Hollywood 1928: The Changeling, Clint Eastwood, Sergio Leone e Lido Manetti

Lido Manetti
Lido Manetti

I ricordi sono come le ciliegie, uno tira l’altro, e ieri sera, vedendo The Changeling diretto da Clint Eastwood mi è tornata in mente una storia che Sergio Leone raccontava spesso a proposito di Lido Manetti, un attore italiano che aveva lavorato con suo padre, Roberto Roberti. Proprio come in The Changeling la storia, o meglio il tragico finale della storia, è ambientato a Los Angeles nel 1928:

Manetti, che lui aveva diretto in Fra Diavolo, era andato in America per sostituire Valentino. Era bello, alto e molto italian style. Aveva un sicuro avvenire davanti a sé. Chissà quante donne si sarebbero suicidate per lui. Niente di tutto questo, invece. Non gli permisero di diventare un divo. Un brutto mattino, a Hollywood, davanti agli studios della Paramount, un’automobile lanciata a tutta velocità lo spiaccicò sotto le ruote. Non si seppe mai chi era stato a fare il lavoretto e quelle povere donne, anziché suicidarsi per lui, purtroppo dovettero adattarsi a morire di vecchiaia, oppure immolarsi per qualcun altro. Forse fu la mafia. Ma mio padre ripeté spesso che un poliziotto serio, per rintracciare l’autista pazzo, avrebbe dovuto guardare bene in faccia i divi degli anni successivi. Tra loro, sosteneva, ce n’era uno che la sapeva più lunga del procuratore distrettuale di Los Angeles. Anch’io, certe volte, mentre sto guardando un vecchio film in televisione, sono colto da uno strano senso di disagio. Fisso Clark Gable, Dick Powell, Paul Muni, Frederich March, James Stewart e un brivido gelato mi corre lungo la schiena. L’assassino potrebbe essere uno di loro. Capisci? Di Clark Gable, sopratutto, mi sono sempre fidato poco. Osservalo bene e poi dimmi se gli affideresti il tuo portafoglio. Chissà cosa non nascondeva, sotto il baffo, quel suo famoso sorriso. (intervista a Sergio Leone, C’era una volta in America, Diego Gabutti, Rizzoli 1984)

Lido Manetti, di origine fiorentina, comincia la sua carriera giovanissimo, a Roma. Il suo primo film, La principessa (Caesar 1917), in cui debutta con una breve particina, a fianco di Leda Gys, serve a trarlo dalla marea degli anonimi.

In seguito, Camillo De Riso, riesce a farlo scritturare alla Caesar Film di Giuseppe Barattolo e qui Lido assume di colpo il ruolo di primo attore giovane in Malia, compagna Francesca Bertini. Basta questo per affermarlo: tanto al pubblico come ai produttori, le capacità di Lido appaiono chiare e promettenti.

Egli ha il dono di essere simpatico a chi lo guarda e a chi lo conosce. E non ha più un momento di requie: dalla Tiber all’Itala, alla Libertas, alla Fert, ovunque egli lavora miete allori.

Sopravviene la crisi della U. C. I. e allora cominciano i vari contratti a forfait, con i vari registi-produttori: Genina, Gallone, De Liguoro, Negroni, Zorzi.

Ben presto, egli batte anche il primato per il maggior numero delle interpretazioni a fianco delle migliori attrici: Italia Almirante Manzini, Maria e Diomira Jacobini, Linda Pini, Carmen Boni, Rina de Liguoro.

Attaccatissimo al suo paese, rifiuta prima un contratto con la Cineplay di Londra, per un film nelle Indie inglesi; poi rifiuta i reiterati richiami di diverse società tedesche, per quanto la Germania allora fosse considerata come la Mecca del cinema europeo.

Soltanto quando la situazione in Italia si fa insostenibile per mancanza totale di lavoro, Lido si risolve a partire: e sceglie l’America.

Ha poco più di 26 anni; siamo nel 1925.

S’imbarca sulla Dante Alighieri in terza classe, ed è costretto a fare il Natale a bordo, perchè il cattivo tempo ostacola la traversata.

— E’ stato il più orribile Natale della mia vita… — egli scrive alla madre; ma il destino doveva serbargli dei giorni peggiori.

Infatti, rimane fermo a New York quasi un anno, per mancanza di denaro, e spera sempre di imbattersi in uno di quei pezzi grossi dell’industria filmistica. La fortuna lo aiuta: Carl Laemmle, allora presidente della Universal Pictures gli offre un modesto contratto e lo spedisce a Hollywood.

Nel frattempo in Italia, vengono proiettati i suoi ultimi due film: L’ultimo Lord di Genina, con Carmen Boni, e Maciste contro lo sceicco di Camerini.

A Hollywood, dopo una piccola parte in un film della Universal, lo lasciano sei mesi fermo, per poi scioglierlo da ogni impegno perché risultato “tipo non cinematografabile”…
È la miseria; la miseria a Hollywood, nella città del lusso e del cinema.

Ma, una volta tanto, i super-competenti americani avevano sbagliato. Il “tipo non cinematografabile” riesce a fare un provino alla Paramount per un film con Adophe Menjou, nel quale sono già falliti 26 concorrenti… Si cerca un tipo distinto, elegantissimo, un vero gentiluomo europeo e, su tutti, viene scelto proprio Lido, malgrado diversi tentativi di boicottaggio. Si tratta del Signore della notte. Egli con tale interpretazione, sbalordisce lo stesso Menjou, che si affretta a farlo scritturare dalla Paramount come elemento di sicuro rendimento…

Il nostro attore, al colmo della gioia, ritorna alla sua abitazione presso l’italiano Agostino Borgato, e abbraccia tutti; poi, come sempre, quando ha una buona notizia da comunicare, scrive a casa.

Da allora lavorò ininterrottamente. Costretto a portare un nome inglese, scelse quello di Arnold Kent, ma riuscì a imporre la condizione che, in Italia, i suoi film portassero il suo nome italiano: Lido Manetti.

Girò l’Accusata, con Pola Negri, Lo sciabolatore del Sahara, con Gary Cooper, Hula, con Clara Bow, Il mondo ai suoi piedi, con Florence Vidor.

Fu chiesto, poi, in prestito dalla United Artists per la parte di antagonista nella Donna contesa con Norma Talmadge.

Quest’ultimo film, malgrado fosse affidata a Lido la parte ingrata del cattivo, ottenne in America un successo clamoroso e sul nostro attore precisamente si puntarono tutte le attenzioni della critica e del pubblico. Direttore era Henry King. Alla United Artists l’entusiasmo è così grande che si viene nella determinazione di pagare la penale di rottura del contratto con la Paramount, pur di avere l’attore nei propri ruoli. Questa decisione era stata anche provocata dal fatto che su una serie di provini per il film Segreti con interprete principale Mary Pickford, Lido era risultato il più adatto senza discussione. (Morto lui, la parte fu affidata ad un nuovo attore : Leslie Howard). Del resto, Lido aveva anche superato brillantemente la prova fonica all’avvento del sonoro, con una dizione inglese perfetta.

Nulla mancava più; con l’ultima interpretazione, egli si sentiva portato alle più alte vette del suo sogno. Era stato in Italia da pochi mesi, per una visita alla famiglia e a loro aveva parlato tanto di questo ultimo passo che ora, l’essere finalmente “arrivato”, gli metteva nelle vene un desiderio incontenibile di comunicare la notizia. Difatti, cominciò a scrivere:

« Cara Mamma, caro fratello Alberto…

Poi, alle prime righe, squillò il telefono posato accanto a lui…

L’invito a cena, insieme agli amici e ai produttori…

L’incidente…

I primi film di Filoteo Alberini, due testimonianze

Filoteo Alberini
Filoteo Alberini

Le feste Castromenie a Marino: La prima cinematografia dal vero.

Nel 1903, una terribile grandinata devastò le vigne dei castelli romani. Maggiormente colpito fu l’intero territorio di Marino. Tutto distrutto, non rimase un chicco d’uva. I poveri marinesi furono rovinati, molti dei più irrequieti se la presero con il Governo. Questo provvide subito, invece, mandando un battaglione di granatieri per i rivoltosi, e poche lire per i più bisognosi. Per riparare in parte a tanta rovina e per sollevare l’animo dei cittadini, fu composto un comitato organizzatore di festeggiamenti che avessero attirato a Marino gente da Roma e dai castelli romani, rialzando, così, il commercio cittadino. Il comitato era presieduto dall’illustre scultore senatore Giulio Monteverde, villeggiante a Castelgandolfo. Vice presidente Desideri, assessore comunale di Roma, e membro del Comitato; il Sindaco di Marino Ludovico Capri, Pietro Gentili — l’arazziere dei Sacri Palazzi — che fu veramente l’anima delle feste e che ospitò nella casa dove villeggiava tutti gli artisti che « Elaborarono per i lavori di addobbo » ecc. Del comitato facevano parte anche lo scultore Cozza, il pittore Cesare Antonelli, Ernesto Prosperi, molti altri ed io. Fu fatto il programma: il cartellone fu disegnato da me, in poche ore. Ottenni tutto gratis: stampa, tipografia e affissione dall’impresa di pubblicità al Corso Umberto I. Tutto il mese di settembre, il giovedì e la domenica ci furono feste a Marino; ma feste importanti. Una domenica fu dato nel salone del Palazzo Colonna un concerto diretto da Pietro Mascagni, con l’intervento di Checco Marconi ed altri valorosi cantanti. Folla enorme venuta da Roma, con a capo l’indimenticabile principe romano Don Prospero Colonna, Sindaco di Roma.

Dopo il concerto in casa del Sindaco Capri, grande ricevimento con chiamate incessanti al balcone da parte della folla per salutare Don Prospero e Mascagni. Faceva gli onori di casa il giovane figlio Luigi, oggi consigliere nazionale.

Un altro, di questi giorni festivi, venne organizzato un ricco corso di fiori; più, una fiaccolata nel bosco di Marino; lotterie e tante altre cose: insomma per tutto il mese di settembre del 1903 Marino fu ricolma di folla; e esercenti, osterie e bettole improvvisate fecero affari d’oro. Chiuse tutti i festeggiamenti, un interminabile corteo mascherato. C’era di tutto un po’: dal carro dei Cadetti di Guascogna con Cirano che era il pittore Alberto Moretti; al carro di Cesare Augusto — che ero io — c’erano anche i gendarmi di Cervara, tutti cavalcanti docili asinelli. Chiudeva il corteo un colossale carro rappresentante la vendemmia. La figura tre volte il naturale, di una baccante, era dello scultore Cozza, in collaborazione con il pittore Cesare Antonelli.

Poco prima che il corteo si mettesse in moto, giunse da Roma in bicicletta un gruppo di amici bontemponi che volevano assolutamente indossare qualche costume. Molti ne contentai con dei pepli romani; ma Felice Tonetti — il caro amico da poco tragicamente scomparso — volle assolutamente indossare il costume da gendarme di Cervara. Mancava, però, la misura per lui: il povero Felice aveva il corpo da Ercole. Per rimediare, si tolse completamente tutto: gilet, mutande, maglia, camicia, e così alla meglio s’infilò l’uniforme dei leggendari gendarmi; e seguì il suo gruppo, cavalcando un povero asinello. Ma sulla salita, la cucitura del costume non resistette, si schiantò, e Tonetti da gendarme divenne Adamo, subito coperto da un ricco mantello di un legionario romano.

Il bellissimo corteo fu ripreso in cinematografia da Filoteo Alberini e poi proiettato nel suo Cinema Moderno. Quella pellicola fu l’inizio della cinematografia dal vero.

In quel tempo feci amicizia con i giovani tenentini dei granatieri in distaccamento a Marino, restando, poi, sempre buoni amici. Durante la grande guerra si comportarono da eroi : qualcuno morì, tutti gli altri, o feriti gravemente, o mutilati. Dei superstiti : Vecchi è generale, Petitti — fratello del valoroso generale — è mutilato di un occhio. Presta servizio come colonnello alle pensioni di guerra. Ed ancora i colonnelli Max Blasi e Bocchi, tutti eroi e tutti mutilati.

Romeo Marchetti

Questo “dal vero” fu proiettato al Cinema Moderno di Roma il 28 settembre 1904 alla presenza di numerose personalità, tra cui Don Prospero Colonna di Sonnino, sindaco di Roma.

Il ratto della ciociara

« Angelo Laurenti è il famoso Bracalone dei teatri di varietà, l’attore comico che ha raccolto la sua messe di riso in Italia e all’estero. Egli è stato l’interprete del primo film girato a Roma: Il ratto della ciociara. La scena culminante di questa farsa venne ripresa a Piazza di Spagna il 4 aprile 1904. Laurenti era vestito da brigadiere delle guardie di città. Madrulli, il famoso ciclista acrobata, scendeva a precipizio sulla sua fida bicicletta le scale de Trinità de’ Monti, portando sulle spalle l’agitante mole della ciociara: una di quelle giunoniche donne di Alatri, venute a vendere fiori nella piazza più suggestiva del mondo. La ciociara naturalmente urlava, seppure il film in quei tempi era più che muto.
E’ ovviamente intervennero le guardie di città. Dalla retata scampò soltanto Bracalone in virtù della sua divisa di brigadiere. Nel commissariato di Via delle Carrozze la cosa venne chiarita soltanto dopo qualche ora, quando Caserini, Alberini e Santoni riuscirono a far intervenire il Questore in persona ».

Secondo Aldo Bernardini (Il cinema muto italiano 1905-1909, Bianco e Nero – CSC – Nuova Eri, 1996 pp. 54/55), il titolo del film, produzione Cines, è Il ratto di una sposa in bicicletta, unica interprete la Sig. Mascioli, proiettato al Cinema Moderno 8 settembre 1906, altro titolo Il ratto della sposa in Piazza di Spagna.

Il Tempo di Francesca Bertini

Gustavo Serena, Francesca Bertini, Giuseppe De Liguoro, Camillo De Riso
Gustavo Serena, Francesca Bertini, Giuseppe De Liguoro, Camillo De Riso

Sembra che abbia abbandonato un po’ questa sezione dell’archivio nell’ultimo mese, ma non è così. Ho aperto un nuovo sito con due sezioni dedicate, rispettivamente, a Francesca Bertini e Luchino Visconti.

La sezione Francesca Bertini è il seguito delle pagine pubblicate nel sito In Penombra.

Come spiegavo nell’introduzione di queste pagine: “Il percorso biografico è organizzato attraverso le testimonianze e gli articoli sulla stampa, tutti rigorosamente originali e senza interventi da parte del curatore. Ho lasciato parlare le varie voci liberamente, cercando di offrire una panoramica dell’epoca e dell’ambiente intorno al personaggio centrale del racconto in un susseguirsi rapido, a volte simultaneo, di situazioni, di vicende’, come direbbe la stessa Bertini”. Una parte della panoramica intorno alla vita e i tempi di Elena Vitiello, alias Francesca Bertini, troverà posto nell’archivio del cinema muto, vale a dire in queste pagine.

Cominciamo subito con un argomento molto interessante: La Censura.

Il 1914, per quantità e qualità di opere realizzate, segna un momento particolarmente felice nella storia del cinema muto in Italia. Come succede spesso, c’è qualche nuvola nell’orizzonte. Una di queste nuvole è l’istituzione della censura l’anno precedente, ma il regolamento di esecuzione è del 31 maggio 1914. Dal punto di vista gubernativo, le motivazioni d’un simile provvedimento vengono presentati come una garanzia di protezione da improvvisi sequestri delle autorità locali, una patente in grado di favorire la circolazione dei film, anche di quelli già sfruttati nelle stagioni precedenti, e la definitiva promozione del film come prodotto culturale. La misura non sembra destare troppe preoccupazioni nel mondo cinematografico italiano, qualche protesta isolata e velata da certo tono ironico come questo articolo pubblicato nella Rivista Pathé del 1 giugno 1913:

“Già de tre settimane la Censura ha cominciato a funzionare a Roma e, a quanto sembra, con criteri più logici di prima quando un numero infinito di funzionari avevano la facoltà di proibire le pellicole, che, secondo il loro modo di vedere, non potevano essere esposte al pubblico, proprio come la famosa e leggendaria verità salita su dal pozzo nuda. Qualche film che al Gabinetto di Censura a Roma non fece nemmeno arricciare il naso al più feroce dei censori, era stata prima proibita perchè… il perchè è difficile, ossia è molto facile precisarlo. Si diceva che il Cinematografo era senza morale, lo gridavan tutti, persino i cani, dunque bisognava bene trovargli fuori le magagne… e si trovò infatti che delle scene comiche erano impressionanti, perchè un uomo perdeva la testa come la perdono tanti nella vita reale d’ogni giorno…
Eh! la vita… Anche col Cinematografo si aveva cominciato a dargli addosso perchè era diventato secondo alcuni corruttore, sobillatore, libero docente all’Università del vizio e del delitto e perchè mancava di morale. Ma ora la morale c’è, l’ha trovata anche l’on. Luzzatti e l’ha spiattellata bellamente sul Corriere della Sera. La morale del cinematografo è che il Fisco aveva adocchiato una nuova preda: dieci centesimi di tassa per ogni metro di pellicola cinematografica fanno millioni, che sono simpatici a tutti, specialmente a chi ne ha tanto bisogno.
Ecco la morale del cinematografo!”