Esercenti contro Società degli Autori

Comunicato Impianto Ambrosio
Macchinari e attrezzi della Società Ambrosio in vendita, maggio 1925

I Cinema aboliscono le orchestre, Cronaca dal Corriere Cinematografico 1925. Quando venne reso noto il Decreto Governativo col quale si affidava alla Società degli Autori l’incarico dell’esazione dei diritti erariali sui biglietti dei cinematografi, abbiamo consigliato gli esercenti di tutta l’Italia a scuotersi una buona volta dalla loro proverbiale apatia, e guardare un po’ più in là della punta del proprio naso, poiché prevedevamo a quali risultati ci avrebbe condotto la tutela di un Ente notoriamente avverso al cinematografo.

In un primo tempo ci è sembrato che la nostra voce fosse stata accolta; infatti si è delineato subito un movimento tendente ad ottenere dal Governo una proroga per avere il tempo di prospettare poi, con più calma, la vera situazione della maggior parte dei locali di proiezione, ed il danno che ne avrebbero risentito. Ma dopo pochi giorni i propositi di resistenza sono sfumati, ed accontentandosi delle solite vaghe promesse i dirigenti il movimento ritornarono sui loro passi e tutto fini come finiscono le cose… cinematografiche. Il decreto ebbe il pieno effetto e la Società degli Autori si è potuta insediare troneggiante e dispotica in tutti i locali cinematografici del bell’italo suolo.

Da quel momento gli esercenti finirono di essere padroni in casa propria, per venir guardati e sorvegliati con occhio sospetto, quasi con propositi ostili.

Comunque, ciascuno si assoggettò alle nuove disposizioni, sperando sempre che un giorno o l’altro il Governo si sarebbe persuaso della giustezza dei loro reclami, ed avrebbe concesso un equa riduzione della tassa, per non mandare in malora una buona parte dei locali, specie di provincia, che non possono sopportare oltre gli enormi tributi a cui sono assoggettati.
In questi giorni si delinea all’orizzonte una nuova minaccia: la Società degli Autori intende elevare di molto la percentuale sui diritti musicali, tanto che a Roma è già avvenuta una riunione dei proprietari di cinematografi, e dopo una lunga discussione è stato votato all’unanimità il seguente ordine del giorno, con la nomina di una Commissione perché lo presenti e lo illustri alle autorità cittadine, e sottoscrivendo un accordo per la eliminazione di una parte della produzione musicale del repertorio dei cinematografi, con conseguente modificazione radicale del complemento orchestrale delle proiezioni:

« L’assemblea generale dei cinematografisti della Sezione Romana, tenuta il 14 aprile 1925, di fronte alla nuova, pretesa della Società Italiana degli Autori che con lettera del 7 aprile 1925 ha comunicato, dal primo di detto mese, l’aumento dal 100 al 150 per cento della tassa mensile per i diritti di autore nella produzione musicale usata, e preannunciato un ulteriore aumento dal 1° novembre p. v. pur sapendo che gli esercizi cinematografici sono in viva attesa dello sgravio del tributo supplementare promesso dal ministro delle Finanze, per garantire la continuità degli spettacoli cinematografici;
mentre richiama l’attenzione del Governo sui gravi effetti del principio che conformò la concessione dell’esazione di un tributo erariale ad un Ente privato concorrente del cinematografo e constata che le prevenzioni dei cinematografisti erano pienamente giustificate;
dichiara che il compenso all’ autore per la musica eseguita nel cinematografo a secondario complemento dello spettacolo, non può essere di molto inferiore a quello fissato per gli altri spettacoli, cui la produzione musicale è parte principale e necessaria:
chiarisce che le considerazioni avanzate dalla Società degli Autori sugli utili dei cinematografi sono totalmente arbitrarie ed esagerate, poiché all’Ente predetto non sono cognite le ingenti spese imposte agli esercizi in misura molto superiore a quelle delle altre categorie di spettacoli;
conferma che gli esercizi non possono sopportare l’aumento della tassa mensile preteso dalla Società e lo respinge;
e riservandosi di procedere alla radicale immediata modificazione del complemento musicale agli spettacoli cinematografici;
domanda la solidarietà della Federazione Nazionale Esercenti Cinema e Commercianti in Films per questa importante questione che minaccia gravemente l’intero commercio cinematografico italiano».

A tale ordine del giorno ha risposto, diramando un comunicato ai giornali, il Comm. Varaldo, Presidente della Società degli Autori, tentando di far credere che la classe dei cinematografisti è composta da gente ingorda ed avida soltanto di guadagno; gente che incassa somme favolose giornalmente con poca fatica e si ribella poi quando si tratta di sottostare ad oneri che il Comm. Varaldo definisce così lievi da meravigliare il mondo.

Il Comm. Stefano Pittaluga, Presidente della Federazione Nazionale Esercenti Cinema e Commercianti in Films, rispose con un comunicato dove si stabiliva che gli esercenti dei cinematografi, “tassati e tartassati oltre ogni limite, non intendono piegare ancora una volta la schiena per subire una nuova angheria, e si ribellano, forti del loro buon diritto, facendo appello all’opinione pubblica e richiamando l’attenzione delle sfere governative”. Così pure il Comm. Marino, Presidente della sezione romana, preannunziando la “serrata” di tutti i cinema romani in segno di protesta per il 22 aprile.

L’Associazione Piemontese dei cinematografisti, della quale è Presidente il Sig. Omegna, ha chiamato a raccolta i 150 soci per lo stesso giorno.

In seguito all’agitazione di questi passati giorni ad una lotta ingaggiata fra la Federazione Nazionale Esercenti Cinema e Commercianti in Films, la Società degli Autori e l’Erario, il Governo, riconosciute fondate le richieste per una giusta riduzione della tassa sui biglietti dei cinematografi, ha emanato un decreto che andrà in vigore col 1° luglio, col quale è stabilito che per i biglietti sino ad una lira, la tassa sarà del 10 per cento; da una lira in più, del 20 per cento.

(Cinema muto italiano storia di una crisi 5)

Za la Mort nostalgia 1947

E’ da un po’ che non pubblico niente su Emilio Ghione, bisogna riparare. Questo che segue è un articolo di Italo Dragosei pubblicato nella rivista Hollywood (2 agosto 1947) in occasione dell’uscita del film Fumeria d’oppio, diretto da Raffaello Matarazzo e interpretato da Emilio Ghione jr. Il titolo dell’articolo è: Elogio alla malavita – Ritornano i vecchi eroi e Za-la-Mort torna alle sue avventure.

Buona lettura!

manifesto del film Fumeria d'oppio, disegno di Ciriello
Manifesto di Fumeria d’oppio (Ritorna Za la Mort) 1947, disegno di Ciriello

«Chiamateci conservatori, dite pure che siamo indegni del secolo progressivo e agitatorio che stiamo attraversando, chiamateci pure reazionari, ma lasciateci sospirare dì malinconia sul ricordo dei vecchi eroi del cinema muto, lasciate che inneggiamo ai nostri vecchi amici, lasciateci questa libertà, lasciateci questa gioia: gioia e libertà che nessun tiranno potrà domani togliere, poiché sono dentro di noi, nel nostro cuore e al cuore non si può chiedere conto del suo passato politico e non lo si può nemmeno invitare ad esibire la carta d’identità.
I nostri padri facevano la guerra, oppure incoraggiavano gli altri a farla, e ci lasciavano affidati alle cure delle donne: forse per questo siamo gli ultimi romantici del secolo, forse per questo non siamo capaci di imbracciare un mitra o di presentarci candidati alle elezioni politiche; certamente per questo i giovanotti di tre lustri più giovani di noi ci chiamano arretrati, ci scherniscono, affermano che non faremo mai carriera nella vita e, per impaurirci, ci minacciano con la pistola scarica mentre stiamo insieme a conversare al caffè.

Noi apparteniamo a una generazione troppo presto invecchiata, siamo la generazione raffinata, educata, paurosa e timida che non è certo degna di questo secolo progressivo, come non è degna del secolo imperiale testé trascorso. Progressisti e imperialisti ci odiano o, meglio, ci disprezzano, perché non accontentammo né gli uni né gli altri. Volevano farci adorare un dittatore e noi preferimmo le stelle del cinema, preferimmo al dittatore Buster Keaton e Ridolini, Charlot e Harold Lloyd ch’erano — lasciatecelo dire — assai più divertenti. E oggi? Agli apocalittici Robespierre di questi ultimi anni, ai capopopolo che sanno adoperare tanto bene il mitra come la penna, che sanno fare a pugni e, contemporaneamente arringare le masse ed agitarle a loro comodo, ebbene, perdonateci, ai loro mitra preferiamo le pistole fiammeggianti di Tom Mix e il coltello a serramanico di Za la Mort, armi romantiche e più leali.

Lo ricordate Za la Mort? Quello sparuto gigolò, tutto ossa, rughe, occhiataccie e sigarette indigene che ci faceva fremere ad un cenno, che faceva tremare i suoi amici appena posava la mano sulla spalliera di una sedia, fu con Tom Mix, con Zorro, e sì, anche con Charlot. un nostro genitore putativo, un maestro della nostra infanzia, il pedagogo delle nostre distrazioni, la Maria Montessori dei nostri giuochi.
Za la Mort ci fece commettere le azioni più bizzarre della nostra vita, fu lui che ci convinse ad acquistare un lungo coltello alla cui sola vista avrebbe terrorizzato i nostri familiari, un coltello col quale avremmo voluto spaccare in due il mondo e del quale ci servimmo infine per temperare le matite a scuola.

Abbiamo adorato quegli idoli che avevano le tasche piene di pistole e di coltelli; spesso, nel buio delle sale di proiezione, davanti a un’icona stravagante, giuravamo davanti allo schermo che da grandi avremmo preso a revolverate migliaia di indiani e avremmo accoltellato tante di quelle carogne da far gridare di invidia Tom Mix e Za la Mort. E invece, adesso che siamo grandi, ora che abbiamo superato i trent’anni, eccoci qui con la nostra vigliaccheria, logori impiegati di banca che torniamo a casa alle dieci di sera, che il ventisette consegniamo alla moglie tutto lo stipendio, non una lira di meno, e se sentiamo un piccolo rumore nella notte ci raccomandiamo l’anima a Dio, nel timore di essere rapinati di due magliette piene di buchi e di un vecchio orologio d’argento che il Monte di Pietà non accetta più.

E i nostri eroi? Dove sono finiti i nostri eroi? Non potrebbero venirci accanto, darci una mano, incoraggiarci, dirci che gli spari che udiamo nella notte sono fuochi di gioia, che il mitra è un giocattolo per bambini spiritosi, che le rapine sono scherzi di carnevale? Non potrebbero venire Tom Mix e Za la Mort, Zorro e Bambù a rincorarci, a darci la gioia della vita, quella gioia ch’eravamo sicuri di possedere ai tempi meravigliosi della nostra infanzia e che oggi non conosciamo più, quella gioia che oggi è scomparsa, fugata da un colpo dì mitra?

Dove sono i nostri eroi? Perché ci hanno lasciati, perché ci fanno morire soli di paura in questo secolo progressista e democratico quanto volete, ma pur cosi pieno di paura? I nostri eroi sono finiti, sono morti, sono andati sulla collina come i cittadini di Spoon River, e sono rimasti muti, non dicono nulla, non una parola di conforto per questo disperato esercito di piccoli impiegati di banca e di ministero che li hanno adorati e che ora si sentono tanto soli, privi dei conforto della loro presenza. Morto Tom Mix, morto Zorro che s’è portato nella tomba l’unica e l’ultima bella risata di questo secolo: morto Za la Mort con la sua faccia truce eppure tanto cara, con le sue occhiataccie di fuoco e il suo coltello a serramanico.

Emilio Ghione jr. e Mariella Lotti
Emilio Ghione jr. e Mariella Lotti, Fumeria d’oppio 1947

Tutti, tutti ci hanno abbandonati in questa terribile valle di lacrime, in questa jungla spaventosa e cattiva che si chiama mondo. Solo Za la Mort è stato più sensibile verso di noi e a ha mandato suo figlio, Emilio Ghione jr, che come lui guappo romantico, gigolò incantatore e passionale, agile nel ballare e ancora più destro nel tirar di scherma. Il figlio di Za la Mort ha sentito irresistibile il richiamo dell’arte paterna, s’è avvicinato al cinema e accinto alla sua prima interpretazione, La fumeria d’oppio un film messo su con la ricetta dei Topi grigi e del Castello di bronzo, ambientato in quei classici locali fumosi che ancora ricordano i bistrò e i luoghi equivoci dell’altro dopoguerra, dove gli uomini sono svelti di mano e le donne hanno tutte sofferto e della sofferenza portano come marchio le occhiaie incavate e annerite con sughero bruciato. Quei luoghi che nessuno di noi ha mai veduto nella vita, ma alla cui esistenza crede, nel buio dei cinematografi, perché se non esistessero simili locali fumosi e pieni di misteri trabocchetti, ombre furtive, gli eroi dei film non avrebbero più ragione d’esistere; e invece noi teniamo a loro che danno un brivido d’avventura alla nostra vita monotonamente avviata sui binari della noia.

Con questo suo primo film Emilio Ghione jr. porterà alle nuove generazioni il saluto dei vecchi eroi, dei guappi innamorati, dei cavalieri erranti di trent’anni fa. Non sappiamo come lo accoglieranno i ragazzi d’oggi, quelli che tra Robin Hood e il bandito Giuliano non hanno ancora deciso chi preferire; ma noi che non siamo più ragazzi e che da tempo abbiamo superato i venti anni, lo aspettiamo con trepidazione, con quella trepidazione che ci accompagnò nei primi giorni di scuola e al primo appuntamento di amore; troveremo nei giovane Ghione un compagno, un amico affettuoso, anche se un po’ guascone, e insieme a lui percorreremo la strada oscura e paurosa che ancora ci separa dalla fine. Emilio Ghione ci prenderà sottobraccio e ci spingerà verso il buio, fischiettando un’aria giù di moda ma assai sentimentale: al suo braccio ci sentiremo più forti e percorreremo la lunga strada felici, sapendo che all’occorrenza c’è un vecchio amico con noi, pronto a sfoderare il suo coltello a serramanico per fugare i fantasmi di questo secolo assetato di sangue nel quale non riusciamo a trovar pace.»
Italo Dragosei

Theodora – Ambrosio Zanotta 1922

theodora
Theodora (1922)

Theodora, il più grande film del mondo, secondo l’opera immortale di Victorien Sardou, ha richiesto una messa in scena formidabile, una vera armata di 25.000 figuranti, sontuose scenografie che riproducono con la massima fedeltà i palazzi, il circo ed altri monumenti dell’epoca di Giustiniano, 30.000 costumi… Questo capolavoro, che sorpassa in audacia, in arte, ed in bellezza qualsiasi altra opera cinematografica, è costato la somma fantastica de 15 milioni di lire, e per completare la sua realizzazione sono stati necessari più di due anni ininterrotti di lavoro.”

Per il restauro di Theodora (io ho trovato dappertutto Theodora e non Teodora), film monumentale, la Cineteca Nazionale di Roma e la Cineteca Italiana di Milano, hanno impiegato monumentali risorse di tempo (circa tre anni) e di denaro pubblico (impossibile sapere la cifra esatta). Il restauro è stato completato nel 2001, nove anni fa. Un bel restauro, niente da dire…quando lo vediamo come, per esempio, possiamo vedere La nascita di una nazione di D. W. Griffith?

“Il dramma è di Vittoriano Sardou, il noto scrittore, ma nella riduzione cinematografica sono stati tralasciate le migliori, le più gustose scene della vita di Theodora ed i più interessanti particolari. Quando si vuol raggiungere uno scopo, non si può lasciare a metà via le migliori parti di quello che si è proposto di conseguire. Questo lo dice uno che lesse, e bene, il dramma.

La vita di Theodora che in sunto narrerò, è come la vidi, tale quale, sullo schermo.

Theodora, un giorno ospita l’imperatore Giustiniano, e con la sua grazia e bellezza riesce a destare l’amore suo. Il suo sogno di dominio è raggiunto, ella indosserà la porpora imperiale, sarà la regina, la sovrana, la dominatrice del popolo suo.

Theodora però, non ama il suo sposo, il suo re, e con il viso nascosto in un fitto velo, seguita a distanza dalla fedele e muta schiava, va cercando per le vie di Bisanzio colui che sarà l’amante. Ella lo trova in Andrea, nobile patrizio che però non conosce Theodora, la quale, sotto il nome di Myrta, si fa credere sorella di uno scriba della cancelleria imperiale.

Una terribile epidemia s’avventa su quel popolo e anche l’imperatore ne è colpito, ma, grazie alle ferventi preghiere di Theodora, che vede con la morte dell’imperatore svanire il suo dominio, riescono a salvarlo. Ma il popolo mormora contro Theodora, e la ritiene autrice di tutti i mali. L’ira tormentosa scoppia, quando Amru, figlio della maga Tamyris, nutrice di Theodora, è causa della morte di una giovane donna che, col marito, si apprestava ad abbandonare le rive del Bosforo; per placare la terribile ira del popolo,Giustiniano promette che abbandonerà Amru nelle mani del carnefice.

Tamyris, ne giura vendetta.

theodora
Rita Jolivet, Theodora (1922)

Nella casa di Andrea, la congiura per sopprimere l’imperatore e Theodora tesse le sue fila. Andrea, col centurione Marcello, saranno coloro che dovranno liberare il popolo, uccidendo i due ignobili regnanti; il centurione Marcello sarà colui che trafiggerà il cuore dell’idra imperiale e suo complice sarà Andrea, che indosserà per l’occasione la lorica della guardia del palazzo e potrà entrare negli imperiali appartamenti.

Theodora scopre tutto, poiché recandosi dal suo amante e vedendolo con la lorica indosso, è colpita dal dubbio che diventa certezza dopo la sua confessione, che Andrea fa parte dei congiurati.

Il colpo fallisce, Andrea è riuscito a salvarsi per mezzo di Theodora, ma Marcello è preso e condannato alla tortura, per strappargli i nomi dei congiurati.

Tanto era l’amore di Theodora per Andrea, che, e perché il centurione non avesse a palesare il nome del suo amante, l’uccide e il corpo viene abbandonato sulle rive del Bosforo.

Andrea scopre il vero essere di colei che credeva la sua dolce amante, ed il suo amore si cangia in odio, e, vedendo i suoi complici in pericolo giacché egli le aveva svelato i loro nomi, solleva il popolo contro essa e Giustiniano.

Nell’ippodromo dove Bisanzio si riversava per assistere ai giuochi, dopo un primo sintomo di rivolta del popolo, Andrea investe con le più roventi e infami ingiurie Theodora. Tremenda è la collera dell’imperatore, che ordina l’arresto dell’ingiuriatore. Ma Theodora ama Andrea, il suo amore è immenso e vedendolo carico di catene, ai piedi dell’imperatore, pensa di salvarlo dalla giustizia imperiale, che sta per colpirlo inesorabilmente.
Theodora prega l’imperatore di abbandonarle nelle sue mani il condannato, volendo essa stessa preparargli le micidiali torture, lasciando impunito l’oltraggio pubblicamente ricevuto. Ad un suo fido da l’ordine di scatenare nell’ippodromo i leoni, i quali, lanciati nell’arena assaltano la folla, che, inerme e terrorizzata, cerca scampo per la comune salvezza, mentre la corte imperiale fugge.

Andrea è minacciato da un leone, che sta per avventarsi su di lui, ma Tamyris lo salva, e la maliarda si fa promettere da Andrea, che egli salverà suo figlio ed egli allora capeggia la rivolta del popolo che, compatto, si era sollevato contro la corte imperiale e contro la ferocia di Theodora. Ma la rivolta viene soffocata.

Andrea, che per tutto il tempo della rivolta contro le ben agguerrite coorti imperiali, era rimasto a capo dei rivoltosi, viene ferito da un arciere e trasportato dai suoi fidi e da Tamyris nei giardini imperiali.

Un nuovo pericolo sovrasta la persona di Theodora, Giustiniano comincia a comprendere le manovre di sua moglie, la quale, vedendo svanire l’amore che suo marito portava per lei, ordina a Tamyris il filtro dell’oblio e dell’amore; ma questa, per vendicare le torture di suo figlio, compone una bevanda di morte e, giunta con Andrea ferito nei pressi del palazzo imperiale, manda a cercare Theodora per consegnarle il filtro ordinatole. Questa accorre e stringe fra le sue belle braccia quello che renderà vieppiù innamorato il cuore di Giustiniano verso lei; ma, apprendendo che il suo amante è ferito, accorre, e lo chiama con i più dolci nomi. Andrea la respinge e la scaccia come una immonda bestia. Pazza d’amore, Theodora vede tutto l’odio di Andrea e, tra la scelta dell’amore di Giustiniano e quello di Andrea, non esita, e propina a questi la bevanda destinata all’imperatore. E il povero Andrea muore, muore avvelenato tra le sue braccia.

Disperata Theodora si abbandona sul corpo ancor caldo del suo adorato e, in quella posizione, viene sorpresa dall’imperatore, ed il suo collo che non era fatto che per baci ardenti, viene stretto dal cappio fatale, che, per la ferrea mano del carnefice, tronca quella vita, fatta di dominio e d’amore.

Degli interpreti chi ha primeggiato in tutta l’opera, dando prova di molta abilità, è stata Rita Jolivet. Ella ha superato felicemente la prova dell’ingrata tessitura. La sua interpretazione non ha mancato d’impeto e di foga. Tutti gli altri esecutori minori cooperarono al buon andamento della esecuzione, alla quale portò un notevole contributo di decoro l’allestimento scenico, curato con gusto e anche con sfarzo.

Buona la fotografia.”

Theodora, produzione Ambrosio-Zanotta, Torino 1922; Messa in scena Leopoldo Carlucci; soggetto dall’omonimo dramma di Victorien Sardou, riduzione per lo schermo di Leopoldo Carlucci, Arturo Ambrosio; operatori Giovanni Vitrotti, Giuseppe Vitrotti, Gaetano Ventimiglia; scenografie di Brasini; interpreti principali: Rita Jolivet, Ferruccio Biancini, René Maupré, Emilia Tosini.

Sul restauro del film: Mario Musumeci, Un film è un film, teoria e pratica del restauro. Il caso Teodora (Cabiria e il suo tempo, Museo Nazionale del cinema – il castoro 1998)