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Cinema muto in Italia fine estate 1914

La storia del cinema muto italiano raccontata da chi l’ha vissuta. Fine estate del 1914. Tempo di divi e di guerra…

Alberto Collo
Alberto Collo (neg. comm. Civirani, Roma)

Alberto Collo: « Nel 1914 la Celio passa alle dipendenze della Cines. Si svolge allora una memorabile lotta a colpi di biglietti da cento (quelli da mille erano ancora rari e rispettabilissimi) fra l’avv. Barattolo che aveva abbandonato il noleggio per fondare la Caesar e il barone Fassini. Intuendo il potere di attrazione dei nomi, Barattolo aveva scritturato Emilio Ghione portandolo via alla Cines. Il colpo di mano non doveva essere che il primo di una lunga serie. Oltre a Carminati, gli occorreva un giovane attore che sapesse recitare con grazia i duetti amorosi con la Carmi. Posando gli occhi su Alberto Collo, scatenò un finimondo alla Cines dove già erano seccatissimi per la fuga di Ghione. Ma Barattolo disponeva di argomenti convincenti. Il contratto con il barone Fassini garantiva a Collo 500 lire mensili; la Caesar gliene offerse 700. Alberto Collo fu colto dai primi sintomi della… febbre dell’oro ed assunse un atteggiamento scarsamente simpatico ma che, in un certo senso, rifletteva i disinvolti costumi in uso allora nel mondo del cinema. Si presentò, dunque a Fassini informandolo che a parità di condizioni sarebbe rimasto volontieri alla Cines dove già era affiatatissimo con la Bertini. Il Barone accettò, ma Barattolo non si diede per vinto. Così, di cento in cento lire, la… quotazione commerciale di Collo aumentò fino a raggiungere il magico traguardo del mensile biglietto da mille che la Caesar assicurava. »

Francesco Soro: « Sopraggiunse frattanto la guerra mondiale, che sconvolse il mondo. Gli industriali – quelli cinematografici in ispecie, trattandosi di un genere di produzione voluttuario, per il quale l’avvenire costituiva un’incognita assoluta – preoccupati e timorosi, incominciarono a chiudere gli stabilimenti ed a licenziare il personale. Colpita da questo provvedimento fu anche la Bertini, la quale, nell’agosto 1914, mentre era in permesso, ebbe la dolorosa sorpresa di ricevere la seguente lettera:

“Signorina Elena Vitiello:
Lo stato di guerra, che attualmente travaglia le maggiori nazioni di Europa, importa non soltanto la chiusura dei quasi tutti i mercati della nostra produzione, ma altresì l’impossibilità dei trasporti delle materie prime e dei films eseguiti. In questo stato di cose siamo costretti a sospendere, per ora, la nostra programmazione e produzione normale e non possiamo pertanto utilizzare ulteriormente l’opera Vostra. Siamo dolenti per conseguenza, di dovervi dichiarare che il contratto fra noi esistente deve intendersi cessato, per la sopravvenuta impossibilità di continuare l’esecuzione.”

Atterrita, Francesca Bertini, si recò negli uffici della Celio ed ebbe la conferma della dolorosa decisione. Per grande concessione le fu offerto di lavorare a mezza paga. Sola, senza lavoro, con forti impegni, che gli artisti – e specialmente le artiste – hanno sempre a causa del vestiario, in previsione di una lunga e forzata disoccupazione, la Bertini ebbe momenti angosciosi d’indecisione. »

Francesca Bertini
Francesca Bertini 1914

Francesca Bertini: « Ero veramente irritata. Inutilmente i dirigenti della Celio tentarono di farmi comprendere quelle che ritenevano essere buone ragioni. Il mio punto di vista non collimava con il loro.

Furente e decisa a tutelare i miei interessi in ogni forma, in un colloquio tempestosissimo avvisai il consigliere delegato, avvocato Mecheri, che avrei immediatamente abbandonata la Celio. Nè a distogliermi dal proposito, bastarono le suppliche dei compagni di lavoro che nel mio allontanamento dai teatri di posa vedevano la prossima fine della casa.

All’uscita dallo stabilimento, mi attendeva, però, una sorpresa. Mecheri si era appositamente trattenuto nel giardino par parlarmi ancora, dopo il burrascoso colloquio che si era svolto nel suo ufficio. Con mia grande sorpresa, il suo tono di voce si era d’improvviso raddolcito.

— Approvo il vostro gesto, signorina Bertini – mi disse – ed io, al vostro posto avrei agito allo stesso modo. Come uomo, sono d’accordo con voi; come consigliere delegato, sono costretto a restare fermo sulle mie posizioni. D’altra parte, le clausole del contratto sono tutte a vostro favore. Vincerete sicuramente la causa che avete in animo di tentare. E poi ricordate: se andate via della Celio abbandono la Celio anch’io.

Non compresi subito il reale significato di queste ultime parole e le attribuii al desiderio che animava Mecheri di mostrarsi gentile con me dopo la sua sfuriata. Esse, invece, avevano tutt’altra importanza.

— Ho l’intenzione – continuò difatti l’avvocato – di creare una mia società per lo sfruttamento dei vostri film. Che ne direste di una Bertini Film?

Non gli risposi subito, nè potevo farlo nello stato di agitazione in cui mi trovavo. Affidai la mia causa ad un legale e non ritornai più alla Celio.

Pochi giorni dopo, su un diffuso giornale cinematografico, comparve un annunzio sensazionale: Francesca Bertini è libera del contratto con la Celio Film.

Fra tutte le proposte che si ammucchiarono in quei giorni sul mio tavolo, quella che maggiormente mi interessò fu quella dell’avvocato Mecheri. Fedele alla parola che mi aveva data, di abbandonare la Celio nel caso in cui me ne fossi definitivamente allontanata, egli mi propose un contratto che io firmai, trovandolo vantaggioso.

Uomo di eccezionali qualità e dotato da un fiuto straordinario, Mecheri non disarmava di fronte a nessun ostacolo. Amava il combattimento per la sua stessa bellezza e conosceva l’arte sottile di convincere: nelle parole che egli adoperava a sostegno delle sue tesi, vi era un indiscutibile fascino. Audace nei suoi colpi di testa e fastuoso nella sua vita privata, era abituato da tempo a collezionare vittorie. Alle molte che arricchivano la sua copiosa raccolta voleva aggiungere il trofeo Bertini; la conquista di esso si presentava difficilissima.

Anche Giuseppe Barattolo, capo della Caesar, come tutti i suoi colleghi produttori, aveva la sua rituale proposta in tasca, e non tardò ad entrare direttamente in argomento.

— Signorina Bertini, voi dovete lavorare per me.

— Lo farei molto volontieri, se fosse possibile.

— Ignoro l’impossibile e sono disposto ad accettare le condizioni che vorrete dettare.»

Il primo sciopero del cinema italiano 2

Beatrice 1920
Pubblicità italiana, in inglese, per il film Beatrice, interpretato da Marie Doro, regista Herbert Brenon 1920

Finito l’intermezzo sui film ritrovati, riprendiamo l’avventurosa storia di Marie Doro e Herbert Brenon in Italia.

5 marzo 1920. Lo sciopero degli operai degli stabilimenti cinematografici continua, nonostante il manifesto ultimatum pubblicato dagli industriali. Anzi sembra proprio che quel manifesto invece che persuadere gli scioperanti a riprendere il lavoro, abbia stimolato vieppiù tutti a proseguire la lotta.

Un noto industriale cinematografico, non di Roma, ci ha detto stamane che gli operai delle Case cinematografiche romane hanno paghe non rispondenti al costo della vita e che, considerato gli alti stipendi concessi ad artisti ed artiste, si può concedere un aumento di paga anche agli operai.

Il Sindacato operai cinematografici è deciso dunque a non piegare e continuare lo sciopero. Domattina altro comizio alla Casa del Popolo.

Lo sciopero cinematografico. Intervista con un industriale

6 marzo 1920. Lo sciopero degli operai cinematografici non accenna a finire. Anzi pare che si sia vieppiù riacceso dopo il manifesto degli industriali i quali invitavano gli operai a riprendere il lavoro entro il giorno 5. Gli operai a loro volta, dopo un comizio alla Casa del Popolo, avevano intimato agli industriali di accettare le loro proposte entro il giorno 6, contrariamente avrebbero preso possesso degli stabilimenti.

Diamo ora la parola, giacché stamane l’abbiamo concessa agli operai, ad un notissimo industriale che abbiamo intervistato oggi.

Anzitutto ci dispiace — ci è stato detto — che i nostri operai, lasciatisi guidare da qualche fanatico, abbiano degenerato il loro sciopero economico in uno sciopero politico. Se noi ieri eravamo disposti a patteggiare con i nostri operai che scioperavano per un aumento di stipendio, oggi questa disposizione ci manca nel modo più assoluto perché lo sciopero ha acquistato un carattere esclusivamente politico. Noi non permetteremo mai che ci si impongano delle condizioni da questo o da quel partito politico, in special modo quando il partito che vuol farci delle imposizioni è appunto quello che ha tentato e tenta con la propaganda più odiosa e insulsa di gettare nella rovina la nostra Italia, che noi invece, per quel poco che possiamo, vogliamo arricchire con la nostra industria. Hanno detto che noi abbiamo scritturata una diva per 2 milioni all’anno, e due direttori di scena per mille lire al giorno ciascuno. Ebbene tutto ciò è falso e noi possiamo dimostrarlo con documenti. Di vero c’è solo questo fatto per quanto riguarda la diva: una Casa estera ha proposto a costei un contratto, per due anni, di 6 milioni. La diva — chiamiamola così per intenderci — ci ha detto questa offerta pervenutale e ha soggiunto: «Per quattro milioni rimarrei in Italia, con voi». Ora noi non abbiamo ancora accettato questa proposta ma diciamo: è vero che la richiesta è esagerata, pazzesca, tutto quello che si vuole, ma d’altra parte bisogna fare questa considerazione: se questa signora se ne va presso una casa estera, noi sul mercato estero specialmente non potremo più scagliare la nostra produzione con la sicurezza che sarà venduta ottimamente perché oggi il pubblico più che ammirare il dramma cinematografico in se stesso ama sopra tutto, anzi esclusivamente, i suoi divi.

Va bene tutto ciò sarà degenerazione artistica vi concedo di usare gli epiteti che più credete opportuni, ma così è, e l’industria cinematografica è una delle più fiorenti industrie nazionali. Come vedete noi siamo presi per il collo e nostro malgrado siamo obbligati a sborsare delle somme fantastiche. I grandi artisti, quelli cioè che rendono sicura e finanziariamente ottima la vendita di un film, non si improvvisano sui due piedi: occorrono anni. O che credete: che si possa girare un film con qualche segretaria della Camera del lavoro? E l’industria, per essere industria buona, ha bisogno di vendere i suoi prodotti.

E’ falso inoltre che due direttori di scena percepiscano mille lire al giorno: l’unico direttore che percepisce uno stipendio superiore a tutti gli altri è un signore non italiano, e che forse non rimarrà troppo in Italia perché ha offerte maggiori all’estero. Lo stipendio di questo signore è di circa 45 mila lire annue. Inoltre nessuna attrice, contrariamente a quanto è stato detto, percepisce 800 lire al giorno. Altra panzana è quella che abbiamo letto stamane ove è asserito che l’Unione Cinematografica Italiana in un mese ha erogato 370 mila lire per piccole spese di carrozza e posta mentre invece non sono di piccole spese che 331 mila lire in un anno. E noi, tutto ciò potremmo dimostrare. E chiameremo qui a verificare i documenti di amministrazione tutti i giornalisti i quali poi diranno sui loro giornali se realmente le accuse di sperpero che ci sono lanciate sono o no malvagie.

Noi, con i nostri operai siamo andati sempre d’accordo. Tuttora li riteniamo delle brave persone, lasciatesi travolgere involontariamente da qualcuno che ha scopi, o lavora per scopi di partiti politici. Immaginate che noi della Lega industriali non solo ci siamo riuniti per evitare concorrenze fra di noi, e limitare in tal modo le paghe a molti artisti, ma per il bene anche dei nostri operai, tanto è vero che da noi fu fatta la proposta che fu fatta regolarmente anche allo Ufficio municipale del lavoro di costruire per i nostri operai delle case economiche, da noi fu fatta la proposta a notissime artiste di lasciare il danaro percepito per la posa di un film per accrescere il fondo delle case economiche che avevamo progettato, e da noi uscirono tante e tante proposte tutte a favore degli operai, che qui è inutile che io vi elenchi. Ma loro, i nostri operai, lo sanno. E lo ricorderanno, perché essi, pur in questi momenti di agitazione debbono essere rimasti i buoni operai che erano. Non crediamo che essi, individualmente siano degli scontenti, e ce lo dimostra il fatto che molti vogliono riprendere il lavoro, e se non lo fanno è perché temono delle rappresaglie. Già alcuni, sfidando anche questo pericolo, si sono presentati per riprendere il lavoro. Sfido! Basta dire che le paghe di più di 300 lire il mese sono le paghe dei facchini e di altre persone, che ogni Casa ha in soprappiù e quindi potrebbe anche licenziare. E poi le altre paghe arrivano alle 700 lire mensili.

Ma — abbiamo chiesto — se gli operai ottenessero di esercire da sé medesimi gli stabilimenti? E’ una possibilità che…

— In questo ramo di industria, certe possibilità non si possono nemmeno pensare!

Qualche chiarimento. Il notissimo industriale è Giuseppe Barattolo. La Diva dei quattro milioni è Francesca Bertini, in realtà il compenso (nel contratto dal 1° giugno 1920 al 31 maggio 1921) è di un milione di lire. Tre milioni in meno. Forse Barattolo non si rende conto della gravità della situazione, ma queste dichiarazioni solleveranno un vespaio contro la Bertini in particolare, e contro tutti i divi in generale. Qualcuno prenderà molto sul serio la questione e Francesca Bertini sarà costretta a lasciare l’Italia. Ma non il cinema.

Il direttore non italiano che percepisce uno stipendio superiore a tutti gli altri è Brenon. Anche questo solleverà un vespaio, sopratutto fra i colleghi italiani, quindi nella stampa professionale.

L’Unione Cinematografica pubblicò una smentita alle accuse del Sindacato operai cinematografici. Poi seguì il manifesto della Lega industriali ad appoggiare l’UCI. A questo punto interveniva l’on. Gioacchino Mecheri, consigliere autorevole dell’Unione, il quale in una intervista concessa ad un quotidiano di Roma, appoggiava le richieste degli scioperanti e dimettendosi dalla carica che che rivestiva in seno all’Unione, acuendo così il dissidio sorto fra lui e gli industriali dei quali non approvava i metodi seguiti nella vertenza. Intanto gli operai, i generici, i lavoratori dei films continuarono nella lotta, tenacemente. La lotta divenne aspra da ambo le parti, finché entrarono in scena i generici che, adunati per invito del loro sindacati, votarono il seguente ordine del giorno:

“Considerando che per i caroviveri e per il caro vestiario le condizioni di vita vanno aggravandosi in modo da doversi già considerare insostenibili, gli artisti generici deliberano di rimettere oggi stesso alle case produttrici un memoriale, per chiedere la concessione dei miglioramenti economici indispensabili.
La risposta degli industriali è attesa per il giorno 7 corrente, Scaduto tale termine la classe sarà convocata d’urgenza a comizio per prendere le decisioni del caso.”

Intanto i comizi si susseguivano. Pace, il capo degli operai, incitava alla resistenza. A Torino, la vittoria arrise agli operai. La notizia imbaldanzì la classe lavoratrice di Roma.

La lotta a Roma non accennava a finire. Gli operai invitarono gli industriali a presentare i loro libri contabili alla stampa quotidiana in presenza di una commissione operaia. Gli industriali non risposero. A questo punto sorse un’altra figura in difesa degli scioperanti: il barone Guido Parish, già direttore generale della Myriam.

Intanto alcune piccole Case capitolarono e gli operai logicamente imbaldanziti, deliberarono la resistenza a tutta oltranza. La stampa quotidiana, appassionata del dissidio appoggiò gli scioperanti.

Hollywood sul vulcano

Herbert Brenon
Herbert Brenon, fotografia di Pinto, Roma 1919

Siete in partenza per le vacanze o rimanete a casa? Se rimanete a casa non perdete questo e i prossimi post sulle prime giornate rivoluzionarie del cinema muto italiano. Una storia che potrebbe servire di spunto per girare un film. Ha tutto il necessario: ambientazione “vintage-glamour” perchè si svolge nel mondo del cinema d’altri tempi; il periodo storico degli anni ’20, personaggi noti e sconosciuti della storia del cinema e della politica, conflitti sociali, ricatti, vendette, cariche delle forze dell’ordine, persino briganti… Non manca niente.

Come avevo scritto nel post precedente, le critiche impietose della stampa italiana verso i film girati in Italia dalla coppia Marie Doro-Herbert Brenon, nascondono un retroscena. Questo retroscena non ha molto a che vedere con la qualità dei film, come conferma si possono consultare le recensioni in altri paesi fuori dall’Italia. Come mai la stampa cinematografica professionale, in particolare la stampa torinese, aveva la penna così avvelenata contro gli ospiti americani?

Andiamo indietro di qualche mese.

Roma, 30 gennaio 1919:

E’ costituita, con sede in Roma, una Società anonima per azioni, sotto la denominazione Unione Cinematografica Italiana, avente per oggetto di esercitare, sia in Italia che all’estero, l’industria e il commercio cinematografico sotto qualsiasi forma, compreso l’esercizio dei cinematografi e tutte le altre industrie sussidiarie.(…)

La Banca Commerciale Italiana, rappresentata legalmente dai signori Benucci cav. uff. Lamberto e Pescetti cav. Mario, sottoscrive per n. 480.600 azioni privilegiate, che ammontano a lire 12.165.000, e per n. 97.400 azioni ordinarie, che importano lire 2.435.000; la Banca Italiana di Sconto, rappresentata dal sig. Tiziano Martinello, sottoscrive per n. 486.000 azioni privilegiate, che importano lire 12.165.000, e per 97.400 azioni ordinarie ammontanti a lire 2.435.000. Totale lire 29.200.000 (del 1919!).

L’avvocato Giuseppe Barattolo conferisce in natura alla Società, come sopra costituita, gli stabilimenti della Caesar Film, posti in Roma, comprendenti metri quadrati 16.000 circa di terreno, teatri di posa, magazzini e uffici ed altri fabbricati e manufatti, il tutto sul terreno stesso. (…)

L’avvocato Mecheri apporta in natura alla Società, come sopra costituita, lo stabilimento della Film d’Arte Italiana, sito in Roma in via Alessandro Torlonia, con tutti i manufatti e costruzioni (…)

Il sig. Fasola Alfredo conferisce in natura, alla Società come sopra costituita, gli stabilimenti della I.N.C.I.T. (già Film Artistica Gloria), dei quali è proprietario, situati in Torino e comprendenti circa metri quadrati 7000 di terreno di cui circa 2800 fabbricati (…)

La Società è amministrata da un Consiglio di amministrazione composto da 18 amministratori. A componenti il primo Consiglio di amministrazione vengono nominati i signori:
Colonna principe don Prospero, senatore del Regno, Fenoglio gr. uff. Pietro, Pogliani gr. uff. Angelo, Volpi gr. uff. Giuseppe, Conte di San Martino e Valperga Enrico, Corsi gr. cr. Camillo, Soro avv. cav. uff. Francesco, Contestabile della Staffa conte Antonio, Masciantonio on. Pasquale, Mecheri avv. Gioacchino, Diatto comm. ing. Vittorio, Capodagli comm. Eugenio, Barattolo cav. avvocato Giuseppe, Pietrasanta cav rag. Angelo, Gelmini Giuseppe, Biagi cav. Fortunato, Fassini barone Alberto, Fasola Alfredo.

Chi ha interesse a leggere l’intero atto costitutivo può consultarlo in biblioteca nel Bollettino Ufficiale Società Azionarie, o la riproduzione parziale pubblicata nel volume di Riccardo Redi, La Cines – Storia di una casa di produzione italiana, Centro Nazionale Cinematografia 1991. Per quello che riguarda la nostra storia, penso che bastino i nomi e i dati riportati sopra.

Questa società, finanziata e diretta dalla Banca Commerciale e dalla Banca di Sconto, era sorta con l’ambizioso scopo di impadronirsi della produzione italiana, raggruppando le diverse case allora esistenti, garantendo loro la distribuzione internazionale sotto la bandiera UCI. La notizia fu accolta come un buon auspicio per la “rinascita” della produzione in Italia, e la riconquista dei mercati esteri. Come in molte altre occasioni, prima e dopo il 1919, il cinema italiano era in “crisi”. Nei mesi successivi, l’entusiasmo verso le manovre dell’Unione Cinematografica Italiana (d’ora in avanti: UCI) era ai minimi, sopratutto fra il personale tecnico. Così ricordava quei tempi l’operatore Arturo Giordani:

Nel 1919 il mio stipendio era di 3000 lire al mese. Ma quello fu l’ultimo anno di lavoro. L’amministratore della Tespi mi offerse infatti un contratto da firmare dicendomi: Firma questo contratto, perchè nel cinema non lavorerai più; te lo do per premio. Era infatti cominciata la smobilitazione del nostro cinema, cui contribuì validamente la politica del grande trust costituito da Alberto Fassini, Giuseppe Barattolo e Gioacchino Mecheri. Fu praticamente mercé l’ausilio di questi tre magnati se il cinema americano poté scalzare e poi mettere a terra la nostra industria cinematografica.

E così  altro operatore, il pioniere Giovanni Vitrotti:

Ero a Torino intorno al 1914 quando la Leonardo Film, di cui ero direttore e azionista, fallì. L’amministratore della società era stato irretito da Barattolo, uno dei fondatori dell’UCI, con un contratto complicatissimo per cui tutti i prodotti dalla Leonardo dovevano essere dal Barattolo stesso distribuiti, mentre invece furono “messi a dormire”.

Fu uno dei primi esempi di quella concorrenza sleale che Barattolo proseguì, ai tempi dell’UCI, ai danni delle Case indipendenti. Ricordo, fra l’altro, l’esempio significativo di una Casa minore che stava realizzando un film sul Paradiso di Dante. Barattolo si offrì a comprare il film, a un prezzo irrisorio. La Casa si rifiutò di vendere. Allora Barattolo annunciò che egli avrebbe prodotto un film sul Paradiso di Dante e infatti diede ordini in questo senso, con la consegna di procedere alla realizzazione del film a tempo di primato. Spaventati dall’annuncio e dai potenti mezzi finanziari di Barattolo, i produttori indipendenti dovettero piegarsi al suo ricatto vendendogli il film al prezzo che voleva. Tra le cause della crisi, la politica monopolistica dell’UCI che soffocò le iniziative degli indipendenti va dunque messa in prima linea; e del resto era opinione comune a quei tempi che gli uomini di affari dell’Unione non si limitassero a ciò, ma intendessero favorire con la loro politica il successo della concorrenza straniera, americana sopratutto.

Tra le altre cause della crisi metterei il divismo – cioè quel dispotico dominio delle prime donne, per cui il montaggio del film veniva fatto, spesse volte, dalla diva stessa, in funzione diretta del suo prestigio e dei suoi primi piani – e la scarsa serietà industriale di molti produttori.

Secondo queste testimonianze (ed altre molto simili), il fallimento dell’industria cinematografica è dovuto a tre cause: il cinema americano, la scarsa serietà dei produttori, e i capricci delle dive. Ma questi amari ricordi sono del 1954.

Ritorniamo al 1919. Verso l’autunno di quell’anno il regista americano Herbert Brenon firmava un contratto con l’UCI per girare una serie di film in Italia sotto il marchio Brenon Film. Una cortesia di Giuseppe Barattolo che in realtà non significava nulla, come nel caso della Bertini Film, la produzione era al cento per cento UCI. Barattolo pensava che il nome, o meglio, i nomi di Brenon e Marie Doro, sotto il “marchio” Brenon Film, servissero a vendere meglio il film fuori dalle frontiere italiane. Lo credeva sul serio? Io non ho dubbi in proposito.

Marie Doro ed il suo regista partirono verso il paese fantastico di Turania, secondo altre fonti Ruritania, ambientato a Venezia, in compagnia della numerosa troupe tecnica e artistica Made in Italy, per finire le riprese nell’incantevole Capri, come direbbe una qualsiasi guida turistica.

Per le riprese di Il colchico e la rosa e Beatrice, fu scelta Taormina. Durante le riprese in Sicilia, per essere esatti, durante una passeggiata dopo una pausa pranzo sull’Etna, Brenon sparisce. Dopo quattro giorni di “ansia”, era il mese di gennaio 1920, e sul vulcano c’era la neve, l’intrepido regista ricompare e racconta che è stato “rapito” da alcuni banditi che lo avevano catturato, ma è stato rilasciato “when he was found to be an american”. Di questa avventura si fa eco il New York Times, la stampa italiana, diplomaticamente, ignora l’incidente. Sicuramente il meno preoccupato è lo stesso Brenon, le riprese vanno avanti ancora per qualche settimana.

Verso febbraio 1920, la troupe ritorna a Roma. Mancano le riprese degli interni, e qualche esterno. Brenon è sicuro di completare il montaggio del primo film in poche settimane, gli altri due saranno pronti prima dell’estate. Ma nella capitale lo aspetta una sorpresa, anzi due, quando Marie Doro, ribattezzata dalla stampa Marie D’Oro, non vede arrivare i suoi bagagli nell’albergo. Un dettaglio di niente, i teatri di posa sono vuoti, tutto il personale ha fatto sciopero…