Le avventure di Bartolomeo Pagano alias Maciste


Bartolome Pagano in Maciste Alpino, Itala Film 1916

Bartolome Pagano in Maciste Alpino, Itala Film 1916

«Per nove anni, dal 1913 al 1921 — racconta il figlio di Maciste — mio padre fu letteralmente sfruttato. Finito che ebbe di girare Cabiria, non ci fu verso di trattenerlo a Torino. Se ne tornò alla sua Genova, al porto, fra i vecchi compagni di lavoro. Ci volle parecchio prima di riuscire a riportarlo sulle scene. Poi non mantennero le promesse fatte. Si limitarono a passargli ancora e solo la paga corrispondente a quella di portuale. Come vede, mio padre era proprio un ingenuo. Ma allora, cosa vuole, molti erano quelli che lavoravano solo per l’arte ». Apprendiamo un episodio davvero significativo, perché è forse la unica volta, che, al di fuori del porto e della scena, il sig. Bartolomeo Pagano abbia fatto sfoggio della sua erculea forza. Lasciamo la parola alla signora Camilla Balduzzi, in quel tempo sua fidanzata. «Maciste — eravamo ancora nel 1914 — dovette recarsi a Torino per uno degli ormai crescenti impegni cinematografici. Prese alloggio nel solito albergo e un bel mattino, rientrando dal bagno nella camera da letto, s’accorse che dal comodino era sparito l’orologio d’oro, un caro ricordo di famiglia. Non si infuriò, si mise in ordine, scese le scale fischiettando, s’accostò al direttore dell’albergo e gli disse deciso: “Attenzione, signore, quell’orologio ha da venir fuori a ogni costo”. L’interpellato sbalordì e, quando infine riuscì a comprendere, fece le sue rimostranze, perché nessuno del personale — protestò — aveva mai dato luogo al minimo rilievo. “E va bene — osservò Maciste. — Ditemi un po’ allora chi ha lasciato l’albergo di quelli che erano qui ieri. Cercherò di sistemare la faccenda senza disturbare nessuno”. Il direttore si grattò la testa poi incominciò a sfogliare un grosso registro. “Ecco trovato — concluse — Se n’è andato all’alba. Si tratta di quel pezzo d’uomo, che consumava i pasti proprio con lei”. Come un fulmine Maciste si diede a girare per via Roma e piazza Madama cacciando gli occhi, ora infuriati, addosso a tutti i passanti di statura superiore alla media. Ed ecco che all’angolo di via Garibaldi s’imbattè proprio faccia a faccia con il suo commensale. Bertumè fece del suo meglio per ritornare calmo e con belle maniere chiese che gli fosse restituito l’orologio. L’altro fece finta di cadere dalle nuvole e anzi si mostrò gravemente offeso, gonfiando intanto quanto più poteva il voluminoso torace. “Non sono un ladro io, ha capito?” continuava a sbraitare. Ancora calmo Maciste riprese: “E va bene. Lei è una persona onesta: nessuno lo mette in dubbio. Io la invito soltanto ancora una volta a farmi trovare all’albergo, entro questa sera, il mio orologio. D’accordo? Grazie”. Credendo di avere a che fare con un timido, anche se dotato di aspetto erculeo, il signore cominciò a fare il gradasso, agitò i e mani e riversò sul gigante una fiumana di insulti. Il buon Maciste non ci vide più. Agguantò il disgraziato, come era abituato a fare coi sacchi di grano e lo paravento contro la vetrina di una farmacia, buttando all’aria cartelloni e boccette e destando nell’interno del negozio e sotto i portici un indicibile putiferio. Il povero speziale si vide davanti, sanguinante e gemente, quel proiettile umano, non sapendosi rendere ragione da dove diavolo fosse piovuto. Mentre tentava di portargli soccorso in qualche modo, un altro gigante ben più grosso del primo gli piombò in bottega. Era Maciste. Chiese a quanto ammontasse lo importo dei danni, pagò senza batter ciglio e pregò di continuare a curare per bene quell’individuo. Si sedette poi paziente e quando vide che riprendeva i sensi, ancora gli disse cortese: “E così ora siamo d’accordo, nevvero? Lei mi farà recapitare l’orologio”. «Il che — conclude la signora Balduzzi — accadde puntualmente a mezzogiorno». Dell’episodio si impadronì la cronaca e costituì un prezioso argomento di pubblicità per Bartolomeo Pagano.

Cecyl Tryan

Cecil Tryan

Si divertiva, quando tornava da Torino, a prendere il figlioletto sulle ginocchia e a raccontargli le più disparate imprese, di cui era stato interprete, e anche i rabbuffi, per esempio, fra la Maria Jacobini e la Elena Sangro, e tutte le bizzarrie di quel mondo di finzione, nel quale non riuscì mai ad ambientarsi del tutto. Anima solitaria, non aveva veri e propri amici. A una sola attrice, si sentiva legato da affinità di carattere, a Cecyl Tryan. Appena finito di girare, lui se la squagliava nel quieto eremo di Sant’Ilario e lei si rifugiava in quel di Caserta. Maciste non poteva sopportare le pose di irresistibili conquistatori che certi suoi colleghi, forse per abitudine professionale, assumevano anche fuori della finzione scenica. Per questo un uomo soltanto gli fu particolarmente caro e ancora lo ricordava con simpatia negli ultimi anni di sua vita: era l’attore francese Alex Bernard. Uno dei pochi che sapesse rimanere normale ed equilibrato in quell’ambiente di esaltati. Solo i tedeschi riuscirono a far uscire Maciste dall’Italia e a ingaggiarlo con un vantaggioso contratto per la lavorazione di alcuni film. Accadde nel periodo che va dal novembre 1921 al gennaio 1923. Il suo nome e la sua possente immagine invasero subito tutti i muri delle città germaniche e i suoi film, girati con la Jacob Karol Film di Berlino, furono definiti dalla pubblicità e dalla critica “opere monumentali”. Sua compagna d’arte fu Elena Makowska, una italiana di origine russa. Per mesi e mesi Sansone e Dalila, Il cameriere di Sua Maestà e Annibale suscitarono l’entusiasmo delle platee gremite. Maciste, definito «il più forte uomo del mondo», era però, prima di tutto, un gran sentimentale. Ogni giorno ripeteva a chi gli chiedeva le sue impressioni su Berlino: «Sì, sì, tutto quel che volete, però l’Italia e poi più». Anche se la casa torinese Pittaluga, che gli fece vantaggiose offerte, non lo avesse voluto per sé a ogni costo, sarebbe tornato fra i portuali piuttosto che rimanere lontano dalla sua Liguria. Il cinema era muto, così non aveva neppure il fastidio d’imparare una parola di tedesco. Erano tutti molto buoni e generosi con lui, produttori e registi, ma quella non era la sua Patria e così se ne venne via. nonostante lo volessero coprire d’oro. All’estero non ci andò mai più: ogni volta che vedeva, sulle buste, ammucchiate sopra il suo tavolo a Sant’Ilario. dei francobolli stranieri le accantonava tutte e quante senza nemmeno leggerle. Chiusa in fretta la parentesi tedesca, ricominciò il suo dominio incontrastato nei teatri di posa della Pittaluga-Fert, che succedette alla Itala Film, e che in Italia gestiva oltre trecento sale cinematografiche. Quando stava per lasciare Berlino, il titolare della Jacob Karol Film volle organizzare in suo onore uno spettacolo cinematografico di gala. Prima che. nella grande sala affollata si proiettasse il più recente capolavoro tedesco del grande attore italiano: Maciste contro Maciste, il sig. Jacob, in redingote, si fece al proscenio a braccetto con lui. Le dimostrazioni di entusiasmo delle migliaia di spettatori raggiunsero l’intensità di un’ovazione. Come fu possibile ottenere un po’ di silenzio, il sig. Karol spiegò in tedesco che la sua Casa, in segno di riconoscenza per la collaborazione data dall’attore, che ora voleva assolutamente tornarsene in Italia, aveva fatto coniare una grande medaglia d’oro. E qui il grasso ometto sig. Karol si drizzò sulla punta dei piedi. Maciste sì chinò verso di lui. finché fu possibile appuntare sul vasto petto del gigante l’aureo ricordo. Maciste, che era molto sensibile a queste manifestazioni di spontaneo riconoscimento della sua arte, si commosse, tese la mano al produttore e gliela strinse con tutto il calore possibile. Un urlo di dolore lo richiamò alla realtà. Come se l’avesse messa sul fuoco: il tedesco, appena liberata la mano da quella generosa stretta, cominciò a sventolarla, facendo salti di dolore. Maciste ci rimase male. La folla in piedi, divertita e commossa a un tempo, applaudiva freneticamente, mentre il gigante italiano, come a chiedere scusa, sollevava fra le braccia. come fosse un bambino, il sig. Jacob Karol e lo presentava al pubblico in delirio. Sembrava un buon padre di famiglia, preoccupato di dimostrare a tutti i vicini che il suo pupetto stava bene e che era sano e indenne. (segue) Una curiosità: Bartolomeo Pagano posò come modello per il Monumento a Garibaldi al Quarto dei Mille, opera dello scultore Eugenio Baroni, inaugurato a Genova il 5 maggio 1915 alla presenza di Gabriele D’Annunzio.

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