Protagonista de L’atleta fantasma è Mario Guaita-Ausonia, l’atleta classico e perfetto, l’interprete famoso di Salambò e Spartaco. Questo fatto caratterizza il film e precisa il genere a cui esso appartiene. Film d’avventure sensazionali e di audaci exploits. E questi films si accettano così come sono. Essi non hanno pretese d’arte e il loro scopo è quello di divertire. Si divertono, sono buoni e belli; sono cattivi e brutti, se annoiano.
L’atleta fantasma diverte e interessa dal primo quadro all’ultimo. Gli avvenimenti si avvicendano e s’intrecciano senza tregua; l’azione si svolge rapida e leggera, di sorpresa in sorpresa, mantenendo desta l’attenzione dello spettatore sino alla fine. Una graziosa vicenda d’amore accresce l’interesse dell’avventura e si conclude lietamente. L’atleta fantasma è dunque un lavoro riuscito che torna di lode alla Casa Editrice A. De Giglio.
A questi pregi, unisce quello d’una signorile e polita messa in scena, merito e fatica speciale di Raimondo Scotti, e d’un ottima fotografia. Mario Guaita Ausonia, oltre che atleta perfetto, si mostra attore corretto ed elegante. La sua forza obbedisce a una legge d’armonia che la domina e la plasma nei suoi movimenti e nelle sue manifestazioni, sicché procura un vero godimento estetico e la trasforma in arte.
Alle corse di Parioli il Conte Renzo Renzi, venuto alla Capitale dal suo castello nella Campagna, ove egli attende all’amministrazione delle sue terre, è festosamente accolto dagli amici della sua giovinezza, che, dopo gli anni lieti dell’Università, non l’avevano più rivisto.
Tra il fruscio di tanta eleganza il Conte Renzi è un po’ sperduto, abituato com’è alla sua solitudine vasta, e gli amici fanno a gara nel presentargli le signore più in voga in quei giorni.
« Ecco, Renzi, la nostra celebre Maria Jacobini, la stella del nostro teatro lirico. Ecco Azucena, il celebre contralto… » ed il Conte Renzi si china e stringe e bacia femminee mani.
L’immagine di Maria è rimasta nel cuore del Conte. Egli la corteggia. La sera in teatro è geloso degli applausi ed orgoglioso del suo trionfo.
Un giorno in cui lei un po’ triste gli confida le angosce della scena, Renzo Renzi ansioso, diviso fra la speranza ed il dubbio, le propone sommessamente: « Signorina, vorreste condividere la mia vita, vorreste essere la signora Bellosguardo? » Maria sgrana sopra di lui gli occhi stupiti; la nuova proposta insperata la seduce. Sì, sì, abbandonare la tumultuosa della scena, i pettegolezzi, le invidie; ritirarsi in una bella villa tranquilla, alle cure liete dei campi; quella è la vera vita!!!
I primi tempi della vita di campagna sono pieni di poesia e di insospettati piaceri. Ma poco a poco la sottile nostalgia della scena invade l’animo della cantante. I suoi gioielli messi a parte per desiderio del marito; le sete sgargianti ed i costumi di teatro rinchiusi nei grandi cassoni; il treno che vola rapido verso la Capitale dicono al cuore di Maria che più in là vi è un’altra vita più fervida e che questa non è la sua strada.
Il Conte Renzi intuisce vagamente quanto passa nel pensiero della donna amata. Egli vorrebbe col fasto della ricchezza farle dimenticare l’antica e amare la nuova vita. Ma le cose vanno poco bene. Le azioni delle sue acciaierie precipitano di giorno in giorno; una rovinosa mortalità del bestiame impoverisce le sue stalle. Egli si rivolge a Fabio Curti, ricco proprietario di campagna, suo vicino. Questi si introduce nella villa aristocratica come amico. L’antico odio di casta e l’orgoglio dell’arricchito lo inducono a dare men buoni consigli al Conte Renzi. La bellezza di Maria lo tenta di insperato successo. Egli presta 50.000 franchi al Conte.
Ed alla Signora, che una sera rintuzza severamente il suo ardire, egli sorride con falsa cortesia, come falco che già tenga la preda.
La falsa strada (Savoia 1913)
Una lettera giunge di Azucena. « Giungiamo per alcuni giorni nella tua villa, io e gli amici d’arte. Manda l’automobile; saremo un poco allegri qualche giorno ». Mentre una subita gioia invade il cuore di Maria al pensiero di rivedere per poco la vita festosa degli amici, una cupa disperazione entra nell’animo del Conte Renzi. Da mille segni s’accorge egli pure di battere falsa strada.
La casa è piena dell’allegria dei comici. La vivace amica sembra portare il vento di una vita diversa fra le mura sacrate alle memorie. Si staccano gli antichi quadri, se ne sostituiscono dei nuovi; i mobili rinnovati; le spese aumentano; il vecchio pianoforte suon le arie alla moda ed il cuore del Conte Renzi sanguina sul passato che si distrugge e sulla rovina che si avvicina.
È la sera della festa di Maria. Fiori dovunque. Nel giardino la pazza compagnia danza e canta. Maria si è adornata dei suoi gioielli antichi.
Un telegramma giunge, poi un altro ancora: sono gravi notizie d’affari. Renzo Renzi è rovinato, bisognerà vendere la villa, partire, sarà la miseria, egli ha sempre nascosto alla moglie questo triste stato di cose. Fabio Curti, che lo spia, improvvisamente gli dice: « Ho messo per domani la scadenza alla tua cambiale; ho bisogno assolutamente dei 50.000 franchi! ».
Il Conte Renzi allibisce; egli non potrà pagare, alla rovina si aggiunge il disonore. Egli prega l’amico, lo scongiura; ma, freddo, implacabile, Fabio Curti pretende il pagamento.
La falsa strada (Savoia 1913)
In quell’istante Renzo Renzi chinando gli occhi scorge in terra una gardenia, che Fabio Curti aveva raccolto dopo essere stato vigorosamente respinto da Maria, ch’egli aveva poco prima molestato colle sue insistenze indiscrete, e che nella lotta aveva perso il fiore dal mazzo che portava al seno. Fabio Curti l’aveva riposta nel portafoglio e gli era sfuggita nel togliere la cambiale.
Renzo Renzi vede una nube rossa davanti a sé; si precipita su Fabio Curti, lo afferra alla gola e lo stringe… lo stringe…
Fabio Curti rimane cosa immota nella sala da bigliardo, e Renzo Renzi, con orrore e disgusto, fugge.
Nel suo studio giunge la mogli inconsapevole e tutta festosa, per chiamarlo alla festa. Sul volto gli vede le traccie della tragedia; interroga, colpita da subita angoscia, ed egli nell’affanno tutto racconta, il suo amore e la sua rovina. Muta ella ascolta; un sentimento nuovo le germoglia nel cuore, ella sente d’amare suo marito ora più che mai, il desiderio di potere qualche cosa per lui la tormenta, una subita speranza la conforta. « I mie gioielli, molti sono i miei antichi gioielli… » e corre a cercarli.
Ma Renzo Renzi si drizza. Alla rovina aggiungere la vergogna? Egli fa qualche passo, in mano luccica l’arma fatale…
Giunge la comitiva festosa di gridi e risa… un colpo rimbomba e un tonfo… si arrestano le risa… che cos’è dunque? Maria appare nel vano della porta, pallida, muta, disfatta; accorre, si precipita a terra nell’ultimo abbraccio.
Proiettore Eureka modello 1916 (Fumagalli Pion e C., Milano)
Luglio 1916
Da oltre dieci anni esiste in Parigi una Scuola per gli Operatori cinematografici. E in vista dello sviluppo sempre crescente di un’industria, che già muove annualmente più miliardi di lire d’affari, crediamo che anche in Italia si dovrebbe pensare ad istituirne una consimile.
L’Operatore è il Deus ex machina del Cinematografo. Alle sue mani si confidano le migliaia di lire che costano le films; è a lui dunque che i proprietari devono convergere per avere buoni spettacoli con il minor spreco di luce e con la maggiore precauzione per la conservazione delle films e del macchinario.
Non si creda che la professione dell’Operatore sia una cosa dell’altro mondo, irta di difficoltà insormontabili e richiedenti delle conoscenze straordinarie; tutt’altro: basta che l’Operatore non sia affatto digiuno di nozioni sull’ottica e la meccanica, e possegga alquanta conoscenza dell’elettricità per riuscire un ottimo.
Ciò che gli abbisogna è molta coscienza e sufficiente abnegazione.
Le films, alle quali recano grave pregiudizio le impercettibili molecole dello spazio, hanno bisogno d’una cura speciale, e… povero quel Cinematografista che abbia sì un Operatore tecnicamente abile, ma privo d’un po’ di coscienza!… In questo caso le films, dopo una settimana d’uso, daranno delle proiezioni rigate, e, per la stessa noncuranza, saranno slabbrate, bucherellate, piovigginose, quasi inservibili.
Le films, come pure le macchine, devono essere giornalmente ripassate, pulite, lubrificate avanti che cominci lo spettacolo. Terminato il quale, ogni cosa va coperta al riparo della polvere e da ogni corrente d’aria, la peggiore nemica, questa, del macchinario e in specie dei condensatori.
Oltre la coscienza, l’Operatore deve possedere una costante forza d’abnegazione: sì, stare rinchiuso nella cabina, con un calore infernale, massime d’estate, mentre egli lavora per far divertire il pubblico.
Da una réclame della Ditta Henri Deboudé di Parigi preleviamo questi 20 comandamenti, ad uso degli Operatori cinematografici. Non li traduciamo perché perderebbero tutta la loro originale attrattiva.
I. Un seul ciné tu serviras
Et soigneras dévotement.
II. Vendredi tu le nettoieras
Au pétrole entièrement.
III. A ton poste tu te rendras
Avec beaucoup d’empressement.
IV. Ta blouse tu endosseras
Pour épargner ton vêtement.
V. Après tu examineras
Ton appareil soigneusement.
VI. Ensuite tu le graisseras
Pour adoucir les frottements.
VII. La bobine tu poseras
Sur le support bien carrément.
VIII. La double boucle tu feras
Pour marcher régulièrement.
IX. Ta porte tu refermeras
De crainte de déraillement.
X. Le décadre éviteras
Pour projeter très nettement.
XI. Tes charbons tu les serreras
Pour éviter le crachement.
XII. Ta lampe à arc tu régleras
Toujours minutieusement.
XIII. L’écran au centre tu viseras
Pour l’éclairer complètement.
XIV. Ta lanterne n’avanceras
Qu’après la vue en mouvement.
XV. La mise au point tu soigneras
Pour fonctionner correctement.
XVI. Tes films tu les retourneras
Fin de séance seulement.
XVII. Et plus tard tu les essuieras
Pour les conserver proprement.
XVIII. À la sortie te couvriras
De peur de refroidissement.
XIX. Tous ces conseils tu les suivras
Pour opérer très savamment.
XX. Alors il en résultera
Pour toi un grand contentement.