L’angelo ferito di Alvaro e Santucci – Meteora Film 1927

Corrado Alvaro, Ermete Santucci
Corrado Alvaro, Ermete Santucci 1927

«Roma, febbraio 1927. Mi vengono in redazione due signori enormemente dinamici. E intelligenti anche.

Dio grazia! Con tante visite di mezzi scemi!

Uno di questi è Ermete Santucci, nipote del Commendator Filoteo Alberini, fondatore, come ognuno sa, della vecchia gloriosa Cines e inventore di un apparecchio da presa (venduto, naturalmente, per necessità agli americani) che permette di ritrarre con un angolo di 90 gradi, anziché di 45 ch’era il massimo che si poteva sino a ieri.

Il giovane Santucci è un innamorato (ed un intelligente innamorato) della cinematografia ed un bel giorno decise di fare anche lui qualche sforzo in pro della cinematografia italiana. Gli piace fare le cose sul serio quindi pensò subito di affidare la confezione di un soggetto italianissimo a persona veramente capace, rifuggendo dai soliti mestieranti smidollati.
Incontra Corrado Alvaro che prendeva il sole al Pincio e lo assale:

— Tu mi devi fare un soggetto cinematografico…
— Ma io non mi sono mai occupato di cinematografo!
— Non fa nulla. Conosco bene il tuo genio inventivo e la tua vena poetica. O il soggetto o la morte. Di qui non si scappa.
Il povero Alvaro ebbe paura e… si accinse con l’entusiasmo del neofita e con la coscienza dello scrittore di razza a… Fu così che venne fuori questo Angelo ferito, che, se bene eseguito (e non ne dubitiamo data la serietà con cui gli artefici hanno iniziata l’opera) riuscirà un onorevole film.
A Gyuricza Janos, apprezzato operatore cecoslovacco, è affidata la parte fotografica. Gli interpreti sono: Almonte Cinalli, una vera speranza, Lie Brieux distinta attrice francese, il bravo Laici, il Reisner Von Kolman, la graziosissima Isa Dora e Mario Canale. Come si vede: film internazionale in atto.»

Sul set in Trivigliano
Si gira a Trivigliano L’Angelo ferito, da sinistra a destra: Canale, Laici, Gyuricza, Santucci, Brieux, Folietto, Isa Dora, Cinalli

Debutto di Corrado Alvaro come soggettista-sceneggiatore, e di Ermete Santucci come produttore e regista.
Girato in esterni a Trivigliano (Ciociaria), l’unica copia fu venduta a un “distributore americano” e presentato con molto successo tra le comunità ciociare delle due Americhe. Così racconta Ermete Santucci, ma non dice niente del negativo. Dopo questo Angelo ferito, Santucci girò in Abruzzo due documentari: L’Abruzzo in fiore e Maggiolata abruzzese.
Secondo Vittorio Martinelli, non si trova il visto di censura, quindi il film non sarebbe uscito in Italia, ma sono sicura che una volta ritrovato il film c’è sempre qualche visto di censura disponibile per ogni evenienza…vero Pierluigi?

Una scena del film L'angelo ferito
L’angelo ferito, Meteora 1927

Eruzione dell’Etna 1910

Eruzione dell'Etna marzo 1910
Cratere dell’Etna, 23 marzo 1910

Produzione Itala Film, Torino (metri 147); Eruzione dell’Etna, produzione S. A. Ambrosio, Torino (120 metri); L’Eruzione dell’Etna, A. Croce & C., Milano (quattro serie, metri: 95, 121, 120, 180)
Una copia (versione francese) del film della S. A. Ambrosio al Nederlans Filmmuseum, Amsterdam.

« Catania, marzo 1910. I vulcani hanno il loro temperamento: quello dell’Etna porta uno sfogo eruttivo ogni sei o sette anni; questa volta ha tardato di più: dall’ultima grande eruzione del 1892 ne sono passati diciotto, e quella odierna si presenta imponente e spaventevolmente minacciosa. Nel 1892 l’eruzione fu grandiosa, ma quella odierna è più grandiosa, colossale addirittura. Il professore Ricco, il coraggioso ed infervorato direttore dell’Osservatorio di Catania, non ha esitato ad affermare che in sole trentasei ore il terribile vulcano, che conta non meno di duecentomila anni, ha eruttati non meno di nove milioni di metri cubi di materia!… Tutto questo su una fronte minima di circa trenta metri e massima di cinquecento, facendo precipitare le lave per un torrente estesosi almeno per dieci chilometri, le lave si presentavano con uno spessore dai due ai cinque metri!…

Nel 1892 il numero delle nuove bocche eruttive salì a quattro, nei pressi del cono Montagnola, a circa 2600 metri sul livello del mare: quest’anno le bocche eruttive non sono meno di dieci, un quattrocento o cinquecento metri più sotto della Montagnola, minacciando gli abitati di San Leo, di Borello, di Belpasso, ed anche di Nicolosi, abituata nei secoli a questi assalti del gran monte ignivoro. I giornali dedicano colonne e colonne alle scene commoventi di terrore e di desolazione in mezzo a quelle popolazioni fataliste e fidenti, nate e cresciute su una montagna che nella pertinacia e nella potenza eruttiva non ha rivali nel mondo.

Vi sono sull’Etna tanti crateri quanti su nessun altro vulcano del globo; taluni di questi crateri si calcola che abbiano almeno tremila anni; ed attorno ai crateri eruttivi vi sono anche un novecento crateri parassiti — dove mai non trovi i parassiti? — grandi e piccoli che cacciano fuori anch’essi le loro lave quando i grandi crateri eruttano violentamente. — È un disastro per le terre colte immediate — mi diceva ieri sera un egregio e dotto professore siciliano — ma è un sollievo per l’avvenire. Se dopo l’eruzione copiosa del 1892 l’Etna, con la sua completa periodicità di sei o di nove anni, avesse data una eruzione violenta e abbondante si può ritenere quasi per certo che il terribile disastro calabro-siculo che il 28 dicembre 1908 fece fra Reggio e Messina centomila vittime, non sarebbe avvenuto.

La Sicilia, anzi, tutta la penisola italiana, a cui la Sicilia nelle remotissime età era unita, ha bisogno di queste eruzioni periodiche, immediatamente terribili, ma liberatrici. Il professore Ricco, lo studioso audace e pertinace, che otto giorni sono fu perfino investito e travolto, con pericolo della vita, da una corrente di cenere e di lava, ritiene che l’Etna non abbia date meno di cinquemila eruzioni, e, probabilmente fino anche quarantamila !… Di dieci delle più formidabili, dal 1660 in poi, è stata testimone la piccola città di Nicolosi, che è oggi il quartiere generale di tutti i fotografi, cominciando dal nostro Scarpettini, di tutti i corrispondenti, delle centinaia di turisti, che si riversano a migliaia a Catania, nella valle del Bove, su per il monte grandioso a godere di uno spettacolo sempre meraviglioso e straordinario, sebbene per la scienza sia un fenomeno abituale…. e salutare!… Ma già le lave, dopo cinque giorni di infuocato fragore e di terrore sparso tutto intorno, cominciano ad acquietarsi. I fuggenti si voltano indietro, e si arrestano. L’amore e l’abitudine li riconducono davanti ai focolari che essi ricostruiranno come fanno quegli insetti di cui il coltivatore sconvolge con la zappa il rifugio. Quale è il rivierasco dell’Ofanto che pensi ad esulare dopo l’inondazione dell’altro ieri?… A Messina una città nuova non sorge forse fra le rovine trepidanti?… Le canzoni non risuonano forse di nuovo a Reggio? … La vita è sempre più forte della morte! »

Processo dei Russi alle Assise di Venezia 1910

La contessa Tarnowska scortata alle Assise
La contessa Tarnowska scortata alle Assise

Processo dei Russi alle Assise di Venezia, produzione Fratelli Roatto, Venezia; Il processo dei russi a Venezia, produzione Cines, Roma (m. 85); Il processo dei russi a Venezia, produzione Itala Film, Torino (m 135).

Marzo 1910. « Il chiamato “processo dei russi” a Venezia ha, in tutti i giornali — i maggiori onori della cronaca. Io scrivo conoscendo soltanto gl’interrogatorii del disgraziato Naumov. Andò da Kiev a Venezia ad uccidere, perché la contessa Tarnowska, la donna fatale, gli disse con accenti di innamorata, di andare a uccidere. Ora, dopo due anni di carcere, fuori assolutamente dal fascino fatale, Naumov ha narrato minutamente tutta la sua via crucis, ha confessato che, quando si avviò ad uccidere, aveva completamente “perduta la testa”; non si è mostrato pensoso che di se stesso, è sorpassato su ogni sentimento cavalleresco verso colei che egli credette di amare e per la quale uccisse! Quando questo Corriere sarà stampato si saprà forse — e sarà tardi per parlarne qui — cosa avrà detto la contessa istigatrice in propria difesa. Ma non v’ha dubbio, davanti alla donna fatale, Naumov ha fatta una ben meschina figura, come uomo. È un’altra prova della incessante bancarotta del sesso forte di fronte al così detto sesso debole. »

Il processo dei russi, il processo di Maria Tarnowska, attirò l’attenzione della stampa internazionale e per molti mesi arrivarono a Venezia per assistere al processo personaggi dello spettacolo come Gabrielle RéjaneDiana Karenne voleva fare un film (dal libro di Annie Vivanti), altri pensarono a Lyda Borelli.

Molti anni dopo, nel 1942, Antonio Pietrangeli e Luchino Visconti scrissero un soggetto. Si girava Ossessione che, guarda caso, ha molti punti in comune con il caso Tarnowska. Il film, sceneggiatura di Pietrangeli, Visconti, Michelangelo Antonioni e Guido Piovene, non arrivò mai in porto. Rimane la sceneggiatura, che ho ritrovato qualche anno fa, il resto potete leggerlo nel libro pubblicato dal Museo Nazionale del Cinema di Torino: Il processo di Maria Tarnowska. Una sceneggiatura inedita. Nel frattempo ho ritrovato nuovi documenti, sembra che la Tarnowska non vuole essere dimenticata…