A Film Actress who is also a Singer, Authoress and Poetess.
Doris Kenyon was born in Syracuse, and is the daughter of Dr. James B. Kenyon, noted poet and author, the family moving to New York City while she was still a little girl. At a very early age, it was discovered that she was the possessor of a remarkably fine contralto voice, and at the age of fourteen years she was engaged as principal soloist at Grace Presbyterian Church, in Brooklyn. She remained there one year, after which she went as soloist to the Bushwick Avenue Church.
It was while singing in the Bushwick Avenue Church that Victor Herbert heard her, and was attracted by the extraordinary quality of her voice, her youthful beauty, and her animated personality. He had written and was about to produce Princess Pat, and offered Miss Kenyon a part in it, which she accepted. Miss Kenyon remained with the Princess Pat company throughout the season, but towards the close of the engagement she received a very flattering offer to appear on the screen as co-star with Alice Brady in The Rack.
Then followed a long list of successful engagements on the screen, co-starring with, among others, George Beban, Holbrook Blinn, Lew Fields, Robert Warwick, and Frank McIntyre. Later she was elevated to independent stardom, first by World Film Corporation, and later by Famous Players.
Doris Kenyon has a devoted admirer in Ada Patterson, the famous newspaper and magazine writer.
Here is one of the stories that Ada Patterson likes to tell of Doris Kenyon’s public début. She was then seventeen years old, and, as a member of Eleanor Painter’s company in Princess Pat, had a scene with Sam Hardy, the comedian. A couple of nights after the opening Hardy, looking out after the audience, turned to Miss Kenyon in a confidential aside and whispered, “See that couple in the second row seats on the left? They are talking about us. He is a motion picture man. One of us is going to hear from him. I think it will be you.”
The very next day the prophecy of the comedian came true. Miss Kenyon was summoned to the office of a film company and offered a year’s contract. It took four conferences and a lot of persuasion to induce Miss Kenyon to become interested in pictures. When she did finally consent, she declared that it would be only for a while. “Some day I shall return to the stage,” she said.
Before Miss Kenyon was nineteen years old, Theodore C. Deitrich became her manager, and, with the youthful girl as his star and partner, organised a firm for the express purpose of starring Miss Kenyon in pictures at the head of her own company. Many times she desired to return to the stage, and last summer Mr. Dietrich completed an arrangement with A. H. Woods whereby Miss Kenyon will appear on the stage, at the same time making pictures, the first of which, The Bandbox, has just been completed.
Miss Kenyon inherited her musical talent from her mother, who is an extremely clever pianist. In addition to her vocal talent, Miss Kenyon is also a pianist and a violinist. From her father she inherited marked literary talent, and is the author of a large number of poems which have appeared in leading magazines.
Miss Kenyon is an expert marksman, can drive her own car, and is a splendid tennis and golf player. She is five feet six inches tall, and has blue-grey eyes and light brown hair.
L’Autore, rievocando la complicata figura di Giuliano l’Apostata, non ha voluto trar partito dalle opere poetiche illustri preesistenti: nel ricomporre l’immagine del folle eroe, del mistico a rovescio, così come balza dalla pagine che ci restano di lui, sottraendola ai troppi fulgori degli apologisti e ai spessi veli densi di ombre dei diminutori, egli ha piuttosto seguito l’ammaestramento di Gaetano Negri che sul Giuliano ci ha lasciato una delle opere più insigni che onorino gli studi storici italiani.
Attraverso una indagine logica e non partigiana, la nuova iconografia ci offre, perciò, un protagonista vivo e palpitante che per portare nell’anima, sin dal suo primo apparire, i germi dissolvitori di un dissidio etico ed estetico, ha tutti i segni peculiari dell’eroe tragico per eccellenza. Proteso con la fantasia verso il passato, ben entro il suo secolo per temperamento, pagano nel sogno e galileo inconsapevole nella realtà, inutile restitutore di vita a cose inclite ma morte e negatore di vita a cose nuove e vive, romano per aspirazione e bizantino per consuetudini, innamorato della bellezza e dalla bellezza spesso lontano per deformazioni filosofiche, poeta sempre anche nell’azione, e, in conseguenza, dell’azione non moderatore ma schiavo: ecco il Giuliano che Ugo Falena ha ritratto.
Ma se vivo è l’eroe tragico che ci offre la nuova visione, vive sono la tragedia storica e la tragedia umana nelle quali l’inutile eroe si dibatte. Da un lato, l’ultimo cozzo di due civiltà, l’una in trionfale ascesa. Dall’altro, accanto alle passioni sorelle, l’amore che urla le sue angosce e tende agguati fatali.
Due nomi di donna ricorrono frequenti vicino al nome di Giuliano: Eusebia, Elena. Due nomi e due lacune della storia. E, su quelle lacune, cumuli di dubbi, di ipotesi, di leggende, di accuse, di difese. Naturale che il drammaturgo prendesse la mano allo studioso. Che il poeta liberamente interpretasse i silenzi e colmasse le lacune della storia e che rivendicasse alla fantasia il diritto d’integrare — più vicino al vero di quel che si creda — le figure enigmatiche delle due donne imperiali. Che, cioè, le due incorporee eroine si tramutassero in due figure consistenti — persone eminentemente tragiche — e in stimoli potentissimi di poesia. Poiché se la vicenda passionale s’intreccia attorno ad esse, il dissidio spirituale che macera Giuliano bene in esse trova virtù di simboli. Non è pagana per istinto e per educazione la greca e raffinata Eusebia? Non è cristiana la pia e modesta Elena?
Dinnanzi a uno scenario che s’impernia sopra una figura storica universalmente nota e pur poco conosciuta negli avvenimenti della vita; che ha per sfondo quella Bisanzio costantiniana così fastosamente pittoresca e foscamente tragica; e che si snoda senza frammentarietà di movimenti, unito e serrato, tra le spire di un’azione quanto mai ricca di passione e d’interesse (caso quasi eccezionale nelle visioni storiche), la Bernini Film non ha badato a sacrifici. Essa ha tradotto in forme tangibili la magnifica figurazione, preoccupandosi, anzitutto, del criterio che un’industria artistica ha diritto, oltre che a vivere, ad imporsi, soltanto quando è essenzialmente arte. Ecco perché vicino al nome di Ugo Falena, ha voluto quelli di Luigi Mancinelli e di Duilio Cambellotti.
Luigi Mancinelli, l’insigne sinfonista nostro, che componendo pel Giuliano un poema vocale e strumentale per piccola orchestra (per piccola orchestra: cioè eseguibile in qualsiasi sala di proiezione) non soltanto ha arricchito il patrimonio musicale patrio di nuove pagine ispiratissime, ma ha consentito che l’arte cinematografica, indipendentemente della sua autonomia, ripetesse, e con maggior adesione tecnica tra schermo e orchestra, il nobile esperimento del poema sinfonico illustrato. Duilio Cambellotti, che con l’erudizione e la genialità del suo temperamento d’artista, ha permesso alla finzione di vivere in un’atmosfera di impressionante realtà storica.
La Poesia, la Musica, la Pittura, così, ancora una volta, si sono trovate unite con armonia squisita per il trionfo di un’opera d’arte.
La Bernini Film
Napoli, marzo 1921. Giuliano l’Apostata è una di quelle riproduzioni storiche che si riannodano alle più gloriose tradizioni dell’arte cinematografica italiana. Ricchezza di messa in scena, mirabile affiatamento di esecuzione, dovizia di particolari artistici, ampiezza di respiro nella trama come nella concezione del soggetto, novità di esecuzione, cura minuziosa dei dettagli ed efficacia pittorica nella parte tecnica fanno di questa film un modello artistico che merita di essere tenuto in altissima considerazione dagli studiosi dello sviluppo artistico della cinematografia.
La figura amletiana di Giuliano ci appare poderosamente sagomata nel contorno caratteristico e policromo di quel periodo storico in cui due civiltà si sovrappongono stridendo nel cozzo immane con bagliori di fiamma.
Se si dovesse fare una profonda dissertazione sulla figura filosofica di Giuliano, così come l’ha concepita Ugo Falena, si andrebbe a cozzar Dio sa contro quali paradossi estetici. Ma l’opera dello scrittore moderno vuol essere di poesia e dobbiamo accettarla semplicemente come tale. Evidentemente il poema muto è quanto mai suggestivo e non avrebbe potuto essere trattato con maggiore perizia.
In sostanza l’evocazione estetico-storica di Ugo Falena mostra le sue origini prettamente artistiche e riesce ad incatenare l’interesse del pubblico, anche quello di più modeste cognizioni, dalla prima all’ultima scena.
Il dissidio spirituale e sentimentale di Elena ed Eusebia dà, magari a scapito del significato storico, il tono drammatico alla vicenda. L’amore ingenera come sempre le più ardenti dispute passionali ed appassiona gli spettatori sino all’epilogo drammaticissimo. Tutto ciò, pur non alterando la linea sobriamente artistica del dramma, lo arricchisce di quell’interesse teatrale che è il segreto del successo per simili composizioni.
Duilio Cambellotti nei suoi figurini e nei suoi disegni si è mostrato artista impareggiabile. Non crediamo di scoprire all’ultim’ora questo esteta di buona fama: accettiamo semplicemente questa sua nuova fatica e l’apprezziamo sinceramente. Molto c’è di fantasia nelle sue figurazioni, ma sfidiamo il più dotto dei ricostruttori tedeschi a non dover ricorrere alla fantasia trattando un’epoca che ha lasciato delle traccie così confuse ed incerte. Ricordiamo infatti che Giuliano l’Apostata ha vissuto in un periodo turbinoso, rivoluzionario e, dal punto di vista delle arti, sufficientemente confusionario.
Il Graziosi nella parte di Giuliano si mostra attore efficace, sobrio e di buon temperamento. La Leonidoff nella parte di Eusebia ha trovato una simpaticissima linea estetica e vi si mantiene dal principio alla fine. La Malinverni è un’Elena fine, elegante, corretta, affascinante nel suo ruolo graziosissimo. Il Mascalchi, Marion May e Rina Calabria sono tutti a posto.
Le masse sono addestrate con notevole perizia e seguono il capriccio dell’inscenatore con prontezza. L’esecuzione tecnica è ottima. (La Cine-Fono)
Claretta Sabatelli e Amleto Novelli, Il Voto (1921)
Argomento
Una donna, una vera donna fatale non riamata dal marito brutale cerca l’amore che le manca in un altro uomo, ma viene scoperta. Nella terra d’Abruzzo, terra d’ardore e sincerità, il tradimento è punito con la morte del drudo. E l’amante muore, assassinato.
Passano gli anni. Il figlio dell’ucciso, ignaro di tutto, tornato da Roma nella sua terra, s’imbatte fatalmente nella stessa donna. Assomiglia tanto al padre suo che la donna crede di ritrovare in lui l’amato di un tempo, in una disperata illusione. E l’amore divampa, quasi per un beffardo destino fra i due, finché un triste giorno la verità antica non si palesa all’attonito amante: la donna amata è sua madre. Qui è il voto: egli sacrificherà il suo amore alla divinità, in espiazione della sua colpa involontaria. E va in pio pellegrinaggio al santuario lontano, dove i pellegrini fedeli strisciano carponi la loro vergogna di peccatori. Ma qui, come il viso beffardo del destino, ecco apparirgli la donna della sciagura, venuta anch’essa per espiare, e a chi peccò come lei, non rimane per espiazione che la morte.
Claretta Sabatelli, Il Voto (1921)
Recensione
Il Voto, Aprutium Film (Chieti), al Corso Cinema Teatro di Roma, aprile 1921. Il soggetto che vuole esaltare le bellezze della terra d’Abruzzo non ci ha convinto. È troppo freddo e troppo artificioso anche là dove sembra più irruente.
La sceneggiatura ha sveltito il soggetto di Ettore Moschino, e ne ha fatta una cosa cinematografica ed artistica, facendo svolgere l’azione nei punti più belli e più pittoreschi della Majella e della costa adriatica abruzzese.
La messa in scena e la direzione artistica del lavoro lo sollevano enormemente. Eugenio Fontata in cui vive sempre l’artista ed il fotografo ha saputo trovare dei motivi pittorici che senza pesare per niente sull’azione la irrobustiscono e la rendono più agile e forte. Alcuni quadri sembrano davvero frutto della fantasia d’un pittore anzi che ripresi da una fredda macchina cinematografica. Le scene dei roghi sono veramente impressionanti.
Ottimo Amleto Novelli: è questo un attore che si piega con docilità a tutte le difficoltà interpretative: forse avrebbe meglio fatto ad accentuare il suo trucco nel prologo: ma anche così com’è è eccellente.
Ottima la buona Clarette: essa si va formando davvero e diventa buonissima attrice. Per Fosco Ristori, nostro compagno di lavoro, parrebbe immodestia dire tutto quanto pensiamo di lui. Ci limiteremo a dire che le forti scene del Voto lo mettono in evidenza come un magnifico attore, di grande avvenire. Egli ha avuto alcune espressioni palpitanti di verità che hanno realmente preso il pubblico. Siamo certi, che in una parte più lunga che farà adesso in un film di Carmine Gallone, affermerà la sua vigorosa tempra d’artista.
Buoni tutti gli altri. Eccellente la fotografia di Albertelli.