Le avventure di Bartolomeo Pagano alias Maciste

Bartolome Pagano in Maciste Alpino, Itala Film 1916
Bartolome Pagano in Maciste Alpino, Itala Film 1916

«Per nove anni, dal 1913 al 1921 — racconta il figlio di Maciste — mio padre fu letteralmente sfruttato. Finito che ebbe di girare Cabiria, non ci fu verso di trattenerlo a Torino. Se ne tornò alla sua Genova, al porto, fra i vecchi compagni di lavoro. Ci volle parecchio prima di riuscire a riportarlo sulle scene. Poi non mantennero le promesse fatte. Si limitarono a passargli ancora e solo la paga corrispondente a quella di portuale. Come vede, mio padre era proprio un ingenuo. Ma allora, cosa vuole, molti erano quelli che lavoravano solo per l’arte ». Apprendiamo un episodio davvero significativo, perché è forse la unica volta, che, al di fuori del porto e della scena, il sig. Bartolomeo Pagano abbia fatto sfoggio della sua erculea forza. Lasciamo la parola alla signora Camilla Balduzzi, in quel tempo sua fidanzata. «Maciste — eravamo ancora nel 1914 — dovette recarsi a Torino per uno degli ormai crescenti impegni cinematografici. Prese alloggio nel solito albergo e un bel mattino, rientrando dal bagno nella camera da letto, s’accorse che dal comodino era sparito l’orologio d’oro, un caro ricordo di famiglia. Non si infuriò, si mise in ordine, scese le scale fischiettando, s’accostò al direttore dell’albergo e gli disse deciso: “Attenzione, signore, quell’orologio ha da venir fuori a ogni costo”. L’interpellato sbalordì e, quando infine riuscì a comprendere, fece le sue rimostranze, perché nessuno del personale — protestò — aveva mai dato luogo al minimo rilievo. “E va bene — osservò Maciste. — Ditemi un po’ allora chi ha lasciato l’albergo di quelli che erano qui ieri. Cercherò di sistemare la faccenda senza disturbare nessuno”. Il direttore si grattò la testa poi incominciò a sfogliare un grosso registro. “Ecco trovato — concluse — Se n’è andato all’alba. Si tratta di quel pezzo d’uomo, che consumava i pasti proprio con lei”. Come un fulmine Maciste si diede a girare per via Roma e piazza Madama cacciando gli occhi, ora infuriati, addosso a tutti i passanti di statura superiore alla media. Ed ecco che all’angolo di via Garibaldi s’imbattè proprio faccia a faccia con il suo commensale. Bertumè fece del suo meglio per ritornare calmo e con belle maniere chiese che gli fosse restituito l’orologio. L’altro fece finta di cadere dalle nuvole e anzi si mostrò gravemente offeso, gonfiando intanto quanto più poteva il voluminoso torace. “Non sono un ladro io, ha capito?” continuava a sbraitare. Ancora calmo Maciste riprese: “E va bene. Lei è una persona onesta: nessuno lo mette in dubbio. Io la invito soltanto ancora una volta a farmi trovare all’albergo, entro questa sera, il mio orologio. D’accordo? Grazie”. Credendo di avere a che fare con un timido, anche se dotato di aspetto erculeo, il signore cominciò a fare il gradasso, agitò i e mani e riversò sul gigante una fiumana di insulti. Il buon Maciste non ci vide più. Agguantò il disgraziato, come era abituato a fare coi sacchi di grano e lo paravento contro la vetrina di una farmacia, buttando all’aria cartelloni e boccette e destando nell’interno del negozio e sotto i portici un indicibile putiferio. Il povero speziale si vide davanti, sanguinante e gemente, quel proiettile umano, non sapendosi rendere ragione da dove diavolo fosse piovuto. Mentre tentava di portargli soccorso in qualche modo, un altro gigante ben più grosso del primo gli piombò in bottega. Era Maciste. Chiese a quanto ammontasse lo importo dei danni, pagò senza batter ciglio e pregò di continuare a curare per bene quell’individuo. Si sedette poi paziente e quando vide che riprendeva i sensi, ancora gli disse cortese: “E così ora siamo d’accordo, nevvero? Lei mi farà recapitare l’orologio”. «Il che — conclude la signora Balduzzi — accadde puntualmente a mezzogiorno». Dell’episodio si impadronì la cronaca e costituì un prezioso argomento di pubblicità per Bartolomeo Pagano.

Cecyl Tryan
Cecil Tryan

Si divertiva, quando tornava da Torino, a prendere il figlioletto sulle ginocchia e a raccontargli le più disparate imprese, di cui era stato interprete, e anche i rabbuffi, per esempio, fra la Maria Jacobini e la Elena Sangro, e tutte le bizzarrie di quel mondo di finzione, nel quale non riuscì mai ad ambientarsi del tutto. Anima solitaria, non aveva veri e propri amici. A una sola attrice, si sentiva legato da affinità di carattere, a Cecyl Tryan. Appena finito di girare, lui se la squagliava nel quieto eremo di Sant’Ilario e lei si rifugiava in quel di Caserta. Maciste non poteva sopportare le pose di irresistibili conquistatori che certi suoi colleghi, forse per abitudine professionale, assumevano anche fuori della finzione scenica. Per questo un uomo soltanto gli fu particolarmente caro e ancora lo ricordava con simpatia negli ultimi anni di sua vita: era l’attore francese Alex Bernard. Uno dei pochi che sapesse rimanere normale ed equilibrato in quell’ambiente di esaltati. Solo i tedeschi riuscirono a far uscire Maciste dall’Italia e a ingaggiarlo con un vantaggioso contratto per la lavorazione di alcuni film. Accadde nel periodo che va dal novembre 1921 al gennaio 1923. Il suo nome e la sua possente immagine invasero subito tutti i muri delle città germaniche e i suoi film, girati con la Jacob Karol Film di Berlino, furono definiti dalla pubblicità e dalla critica “opere monumentali”. Sua compagna d’arte fu Elena Makowska, una italiana di origine russa. Per mesi e mesi Sansone e Dalila, Il cameriere di Sua Maestà e Annibale suscitarono l’entusiasmo delle platee gremite. Maciste, definito «il più forte uomo del mondo», era però, prima di tutto, un gran sentimentale. Ogni giorno ripeteva a chi gli chiedeva le sue impressioni su Berlino: «Sì, sì, tutto quel che volete, però l’Italia e poi più». Anche se la casa torinese Pittaluga, che gli fece vantaggiose offerte, non lo avesse voluto per sé a ogni costo, sarebbe tornato fra i portuali piuttosto che rimanere lontano dalla sua Liguria. Il cinema era muto, così non aveva neppure il fastidio d’imparare una parola di tedesco. Erano tutti molto buoni e generosi con lui, produttori e registi, ma quella non era la sua Patria e così se ne venne via. nonostante lo volessero coprire d’oro. All’estero non ci andò mai più: ogni volta che vedeva, sulle buste, ammucchiate sopra il suo tavolo a Sant’Ilario. dei francobolli stranieri le accantonava tutte e quante senza nemmeno leggerle. Chiusa in fretta la parentesi tedesca, ricominciò il suo dominio incontrastato nei teatri di posa della Pittaluga-Fert, che succedette alla Itala Film, e che in Italia gestiva oltre trecento sale cinematografiche. Quando stava per lasciare Berlino, il titolare della Jacob Karol Film volle organizzare in suo onore uno spettacolo cinematografico di gala. Prima che. nella grande sala affollata si proiettasse il più recente capolavoro tedesco del grande attore italiano: Maciste contro Maciste, il sig. Jacob, in redingote, si fece al proscenio a braccetto con lui. Le dimostrazioni di entusiasmo delle migliaia di spettatori raggiunsero l’intensità di un’ovazione. Come fu possibile ottenere un po’ di silenzio, il sig. Karol spiegò in tedesco che la sua Casa, in segno di riconoscenza per la collaborazione data dall’attore, che ora voleva assolutamente tornarsene in Italia, aveva fatto coniare una grande medaglia d’oro. E qui il grasso ometto sig. Karol si drizzò sulla punta dei piedi. Maciste sì chinò verso di lui. finché fu possibile appuntare sul vasto petto del gigante l’aureo ricordo. Maciste, che era molto sensibile a queste manifestazioni di spontaneo riconoscimento della sua arte, si commosse, tese la mano al produttore e gliela strinse con tutto il calore possibile. Un urlo di dolore lo richiamò alla realtà. Come se l’avesse messa sul fuoco: il tedesco, appena liberata la mano da quella generosa stretta, cominciò a sventolarla, facendo salti di dolore. Maciste ci rimase male. La folla in piedi, divertita e commossa a un tempo, applaudiva freneticamente, mentre il gigante italiano, come a chiedere scusa, sollevava fra le braccia. come fosse un bambino, il sig. Jacob Karol e lo presentava al pubblico in delirio. Sembrava un buon padre di famiglia, preoccupato di dimostrare a tutti i vicini che il suo pupetto stava bene e che era sano e indenne. (segue) Una curiosità: Bartolomeo Pagano posò come modello per il Monumento a Garibaldi al Quarto dei Mille, opera dello scultore Eugenio Baroni, inaugurato a Genova il 5 maggio 1915 alla presenza di Gabriele D’Annunzio.

L’invenzione di Maciste l’uomo forte

Massinissa e Maciste in Cabiria
Massinissa (Vitale De Stefano), e Maciste (Bartolomeo Pagano), in una scena di Cabiria

«Cabiria non è scappata fuori dal cappello a cilindro dell’illusionista Pastrone insieme alle colombelle ed alle altre bandiere, come dimostrano di credere i faciloni che all’origine dell’altrui fortuna pongono la fatalità; né è nata, come un fiore miracoloso, da una notte di ispirata meditazione. (…) Il complesso meccanismo dell’organizzazione entra in funzione un anno prima che s’inizi la lavorazione. Centomila sono gli ingranaggi che debbono combaciare affinché la macchina cammini; e molti di essi, per la loro singolarità stupiscono ancora oggi. (…) Tutto è esattamente previsto in Cabiria. La sua lavorazione costò un milione di lire; ma si può affermare che non un soldo di quel milione andò sprecato in tardivi sperimenti. (…) La cernita degli interpreti è compiuta con notevole anticipo sull’inizio del film. La Manzini, Mozzato, Cassiano, Minolli, Vitaliano ed altri cento attori sono “in forza” fin dal gennaio 1913 ed ignorano fino all’ultimo il compito preciso che dovranno assolvere. (…) Occorre un gigante dall’aspetto cordiale e simpatico, non terrificante come tutti i giganti della tradizione. Pastrone si fa spedire, allora, dal suo rappresentante parigino, le fotografie degli atleti che hanno partecipato al torneo di lotta alle Olimpiadi. Non vanno: hanno un aspetto troppo importante; dimostrano, con le facce truci, una convinzione eccessiva delle proprie disponibilità muscolari; sono troppo “accademici”.

Preoccupato, il produttore orienta diversamente le sue ricerche, sguinzaglia degli esploratori. Giungono le prime segnalazioni, accompagnate da testimonianze fotografiche. Un pompiere di Milano dà buon affidamento per la fisionomia aperta, ma è un filodrammatico; e Pastrone esige un primitivo. Un facchino di Trieste rappresenterebbe l’ideale se non bevesse: non si può contare a lungo sulle sue prestazioni. Bocciato.»

Finalmente…

«Gli incaricati dell’Itala Film si diedero ad indagare accuratamente sulle banchine e sui moli del porto di Genova, invero poco persuasi, perché — pensavano — la forza bruta è un conto e la sua adattabilità alla macchina da presa è un altro. Senonché, appena si avvicinarono ai grandi edifici dei «Magazzeni generali». la figura di Bertumè subito li colpi. Non ebbero neppure il tempo di fare la rituale domanda «sapreste indicarci il più buono dei vostri compagni?» che ad una sola voce tutte le squadre risposero: «Pagano». Anche l’antagonista Belletti disse: «Prendete lui. Io sarò forte sì, ma ho una faccia da schiaffi. Lui invece è il più bello fra noi e ha un cuor d’oro».

Gl’inviati torinesi osservavano scrupolosamente ogni movimento di Pagano. Il regista Pastrone come colpito da una piacevole visione, sorrideva felice. Quel gigante aveva davvero un corpo possente, i muscoli erano evidentemente educati dal lungo esercizio e non appesantiti nemmeno da un’ombra di grasso superfluo. La sua figura aveva qualcosa di scultoreo che soggiogava l’osservatore. Gli esperti, dunque, si avvicinarono, lo guardarono negli occhi, lo squadrarono per ogni verso, un poco anche indiscreti, tanto che Bertumè tagliò corto e chiese:
«Spedizionieri? C’è qualche bastimento in arrivo o in partenza? Io sono il caporale della squadra. Se credete che possiamo farcela, affidateci il lavoro».

Ma i componenti della singolare commissione, ingiunsero: «Venite con noi. Dove abitate?». Questa volta sul bel volto di Bartolomeo Pagano, si dipinse una certa inquietudine. Che volevano quei bellimbusti? Forse erano dei questurini e c’era di mezzo qualche pasticcio?

Un paio d’ore dopo, Bertumè, nella casetta nascosta fra le serre luciccanti di Sant’Ilario alto, si vide attorniato da quei signori, decisi e persino un poco arroganti. Gli stesero davanti un mucchio di carte e cominciarono a parlare di cinematografo. Ebbe un sospiro di sollievo, finalmente sicuro che la sua onestà di lavoratore non correva rischi d’essere messa in discussione, ma nel tempo stesso dal suo vasto petto uscì una lunga, sonora risata. E questa fu la risposta: «Lasciatemi in pace. Io non ne so un’acca di tutti questi imbrogli e non ho mai visto un film. Ho ben altro da fare».

A nulla servirono parole, lusinghe e promesse. I cinematografari dovettero tornare parecchie volte a Genova. Finalmente, quando il Pagano fu certo — e glielo misero per iscritto davanti a un notaio — che avrebbe comunque assicurata la paga giornaliera di portuale, e che tornando, a film finito, avrebbe ritrovato il suo posto, cedette alle pressioni. Erano stati proprio i suoi compagni di fatica a insistere di più. Gli dicevano, inorgogliti: «Prova Bertumè, prova. Verremo anche noi, a vedere. Capisci o no che è un onore per i Caravana e per tutti?».
Fu così che finalmente, tolto dalla cintura di cuoio il gancio — lo strumento tradizionale del lavoratore del porto — si decise a presentarsi a Torino, dove, diceva lui, «si fabbricano gli uomini e si inventano tutte le storie più bugiarde».

Il suo amico Giardini ancor oggi ha le lacrime agli occhi, quando rievoca la partenza di Bertumè. «Uscimmo tutti dal porto, sospendendo il lavoro. Eravamo migliaia. Lui davanti che sembrava un pezzo grosso. Lo era infatti». In piazza Caricamento poco mancò che il monumento a Rubattino, il grande armatore ligure che fu il fondatore della flotta commerciale italiana, non fosse schiantato dalla marea travolgente degli scaricatori in delirio. «Non so quante fette di ‘focaccia’ gli fecero mangiare e quanti gotti di bianco dovette bere. Gli avevano fatto molti regali». Si decise a un bel momento — crepi l’avarizia! — a comprarsi in Sottoripa una valigia di autentico cuoio da due lire. E finalmente riuscì ad infilarsi in uno scompartimento del treno per Torino, sbigottendo i quattro viaggiatori, che cercarono di farsi ancor più piccoli perché potesse star dentro tutto.

Quel modesto lavoratore portuale non solo riuscì a soddisfare gli esigenti registi e critici. ma, Èrcole buono ed imbattibile, mise in ombra, con la sua forza colossale ma soprattutto con la sua arte sincera e umana, i pur grandi nomi di Almirante Manzini, di Mozzato e di Quaranta. Fu lui che dominò il film «Cabiria» dal principio alla fine. Quando la pellicola passò alle sale di proiezione, una figura sola conquistò il cuore di milioni di spettatori: quella di Maciste.»
(segue)

Marthù che ha visto il diavolo – Fert 1921

Messa in scena di Mario Almirante, da un soggetto di Amleto Palermi, ispirato ai racconti di Edgar Allan Poe.
Operatore: Ubaldo Arata.
Interpreti principali: Franz Sala (Marthù); Italia Almirante Manzini (Ninetta).
Produzione Fert, Torino 1921

La storia: Nella taverna del «Gobbo allegro» il buon Marthù finiva di cenare. Egli si era rifugiato lì per sottrarsi alla pioggia che cadeva abbondante e per consumarvi una frugale cena, intanto che aspettava l’arrivo del treno che gli avrebbe portato la moglie e la sua piccola creatura. Di ritorno da terre lontane e straniere, dove egli era emigrato in cerca di lavoro, e dove aveva incontrato le peggiori disavventure, appena sbarcato in patria non aveva saputo resistere all’ansia di rivedere la moglie e aveva telegrafato di venirgli tosto incontro in quella città. Solo, con la mente lontana, ai suoi cari ed il cuore agitato dall’ansia dell’attesa, taciturno e pensieroso, Marthù mangiava e non si avvedeva di un tale dall’aspetto, come lui, di operaio, il quale aveva cenato ad una tavola un po’ più in là e lo andava osservando attentamente.
Ed ecco il giovane operaio alzarsi, accostarsi a lui salutando con subita cordialità, come chi riconosce una persona cara, non più vista da molto tempo.
– Non mi riconosci? Sono Paolo, Paolo Bonin! abbiamo lavorato assieme da ragazzi nel cantiere di papà Morot.
Marthù fruga nei suoi ricordi. Un sorriso rischiara la malinconia del volto sofferente. Gli antichi compagni di lavoro si abbracciano e siedono la stessa tavola, e tra un bicchiere e l’altro fanno rivivere il loro passato e le loro poco liete vicende. Ah! come è stato duro il destino con il povero Marthù! Da poco sposo di Ninetta, la giovane e bella donna dai capelli corvini e dagli occhi grandi e dolci, mentre la felice luna di miele non era ancora tramontata, la Società delle miniere, presso la quale lavorava, era fallita ed egli aveva dovuto emigrare all’estero, lasciando la sposa adorata la sua casetta ed il paese natio, con grande dolore.
Ma la fortuna non gli era ugualmente arrisa. Lo stesso giorno del suo arrivo laggiù, oltremare, egli era rimasto vittima dello scoppio di grisou, avvenuto nella miniera dov’era stato assunto. Raccolto gravemente ferito, trasportato all’ospedale, vi rimase qualche mese fra la vita e i morie. E quando aveva riacquistato la coscienza allora i più cattivi pensieri avevano cominciato a torturarlo. Privo di notizie dei suoi cari, come essi erano privi delle sue, il suo pensiero di convalescente ritornava a Ninetta e le sue più tormentose visioni lo turbavano. Ora la vedeva disperarsi in gramaglie, dondolando la culla nella quale dormiva un’innocente creatura; ora la vedeva ilare e contenta, tra le braccia di un altro uomo. Aveva telegrafato più volte, ma senza risposta, perché, come aveva poi saputo, l’infermiere incaricato della bisogna stracciava i telegrammi ed intascava il danaro. E a Marthù, debole e scorato, pareva d’impazzire. Finalmente era stato rimpatriato. E dopo quindici giorni di viaggio, quindici giorni di torture, era sbarcalo in patria. Uscendo dal porto, aveva incontrato due compaesani, i quali però lo avevano accolto freddamente e non avevano risposto alle sue domande su Ninetta. E il loro silenzio lo aveva agghiacciato, gettandogli lo sgomento nell’anima. Che cosa era successo? Quale disgrazia lo attendeva ancora? Perciò aveva telegrafato alla moglie, perché venisse dov’era arrivato e l’attendeva lì fra poche ore, in quella cittadina, a metà cammino, con il treno della sera.
Il racconto delle disavventure di Marthù aveva commosso l’antico compagno di lavoro che cercava di confortarlo a sperar bene e ad abbandonare i tristi pensieri; ma poiché la mezzanotte era suonata, Paolo Bonin prese congedo da Marthù e se ne andò a casa. E Marthù ritornò solo tra i radi avventori della taverna, coi gomiti sulla tavola e il capo tra i pugni chiusi, il volto pallido e lo sguardo fisso nel vuoto.
Di fuori è cessato di piovere e Marthù cammina ora per la via deserta e bagnata. Il cielo è quasi rasserenato; qua e là ancora qualche blocco di nuvole che diradano e fra le quali fa capolino la luna. Sotto un fanale egli si arresta per accendere un mozzicone di sigaretta, poi con le mani in tasca, riprende il cammino nella notte: bisogna far passare il tempo fino all’ora dell’arrivo del treno, camminando, perché all’osteria, dovendo chiudere, ha dovuto venirsene via. Ed egli cammina così, le mani in tasca, immerso nei suoi pensieri, il bavero rialzato, che la brezza notturna ed umida per la pioggia, lo rabbrivvida. Cammina guardando le stelle e non vede qualche cosa che gli sbarra il passo. Inciampa, barcolla, si rimette in cammino e guarda a terra. Il suo volto si contrae per lo spavento. Al suolo giace il corpo di un uomo moribondo.
Dalla fronte ferita gli cola un rivolo di sangue. Marthù si china sul ferito, lo solleva: il moribondo ha la stessa sua faccia! Marthù ha un gesto di stupore e di terrore: «Io?».
Il moribondo che ha il volto di Marthù mormora un indirizzo: «Via della… Maddalena… centodue», e spira reclinando il capo.
Marthù abbandona a terra quel corpo inerte e si alza inorridito. Fa per allontanarsi, ma è trattenuto. Guarda ai suoi piedi: la mano dei morto si è raggrinzita stringendo un lembo dei suoi pantaloni. Tremando, Marthù cerca di liberare la gamba, ma invano. Allora, vincendo un senso di terrore, e di ripugnanza, tenta di aprire la mano del morto, ma non vi riesce. Infine tanto fa che strappa la stoffa. Il pezzo rimane fra le dita raggrinzite del morto.
Marthù fugge via terrorizzato e si ferma vicino al banco di un venditore di castagne, al cui fornello si riscaldano una venditrice di giornali, uno spazzino ed un vetturino. Pallidissimo, Marthù prende posto tra di loro. Si scalda, poi indica dalla parte donde è venuto. Gli altri lo guardano con sospensione timorosa e con diffidenza. Marthù narra brevemente.
— Laggiù, sotto l’arco, c’è un morto! egli dice con voce soffocata. Poi dopo una pausa soggiunge: «Strano! ha il mio stesso viso: sembro io!».
La venditrice di giornali si fa il segno della croce e guarda Marthù con superstizioso terrore. Anche gli altri lo guardano con terrore.
La vecchia esclama: «È il diavolo! Avete visto il diavolo!». E si scosta da lui, segnandosi.
Gli altri pure si scostano da Marthù fissandolo con paura. Egli è sorpreso di quella rivelazione. Poi fa spallucce e si allontana. E va così nella notte, radendo i muri, a capo chino, quasi già dimentico dell’accaduto, quando ad una svolta della via, deserta, posa a caso lo sguardo sulla targa di marmo che porta il nome della via: «Via della Maddalena» Egli rimane perplesso ed inchiodalo. Poi, come trascinato da una forza misteriosa, ignota, prosegue e, ogni tanto, senza volerlo, leva gli occhi a guardare i numeri delle porte che si susseguono. Ed eccolo fermo dinanzi ad un piccolo portone aperto, segnato col numero 102. Dallo spiraglio passa la luce. Marthù scruta attentamente; vicina, origlia.

Una scena del film

Un vocio indistinto e confuso, un allegro chiacchierio viene dall’interno. Marthù è indeciso, turbato. Ora fa per allontanarsi, ma torna a guardare il portoncino. Si decide. Lentamente, con circospezione, spinge il portoncino ed entra richiudendo alle sue spalle. Ma quel che Marthù vede lo inchioda al suo posto. Dietro un paravento, in un salottino equivoco illuminato, si muove l’ombra di un uomo e quella di una donna. L’uomo cinge col braccio il collo alla donna e l’attira a sé. La donna si scioglie e leva anche lei il bichiere.
Brindano con gioia. Marthù riconosce quelle ombre. Ha udito le parole dei due. Ha riconosciuto anche le loro voci. Un tremito lo agita e ha gli occhi sbarrati. Altre ombre appariscono dietro i vetri. Tutti levano il bicchiere. Un grido di evviva parte da ciascuno e si fonde in un gioioso coro. E Marthù allibisce: quella gente brinda alla sua morte. E sono i suoi due compaesani, quelli incontrati allo sbarco che nulla hanno voluto dirgli di Ninetta, e Paolo Bonin, che dianzi si professava suo amico; sono Ninelta, la sua adorata Ninetta e un’altra donna una sconosciuta, una biondina, coloro che brindano alla sua morte. Egli non riesce più a dominare la sua collera e si precipita nella stanza. Alla sua apparizione, i cinque balzano in piedi, terrorizzati. Ninetta scappa a rimpiattarsi dietro le tende della finestra.
Passato il primo momento di sorpresa, i tre figuri si riprendono e piombano su Marthù. Si impegna una lotta accanita. Sopraffatto dal numero, Marthù ha la peggio. È preso e solidamente legato. Egli grida ad essi: «Volevate dunque uccidermi? Perché?». E poi, risovvenendosi del moribondo incontrato per via, soggiunge. «Il mio diavolo avete ucciso!».
Un brivido di paura passa nell’animo di tutti. Ma scrollando le spalle, il più losco dei tre si accosta a Ninetta e fa per baciarla in faccia a Marthù impotente e gonfio di ira. Egli da una strappata ai legacci, ma gli altri due gli sono sopra e lo agguantano. Ma a quel punto un giovinastro entra anch’egli nel salotto. Tutti gli corrono incontro e gli chiedono spiegazioni. E il sopragggiunto dice: «Nessuno ha visto: ma è strano che nella mano del morto sia stato trovato un pezzo di stoffa a quadretti». I cinque si voltano verso Marthù. Anche il giovinastro rimane interdetto, drammaticamente stupito nel vedere lì vivo l’uomo che ha visto ucciso.
Però Ninetta che non può staccare gli occhi da Marthù, indica i pantaloni di lui. Tra di lei ed i suoi complici si scambiano occhiale significative. Certo stanno per ordire un intrigo. E mentre Marthù, sbollita l’ira, guarda con acerbo dolore e sconfinata amarezza la donna che fu sua, e che ora è lì, Ninetta va verso di lui. dopo aver preso furtivamente sopra un tavolinetto un coltello chiuso e lo investe con parole irose. Poi, come approfittando di un attimo in cui gli altri sembrano di non badare a lei. si china all’orecchio di Marthù e gli sussurra: «Sono una vittima come te, e ne va della mia vita, ma ti salverò». Apre il coltello e comincia a tagliare i legacci che stringono i polsi di Marthù. Poscia quasi volesse liberarsi del coltello, lo cela nelle tasche di Marthù. Frattanto, come se avessero preso accordi segreti, i manigoldi si dispongono ad uscire. Ma Ninetta, sempre fingendo e giocando la sua parte per ingannare i suoi complici, trova un momento per sussurrare a Marthù: «Appena solo, scioglili del tutto, e quando odi il mio fischio, esci. Io sarò davanti al portoncino».
Ninetta ed i suoi complici escono. Rimasto solo, Marlhù, sbalordito per gli strani, imprevisti, tragici avvenimenti, si scioglie dai vincoli e fugge di là, per la finestra, nella strada dove lo attende Ninetta. Per tortuosi vicoli ella sembra guidare la fuga di Marthù, mentre a distanza i complici di Ninetta seguono la coppia. Ed ecco per la via venire alle loro volta due guardie e quando sono presso di loro, Ninetta con una mossa studiata, ma fulminea, da una spinta a Marthù, mandandolo contro le guardie che lo afferrano. Ninetta, tendendo la mano, grida: «Tenetelo, tenetelo! ha ucciso un uomo sotto l’arco di Sant’Andrea! è lui! è lui!».
Troppo tardi Marthù comprende di quale diabolico intrigo è stato vittima e di quanta perfidia sia capace la donna che un giorno fu da lui tanto amata. Si divincola per sfuggire alle mani delle guardie, gridando fuori di sé: «Non è vero! è lei! Sono loro… Infame! Infame! Lasciatemi!».
Ma Ninetta è già lontana: ha raggiunto i suoi complici che ghignano e fugge con essi. E Marthù si dibatte inutilmente, proclamando la propria innocenza, mentre le guardie lo trascinano.
L’istruttoria fu rapidissima. Paolo Bonin depose che nel colloquio avuto alla «Taverna del Gobbo», con il suo antico compagno di lavoro, egli dimostrò propositi di vendetta contro la moglie. Anche Ninetta depose contro di lui insieme ai suoi complici. Ed ogni difesa del povero Marthù fu vana: le sue proteste di innocenza non valsero. Un sopraluogo nella casa di via Maddalena da lui invocato come prova della sua innocenza, non approdò a nulla. I furfanti avevano sloggiato e sgombrato, il salottino equivoco si era trasformato in un laboratorio da modista. Persino il padrone della Taverna, che neppure lo conosceva, depose contro di lui. L’intrigo infame era stato ordito astutamente per sbarazzarsi di Marthù ed il processo fini con una condanna a morte.
E mentre Ninetta ed i suoi amici gozzovigliavano in baldoria, il povero innocente Marthù sentiva la fredda lama della ghigliottina, cadere sul suo collo….
Ma nello stesso tempo un grido acuto di spavento destava un improvviso allarme e un rapido scompiglio tra i pacifici avventori della Taverna del «Gobbo Allegro»: Marthù, che dormiva col capo ripiegato sulle braccia incrociate sulla tavola, s’era svegliato, balzando in piedi e portandosi le mani alla nuca, lo sguardo pieno di tragico sgomento. Egli si passa le mani sugli occhi, coi movimenti resi difficili dalle membra intorpidite, si guarda attorno stupito. Sorride come uscendo da un incubo, gli avventori capiscono che egli ha gridato nel sogno e ridono. Il trattore ad un suo cenno gli fa il conto e presentandoglielo gli dice celiando: «Il mio vino è buono, ha il sogno pesante e i sogni pericolosi».
Poco dopo Marthù correva alla stazione e stringeva tra le braccia la sua diletta sposa e la sua piccola creatura.
Commossa Ninetta gli sussurrava: «Anche io, sai, sono stata tanto male. Quasi sul punto di morire. Ma la Madonna non ha voluto».
E reclinando il capo sulla spalla del marito, una lacrima di gioia le stillò fra i cigli, mentre Marthù a fianco della sua diletta, tenendo fra le braccia la sua creatura, sentiva rinascere le speranze e la fiducia nell’avvenire.
E i loro cuori, pur nella libertà e nella lotta, dopo tanti guai, ripresero a battere con ritmo di gioia e di amore.

Una scena del film

Ecco un film che vorrei chiedere di “restaurare” al più presto, le copie sapete molto bene dove si trovano… da anni. Fatelo prima che sia troppo tardi.
Care cineteche, archivi e musei: fate questo sforzo e poi… rendetelo disponibile per tutti!
Dedicato a un mio amico di Torino che darebbe qualsiasi cosa per vederlo.