Il tesoro di Arne (Herr Arnes Penningar) 1919

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Faceva un gran freddo in quell’inizio di primavera del 1921, quando le due stelle del cinema muto Mary Johnson (nella parte di Elsalill) e Richard Lund (in quella di Sir Archie), assieme agli altri protagonisti, furono inviati da Stiller a Furusund, alla periferia di Stoccolma.

Dopo una lunga attesa il regista era riuscito ad ottenere che la magnifica goletta che formava il suggestivo sfondo del film fosse bloccata dai ghiacci di Blidö. Quivi il grande e strano scafo giaceva in un grigio turbinare di neve, poiché Stiller aveva anche trovato condizioni climatiche ideali, il che, nella fattispecie, equivaleva ad una rigida e violenta bufera di neve. C’è ancora gente nelle isole vicine che ricorda il giorno in cui fu girata la scena della processione funebre. Era stato diramato un appello urgente per avere molte comparse, ed all’alba vecchi e giovani vennero incerti sul ghiaccio; alcuni rimorchiavano delle barche per attraversare i canali d’acqua fra le lastre di ghiaccio.

Ci volle molta pazienza prima che ognuno fosse in possesso del proprio costume: un vestito a lutto con un uncino. Mentre veniva formato il corteo ed erano consegnate le torce accese, le mani degli operatori si facevano fredde e rigide, mentre Stiller diventava sempre più impaziente nel suo lungo e liso cappotto di pelliccia. Finalmente Mary Johnson fu messa nella bara col suo leggero vestito grigio con bavero bianco, e, prima che Stiller si dichiarasse soddisfatto delle scene, l’attrice fu portata avanti ed indietro per ore, sotto la tormenta di neve che infuriava. Un sacrificio coraggioso da parte della giovane attrice, che era sorretta ed incitata da un grande regista.

Stiller era esigentissimo; una specie di demone con un carattere estremamente eccitabile ed una volontà d’acciaio. Egli otteneva sempre tutto dai suoi attori. Coloro che lavoravano con lui, tuttavia, non badavano ai suoi modi tirannici, perché sapevano che, se egli urlava, non era per cattiveria, ma per lo stimolo ed il desiderio di creare un’opera d’arte. E opera d’arte fu appunto Herr Arnes Penningar, un film che dette fama mondiale sia a Stiller sia alla cinematografia svedese.

La parte più suggestiva dell’opera è quella costituita dalle scene finali, a cominciare dalla processione funebre con quelle file di figure nere e grigie che recano sulle spalle la pesante bara e che si stagliano contro il bianco della neve. Stiller compose i suoi film col gusto di un pittore, e i mercati, i pranzi, e i gruppi di marinai, pescatori e soldati da lui ritratti, furono vere e proprie composizioni ad effetto. La dignità e la serietà che egli impresse sui volti del sacerdote, del comandante della nave, della moglie del pescatore e della folla che partecipava alla processione, furono cose davvero stupende.

Maria Christina Molander

Ida Rubinstein a Torino

Ida Rubinstein, La Nave (1921)
Ida Rubinstein, La Nave (1921)

Magnifici cartelli quelli della Nave! Torino ne era tutta tappezzata e i due colori dominanti, il giallo e il rosso, colpivano e attraevano l’attenzione dell’intera città. Della Nave si faceva un gran parlare considerandone il varo del film come un avvenimento artistico di primo ordine. In caratteri neri spiccava la dicitura e sottolineato da una grande striscia di nero opaco, appariva il nome del regista: Gabriellino D’Annunzio (e quello di Mario Roncoroni n.d.c.), ragazzo che pur non avendo neanche lontanamente la potenza d’ingegno del padre, non mancava di buon gusto e nella Fedra in cui aveva sostenuta la parte di Ippolito aveva avuto qualche momento ottimo.

Ida Rubinstein nella parte di Basiliola, a non smentire la sua speciale adorazione per D’Annunzio che le aveva affidato il San Sebastiano di cui si era occupata tutta la critica parigina, aveva superato se stessa. Artista nel vero senso della parola, piena di raffinatezza, danzatrice classica e fornita di solida cultura, aveva creata una Basiliola viva e fremente. Ricordo che per suggestionarsi, per spronare la sua anima verso le vette più sublimi dell’arte, per eccitarsi, gridava quasi scandendolo in quel suo francese un po’ esotico il nome del poeta. Peccato che il cinema muto non gli permettesse di fare udire la sua voce vibrante e sonora, piena di inflessioni speciali. Grande nella sua arte, semplice e buona nella vita. Quando giunse inaspettata non volle a nessun costo che le altre attrici come la Linda Pini e la Roasio le cedessero il loro camerino e attese che gliene fosse preparato uno. Aveva un sorriso mite in cui si rivelava la bontà dell’anima e una gentilezza pari alla modestia per quanto portasse ai piedi, durante le prove, gemme di tale valore che occorreva metterle a lato delle guardie in borghese. Conversava con tutti in quel suo francese che sapeva di russo e aveva una simpatia infinita per Torino. Quasi ogni sera si recava in compagnia di qualche soggettista e di qualche artista, insieme a Gabriellino al Ristorante San Giorgio (San Giors già Ponte Dora n.d.c.) e nessuno, vedendola vestita con sobria eleganza e con qualche gioiello di rara fattura alla scollatura avrebbe sospettato di trovarsi di fronte all’illustre interprete della Pisanella, all’ispiratrice di D’Annunzio. Aveva una predilezione per il Valentino e sopratutto per quell’angolo del castello medioevale e per rive sottostanti ove la notte acquista una strana malia. Ne parlava sempre e con che entusiasmo! Riceveva molti ammiratori, accordava senza farsi pregare, interviste interessanti e un giorno ebbe la gradita sorpresa di veder comparire mentre si girava una fra le sue più grandi ammiratrici e amiche, la baronessa Orczy, la famosa autrice della Primula rossa. Era felice, e finita la prova rimase con lei l’intera giornata.

La Nave, pur non avendo la potenza e la suggestività di Cabiria, che era stata concepita e scritta per il cinema dal D’Annunzio, fece onore alla Casa Ambrosio e destò un grande interesse quatunque gli incassi non fossero tali da coprire le spese e guadagnarci.

Giovanni Dovretti
(Cine, Torino settembre 1945) 

Il Monastero di Sandomir – 1922

Tore Svennberg, Il Monastero di Sandomir
Tore Svennberg (Il Monastero di Sandomir)

« Il Monastero di Sandomir, capolavoro cinematografico della Svenka di Stoccolma, messo in scena da Victor Sjostrom, interpretato dalla celebre attrice svedese Tora Teje. Altri interpreti Tore Svennberg e Richard Lund.

È la storia fosca di una nobile famiglia polacca distrutta dalla colpa d’una donna bellissima e simulatrice. Amore, tradimento, finzione, vendetta, si succedono attraverso il gioco serrato degli attori, che rappresentano i personaggi del dramma con verità umana e con tragica cupezza. L’espiazione mistica del marito, che atrocemente offeso nell’onore e negli affetti, s’era vendicato senza pietà, costituisce un episodio commoventissimo, pieno di significato spirituale e di bellezza scenografica. Il Monastero di Sandomir, sorto sulle rovine fumanti del Castello in cui fu consumato il terribile dramma, chiude nelle sue mura austere l’uomo che à offerta a Dio la sua triste vita spezzata, in olocausto del suo peccato di sangue. »
(dalla pubblicità del Sindacato per il Libero Commercio Cinematografico, Roma 1922)

« A dispetto dei costumi benelliani, Klostret i Sendomir (1919) è, in certo modo, l’opera più sperimentale di Sjöström. Quasi tutto girato in interni, il film, ambientato nel secolo decimottavo, si avvale di un’illuminazione fortemente effettata. Le linee sinuose della tragedia, cupamente evocata dal monaco (l’ex-castellano Starensky, uccisore della moglie Elga, bella e infedele), si intrecciano con quelle, ancor meno rettilinee, dello stile. È evidente che Sjöström, influenzato dalla messinscena espressionista, tenta una difficile meditazione tra il chiaroscuro di ascendenza fiamminga e la lezione di Munch. In pratica si va — come gusto — dalle illustrazioni per romanzi storici all’eclettismo del secondo Reinhardt. »
Francesco Savio
(La parola e il silenzio, il film scandinavo dalle origini al 1954, Mostra di Venezia 1964)