Hollywood sul Tevere 1920

Marie Doro
Marie Doro

La Hollywood sul Tevere dell’era del muto rimane un argomento sconosciuto, fuori da qualche studio isolato di casi clamorosi come le riprese di Ben-Hur. Ci sarebbe invece molto da raccontare sulle avventure di questi primi coloni americani nel regno della pellicola italiana.

Il “caso” Marie Doro-Herbert Brenon offre molti spunti interessanti perché questi due artisti americani arrivano in Italia preceduti da grande prestigio e meritata “fama” internazionale. Non si tratta, come nel caso di Ben-Hur, di una casa di produzione straniera, l’invito a lavorare in terra italiana arriva dall’Unione Cinematografica Italiana, capitanata da Giuseppe Barattolo. Era l’anno di grazia 1920.

Come in altre occasioni, passate e future, Barattolo non risparmiò risorse pubblicitarie in Italia ed all’estero per promuovere l’impresa. Come avrebbe detto Lucio D’Ambra: “tutto era meraviglia e capolavoro”, ancora prima di avere girato un metro di pellicola. Ma questa volta la stampa cinematografica tirò fuori le unghie senza il minimo riguardo per gli ospiti illustri:

Herbert Brenon presenta Marie Doro nel film La principessa misteriosa, eseguito sotto la sua personale direzione, dice la prima didascalia. Non pare esso il grido stentoreo dell’imbonitore di un baraccone da fiera: Avanti, avanti, signori, l’intrepido domatore presenta oggi la terribile belva in libertà, ammaestrata alla parola!

Dopo di che ci disponiamo ad assistere alla portentosa eccezionale rappresentazione; ci prepariamo alla rivelazione di cosa straordinarie, strabilianti, mai vedute fino ad ora.

Ma la più amara delusione non tarda a sopraggiungere.

Questa è dunque la luminosa stella americana che venne insino a noi a portare i suoi bagliori d’arte? Qui è la somma sapienza del grande direttore transoceanico?

Ahimè, per mettere insieme un film di tale portata, non era proprio il caso di scomodare dalla lontana terra del cake-walk e del fox-trot così ottime persone, tanto più se l’opera loro è venuta a costare, come s’afferma, ragguardevoli somme.

Uno qualunque dei nostri direttori artistici meno bravi, una qualunque attorucola nostrana di second’ordine avrebbero servito sufficentemente e fors’anche con maggiori risultati.

Quali vantaggi ha procurato alla cinematografia la collaborazione di questi stranieri? Quali ammaestramenti se ne sono ricavati? E’ stato forse un esperimento che s’è voluto fare? Ed avevamo noi veramente bisogno di un simile esperimento? Per quale fine ed a che cosa esso ha servito?

Tanto Brenon come la Doro hanno ancora e parecchio da imparare da noi; o almeno nulla possono insegnarci.

Ma le peggiori critiche, pubblicate nella prestigiosa Vita cinematografica (7 gennaio 1921), sono riservate alla star del film:

Marie Doro è una delusione inattesa. Ma davvero costei è una stella americana? A vederla, non si direbbe. Ha tutta l’aria d’una esordiente incerta e malsicura. Senza alcun fascino fisico, non si prova a rimediare a queste sue deficienze con un po’ di grazia di brio, che fa spesso perdonare tante manchevolezze.

Il secondo film della serie Doro-Brenon fu bocciato senza speranza:

Come non c’è rosa senza spina, così non c’è possibiità di salvarsi da spettacoli idioti ed indecorosi come quello offertoci dalla Brenon-film con Il colchico e la rosa.

Consideriamo questo lavoro come un aborto cinematografico e passiamo oltre.
(Aurelio Spada, La rivista cinematografica, 25 dicembre 1921)

Per il terzo film, Beatrice, dal romanzo di Sir Alfred Rider Haggard, l’accoglienza della stampa continuò nello stesso tono se non peggio:

Tornino pure il famoso inscenatore e la famosa attrice ai loro lidi; a noi non hanno insegnato nulla né in arte, né in tecnica e nemmeno nei modi di lavorare. L’arte del Brenon non abbonda di genialità: la sua messa in scena è pedestre, e comune la sua tecnica. L’arte dell’attrice non ha risorse, né figura, né espressione: è semplicemente pietosa: la sua birichineria è desolante: pare quella di uno spettro.

A noi non resta che rimpiangere i quattrini così male spesi, se è vero che se ne sono spesi molti, e infine riconoscere una volta di più l’illuminata, portentosa sagacia artistica e la munificenza amministrativa degli uomini della U.C.I.

Chi dice che con simili nocchieri la barca della cinematografia non andrà in porto? Un porto, un posto d’approdo non sono anche le secche?

Quest’ultimo era ancora Dionisio della Vita cinematografica (7 aprile 1922), ma di recensioni “cattive” gli amici americani ne collezionarono un bel po’… in Italia. Leggendo fra le righe risulta evidente che dietro a tali critiche cinematografiche si nascondono altre ragioni, per esempio questa frase: “se è vero che se ne sono spesi molti”.

Continua, in questo caso: To be continued, alla prossima!

Trip to the Moon senza Méliès

Piccolo contributo alla ricerca su Méliès in questo 150° anniversario.

Come sicuramente avete letto, la copia a colori di Voyage dans la lune presentata al Festival de Cannes 2011 è stata “ritrovata” nel 1993 alla Filmoteca de Catalunya di Barcellona, in mezzo ad un lotto di 200 film donato da un collezionista anonimo. Nel 1999 avviene uno scambio fenicio: io ti do un Méliès, tu mi dai un Chomón, e la copia passa alla Lobster Films. Roba abituale (pare) fra gli archeologi del nitrato d’argento.

Secondo quanto ha dichiarato Serge Bromberg a Cannes, la copia a colori del Voyage dans la lune scambiata a Barcellona era in condizioni più che precarie, impossibile pensare ad un restauro con le tecniche del 1999. Da quell’anno al 2002, la Lobster ci mette tutto l’impegno per riuscire a restaurare la copia. E ci riesce…Il risultato viene presentato al cinema Le Trianon di Parigi nel corso di Cined@ys 2002.

Qualche mese prima, alcuni fotogrammi di una copia a colori compaiono nel volume Méliès Magie et Cinéma, a cura di Jacques Malthête e Laurent Mannoni, pubblicato in occasione della mostra omonima celebrata a Parigi dal 26 aprile al 1° settembre 2002, i fotogrammi a colori appartengono ad una “collezione privata”. Nessun accenno alla Lobster Films.

Bene, fin qui la storia del ritrovamento e del restauro, fino alla presentazione con tutti gli onori al Festival de Cannes 2011.

Da quello che ho letto, sembrano tutti d’accordo che la copia a colori sia una delle copie distribuite in Spagna per via della bandiera spagnola nella cerimonia di partenza. Quello che mi sembra meno convincente è il primato di Barcellona nell’esibizione e distribuzione del film in Spagna.

Ho fatto una ricerca, sul web e nella mia biblioteca (la ricerca sulle copie colorate distribuite a Barcellona lo avevo fatto in situ qualche mese fa, vedere “mistero Chomón”), ed ecco il risultato. Cedo l’introduzione a Georges Méliès:

Girai questo film nel 1902. Fu subito, posso dirlo, un successo sensazionale, che si propagò in tutto il mondo. La tecnica, si capisce, era nuova perché appena nata; ma nuova anche la concezione di portare sullo schermo una féerie. Il mio esperimento determinò la definitiva entrata del cinema nella via spettacolare. Si pensi che, in quel momento, saziata la prima curiosità del pubblico per la nuova invenzione, le vedute di esterni, di cui si componeva prevalentemente il Cinema, cominciavano a stancare. Col Viaggio alla luna, gli incassi dei locali di proiezione segnarono un rialzo insperato. Il soggetto era pensato e composto esclusivamente per il cinema; rispondeva, come oggi si direbbe, all’idea di un cinema puro. I titoli dei vari quadri erano stampati sui manifestini; ma la pellicola si svolgeva ininterrotta, senza didascalie, e cionondimeno riusciva chiara a chiunque. Il valore internazionale del cinema risultava quindi pienamente affermato e conquistato.

Contrariamente a quanto si crede, la trama non è desunta dal romanzo di Verne, che d’altronde si intitola Dalla Terra alla Luna. L’unica trovata di cui mi son servito, è quella del cannone gigante come mezzo di trasporto. Tutti sanno, d’altronde, che i viaggiatori di Verne girano intorno alla Luna, ma non vi penetrano; e che il romanzo ha una base scientifica, o pseudo-scientifica; mentre il mio film era una pura creazione di fantasia. Purtroppo, il film era appena apparso, che numerose ditte Americane ebbero l’idea di controtiparlo, e col negativo così ottenuto inondarono il mondo di copie contraffatte. A quel tempo la legislazione sulla proprietà artistica non si era ancora estesa al campo cinematografico. Così quell’opera, che mi era costata parecchio lavoro e parecchio denaro, finì col rendermi ben poco e la massima parte degli utili andò abusivamente ad arricchire i contraffattori. Se mi rimanesse voglia di scherzare direi che, tutto preso dal mio Viaggio nella luna, m’era purtroppo rimasta nella luna anche la testa.
Georges Méliès (Cinema, 25 settembre 1936)

Dopo una presentazione “privata” ai rivenditori, il film compare ufficialmente sugli schermi di Parigi:

Spectacles & Concerts. A l’Olympia: Réoverture. L’Olympia vient de faire sa réoverture. Le Tout-Paris n’ à donc plus aucune raison pour demeurer en villégiature. On va rentrer.
(Le Figaro, 7 septembre 1902)

Qualche giorno dopo il programma dell’Olympia presenta: “Voyage dans la lune. Féerie Cinématographique en 20 tableaux de M. Méliès”.

Ritorniamo adesso al 25 maggio 1902. Nel volume Méliès, magie et cinéma, compare una lettera di Charles Urban, direttore della Warwick Trading Company di Londra, a Georges Méliès, incaricandolo di girare un “attualità ricostruita” sull’incoronazione di Eduardo VII, ed in una nota al margine: “Do not Place your trade mark any (?) In the picture”.
(Méliès, magie et cinéma, Paris musées, 2002)

Il motivo della richiesta è evidente ed è stato raccontato in diverse occasioni dallo stesso Méliès: cercare di presentare l’incoronazione come un “dal vero”, non come un’attualità ricostruita. Ma il marchio non compare nemmeno in Voyage dans la lune, girato dopo l’incoronazione di Eduardo VII.

Nel fascicolo edito dalla Technicolor per la presentazione del restauro di Voyage dans la lune al Festival di Cannes 2011, Rosa Cardona e Joan M. Minguet Batllori, scrivono che il film fu presentato a Barcellona, da settembre 1902, in ottobre al cinema Farrusini, a novembre cinema Clavé, e dal 2 maggio 1903 al Napoleon: “film a colori, ultima produzione di Georges Méliès”.

Copia colorata da Segundo de Chomón?

Secondo Madeleine Malthête-Méliès, il cineasta aragonese avrebbe distribuito i film di Méliès in Spagna e tutta l’America Latina (Méliès l’enchanteur, Hachette 1973).

Può darsi, ma il film arrivò a Madrid in una veste molto diversa:

Procedente del teatro de la Alhambra de Londres, ha llegado mister Ruffells con el sorprendente Trip-To-The-Moon (viaje a la luna), realización del sueño de Julio Verne, dividido en treinta quadros. Este espectáculo esta llamando justamente la atención en Londres, y al cual han asistido el dia 6 del actual la familia Real inglesa.
La presentacion es original y en colores.
Esta noche primera representación. No obstante lo costoso del espectáculo, los precios no se alteran.
(El Día, 17 enero 1903) 

Teatro de Price – Viaje a la luna. Trip to the Moon es una revista inglesa de gran espectáculo que está obteniendo extraordinario éxito en la Alhambra de Londres.
La citada revista es, sencillamente, un viaje de la Tierra a la Luna, basado en su mayor parte en la popular novela de Julio Verne.
El presidente Barbicane y sus amigos Mastón el manco y demas sabios ó locos, están substituidos por unos sabios grotescos, que utilizan el mismo vehiculo para llegar a la luna que los héroes de Julio Verne, imitándoles también en el modo de regresar a la tierra.
Anoche se estrenó en el teatro de Price una exhibición cinematográfica en colores reproduciendo los episodios mas salientes de los treinta cuadros que contiene dicha revista.
En conjunto, el espectáculo es muy entretenido, aunque en algunos quadros se notaron los defectos en el enfoque de las películas.
La novedad del asunto y del procedimiento en colores, unido a la mucha duración del espectáculo, hace creer que Trip to the Moon proporcionará buenas entradas al teatro del Price.
(La Correspondencia de España, 18 enero 1903)

In poche parole, il film è presentato come una riproduzione cinematografica (parziale) delle trenta scene della rivista Trip to the Moon, che si rappresentava con molto successo nel teatro Alhambra di Londra. Tranne il primo esempio, dove il cronista si lamentava per la qualità delle riprese, il resto non risparmia ogni elogio:

A trip to the moon en inglés y en castellano Un viaje a la luna, titúlase un número o intermedio que la empresa del teatro de la Plaza del Rey ha introducido para dar mayor variedad al notable espectáculo lírico que, desde el comienzo de la actual temporada, se presenta en este favorecido teatro.
El intermedio en cuestión consiste en una série de vistas cinematográficas en las que el espectador puede admirar los últimos adelantos que se han hecho para perfeccionar esta ilusión óptica de la que tanto partido sacan las artes y las ciencias.
El viaje a la luna del teatro Price merece verse porque las vistas en colores que ne el se exhiben, son de lo más perfecto que se conoce y puede llamarse la última palabra en esta materia.
(La Correspondencia militar, Madrid 19 enero 1903)

Insieme a Trip to the Moon, si proiettano altri film distribuiti dalla Warwick Trading Company:

Teatro de Price. Un viaje a la luna. Se trata de un cinematógrafo en colores, perfeccionado, que presenta los principales cuadros de la novela de Julio Verne, Un viaje a la luna.
El espectáculo es digno de presenciarse, y seguramente que desfilará todo Madrid por el teatro Price, donde se exibe al concluir la representación de la correspondiente zarzuela el Trip to the Moon (dicho en inglés para mayor claridad).
Este cinematógrafo es el más perfecto que se ha visto en Madrid, y como el asunto tiene mucha gracia, resulta que El viaje a la luna entretiene, divierte y hace reir mucho.
La coronación del rey de Inglaterra, reproducida con gran fidelidad, produce verdadero entusiasmo. Es una película de superior calidad.
Presenta tambien este cinematógrafo una corrida de toros, y están tan bien enfocadas las películas que no se pierde un detalle en la lidia.
Anoche el público de las galerias se entusiasmo con los diestros, especialmente con el espada, que tumbó el berrendo de un soberbio volapié.
El que quiera ver en Enero una buena corrida de toros, que vaya al circo de Price, y sin exponerse a las inclemencias de la temperatura, podrá aplaudir o silbar a los héroes de coleta y calzón corto.
Hoy las ciencias adelantan!
(El Liberal, 20 enero 1903)

L’eco del successo arriva a Barcellona:

De los espectáculos lo más saliente en esta semana ha sido el cinematógrafo estrenado en el Price y que es sencillamente un viaje a la luna inspirado en la famosa obra de Julio Verne. Es cosa notabilísima. Parece mentira que en las películas pueda llegarse a tal perfección.
(La Dinastía, Barcelona 26 enero 1903)

Dopo il 9 marzo 1903, le proiezioni si spostano nel Cine Barbieri: “El hada del bosque, Barba azul, Viaje a la luna, La Cenicienta”.  

L’apparecchio di proiezione di Mr. Raffles era un Bioscope. Vorrei sapere di più sul conto di questo personaggio, ma vorrei richiamare ancora l’attenzione sul fatto che secondo la pubblicità sulla stampa di trattava di una rivista inglese, nessun accenno a Méliès.

Ordini di Charles Urban d’accordo con Méliès? Trucco pubblicitario?

(Quotidiani consultati alla Biblioteca Digital Hispánica – Biblioteca Nacional de España ; Gallica – Bibliothèque Numérique) 

Pina Menichelli stella dell’alba

Pina Menichelli
Pina Menichelli - Itala Film

I primi atti dei suoi film si svolgevano quasi tutti nei giardini dei conventi. Pina, con la veste a quadrettini bianchi e neri e il collare inamidato, in fondo a un viale di cipressi, con gli occhi bassi leggeva un romanzo proibito. Quei suoi occhi trasparenti non potevano fare a meno di sognare. La vita non finiva col solco quadrato del convento. Anzi, cominciava proprio dove finiva il cancelletto di ferro arrugginito, coperto di mimose e di acacie.

Pina s’attardava, sola, lungo le siepi per vivere un po’ a suo modo. Sognava il suo principe azzurro. L’attendeva ogni notte nella corsia bianca del convento assieme al primo chiaro di luna. Credeva proprio che il suo principe dovesse essere attaccato a quel filo d’argento. Ma ogni notte era una delusione. L’orologio a pendolo contava le ore, e le suore, brutte e bisbetiche, vigilavano sulla testa di seta bionda della contessina. Già, non vi ho detto che Pina Menichelli era sempre provvista, come tutte le attrici di allora, di titoli nobiliari.

Generalmente era sempre contessina. A forza di attendere, una bella mattina davanti al convento si ferma una lussuosa automobile. La contessina viene chiamata d’urgenza. La madre superiora annunzia alla sua prediletta che il signor conte, il padre della bambina, è venuto a ritirarla. Pina piange di felicità. Saluta le compagne, e parte verso la vita insieme al signor conte. Sino a questo momento Pina somiglia a tutte le belle ragazze di buona famiglia. Ma una volta oltrepassata la soglia del convento, acquista subito una sua particolare fisonomia. Vestita da amazzone da la caccia alla volpe. Gioca alla roulette, danza il fox-trott.

Nel primo atto Pina sembrava una brava figliola. Al secondo, diventa più bella che buona. Al terzo è capace di farci perdere la testa. Al quarto, ci sbalordisce. In tutti i suoi film c’è questo crescendo. Le sue labbra, carnose, rosse e rotonde, baciano continuamente il pubblico. Il suo corpo acquista plasticità feline. Però, al quarto atto, quando siamo convinti che il suo cuore è di perfetto marmo di Carrara, eccoti che si scioglie come una giuggiola davanti all’uomo che ha rovinato.

Tutti i baci di Pina Menichelli sono sospesi in aria. Frullano a capriccio fra gli anelli d’oro dei suoi capelli, si poggiano senza peso sulle ciglia lunghe, sostano nell’incavo degli occhi per rendere più appassionato lo sguardo. Allora, soltanto allora, gli sguardi azzurri e verdi di Pina incatenano. Sembrano tante goccie d’acqua marina staccate da conchiglie di madreperla.

Molte volte succede che Pina, un po’ per orgoglio e un po’ per innata perfidia, rinunzi al marchese per sposare un pittore povero o un poeta senza editore. Il suo cuore ha di queste romanticherie. E, una volta che Pina Menichelli arrotonda la bocca per scoccare un autentico bacio, il fortunato mortale che l’ha ricevuto può accendere due lampade votive a Cupido. Il Fuoco, interpretato da Pina Menichelli e da Febo Mari, in un modo veramente magistrale, è l’unico film in cui l’attrice capovolge la situazione, e, invece di scoccare il fatidico bacio, nell’ultima scena del quarto atto l’anticipa di tre atti. Il risultato è veramente sorprendente. L’attrice si trasforma in amante. Si veste di rose bianche, abbandona principi e cavalli, per darsi completamente al pittore povero. La favola è breve. Fiori, baci, carezze. Poi, la fine, come tutte le fini di questa terra, è malinconica. Pina Menichelli parte per ignota destinazione e il pittore, svegliandosi dal dolce sogno, diventa pazzo.

Ma, lasciamo andare trame, atti e commedie e rivediamo sola e lontana Pina Menichelli esiliata dai suoi castelli di cartapesta e dai suoi stemmi dipinti a mano sullo schienale delle poltrone. Sullo schermo bianco i suoi chiari occhi luccicano ancora di rugiada e le sue mani, piccole e carnose, invocano gli amori passati. Tutti gli amori perduti lungo i viali dei conventi; quelli che erano attaccati ad un filo di luna. Nessuno ascolta più la sua voce silenziosa; la sua voce di seta tiepida. Neanche il pubblico che rubò l’acquazzurra dei suoi sguardi. Ma io la vedo ancora in quel suo vestitino col collare inamidato, passeggiare lungo una corsia, col cuore tremante per l’inganno di un sogno. Vedo anche il suo romanzo proibito. Un romanzo innocente dove l’eroina va in moglie ad un generale napoleonico che vince ogni giorno una battaglia. Pina Menichelli cammina. Man mano che va avanti, le mimose del cancelletto di ferro arrugginito diventano secche e il ciclo si fa nero. Questa volta, il signor conte non l’attende con l’automobile davanti alla soglia del convento per mostrarle la favola breve della vita.

Il Padrone delle Ferriere, povero Amleto Novelli, è morto, e tutti gli altri chissà mai dove sono andati a finire.

Marchesi senza corona e pittori poveri, banchieri e poeti, forse, lontani dalla loro creatura, continuano a commemorare in silenzio quella sua bocca, rossa e carnosa, sempre semiaperta: come chi attende un dono ignoto, invano!…

Rafca (Cinema Illustrazione, 11 febbraio 1931)