Chaplin secondo Diana Karenne 2

Charlie Chaplin, Il Circo
Programma del film Charlie Chaplin Il Circo

Qualcuno raccontò come Chaplin abbia trovato sé stesso. Questo primo artista del cinematografo, allora ancora a tutti sconosciuto e povero, a quel tempo abitava in una camera con altri tre artisti poveri e sconosciuti come lui. Un giorno gli accadde di essere sorpreso dalla pioggia, e di trovarsi completamente inzuppato. Approfittando del sonno nel quale erano immersi i suoi tre compagni, dopo un banchetto povero ma molto innaffiato, Chaplin, tutto bagnato, aveva indossato i vestiti dei suoi compagni dormienti. Uno di loro era grasso, l’altro magro e lungo, il terzo piccolo. Avendo fretta, Chaplin aveva messo le scarpe del più grande dei tre, i pantaloni del più grasso, la giacca del più piccolo. L’artista si guardò nello specchio, e immediatamente vide nella propria immagine il Charlot, quasi identico a quello oggi universalmente conosciuto.
In questo racconto, probabilmente inventato, c’è forse più comprensione dell’arte cinematografica, che nei discorsi sull’erudizione filosofica di Chaplin. Un caso fortunato ed una geniale comprensione hanno nel cinematografo una parte tanto importante, quanto nelle altre arti.

Le film con Charlot mostrano un ininterrotto intreccio ed urto dei sogni con la realtà. Da qui tutte le situazioni comiche e drammatiche, di cui abbondano queste film.
Charlot ha una qualche rassomiglianza con Don Chisciotte.
Chaplin ama di mostrare la lotta di Charlot con qualche forte gigante e la vittoria della felice stella di un timido sognatore sopra la forza oscura e brutale. Su questo sono basate quasi tutte le piccole film di Chaplin, che hanno reso celebre non solo lui, ma anche il suo collaboratore con le caratteristiche e feroci sopracciglia, col potente collo bovino e col pugno grande come la testa di un uomo adulto.
Su questo si basano le scene principali della « Febbre dell’oro », ed alcune scene del « Circo » dove la forza fisica brutale è incarnata non in uno ma nei due personaggi: lo stesso padrone del circo ed il suo feroce e spalluto aiutante. Charlot, nella lotta inuguale con questi potenti nemici, ispirato, crede nelle proprie forze, e la stella del successo che veglia su lui rivolge a suo vantaggio quasi ogni suo ridicolo o assurdo gesto.
Inoltre Chaplin, raffigurando Charlot un eroe spontaneo, gli da la verosimiglianza con tutta una serie di segni ironici. Charlot lotta con i suoi potenti oppositori, ma ha anche paura di loro. Egli è persino un po’ vigliacchetto ed in generale non gli sono estranee tutte le debolezze umane. Per questo è simpatico al pubblico, che vede in lui qualche cosa di sé ed è riconoscente al Chaplin per il verismo. Charlot non rassomiglia all’eroe romantico che cammina sui trampoli, ma è la carne della carne del cittadino moderno dal quale si distingue soltanto perché è un sognatore: egli cerca con tutti i modi di rassomigliare a tutti gli altri, ma questo non gli riesce.
E’ molto caratteristica la scena del colloquio col padrone del circo. Volendo dimostrare il proprio carattere e ricordare la sua « forza fisica ». Charlot imponentemente schiaccia e strappa con le sue mani… un mazzo di paglia, mentre fra lui e l’impresario si svolge un dialogo interessante.
Il padrone del circo gli offre 50 dollari alla settimana. Charlot, che or ora si è convinto del proprio valore, vuole una ricompensa più alta.
L’impresario gli offre allora sessanta dollari. Ma Charlot scrolla le spalle.
— Io raddoppio la somma — dice il padrone.
— Meno di cento dollari io non accetto! — risponde Charlot.
Defraudare sé stesso con la sicurezza di aver fatto un ottimo affare, cercare di essere pratico e non esserne capace, questo è molto caratteristico per lo stupidello Charlot.
La sua distrazione arriva al punto, che spolverando gli oggetti, ripassa con lo straccio anche i pesci che ha ripescati poco prima con le dita dall’acquario.
Ma quanta poesia però nella sua vitaccia impotente, sempliciotta e comica…. Ricordate la meravigliosa danza dei panini nella « febbre dell’oro ».
Per fortuna Chaplin non è mai nauseante, come tanti altri artisti. Dopo aver commosso lo spettatore, egli è capace subito di troncare l’impressione e farsi vedere egoista, indifferente alle disgrazie del prossimo. Così, avendo compassione della cavallerizza del circo, tranquillamente monta sull’uomo disteso nella polvere, per osservare più comodamente, attraverso un foro nella tenda, l’oggetto della sua tenerezza.
Del « Circo », grazie al finale triste di questa film, hanno scritto che esso porta una nota tragica nell’arte di Chaplin. A stento questo può essere giusto. « Circo » è una serie di scene « poetiche », a volte tristi, a volte spensierate, mai tragiche. Chaplin non è mai stato e forse non sarà mai un tragico. Nelle sue scene c’è sempre un velo di tristezza; a volte questa si sente molto forte e quasi ferisce lo spettatore: ma in complesso la figura di Charlot non ha nulla in comune colla tragedia, anzi, il comico di questa figura è preponderante. Vi sono delle scene che irresistibilmente fanno ridere. Non vale la pena di ricordarle; sono troppe. Una qualità ha Chaplin, che lo rende diverso dagli altri comici dello schermo: la nobiltà e l’ispirazione della sua comicità.
Per finire, voglio ricordare ancora un particolare di Chaplin. Egli, come nessun altro, aveva indovinato l’importanza dell’artificiale e del convenzionale in cinematografo. Un personaggio simile a quello che Chaplin fa vedere, nella vita probabilmente non si potrebbe trovare. Charlot è quasi un fantoccio, una marionetta della quale sognava Gordon Craig. Grazie alla sua eccezionalità, la figura di Charlot dà subito agli occhi, si ricorda ottimamente e presenta dei grandi vantaggi durante la presa. Si capisce da sé, che di fantoccio, di grottesco in Charlot sono soltanto il suo vestito ed alcune smorfie. La recitazione di questo artista è un fenomeno complicatamente psicologico, è umana ed affatto bambolesca. Ma l’aspetto esteriore di Charlot è il trionfo della convenzione, dell’artificialità, dell’arte. Gli artisti che recitano la loro parte, il loro trucco, le mosse convenzionali, gli abiti ecc. non di rado perdono confrontandoli con la natura, gli animali e gli uomini comuni (non artisti). Ma la forza ed il fascino del cinematografo non si esauriscono affatto con la imitazione della natura. Voglio qui apposta ricorrere ad un esempio, poco notabile, ma degno della più seria attenzione. Parlo della réclame cinematografica. I drammi di carta, dove si fa la reclame al cioccolato di una tale fabbrica o dei bottoni di un tale negozio, non di rado sono più artistici di una lunga commedia con i personaggi vivi e con la natura autentica, le figurine di cartone spesso divertono e rallegrano il pubblico. Molti durante gli intervalli non abbandonano i posti per vedere il « Pubbli-cine ». Qualche inverosimile personaggio di carta, che compie delle gesta eroiche alla conquista di un dentifricio prezioso, od un terribile variopinto leone, che diventa placido e mansueto alla vista di una tavoletta di cioccolato, hanno alle volte dei rapporti diretti con l’arte più vera.
lo non parlo casualmente di questi figurini di carta nell’articolo dedicato a Chaplin. V’è nel vestito di Charlot e in alcuni suoi studiati e meccanici gesti qualche cosa in comune coi personaggi del « Pubbli-Cine ». Mi è capitato di confrontare il fascino di Douglas Fairbanks con quel fascino animale che emana dalla testa del leone ruggente silenziosamente nel medaglione della Metro-Goldwyn. Il vestito ed alcuni gesti di Charlot hanno qualche cosa in comune colle figure di cartone delle rèclame cinematografiche,  gatto Ratapaolo, per esempio. Questa figura particolarmente riuscita della « Pubbli-Cine » provoca lo stesso riso e la medesima simpatia che suscita la figura di Charlot. L’andatura di Ratapaolo, la sua coda a batuffolo e tutto ciò che egli fa, ricorda l’importanza dell’artificiale e convenzionale nel cinematografo. L’aspetto di Charlot ricorda lo stesso.
Il contenuto interiore di questa figura è, certamente, infinitamente più complicato. Charlot è un chiaro e profondo tipo del cinematografo, per ora il miglior tesoro dell’arte muta.
Osservando l’arte di Chaplin, non si può negare che il cinematografo e un’arte indipendente e nuova.

DIANA KARENNE

L’arte di Chaplin secondo Diana Karenne

Diana Karenne
Diana Karenne

Se non quantitativamente, qualitativamente i nemici dell’arte muta non sono affatto più deboli dei loro difensori. Si scrivono e si dicono contro il cinematografo molte cose brutte, interessanti e vere. Vale la pena di ascoltare queste voci. La nuova arte è effettivamente piena di errori e difetti. Molti proibiscono recisamente al cinematografo di chiamarsi arte. Tra le ragioni di questa condanna è facile ricondurre alle due principali. La prima: il cinematografo, si dice, non ha nulla di proprio e utilizza soltanto le qualità degli altri; la seconda: il cinematografo non ha nessuna tradizione, nessun legame con le muse antiche, esso è nato casualmente, all’infuori dell’arte.
Questi argomenti li trovai, non tanto tempo fa, in un’interessante nota di un critico musicale (B. I. Pol, Cinema e musica). Il Pol insorge energicamente contro l’unione meccanica del cinematografo con la musica. Io non prendo sotto la mia protezione tutti i suonatori e tutte le orchestre di tutti i cinematografi. Essi suonano spesso assai male, ed i brani da loro eseguiti spesso non armonizzano con quello che si svolge nel film. Ma questo non vuol dire che il cinematografo e la musica non abbiano nulla in comune. A me sembra che ambedue siano ritmici e per questo vicini l’uno all’altra. Il ritmo e la musica sono quasi la stessa cosa; questo non si può dirlo subito del cinematografo; ma forse si può negare il suo ritmo?
Ritmicamente si susseguono i frammenti dell’azione spezzata, la quale, quando il film è in moto, si fa unica ed integra. Ritmico è il giuoco stesso degli artisti, la loro muta, ma espressiva, arte del gesto e della mimica, il legame della musica con il cinematografo non si può chiamare meccanico. Questo legame non è così stretto come tra la musica ed il ballo, ma è anch’esso organico, non casuale.
Insieme agli altri oppositori dell’arte muta B. I. Pol la chiama un’ospite mal invitata fra le altre arti antiche e riconosciute. In queste parole si ode di già quell’affermazione erronea alla quale aveva accennato prima : che il cinematografo, cioè, non ha tradizioni, che esso è senza famiglia, né patria, che esso è nato casualmente all’infuori dell’arte. Io risponderei a questo ricordando che nel fondamento del cinematografo vi è la pantomima, una delle arti più antiche.
Nell’altro capitolo del suo articolo, Pol esprime il dubbio se v’è qualche cosa di proprio nell’attore dell’arte muta. Come ho già detto poco fa, anche questo è uno dei capi d’accusa più comuni: il cinematografo, cioè, prende tutto dagli altri. Io dovevo discutere a questo proposito poco tempo fa in una risposta su un concorso cinematografico. Se il materiale della musica è l’altezza del suono; della pittura, il colore; della poesia, la parola; del teatro, l’artista ha un materiale indipendente e con null’altro paragonabile: il cinematografo è il raggio luminoso. Del raggio di luce si serve anche la fotografia comune, ma la differenza tra questa ed il cinematografo è enorme.
Nella fotografia comune non v’è moto, azione, dramma, attore, insomma nulla di quello che insieme con il giuoco del raggio luminoso costituisce il contenuto dell’arte cinematografica. Per parte mia avrei definito il cinematografo come l’arte della pantomima attraverso il giuoco del raggio luminoso.
L’arte muta, secondo me, possiede gli elementi delle vere arti classiche (pantomima) ed inoltre possiede qualche cosa di suo con nulla paragonabile (il raggio luminoso).
Tali sono le mie obbiezioni principali ai nemici del cinematografo.
Ma tutto ciò non è che teoria; mi è più piacevole il ricordare che davanti agli cechi abbiamo ora una migliore e vivente dimostrazione in favore del cinema, indiscutibile e raggiante esempio dell’ispirazione puramente cinematografica. Io parlo di Chaplin, il primo artista dello schermo.

Chaplin ha indovinato che muoversi e vivere sullo schermo è un’arte speciale difficile e nuova. La sua recitazione dimostra che l’espressività dello spettacolo cinematografico dipende da ogni gesto, dal vestito, dai suoi minimi particolari, (il bastoncino, la bombetta, le scarpe ecc.), dalla varietà delle situazioni drammatiche, dal senso di misura, dall’interna e non solo esterna compenetrazione della sua parte, e, forse questa è la cosa più importante, da quell’inafferrabile senso della propria arte, che stabilisce subito un legame tra l’artista e lo spettatore.
C’è in ogni arte qualche cosa di completamente «inafferrabile». La cosa principale del cinematografo si crea con una ispirazione felice e con delle brillanti trovate dell’attore, operatore o direttore artistico. Il cinematografo richiede dall’artista una speciale intuizione cinematografica che il Chaplin possiede più di qualunque altro. Se, parlando degli elementi del cinematografo, menzioneremo solo il raggio luminoso (fotografia ben distinta) o la pantomima (i movimenti dell’attore) con questo non esauriremo al fatto il contenuto dell’arte nuova. Rimane ancora qualche cosa di difficilmente definibile, che io chiamo l’ispirazione cinematografica. Adesso molti spiegano il successo di Chaplin col suo bergsonismo ed in genere con la sua conoscenza di filosofia. Le conoscenze scientifiche di Chaplin paiono a me ipotetiche e ad ogni modo poco importanti.
Non la disciplina mentale, ma un raro senso cinematografico lo ha aiutato a creare la magnifica figura di Charlot.
(segue)

Miss Dorothy – Nova Film 1920

miss dorothy
Una scena del film

Miss Dorothy è uno strano tipo di istitutrice, che la vecchia Duchessa Sangro ha scelto per educare Mara, sua lontana parente, orfana ricchissima, di carattere capriccioso e ribelle. Ma Dorothy, sotto l’apparenza rigida, sotto maniere esteriori prive di grazia e quasi ridicoli, ha degli improvvisi sprazzi di vita, dei misteriosi lampi indagatori, che si fanno più frequenti dopo il ritorno dagli studi del Duca Giorgio, fidanzato di Mara. Giorgio non si accorge di nulla, non ha notato l’impressione di Dorothy al primo incontro e non s’avvede ora dell’anima silenziosa che gli vibra accanto con affetto vigilante Ma una sera quest’anima appassionata si rivela a Giorgio attraverso la musica che Dorothy esegue e attraverso l’intensità dei suoi occhi meravigliosi. E Giorgio ne è stranamente turbato.

Si celebrano le nozze e gli sposi partono. Ben presto i due caratteri diversissimi appaiono inconciliabili, e gli sposi tornano al palazzo Sangro, dove si ripetono i litigi e le recriminazioni. Una sera per confortare Giorgio, Dorothy si tradisce, gli parla con tale oblio di se stessa, si trasfigura talmente in tutta la persona, nel viso, negli occhi, che Giorgio si ricorda di un’ effige scolorita veduta più volte fra segrete carte famigliari.

Va a cercare in uno stipo dimenticato, e vi trova infatti un ritratto di Dorothy. La misteriosa istitutrice e dunque la donna amata in passato da suo fratello Ruggero, il quale, unitosi a lei, col solo vincolo religioso l’aveva poi lasciata vedova con una bambina; questa bimba era fatta strappare alla vedova dalla Duchessa, e Dorothy riceveva più tardi l’annunzio che la piccola era morta.

Giorgio cerca ora ansiosamente Dorothy, che appena s’è accorta d’essersi tradita è subito scomparsa dalla casa dei Sangro. Trovatela in un’elegante villa solitaria le rivela che sua figlia vive, legittimata di un ex Maggiordomo di casa Sangro, il quale d’accordo con sua moglie fa credere alla fanciulla che Giorgio sia un modesto studente amico di famiglia.

Dorothy rivede la sua Gladys, oramai più che adolescente, ma non ha il coraggio di turbarla rivelandole la verità. Diventa sua amica, e s’accorge che la fanciulla ama Giorgio, il quale sta intanto divorziando da Mara. Una lotta angosciosa s’inizia nel cuore di Dorothy, poiché anch’essa ora ama Giorgio, immagine vivente del suo Ruggero perduto; ma attraverso una serie di vicende il sentimento materno vincerà e Dorothy giungerà a far sacrificio persino della vita per la sua figliuola.

miss dorothy
Una scena del film

«La Nova Film presenta al pubblico un buon lavoro sia dal lato industriale, che da quello artistico. La protagonista è una miss Dorothy, prima ed una Thea di Nordthingam, poi, animata, espressiva, vivente; non così il Calò, il quale recita la parte di Duca di Sangro in una maniera fredda, opaca, incolore. Un non senso: è mai possibile che solo un paio di occhiali a stanghette, riescano a camuffare in maniera tale il viso della istitutrice, sì da renderlo irriconoscibile a tutta quanta la famiglia di Sangro? Eppure si conservava la fotografia dell’amante del duca Ruggero!»

Messa in scena di Giulio Antamoro, soggetto di Riccardo Picozzi, operatore Cesare Cavagna. Interpreti: Diana Karenne, Romano Calò, Carmela Bonicatti, Lia Formia.

Dianna Karenne ha scelto personalmente la giovanissima Carmela Bonicatti, alias Carmen Boni, quasi al debutto.

Uno degli impegni del programma della Nova Film, casa di produzione diretta da Giulio Antamoro, è l’abolizione del divismo. Film esistente alla Cineteca Nazionale di Roma (forse).