Mario Bonnard

Mario Bonnard
Mario Bonnard, primo divo

Regista, soggettista, sceneggiatore, produttore, romano di Roma (come lui stesso amava ricordare), dov’era nato il 24 dicembre 1889, dopo aver compiuto gli studi tecnici superiori, e calcato per un breve periodo le scene di prosa, debutta nel cinema nel 1909, intepretando piccoli ruoli nei film diretti da Mario Caserini alla Cines.

Nel 1911, dietro le orme di Caserini, passa a lavorare per l’Ambrosio di Torino, dove interpreta molti lavori, fra i quali, Satana (1912), diretto da Luigi Maggi, un film di grandiose proporzioni e di vastissime linee, il primo tentativo italiano di film «a serie».

Con Satana, Mario Bonnard si rivela come un attore di grande stile, consolidando la sua fama. Quando Mario Caserini lascia l’Ambrosio per fondare la Films Artistica Gloria, lo vuole con sé, per interpretare Ma l’amor mio non muore e La memoria dell’altro, a fianco di Lyda Borelli, che esordiva sullo schermo. Questi film ebbero un grande successo popolare in Italia ed all’estero, e Bonnard diventa il primo “divo” della cinematografia italiana. Il suo ruolo di dandy colto e raffinato ispirerà ad Ettore Petrolini la macchietta di Gastone.

Sorse così nel 1914, la Bonnard Film, prima casa di produzione italiana intestata ad un interprete dello schermo, che produsse una serie di film di genere avventuroso-poliziesco: La bara di vetro, Serpe contro serpe, Titanic (niente a che vedere con la famosa nave), Il Tenente Berth. Ma la Bonnard Film ebbe breve vita: lo scoppio della prima guerra europea e il richiamo sotto le armi di Mario Bonnard costrinsero la giovane casa di produzione a sospendere l’attività.

Licenziato dall’esercito, ritorna brevemente a lavorare per Mario Caserini come interprete accanto a Leda Gys, e firma il primo film come regista nel 1916. Secondo alcune fonti: Catena, interprete Diana Karren (non ancora Karenne) e Umberto Spadaro; secondo altre: Treno di lusso, interpreti Leda Gys e lo stesso Bonnard.

A questo punto, forte di una lunga preparazione, il nostro si cimenta nella messa in scena, senza abbandonare del tutto l’interpretazione. Ritorna a Torino e costituisce, insieme con l’industriale Alfredo Fasola la Electa Film. Tra i primi lavori, L’altro io, ispirato a Lo studente di Praga.

Poi, Mario Bonnard ritorna a Roma, all’Unione Cinematografica Italiana. Sono di questo periodo Le rouge et le noir, Papà Lebonnard, Il Fauno di marmo, Mentre il pubblico ride (quest’ultimo, uno dei pochi film interpretati da Ettore Petrolini).

Dopo una breve interruzione, compose quello che molti ricordano come uno dei più riusciti tentativi di grottesco cinematografico: La Morte ride, piange e poi s’annoia…(1919). Ecco, per esempio, cosa scriveva Alessandro Blasetti nella sua rivista Cinematografo, anno 1927:

«Come attore – viva la faccia della franchezza – Bonnard è stato uno dei migliori fra i primi ma non ci ha mai entusiasmato. Come direttore artistico invece è stato il primo che ci abbia fatto assistere otto volte alla proiezione di un film italiano dopo aver cognito, nella nostra allor ventenne esuberanza goliardica, alcune esercitazioni acrobatiche su una sedia di platea del Corso Cinema a dimostrazione del nostro esplosivo compiacimento. Intendiamo riferirci – lo diciamo per puro dovere giornalistico – ai tempi del primo film “cinemotografico”, del primo film “fantasia-movimento” comparso sugli schermi internazionali: La Morte piange, ride e poi si annoia ideato e messo in scena appunto – oltre che interpretato – dal signor Mario Bonnard, nato in Italia, ivi allora domiciliato ed esercitante di professione. Con quel film Mario Bonnard direttore, allora alle prime armi, superò di mille atmosfere Mario Bonnard attore, allora già veterano e vincitore in molti artistici tornei. Sceneggiatura modernissima: nuovissimi criteri nell’impiego delle luci, taglio magistrale dei quadri, utilizzo intelligente d’ogni risorsa tecnica, trovate originalissime, accuratezza ed eleganza inusitate nella edizione dei titoli, scoperta della vera coreografia cinematografica… Tutto ciò non fu che cornice ai rilievi che la critica – parlata e discussa fra le persone intelligenti (allora meno di oggi esisteva una critica seria sulla grande stampa) – ebbe a fare sul valore artistico del film. Valore artistico del film che fu ben altro; e fu quello cioè di aver respinto in cinematografo e concezioni e sistemi teatrali per iniziare, sia pur con tutti i tentennamenti e le incertezze che inevitabilmente accompagnano ogni primo passo, la vera via della concezione e dei sistemi realizzativi cinematografici. La Morte piange, ride e poi si annoia infatti ci viene ricordata con frequenza anche oggi con gentilissimo e cavalleresco pensiero da molti fra i più quotati direttori artistici d’oltre oceano sia nei criteri di taglio, passaggi e successioni di quadri; sia nella originalità di alcune sue situazioni e trovate, sia sopratutto, nelle grandi linee di concezione-base e di espressione-base».

Dopo questo film, Bonnard diresse ancora per l’U.C.I. la messa in scena de I promessi sposi (che vinse una medaglia d’Oro al concorso internazionale di Torino), La gerla di papa Martin e Il tacchino. La crisi del cinema italiano lo porta a lavorare negli studi di Parigi e Berlino.

Nei primi anni del sonoro dirige alcuni film in doppia versione franco-italiana, e nel 1935 ritorna definitivamente in Italia.

Dal ritorno in Italia al 1962, lavora praticamente senza interruzioni. Muore a Roma il 22 marzo 1965.

Nel prossimo “capitolo”, avventure-sventure di Mario Bonnard e ricordi (fra gli altri) del suo “pupillo” Sergio Leone, di Alberto Sordi…

Mario Bonnard, caricatura di Properzi
Mario Bonnard, caricatura di Properzi

Il Fauno di Marmo – Celio Film 1920

il fauno di marmo
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«La principessa Maria de Jutland (Elena Sangro) ha sposato “per ragioni politiche” il duca Helgoland (Ugo Bazzini), molto più vecchio de lei. La sua vita è noiosa, finché non arriva come ospite il conte Giorgio (Carlo Gualandri), figlio di un compagno d’armi del duca. In realtà il conte ha l’incarico di scoprire il complotto sovversivo di cui Helgoland è a capo, e procedere all’arresto del duca. Giorgio corteggia Maria, cercando la sua complicità per arrestare il marito. Maria avverte invece del pericolo al duca. Nella colluttazione tra Giorgio ed Hergoland, quest’ultimo resta accidentalmente ucciso dal coltello che Maria gli ha messo in mano. L’arrivo dei villici infuriati costringe Giorgio e Maria alla fuga.

Qualche tempo dopo Maria, divenuta Miriam, si trova a Roma con tre amici: Hilda (Elsa d’Auro), il suo fidanzato Kenyon (Fernando Ribacchi), e Donatello di Montebeni (Giorgio Fini), che fa la corte a lei. Miriam è perseguitata da Giorgio, che si è fatto frate e l’ossessiona. Un giorno, dopo una visita ai resti del Foro Romano, Miriam istiga Donatello a uccidere Giorgio facendolo cadere dalla rupe Tarpea. Non vista, Hilda ha assistito al fatto. In preda al rimorso, Donatello decide di rompere con Miriam e si ritira nel proprio castello, dove un giorno va a trovarlo Kenyon. E’ attraverso l’amico che Miriam, intenzionata a chiedere perdono a Donatello, ottiene di incontrarlo a Viterbo. Rimasta sola a Roma, Hilda intanto è convinta da un frate inglese, a cui si è confessata, a ritirarsi in convento. Questa volta, sarà Miriam ad aiutare Kenyon a ritrovare Hilda, e a indurla a sposarlo. Dopo le nozze, gli amici si salutano: Donatello, ormai deciso a scontare la sua colpa, va a espiare in carcere; mentre Miriam, “la dolente”, riprende il viaggio nel deserto della sua vita».

Messa in scena, sceneggiatura di Mario Bonnard; soggetto dal romanzo di Nathaniel Hawthorne (The Marble Faun, 1860); fotografia di Alessandro Bona. Produzione Celio Film- Roma 1919.

Insomma, che dire… non me lo ricordo molto bene questo film che ho visto tanti, tanti anni fa (ritrovato, non so se restaurato, direi preservato). Proprio per questo, vorrei rivederlo.

Secondo la Rivista Cinematografica del 25 settembre 1920, ebbe molto successo all’epoca: “Tratto dal popolare romanzo di Nathaniel Hawthorne ed edito dalla Celio Film, è stato accolto dal nostro pubblico con vero entusiasmo sia per il soggetto originale e romanzesco in modo veramente affascinante, che per l’elegantissima messa in scena è l’ottima interpretazione affidata ad ottimi artisti, fra i quali due graziose Elena Sangro ed Elsa D’Auro, che hanno reso molto bene i due strani tipi di donna di Miriam ed Hilda”.

L’attore Carlo Gualandri, che interpreta il conte Giorgio, diventato frate dopo l’uccisione di Hergoland, ha un sito internet tutto per lui. Uno dei primi siti internet dedicati ad un interprete del cinema muto italiano. Guardate qui.

Addio a Bartolomeo Pagano, primo Maciste

Maciste copertina della rivista Films Pittaluga 1923
Maciste, Bartolomeo Pagano, copertina della rivista Films Pittaluga, novembre 1923

In Italia lo attendeva quella lunga ininterrotta serie di trionfi che si concluse con il suo ultimo film Giuditta e Oloferne del 1928. Poi si ritirò, non per l’avvento del sonoro, come molti erroneamente credono. Furono le sue condizioni di salute che gli impedirono di continuare.

È il figlio di Maciste che ora riprende la parola. Ci tiene subito a sottolineare che suo padre, dopo il trionfo di Cabiria, che senza tappe intermedie lo portò alla fama, non perdette per nulla le sue fondamentali buone qualità: la modestia, il cavalleresco sentimento di protezione dei deboli, la parsimonia. «Su questo punto desidero proprio si mettano le cose a posto una volta per tutte». E con animo accorato, mentre la signora Balduzzi, vedova Maciste, fa segni di caloroso consenso, si lamenta dell’ingiusto trattamento fatto alla memoria del padre da un settimanale che egli si trovò costretto a diffidare, obbligandolo ad una smentita. «Mio padre fu dipinto come un violento, un uomo che sperperava e che si dava ai bagordi. Nulla di più falso». E intanto si guarda attorno, come dire che la grande villa fatta costruire da Bertumè, con i risparmi accumulati durante la sua lunga carriera, e il vasto appezzamento del circostante terreno, che l’attore nelle pause tra l’uno e l’altro dei quaranta film girati si dilettava a coltivare ad orto e giardino, nonché gli stabili in Torino, stanno a dimostrare chiaramente che da buon genovese Maciste seppe accantonare e guardare al sodo. Neanche volendo, avrebbe potuto darsi a stravizi se non mettendo a inevitabile rischio la vita. Basti pensare che egli, sino alla fine, avvenuta per collasso cardiaco all’età di 68 anni, nel Giorno di San Giovanni del 1947, per ben un ventennio si portò appresso una grave forma di diabete, che lo obbligava a rigorosa dieta e gli causava disagi specie nel camminare.

E questa fu la vera ragione per cui dovette abbandonare prematuramente la sua attività artistica. Aveva anche sempre sofferto di sonnambulismo sin dalla gioventù. Portava infatti sul la testa, nascosta dalla capigliatura, una lunga cicatrice, frutto di un volo dal terrazzo della casa paterna. Per questo voleva dormire sempre da solo. Temeva di alzarsi incosciente e magari trovarsi a dar sfogo alla sua incontenibile forza sull’eventuale compagno di camera. Per tale disturbo alla leva militare fu anche riformato e non poté, con suo dolore, partecipare alla guerra del ’15.

A chiudere la spiacevole polemica e ad esaltare il mite carattere del Maciste interviene anche il vivente compagno di lavoro Aronne Giardini, quel già citato sette, che ci dichiarerà testualmente: « È stato un grave dispiacere per me e per i miei amici leggere quelle menzogne. Proprio non si può dire che sia stato il modo migliore di ricordare il gigante buono».

Era pur sempre un grande attore, avidamente ricercato da tutti. Stanno a dimostrarlo — tra le altre, che a mucchi continuavano a pervenirgli — le cospicue offerte avanzate dai produttori di Hollywood nel 1936, quando aveva già 57 anni. Aveva sempre condotto una vita regolare, e metodica. Durante la lavorazione dei film e nei periodi di riposo genovese, come norma, si alzava da letto un’ora e mezza prima dell’impegno fissato. Se ne stava un’ora intera nel bagno, perché era un maniaco della pulizia e dell’igiene, e anche un tantino vanitoso delle sue forme scultoree: non intendeva quindi essere giubilato da precoce vecchiaia. E. per questo, quotidianamente si dedicava — per trenta minuti esatti — a esercizi fisici, nella palestra ancor oggi in efficienza nella sua casa di Sant’Ilario o in quella che la Pittaluga gli aveva fatta appositamente approntare negli stabilimenti. Il suo sogno era di poter godere la pace delle natie colline con il bel mare sotto: non appena le condizioni economiche gli consentirono di tornarvi e di starsene appartato, lo fece senza rimpianto.
(testi: Giovanni Pandolfi, La Cinematografia Italiana ed Estera, La Rivista Cinematografica)