse dell’antica epoca romana.

Il gusto inglese per questa produzione dell’epoca romana va estendendosi sempre più e sarebbe bene che i nostri produttori cinematografici ne tenessero conto per mettere in scena altri soggetti ispirati a quel periodo della storia, sopratutto perché la cinematografia va trasformandosi in Inghilterra in arte essenzialmente educativa e sotto questo aspetto essa trova l’appoggio incondizionato delle autorità scolastiche.
(…)
Le grandiose rievocazioni storielle illustrate magistralmente dallo Sienkiewicz, sembravano intraducibili sullo schermo, benché l’arte cinematografica disponga oggi di mezzi ultrapotenti ed assolutamente inconcepibili.

I vani tentativi, ripetuti consecutivamente da varie Case encomiabili, aggiungevano valore alle ragioni presentate alla nostra mente, e quando ci pervenne la notizia che anche la Cines voleva esporsi al grave cimento, non potemmo dominare un’impressione di titubanza, né osammo sperare una completa riuscita.

quo vadis?
Amleto Novelli

Certo la grande Casa Romana può disporre dì mezzi non comuni; è facilitata dallo stabilimento immenso che possiede, dall’elemento artistico e tecnico, a sua disposizione, come ben poche altre Case possono vantare, ma spesso la potenza materiale non basta, anzi le difficoltà si accrescono enormemente, quando la si debba far servire alla dimostrazione di un fatto ideale, com’è appunto in questo caso del romanzo dello Sienkiewicz, il cui inerito ed il successo consistono appunto nella viva rappresentazione della lotta fra la civiltà pagana, allora nel colmo del suo splendore, e l’elemento cristiano che sorgeva, spiegando la indomita tenacia di chi sentiva di essere chiamato alla vittoria.

Queste difficoltà enormi, e che noi ritenevamo addirittura quasi insormontabili, ci facevano dubitare del risultato, nonostante il valore indiscusso della Cines alla quale temevamo che potesse mancare la possibilità di riprodurre, anche tutte le belle sfumature di questo immenso lavoro, nonostante ch’ella possedesse, come già dicemmo, forze e mezzi meravigliosi.

Questo lavoro abbisogna davvero di una potenzialità immensa per riprodurre fedelmente le splendide scene suggestive ; basti rilevare che occorre la ricostruzione esatta del Circo Massimo, poter usare le belve di un intero serraglio, un enorme quantitativo di vestiari antichi, e relativamente le armi, gli attrezzi, il mobilio; una cosa enorme!

Orbene, la Cines ha trionfato, ha vinto!

Il Quo Vadis? è riuscita un’opera colossale, un capolavoro d’arte, che sorpassa qualsiasi speranza ed immaginazione, e fra poco sarà presentato allo sguardo attonito delle folle mondiali, che plaudiranno l’opera grandiosa, e questo sarà il compenso adeguato agli sforzi compiuti dalla vittoriosa Casa Romana. »

Negli Stati Uniti, fu il primo lungometraggio presentato in un teatro di Broadway. Tutti i principali quotidiani parlarono dell’avvenimento, ed il New York Telegraph scriveva, tra l’altro: “i produttori americani impareranno una cosa di questo film, se vorranno apprenderla. Non è necessario tenere gli attori sempre sulla linea di dieci piedi. In questo film vi è una maggior prospettiva per il fatto che la macchina da presa è piazzata più lontano rispetto agli attori e l’azione contribuisce ad un 50 per cento del valore spettacolare della produzione. E il New York Times affermava che il Quo Vadis? era il più ambizioso film che fosse visto sino allora in America, ricco de scene spettacolose, pieno di sensazionali effetti pittorici e perfettamente riuscito nel rendere l’atmosfera del tempo di Nerone. Altre critiche, poi, lodavano la cura posta nei dettagli, la perfezione della fotografia e degli accorgimenti tecnici, nonché l’efficace interpretazione.

Bibliografia:
AAVV. La Vita Cinematografica, 28 febbraio 1913
Enrico Guazzoni, Mi confesserò, In Penombra n. 2 1918
Davide Turconi, I film storici italiani e la critica americana dal 1910 alla fine del muto, Il film storico italiano e la sua influenza sugli altri paesi, edizioni di bianco e nero 1963
Aldo Bernardini, Cinema muto italiano 1910-1914 – Arte, divismo, mercato, Laterza 1982
Aldo Bernardini, Vittorio Martinelli, Matilde Tortora, Enrico Guazzoni, regista pittore, La Mongolfiera 2005.