La natura è nel pensiero

Ho riflettuto molto a proposito del post Thought waves, pubblicato nel sito The Bioscope qualche giorno fa. Un teoria certamente affascinante. La riflessione mi ha riportato (in mente) questo testo di Oscar Wilde che ho letto tanti anni fa, e adesso, se volete, potete leggere gratis online:

Nature is no great mother who has borne us. She is our creation. It is in our brain that she quickens to life. Things are because we see them, and what we see, and how we see it, depends on the Arts that have influenced us. To look at a thing is very different from seeing a thing. One does not see anything until one sees its beauty. Then, and then only, does it come into existence. At present, people see fogs, not because there are fogs, but because poets and painters have taught them the mysterious loveliness of such effects. There may have been fogs for centuries in London. I dare say there were. But no one saw them, and so we do not know anything about them. They did not exist till Art had invented them. Now, it must be admitted, fogs are carried to excess. They have become the mere mannerism of a clique, and the exaggerated realism of their method gives dull people bronchitis. Where the cultured catch an effect, the uncultured catch cold. And so, let us be humane, and invite Art to turn her wonderful eyes elsewhere. She has done so already, indeed. That white quivering sunlight that one sees now in France, with its strange blotches of mauve, and its restless violet shadows, is her latest fancy, and, on the whole, Nature reproduces it quite admirably. Where she used to give us Corots and Daubignys, she gives us now exquisite Monets and entrancing Pissaros. Indeed there are moments, rare, it is true, but still to be observed from time to time, when Nature becomes absolutely modern. Of course she is not always to be relied upon. The fact is that she is in this unfortunate position. Art creates an incomparable and unique effect, and, having done so, passes on to other things. Nature, upon the other hand, forgetting that imitation can be made the sincerest form of insult, keeps on repeating this effect until we all become absolutely wearied of it. Nobody of any real culture, for instance, ever talks nowadays about the beauty of a sunset. Sunsets are quite old-fashioned. They belong to the time when Turner was the last note in art. To admire them is a distinct sign of provincialism of temperament. Upon the other hand they go on… (Intentions 1913)

Chiedo scusa ai lettori italiani ma non sono riuscita a trovare la traduzione.

Attraverso l’obiettivo

obiettivo
in un mondo incantato...

Il primo obiettivo fu un forellino che certo Giambattista della Porta aprì in una camera oscura. Egli la descrive nel suo volume di Magiae Naturalis come una scatola chiusa con una piccola apertura munita di lente attraverso la quale penetrano, incrociandosi, i raggi luminosi riflessi degli oggetti esterni, la cui immagine va ad iscriversi su uno schermo piazzato ad una certa distanza. Giambattista della Porta fu un genio curioso e fantasioso e, presago forse di tutte le conseguenze che sarebbero derivate dalla sua scoperta, tentò anche l’invenzione del fonografo e al suo trattato aggiunse delle osservazioni sulla visione a distanza nonché sulla composizione dei filtri amorosi e sui rimedi più acconci per frenare la chiacchiera delle donne.

Subito dopo il padre Kircher, valendosi degli studi del Porta, costruiva il primo rudimentale apparecchio di proiezione, cioè la lanterna magica.

L’invenzione di Louis Lumière che consentiva la fotografia in movimento è qualcosa d’importante nella storia della civiltà umana come la scoperta della ruota compiuta da un nostro lontanissimo e ignoto progenitore. Un giorno si dirà che il nome Lumière l’hanno inventato i posteri, tanto sembra appropriato e augurale per lo scopritore del cinema.

Ciò che si captò allora nella camera oscura del Porta e che fu rivisto attraverso la lanterna di padre Kircher, meritò davvero gli attributi di « magica e taumaturgica » dei quali il geniale gesuita aveva gratificato la sua lucerna. (Quam (lucernam) non immerito magicarn et thaumaturgicam… appellandam duximus).

Così magico, così meraviglioso il cinema che gli uomini credettero fosse sufficiente aprire l’obiettivo sulla scena del mondo e… girare la manovella. Bastava. E per anni bastò. Ma gli uomini si stancano presto anche dei giocattoli fatati e si sarebbero stancati anche del cinema se, ipotesi assurda, il cinema si fosse limitato a… vivere di rendita.

Ma il destino del cinema è essenzialmente… cinematografico: tre secoli di ricerche e di scoperte l’una più sorprendente dell’altra non potevano esaurirsi in un divertimento per baracconi da fiera.

Quando la Provvidenza scomoda dei grandi personaggi come i citati, per non parlare dei numerosi altri, vuol dire che persegue un suo altissimo fine e chi si discosta da quella mèta è condannato prima o poi a pagare le spese.

Avvenne dunque nel cinema un’altra mirabile invenzione della quale non sappiamo precisamente a chi attribuire la paternità perché fu il premio della fatica e della nobile curiosità di molti.

Si comprese — ad un certo punto — che l’obiettivo nascondeva in sé altre magiche virtù e precisamente quella di potenziare all’infinito la sensibilità del nostro occhio e di vedere il mondo, l’ immensamente grande, l’ immensamente piccolo, i viventi e le cose, con una penetrazione che sembra divina. Non basta: si comprese anche che l’obiettivo poteva servirsi del reale per ricostruire l’irreale, poteva manipolare sul concreto per immaginare i sogni più strabilianti. Una macchina ottica, insomma, usata fin d’allora nei laboratori, negli osservatori e nei gabinetti dei fotografi, ci svelava una nuova poesia della vita. Non era più una macchina per noi, pur restando tale e perfezionandosi continuamente, ma diventava un arnese d’arte, qualcosa come il pennello del pittore e la stecca dello scultore, un pennello da intingere in una tavolozza prodigiosa, una stecca da manipolare nell’eterea argilla della luce.

Allora nacque veramente ciò che noi intendiamo cinema: prima ci eravamo divertiti come fanciulli con un giocattolo e lo spettacolo ci avvinceva per la curiosità, non per il fascino di poesia o il desiderio di sogno.

Quando veramente nacque non si può dire: fissare una data sarà impossibile fino a quando non si stabilirà con precisione quale fu il primo film veramente cinematografico, cioè quando si scoprì che, oltre i soliti trucchi di studio, pur essi leciti ripieghi della messinscena, ne esistevano altri più semplici ma più ricchi di conseguenze artistiche, le sole che importano.

E il primo di questi trucchi poetici, chiamiamoli ancora così per poco, fu il seguente: la macchina di ripresa non è un passivo mezzo di riproduzione della scena che si svolge dinanzi al suo occhio di cristallo, ma uno strumento col quale il creatore del film deve attivamente operare come fa il pittore col pennello.

La messinscena, il gioco degli attori, la disposizione delle luci non esauriscono la visione del film: v’è un atto che la completa e la definisce veramente come opera d’arte e questo è compiuto dal rapporto che di mano in mano assume l’obiettivo verso la scena. Spieghiamoci meglio: vedere di fronte, cioè filmare di fronte, dal basso, per scorcio, dall’alto, avvicinandosi, allontanandosi, porre cioè di volta in volta l’obiettivo in un dato punto, non è un’operazione di pura tecnica, né, tanto meno, può essere una decisione arbitraria. La manovra dell’obiettivo è invece un’attività artistica pari a quella del pittore che in un quadro elegge una determinata prospettiva e ritrae le sue figure, il suo paesaggio da un determinato punto di vista.

Ecco perché la scena esterna, quella che si vede nello studio mentre si gira un film è cosa assolutamente diversa da quella che si vede sullo schermo come, vale un vecchio esempio, l’immagine della bella ciociara romana amata da Raffaello e quelle di tutte le modelle di questo mondo sono immagini completamente dissimili da quelle che i pittori, servendosi di esse, fissano sulla tela. Uno stesso paesaggio è visto dai paesaggisti in modi diversi, e lo stesso pittore ripetendo in un secondo quadro la stessa scena la dipinge certamente diversa.

Orbene questa sensibilità artistica che nei pittori diventa colore, pennellata, disegno, prospettiva, si concreta nel film attraverso l’obiettivo.

Un esempio estremo: si deve girare una scena terrificante: un uomo è stato legato sui binari, fra poco arriverà un treno e lo stritolerà. Vi sono parecchi modi di riprendere la scena: mettendosi al posto di un insensibile spettatore e girando la scena come ci si presenterebbe da una ribalta, oppure centrando l’obiettivo nell’occhio della vittima che vede arrivarsi addosso la locomotiva, oppure centrandolo nell’occhio del macchinista che s’è accorto del misfatto. Nel primo caso avremo nello schermo una banale fotografia in movimento, nel secondo e nel terzo avremo una visione essenzialmente cinematografica; adopereremo il secondo se interessa a noi esprimere lo stato d’animo della vittima; adopereremo il terzo se importa svelare lo stato d’anima del macchinista, adopereremo l’uno e l’altro se vogliamo chiarire un rapporto fra la vittima e il macchinista.

L’esempio può essere di dubbio gusto ma è efficace perché esso, spero, fa comprendere non solo cos’è cinema o fotografia in movimento, ma anche ciò che può dare e che bisogna pretendere dal cinema e ciò che è possibile fare a teatro.

Il lettore avveduto si serva dell’esempio come di uno schema e dinanzi ad ogni visione provi a ragionare così: ciò che vedo è proprio l’essenziale, è proprio l’estrema conquista che si poteva compiere con l’obiettivo per raggiungere la massima efficacia?

Provando e riprovando penetrerà senz’accorgersene in un mondo incantato. Il vero divertimento può essere questo.

Mabel Normand arriva in Italia settembre 1915

Western Import Company
Mabel Normand della Keystone Comedies, inserto pubblicitario, distribuzione Avv. Giuseppe Barattolo,

Ieri mi hanno regalato il cofanetto Charlie Chaplin – Le Comiche Keystone made in Cineteca di Bologna 2010.

Ho letto attentamente il libro che accompagna i DVD, un volume di 59 pagine, presentazione di Gian Luca Farinelli, articolo di Jeffrey Vance, note sui film e sul restauro, e Cecilia Cenciarelli che firma il saggio: Cronache dall’Italia, ovvero come Charlot sbarcò a Genova:

Nel febbraio 1916, prima che Chaplin fosse mai apparso sui nostri schermi e che fosse conosciuto come il nome Charlot (attribuitogli nel 1915 dalla Himalaya Films, distributore francese) La Cinematografia italiana e Estera, attenta più di altre agli sviluppi oltreoceano, dedicò a Chaplin un articolo a tutta pagina nel numero di febbraio 1916 (…)

Il mese successivo Chaplin approdava in Italia, e secondo quanto riportato da La Cinefono del 18 marzo 1916 i primi a vederlo sul grande schermo furono i genovesi del Moderno.

L’articolo apparso sulla Cinematografia Italiana ed Estera lo avevo pubblicato nella prima versione di questo sito qualche anno fa. Ma non è datato febbraio 1916, e non è la prima volta che si parla di Chaplin nelle riviste italiane di cinema.

La Keystone, e Chaplin, arriva in Italia qualche mese prima. Distribuzione: Avv. Giuseppe Barattolo.