La battaglia di Sidney Street 1911

Il ministro Winston Churchill
Il ministro degli interni Winston Churchill, secondo a sinistra, durante la "battaglia"

Un post su questo argomento è stato pubblicato nel sito The Bioscope qualche giorno fa, e non ho potuto resistere la tentazione di fare qualche ricerca su come era stato “presentato” un evento simile nell’Italia del 1911. Non ho trovato dati sui diversi “dal vero” girati dalla British Pathé, Gaumont, ecc, soltanto alcuni articoli sulla stampa periodica, forse i dal vero non sono usciti in Italia.

Nel post di The Bioscope potete trovare i diversi link ai filmati originali del 1911, alla mostra organizzata nel Museum of London Docklands ed altro ancora. Che meraviglia questi archivi inglesi disponibili sul web, e che meraviglia (come al solito) le informazioni di Mr. Luke McKernan, non vi perdete il post.

Una chicca: se ricercate su internet vedrete che la battaglia di Sydney Street ha ispirato un paio di film di Alfred Hitchcock nel 1934 e nel 1956.

Ecco la notizia sulla stampa italiana:

La battaglia di Sidney Street fra polizia e anarchici a Londra.

La grande metropoli britannica ha veduto il 3 gennaio una scena, che non ha precedenti nella sua storia. La verità è che Londra da tre settimane attraversa un periodo di sensazionalismo criminale veramente insolito. Un venti giorni sono, precisamente il 16 dicembre, una banda di anarchici russi, cinque o sei uomini ed una donna, tentarono di saccheggiare « a scopo di propaganda » la bottega di un gioielliere nel quartiere israelitico di Houndsditch, calcolando su di un bottino di settecentocin-quantamila franchi: la banda si accinse al colpo provvista di tutto il necessario — tubi di ossigeno, lampadine incandescenti, condutture elettriche, leve di acciaio, seghe rotative, tutto, insemina, l’arsenale del moderno scassinatore di casseforti.
La banda aveva pure affittate due case a tergo di quella nella quale è la bottega del gioielliere ed aveva iniziato lo scavo di un tunnel per penetrare nella bottega stessa. Mentre i criminali scavavano questo condotto alcuni vicini udendo per molte notti successive insoliti rumori si insospettirono ed avvertirono la polizia; questa affidò ad un ispettore ed a cinque policemen la missione di andare ad arrestare i delinquenti…. come se si trattasse di andare ad assistere ad un meeting !..
I policemen andarono senza nemmeno il revolver, fidenti sul terrore e rispetto, tradizionali, che circondano la polizia inglese; commisero inoltre l’ingenuità di andare, così inermi, a bussare alla porta della casa dove ritenevasi che la banda fosse appiattata, ed i policemen furono accolti da colpi di pistole Mauser e caddero l’uno dietro l’altro, tre morti, e due feriti così che ancora sono giacenti all’ospedale. Un sesto si salvò buttandosi al suolo e fingendosi ferito.
I malfattori si salvarono fuggendo colle rivoltelle in pugno, sparando a dritta e sinistra, tanto che uno di loro rimase ferito dai compagni. Questi se ne accorsero e con grande coraggio lo portarono per quasi un chilometro attraverso le vie deserte della City nella casa abitata da due confederati e quivi lo lasciarono morente. Alcune donne andarono a chiamare un dottore e questi saputo all’indomani dai giornali del conflitto avvenuto e vedendo che il ferito stava per morire si affrettò a telegrafare alla polizia. Questa accorse sul posto ma troppo tardi: l’uomo era morto, i suoi compagni scomparsi, i documenti che si trovavano nella stanza bruciati da una delle donne, che, assieme ad un’altra, fu subito arrestata.
Cominciò allora la caccia della polizia sugli uomini della banda, e tre individui sospettati di ricettazione furono arrestati; poi la caccia fu intensificata contro tre giovani russi: Fritz, Pietro il pittore e Giuseppe, ritenuti i veri capi. Quand’ecco, la mattina di Capo d’anno un policeman scoperse nell’eccentrico parco di Clapham Common, il cadavere di un ebreo, Beron, di origine polacca, abitante nel quartiere degli anarchici e sospettato come referendario della polizia.
Il cadavere aveva la testa sfracellata da ripetuti colpi di verghe di ferro, ed il ventre sforacchiato da diverse coltellate, ma la maggiore impressione nella polizia e nel pubblico fu destata dal fatto che il disgraziato aveva sul viso, tracciate nella parte carnosa delle guance con una lama taglientissima, due S maiuscole. Questo fatto riattaccò, non si sa ancora se a torto o a ragione, il delitto di Clapham Common al delitto di Houndsditch, e fece supporre che il referendario fosse stato ucciso dagli anarchici russi e bollato colla iniziale della parola spia, in inglese Spy.
Nel cercare di stabilire l’identità di questo assassinato e nel visitare, in relazione al nuovo delitto, certe parti ancora inesplorate dell’East-End la polizia credette di essere venuta a cognizione del vero
rifugio dei tre principali ricercati, e così avvenne, che la notte fra il 2 ed il 3 gennaio una vera operazione militare per l’arresto dei tre uomini (i tre ricercati principali, Fritz, Pietro e Giuseppe), che si dovevano trovare nascosti nella camera di una cucitrice russa al n. 100 di Sidney Street, venne organizzata ed inscenata. Il risultato di questa operazione tutti conoscono oramai, e fu accennato anche nel Corriere dello scorso numero: due dei ricercati rimasti soli nella casa ed accerchiati dalla polizia, mentre il terzo si squagliava misteriosamente, opposero una disperata resistenza alle forze di polizia, alla compagnia di granatieri della Guardia scozzese, alla batteria ili artiglieria mandati contro di essi ed operanti alla presenza del ministro per gl’interni, Winston Churchill; ad alla fine non volendo cader vivi nelle mani della forza pubblica appiccarono fuoco alla casa rimanendo sepolti sotto le rovine.
Mai a Londra si era verificato alcunché di simile mai due criminali erano riusciti a tenere in scacco per così lungo tempo quasi duemila uomini armati di quel famoso corpo di policemen che è l’orgoglio della metropoli inglese…. Ma la casa era appena crollata, che già il dubbio si faceva innanzi sulla identità dei due cadaveri rinvenuti in essa. A chi appartenevano? La polizia affermava trattarsi dei due ricercati conosciuti coi nomi di Fritz e di Pietro, ma ben presto dovette convenire che Pietro non era fra i morti; mentre pare che Fritz vi sia veramente.
Le ricerche continuano attivissime; l’autore o, per lo meno complico dell’assassinio dell’ebreo Beron è stato arrestato; e, quel che più importa, tutta la stampa inglese solleva la questione se possa più durare il classico diritto d’asilo per gli anarchici, dal momento che si sono dati all’esercizio della loro terribile criminalità nel paese di cui fin qui, in cambio dell’ospitalità, avevano sempre rispettato l’ordine e le leggi.

Dante nella vita dei tempi suoi – VIS 1923

dante nella vita e nei tempi suoi
fotogrammi del film Dante nella vita dei tempi suoi (1923)

Cinema Ambrosio, Torino. Un film su Dante e sulla sua vita si presentava come un problema assai grave, perché era facile cadere nel grottesco o venir meno a quella dignità artistica che pur era non solo necessaria, ma doverosa e indispensabile.

Dante Alighieri è una di quelle figure di così alta statura ideale, alle quali torna difficile accostarsi. D’altra parte, la concezione che noi ne abbiamo, formatasi attraverso i secoli e la grandezza immortale della sua opera poetica, a stento consente di adattarci all’idea di vederlo protagonista d’una qualunque vicenda drammatica o romanzesca, senza che agli occhi della nostra mente rimpicciolisca e si spogli di ogni mitica grandezza e solennità, senza che siamo indotti a sorridere dubbiosamente. Per quanta arte e per quanto sentimento si ponga nel far ciò, sembrerà sempre che siano stati inadeguati al compito; e forse sono tali. Perciò, Giovanni Bovio, superbo intelletto di artista e di filosofo, affrontando la figura di Cristo, in un suo lavoro drammatico, non la fece mai apparire sulla scena, ma fece che se ne udisse la voce e l’alta parola, perché il valore spirituale di lui, la sua immensità, non fosse guastata da una visione materiale, dei cui risultati non sempre si può essere sicuri. È stato certo un atto di grande coscienza artistica e di superiorità intellettuale. Dal canto suo, Valentino Soldani, artefice coscienzioso e nobile, pensò che non era possibile ridurre la figura e i casi della vita di Dante ad argomento di un gioco scenico comune, senza pregiudicarla o abbassarla alla realtà dei fatti, forse talvolta di sapor troppo domestico e al di sotto della nostra immaginazione. Dante Alighieri, visto attraverso alle sue vicissitudini di uomo e di poeta, ancorché rispondenti alla verità storica, non poteva interessarci né persuaderci. Ci sarebbe anzi, apparso senz’altro un deplorevole affronto. Onde il Soldani risolse e superò egregiamente il problema di questa rievocazione dantesca, non tessendo e svolgendo la storia particolare di Dante e della sua vita, ma inquadrando la sua figura nelle tumultuose vicende dei suoi tempi, vicende politiche, civili e familiari, alle quali Dante sovrasta, apparendo quasi di scorcio, come una solitudine di pensiero e di potenza, come una taciturna mole di dolor meditabondo che ode e vede…

Valentino Soldani, conoscitore profondo del ferreo e travagliato Trecento, ha composta una vicenda nella quale il dramma politico, il dramma civile e il dramma umano di quel secolo, come giustamente fu osservato, si fondono e compenetrano, ripercuotendosi sull’animo e sulla vita di Dante, più che non lo travolgano gli avvenimenti turbinosi e gravi. Si può dire che la visione storica fornita dal Soldani faciliti la comprensione di Dante stesso, l’aiuti e la popolarizzi, lasciando travedere da quali movimenti sociali e politici maturò la coscienza di lui e trasse la sua arte la prima ispirazione.

Ma fino a qual punto le intenzioni del Soldani sono state raggiunte?

L’ampiezza dell’argomento e del suo sviluppo, il cumulo degli episodi! storici e dei ricorsi letterari, riferentisi alla materia della « Commedia », che esso abbraccia e prospetta, la moltitudine dei personaggi, rendono il film farraginoso e fanno sì che smarrisca quella limpida chiarezza che è pur tanto necessaria a qualsiasi opera artistica, perché il suo stesso valore intrinseco, formale e costruttivo risulti indiscutibile. E la costruzione, l’edificio che sorge su tali basi, sorpassa i suoi limiti e pecca necessariamente nelle sue proporzioni. Così l’opera acquista un aspetto massiccio e mastodontico, grave e pesante, anzi che un aspetto solenne e grandioso. Tuttavia rimangono salvi tutti i valori ideali dell’opera, che si sprigionano e superano la sua stessa materialità e ampiezza. Ma non possiamo tacere il nostro disappunto per l’abuso di alcuni simbolismi che appariscono troppo rudi e realistici, troppo materializzati e cinematografici. Quelle piogge di rose celesti, quelle apparizioni di angeli con ali di cartone o di demoni mascherati non possiamo approvarle. Ci sembrano di cattivo gusto, volgari ed oleografiche. La sosta di Dante sotto il balcone di Beatrice ormai sposata, mentre i ricordi dell’infanzia e della giovinezza lo assalgono, dura un po’ troppo e rende il poeta così smemorato lì sotto, alquanto ridicolo. È per lo meno inopportuno il momento in cui tutto ciò avviene. La materializzazione del sogno di Dante, di venir incoronato poeta nel bel San Giovanni, è urtante e sgradevole per la sua materializzazione. L’integramento delle figure e dei casi di Piccarda Donati, di Pia de’ Tolomei e di Francesca da Rimini, se bene rispondano ad illustrare il dramma umano, che si svolge in concordanza e in dipendenza col dramma civile dilaniante Firenze, con le lotte, cioè, delle fazioni e delle famiglie, rallenta l’azione e la rende prolissa e tediosa. L’identicità delle situazioni, l’analogia dei casi sminuiscono l’effetto che se ne voleva ricavare, scoprono l’espediente teatrale, il mezzuccio del loro collegamento.

Nulla di meno le lotte partigiane dei Cerchi e dei Donati, le competizioni delle loro fazioni, logoranti e travaglianti Firenze, il dramma passionale di Coronella dei Lottaringhi e di Segna de Caligai, conseguenza di quelle, il tormento di Dante, la sua dolorosa passione per Firenze e per l’Italia, il suo profetico sogno dell’unità italica, ottengono un considerevole rilievo e formano la parte viva e vitale di tutto il film.

Fedeli ed ardite le ricostruzioni, disciplinatele masse e ottimo il gioco scenico di tutti gli attori, fra i quali ricorderemo Amleto Novelli, Diana Karenne e il Maruffi.
Ad ogni modo, prescindendo dai suoi difetti, tenendo conto di tutto il meglio che c’è, Dante nella vita e nei suoi tempi, come film, rappresenta uno sforzo di operosità non comune e un’opera di fervida italianità, dove le bellezze abbondano insieme con un diffuso sentimento dell’arte e dalla quale s’apprende come la storia dolorosamente si rinnovi nei tempi e sorge un ammonimento per noi che rinnoviamo le gesta delle fazioni e gli odii di parte, contro cui Dante scagliò il suo anatema.

Valentino Soldani che ideò la trama e progettò il lavoro, Domenico Gaido, che ne curò con animo d’artista la messa in scena, la « V.l.S. », che provvide i poderosi mezzi finanziari che permisero la realizzazione della visione storica, Carlo Montuori e Emilio Peruzzi che la ritrassero con magnifica fotografia, possono dirsi soddisfatti e andar onorati di questa loro fatica, dove la genialità italiana ancora una volta sprizza e si afferma.
(La rivista cinematografica, 25 marzo 1923)

Film restaurato nel 1995 dalla Cineteca di Bologna (Immagine Ritrovata), con il contributo della Provincia di Ravenna e del Progetto Lumière (copia della Filmoteca Española, Madrid e Jugoslovenska Kinoteca, Belgrado), copia colorata metodo Desmet, 108 m. a 16 f/s.

L’angelo ferito di Alvaro e Santucci – Meteora Film 1927

Corrado Alvaro, Ermete Santucci
Corrado Alvaro, Ermete Santucci 1927

«Roma, febbraio 1927. Mi vengono in redazione due signori enormemente dinamici. E intelligenti anche.

Dio grazia! Con tante visite di mezzi scemi!

Uno di questi è Ermete Santucci, nipote del Commendator Filoteo Alberini, fondatore, come ognuno sa, della vecchia gloriosa Cines e inventore di un apparecchio da presa (venduto, naturalmente, per necessità agli americani) che permette di ritrarre con un angolo di 90 gradi, anziché di 45 ch’era il massimo che si poteva sino a ieri.

Il giovane Santucci è un innamorato (ed un intelligente innamorato) della cinematografia ed un bel giorno decise di fare anche lui qualche sforzo in pro della cinematografia italiana. Gli piace fare le cose sul serio quindi pensò subito di affidare la confezione di un soggetto italianissimo a persona veramente capace, rifuggendo dai soliti mestieranti smidollati.
Incontra Corrado Alvaro che prendeva il sole al Pincio e lo assale:

— Tu mi devi fare un soggetto cinematografico…
— Ma io non mi sono mai occupato di cinematografo!
— Non fa nulla. Conosco bene il tuo genio inventivo e la tua vena poetica. O il soggetto o la morte. Di qui non si scappa.
Il povero Alvaro ebbe paura e… si accinse con l’entusiasmo del neofita e con la coscienza dello scrittore di razza a… Fu così che venne fuori questo Angelo ferito, che, se bene eseguito (e non ne dubitiamo data la serietà con cui gli artefici hanno iniziata l’opera) riuscirà un onorevole film.
A Gyuricza Janos, apprezzato operatore cecoslovacco, è affidata la parte fotografica. Gli interpreti sono: Almonte Cinalli, una vera speranza, Lie Brieux distinta attrice francese, il bravo Laici, il Reisner Von Kolman, la graziosissima Isa Dora e Mario Canale. Come si vede: film internazionale in atto.»

Sul set in Trivigliano
Si gira a Trivigliano L’Angelo ferito, da sinistra a destra: Canale, Laici, Gyuricza, Santucci, Brieux, Folietto, Isa Dora, Cinalli

Debutto di Corrado Alvaro come soggettista-sceneggiatore, e di Ermete Santucci come produttore e regista.
Girato in esterni a Trivigliano (Ciociaria), l’unica copia fu venduta a un “distributore americano” e presentato con molto successo tra le comunità ciociare delle due Americhe. Così racconta Ermete Santucci, ma non dice niente del negativo. Dopo questo Angelo ferito, Santucci girò in Abruzzo due documentari: L’Abruzzo in fiore e Maggiolata abruzzese.
Secondo Vittorio Martinelli, non si trova il visto di censura, quindi il film non sarebbe uscito in Italia, ma sono sicura che una volta ritrovato il film c’è sempre qualche visto di censura disponibile per ogni evenienza…vero Pierluigi?

Una scena del film L'angelo ferito
L’angelo ferito, Meteora 1927