Magnifico delitto 1909

Mary Cléo Tarlarini e Luigi Maggi
Mary Cléo Tarlarini e Luigi Maggi in un film dell'Ambrosio

Eravamo rimasti ai film del 1909, un anno pieno di delitti cinematografici. Quasi tutte le case di produzione italiane si buttano nella mischia.

Apre il fuoco la Cines con Tenebre, messa in scena di Mario Caserini. Ma la storia non è un granché, siamo al solito delitto di gelosia:

« Per il crollo di una miniera un giovane ingegnere perde la vista e la sua famiglia cade in miseria. La sposa, capricciosa e vanesia, mal si adatta al nuovo stato e si lascia corteggiare da un amico che frequenta la loro casa. Il cieco indovina la colpa, si sente l’inferno nel cuore, e non potendo reggere all’onta e al suo martirio, uccide l’adultera.»  (1)

Nel mese di febbraio, la casa Ambrosio propone Amore e dovere. La protagonista femminile è Mary Cléo Tarlarini, nel ruolo di una rivoluzionaria nihilista. Con questo film inauguriamo la serie “finito per mancanza d’interpreti”:

« Un ufficiale, Loris, salva casualmente una giovane donna, Ivana, che sta per essere travolta dai cavalli di una slitta, e tra i due nasce ben presto l’amore; ma li separa il fatto che Ivana è una nihilista, tutta presa dalla causa della rivoluzione e frequenta un gruppo di congiurati. Un giorno la ragazza è scelta per una missione: deve uccidere il governatore e giura ai compagni di farlo. Ma, denunciata da una spia, viene sorpresa, mentre sta in agguato con due complici; questi ultimi proteggono la sua fuga, ma vengono arrestati e, durante la perquisizione del loro alloggio, una carta rivela il nome della loro complice. E’ proprio Loris a ricevere l’incarico di arrestare la ragazza. Egli non sa risolversi, manda a Ivana una lettera spiegandole il dilemma in cui si trova, diviso tra l’amore e il dovere; e la ragazza gli risponde che se si trovasse nella sua situazione, si ucciderebbe dopo aver ucciso il proprio amore. Disperato, l’ufficiale raggiunge con le guardie la casa di Ivana, rimane solo con lei; ed è la ragazza stessa che lo invita a spararle al cuore. Dopo un lungo bacio appassionato ricevuto da Ivana, che muore fra le sue braccia, mentre le guardie irrompono nella stanza anche Loris si uccide, cadendo accanto al corpo dell’amata. «Tra l’amore e il dovere ha vinto la morte!» (1)

Il fantasma, produzione Cines, uscito nel giugno 1909. C’è un po’ di tutto, ma la storia sa di dejà vu:

« Marito, moglie e figlia, vivono in apparente serenità. Invece la moglie ha un amante, il miglior amico del marito. Questi li sorprende e dopo aver cacciato di casa la moglie, estrae una rivoltella, ma non volendo uccidere un uomo disarmato, getta a terra l’arma e sfida a duello il rivale. Quest’ultimo, andandosene di casa, si impadronisce della rivoltella.
Il duello ha luogo. L’amante, disarmato dal marito, lo uccide con la rivoltella; ne getta poi il cadavere in una botola della propria casa.
Dieci anni dopo, l’uomo si è fidanzato con la figlia dell’ucciso. Ma quando se la porta a casa e cerca di baciarla proprio nella stanza dove si trova la botola, il fantasma dell’ucciso gli appare e si interpone fra i due. Altre visioni continuano a perseguitare l’assassino, portandolo sull’orlo della follia: finché, per liberarsene, egli confessa il crimine commesso, mostrando alla giovane fidanzata il teschio del padre. Inorridita, la fanciulla lo abbandona.»(1)

Tutto qui? Insomma, l’assassino riesce a farla franca? Che fine fa il fantasma del titolo?

Agosto 1909, debutto nel genere criminale dalla Pasquali e Tempo con Una tragedia nell’ombra. Sentite che storia:

«Travolto da una disavventura finanziaria, l’unica via d’uscita che rimane all’imprevidente speculatore è che sua figlia sposi un banchiere. Per salvare il padre, e malgrado ami un altro, la giovane accetta. Ma il suo antico innamorato la convince a liberarsi del marito, avvelenandolo. Il banchiere, che ha visto la moglie manipolare l’infuso, si sacrifica per la felicità della donna e beve il caffé, morendo poco dopo. La moglie si avvicina alla finestra per invitare l’amante a raggiungerla, ma quando l’uomo entra in casa, è colta del rimorso e lo scaccia: rimarrà sola con il suo peccato.» (1)

… e con i soldi, aggiungo io.

Ma la giustizia che fine ha fatto? Non c’è l’ombra di un ispettore né di un carabiniere in questi film. La giustizia è a carico del rimorso, di qualche fantasma che, spesso, nemmeno riesce nel suo impegno poverino.

Andiamo avanti.

Ottobre 1909. Ritorno alla ribalta dell’Ambrosio ed Arrigo Frusta. Interpreti principali: Mary Cléo Tarlarini, Alberto A. Capozzi. Ancora una storia di amore, dovere, spionaggio, con la variante dell’onore… di morire:

Amore e patria
«La bella Maritza affascina (…) il tenente Di Nauteuil, che si fa consegnare un importantissimo documento, riguardante la difesa della patria. Ma, compiuto l’atto infame, il giovane ufficiale sente orrore di se stesso, corre dal suo comandante, gli confessa il misfatto e aggiunge: La donna è fuggita in automobile, ma io so la strada che deve percorrere. Bisogna inseguirla! Raggiungetela!, grida il comandante. E ordina a due ufficiali di accompagnare il tenente.
L’inseguimento incomincia. Le due automobili corrono con una velocità pazza. Ma gli inseguitori guadagnano terreno: appena pochi metri dividono le due macchine… la spia è raggiunta… quand’ecco apparire la frontiera.
La donna passa trionfante; ma gli ufficiali devono fermarsi davanti ad un drappello di soldati che spianano le armi. E piuttosto che tornare indietro prigioniero e disonorato, il tenente Di Nauteuil s’uccide con una pistolettata.»(1)

Lo stesso mese, la Cines presenta Amore sardo, interpreti Fernanda Negri Pouget, Orlando Ricci e Amleto Novelli. Come argomento non è molto originale, anche questo finisce per mancanza d’interpreti:

«E’ il rapido riassunto della storia di una fanciulla che, respinto l’amore di un giovane, viene da questo rapita e condotta in casa sua. I parenti di lei giurano di vendicarla, e invitano il giovane con una lettera ad un appuntamento. Il fratello di lei ed il suo rapitore si trovano di fronte, e qui ha luogo una tragica soluzione, per la quale la fanciulla resta vittima del colpo di fucile diretto all’amante e i due rivali precipitano nella lotta in un burrone. » (1)

I delitti cinematografici del 1909 finiscono con Il diritto di uccidere, un titolo suggestivo, lo stesso dell’opera teatrale di Arrigo Frusta, quella che andò in scena al Teatro Alfieri nel 1901, ma il soggetto è molto diverso:

«Lucio, che ha moglie e una figlia, trascura la sua famiglia. Sua moglie, che è al capezzale della figlia ammalata, vede Lucio fra le braccia dell’amante. Quando Lucio torna a casa, avviene una scena di gelosia. L’uomo decide di andarsene portando con sé il denaro. La moglie lo segue di nascosto fino alla casa dell’amante, e quando costei la scaccia, uccide l’amante del marito.» (1)

Le protagoniste femminili sono Lydia De Roberti e, ancora, Mary Cléo Tarlarini.

I delitti del 1909 sono troppi, al prossimo post per il 1910.

Note: 1. Aldo Bernardini, Il cinema muto italiano 1905-1909 – i film dei primi anni (Biblioteca di Bianco e Nero, Centro Sperimentale di Cinematografia, 1996)

Il cinema della cronaca nera

Nozze tragiche, film del 1906
La scena della proiezione sulla parete di fondo della soffitta in Nozze tragiche, 1906

Il cinema dei delitti, della cronaca nera,  è un classico intramontabile, un genere di successo fin dai primi tempi del cinematografo. C’è chi lo vuole nato in Francia, il cinema dei “faits divers”, secondo altri sarebbe nato in Inghilterra, altri ancora sono sicuri di attribuire agli Stati Uniti il battesimo… Ma io non voglio occuparmi adesso di questo “giallo” irrisolto, voglio parlarvi di come nasce questo genere nel cinema italiano.

In mancanza di prova contraria, i primi “delitti” del cinema italiano sono del 1906.

Ah, dimenticavo! Prima di “rivedere” questi film, sulla carta perché quasi tutti sono “scomparsi nel buio”, voglio chiarire che si tratta di storie ambientate nel mondo contemporaneo, contemporaneo del ‘900, storie scritte per il cinematografo, non trasposizioni dei classici della letteratura o del teatro

Uno dei primi film dovrebbe essere Nozze tragiche, prodotto dalla Cines di Roma nel 1906. Vi propongo la descrizione del soggetto in un famoso articolo di Giustino L. Ferri, pubblicato nella rivista La lettura, settembre 1906:

« una bella figliuola dell’Agro Romano, sedotta dal padrone. In assenza del padre l’ingenua villanella permette al signore di entrare nel tugurio; il vecchio ritorna improvvisamente, e il padrone se la svigna da una finestra. Ma nella fretta egli ha lasciato un indizio d’accusa, il suo carniere da cacciatore. Il vecchio maledice e scaccia l’imprudente figliuola, che ripara a Roma, dove il signore, giovine e ricco mercante di campagna, largheggia con lei in tutte le soddisfazioni della vanità e del lusso. Intanto è nata una bambina. Sarebbero felici, ma il signore deve prender moglie. Per liberarsi di lei, le offre un fascio di biglietti di banca, naturalmente rifiutati con quel nobile disprezzo che a teatro piace tanto alle persone più avide e meno scrupolose. Sopraggiungono i guai : la soffitta, la penuria, la malattia mortale della bambina. Il pensiero della derelitta vola angosciato all’infedele, che si apparecchia alle nozze. Una proiezione sulla parete di fondo della soffitta precisa questo pensiero in un salottino elegante, dove il traditore fa la corte alla ricca fidanzata. La bambina muore, e il coltello della tradita, che colpisce il seduttore mentre esce dalla chiesa dando il braccio alla sposa, giustifica il titolo di Nozze tragiche imposto alla composizione.

Mentre i quadri si succedevano, una brava donnetta popolana spiegava al marito le varie parti e le ragioni del dramma, dandogli anche notizie che rivelavano l’assidua frequentatrice di cinematografi.

— Guarda la sposa, — gli aveva detto alla scena della firma dei capitoli, — è quella che l’altra sera faceva Pierrot.

Alla fine, dopo la pugnalata, riassunse il suo giudizio in un’esclamazione sincera:

— Poveretta ! E che doveva fare con un assassino come quello lì?

Per lei l’assassino era l’assassinato. La sua pietà per la tradita era inesorabile per l’ucciso.»

Pare che sia il primo film italiano del francese Gaston Velle, contrattato dalla Cines, e si dice che fosse un rifacimento di un dramma che Velle aveva girato qualche mese prima per la Pathé Frères: Hyménée tragique, distribuito in Italia con il titolo Nozze tragiche, al punto che la casa francese accusò la Cines di concorrenza sleale. Il film fu proiettato al Cinema Moderno di Filoteo Alberini, che allora lavorava per la Cines come direttore tecnico.

A questo primo tentativo seguì qualche mese dopo, Onore rusticano, anche questo prodotto dalla Cines, anche questo firmato Velle, operatore Alberini:

«E’ un dramma rapido, caratteristico, che si svolge in piena campagna romana. Una giovane contadina ama follemente un carrettiere, il quale la tradisce con la moglie di un oste. Una lettera anonima svela alla disgraziata l’ignobile tresca, ed ella per vendicarsi decide di raccontare all’oste l’inganno di cui è oggetto per parte della sua infedele consorte. Un giorno, mentre molti contadini e contadine sono gioiosamente riuniti a bere ed a danzare nei pressi dell’osteria del villaggio, una tragica scena si svolge in fondo alla cantina dell’osteria. L’uomo tradito, che ha invitato il giovane carrettiere in quel luogo solitario, impegna con lui un terribile duello a colpi di coltello. Il carrettiere cade mortalmente ferito e l’oste si salva con la fuga. Tutti si fanno attorno alla vittima; la sua giovane fidanzata in uno slancio di dolore e di affetto vorrebbe abbracciarlo, ma egli la respinge per indirizzare un bacio alla sua amante. A questa vista la giovanotta, fuori di sé per l’ira e per la gelosia, afferra il coltello ancor tiepido del sangue del primo delitto e ferisce l’odiata rivale.» («Bollettino Cines», Roma, n. 11, ottobre 1906)

Frasi di lancio: «Questa cinematografia, che in pochi metri, condensa un dramma così ricco di passione e d’interesse, è destinata a duraturo successo e farà sempre la fortuna di ogni spettacolo cinematografico.» – «Splendida ed emozionante cinematografia della Cines.» (1)

Più o meno lo stesso mese di ottobre usciva nella sale La camorra napoletana, produzione Ambrosio e C. Torino, ambientato a Napoli:

« Film in tre parti.
1. Una povera madre abbandonata. – La prepotenza della Camorra che approfittando della miseria, vorrebbe affigliare alla Camorra il di lei bambino ancora in fasce. – Offrono perciò il pugnale, denaro e codice, emblemi dell’associazione. – Rifiuto sdegnoso della madre. – L’aiuto di un operaio onesto. – Dichiarazione d’amore. La minaccia del capo camorrista.
2. All’osteria di campagna. Il ballo ed il complotto dei camorristi.- Il gioco del tocco.-L’offesa.-La risposta.-La tirata di coltello.- Le guardie.- Duello rusticano.- Delitto.- Fuga.- L’inseguimento.- Lotta.
3. Alla propria abitazione.- Senza chiave.- La vendetta di Rosa.

Descrizione dei quadri da un programma del American Bioscope Roatto al Politeama Ariosto di Reggio Emilia, 6 ottobre 1906.

Frasi di lancio: «Scene drammaticissime della mala vita nei bassifondi sociali a Napoli». «Riproduce dal vero i fatti della vita napoletana.» (1)

Sicuramente mi sono persa qualche film, non è facile trovare la descrizione degli argomenti in questi primi anni di produzione italiana. Me lo fa sospettare il fatto che nel 1907 ho trovato soltanto due titoli. Nel primo, al delitto segue il rimorso, che uccide il colpevole:

Visione accusatrice, prodotto dalla Rossi & C. di Torino:

« Un uomo va a pescare e perde il suo berretto nel torrente. Il copricapo è trovato da un vagabondo, il quale, volendo poi rapinare un uomo di passaggio, nella colluttazione lo uccide. Il vagabondo perde sul luogo del delitto il berretto, che viene trovato dalla polizia: sul bordo c’è scritto il nome del proprietario e il povero pescatore viene quindi arrestato e messo in prigione. Mentre sta scappando, il colpevole fa una brutta caduta e rimane ferito. Nella situazione di abbandono in cui viene a trovarsi egli continua ad avere sotto i occhi la visione del delitto che ha commesso: e in punto di morte, egli confessa. Così il pescatore viene rilasciato e può tornare felice dalla sua famiglia. »(1)

Nel mese di giugno, esce sugli schermi Lo spettro, film delittuoso con un pizzico di cinema-horror, presentato nel catalogo della Cines come “film drammatico”:

« Un calzolaio avido di danaro uccide il padrone per derubarlo dei suoi risparmi, ma lo spettro dell’assassinato gli apparisce ad ogni istante, minaccioso, terribile. Vinto dallo spavento e dal rimorso lo sciagurato si suicida per trovar pace nella morte. »(1)

Nessuna traccia sull’argomento di parecchi film “sospettosi” prodotti nel 1908, che portano titoli come: Amore e morte, Il bandito nero, Fatti di cronaca, Giusta vendetta, Il redivivo, Sepolta viva, La vendetta di una morta.

L’orfanella dell’assassinato, prodotto dalla Cines nel dicembre 1908, incontrerà, o meglio si scontrerà con la censura nel 1914, al film venne revocato il permesso di circolazione:

« Un soldato, in un accesso d’ira per una ramanzina che ritiene ingiusta, uccide il suo ufficiale superiore. Dopo due anni di prigione, riesce a evadere e si aggrega a una banda di ladri. Ma quando i malviventi rapiscono la figlioletta dell’ufficiale per chiedere un riscatto, l’uomo, in un soprassalto di rimorso, la libera a rischio della sua vita e la riconoscenza della madre. La donna gli perdona i grande dolore inflittole con la morte del marito. »(1)

Arrivati al 1909, la casa Ambrosio di Torino scommette decisamente per il cinema “delittuoso”, lanciando sul mercato, insieme alla Serie Oro, la Serie Nera.

Ed è arrivato, anche, il momento di parlare di uno dei grandi sceneggiatori del cinema muto italiano: Arrigo Frusta, pseudonimo di Sebastiano Augusto Ferraris, nato a Torino il 26 novembre 1875.

Svogliato studente di giurisprudenza, pubblica il primo articolo su La Gazzetta del Popolo a soli 19 anni: Il premio della bontà. Dal titolo di questo articolo nessuno sospetterebbe quello che può uscire dall’effervescente penna del giovane aspirante letterato. Una delle poesie pubblicate nella raccolta: L’esposission del 1898. Sonet birichin gli procura un’imputazione di offesa alla morale. Lo stesso anno debutta come autore teatrale, e nel 1901 va in scena al Teatro Alfieri di Torino Il diritto di uccidere, la storia di un avvocato innamorato di un’affascinante demi-mondaine, che sceglie il suicidio quando scopre che lei è sua sorella.

Licenziato dalla Gazzetta del Popolo nel 1908, Arrigo Frusta è assunto come responsabile dell’ufficio soggetti da Arturo Ambrosio. (2)

Ci vediamo con Arrigo Frusta e la casa Ambrosio nel prossimo post.

Note: 1. Argomenti dei film, Aldo Bernardini, Il cinema muto italiano 1905-1909 – i film dei primi anni (Biblioteca di Bianco e Nero, Centro Sperimentale di Cinematografia, 1996) “. 2. Per le informazione su Arrigo Frusta, Silvio Alovisio, Voci del silenzio – La sceneggiatura nel cinema muto italiano (Museo Nazionale del Cinema – Il castoro, 2005)

Da Giovanni Battista Della Porta al Film Latino

Esposizione Internazionale di fotografia, ottica e cinematografia. Torino, 4 giugno 1923

L’origine e lo sviluppo della Cinematografia nella conferenza di Louis Forest

Giovanni Battista Della Porta
Giovanni Battista Della Porta – Natural Magick

Anche questa conferenza, che ebbe luogo la sera del 3 corr. all’Esposizione fotografica, è meritevole di particolare rilievo. Louis Forest è uno dei più noti e brillanti articolisti del Matin. Ma oltre a questa sua particolare attività egli è colto, nel senso più esteso della parola, nell’arte cinematografica della quale intravvede amplissimo orizzonte nel campo della cultura in genere e della propaganda. E tenne una briosa conferenza, che non costituisce soltanto una curiosità d’occasione, ma un vero riassunto di materia scientifica e di applicazioni pratiche.

Presentato dal collega dottor Mario Bassi, che portò con nobili e simpatiche parole il saluto dell’Associazione della Stampa Subalpina e della Giunta Esecutiva dell’Esposizione — rappresentata dal cav. Giorgio Ceragioli e dal cav. Uff.. Edoardo Ratti —, l’oratore volle premettere alla sua disamina un ricordo storico: la camera oscura che fu inventata dall’italiano G. B. Porta. « Senza l’invenzione del Porta — proseguì l’oratore — non sarebbe stata possibile quella del Daguerre: in altre parole, non esisterebbero la fotografia e la cinematografia. Basta questa affermazione a dire tutto il valore della scoperta in cui si trovò felicemente associato il genio latino ».
Quale sia stato il successivo svolgimento del cinematografo, dai primi esperimenti ad oggi, il Forest rievocò con viva parola, colorita di ricordi, di spunti e di osservazioni argute. Ma, attraverso l’arguzia, tutto il processo di perfezionamento si chiariva davanti all’uditorio attentissimo.

Una delle più delicate applicazioni cinematografiche — quella didattica — ha richiamato l’attenzione del Forest, il quale vi dedicò studi ed esperimenti, ritraendone una messe di utilissime osservazioni agli effetti dell’insegnamento. Egli insistette in special modo sulla portata pratica della cinematografia scolastica, mettendo in rilievo i grandi risultati che sono stati ottenuti.

Risalendo dal fenomeno particolare a quello generale, l’oratore si soffermò sulla crisi di arresto che travaglia l’industria francese ed italiana. E’ possibile superare questa crisi? L’oratore afferma risolutamente di sì, purché i Paesi latini sentano il vincolo della sacra unione la quale può fare in modo che ottimi mercati di sbocco possano essere aperti, dove possono continuamente rifluire il lavoro e l’industria cinematografica. « Bisogna volere — conclude con forza il Forest — questa alta, concorde volontà latina, che sarà vittoriosa contro ogni difficoltà ».

Il pubblico numeroso, il quale aveva ascoltato con profondo interesse la bella conferenza, salutò la conclusione con un vivissimo applauso.

Purtroppo è mancato il clou del trattenimento che doveva consistere nella film dal titolo « Sulle origini del cinema », quasi a documentare gli argomenti svolti dal conferenziere. Fu invece proiettata una magnifica cinematografia del Tonkino, che il pubblico ha visibilmente gradito.

A Louis Forest venne, in seguito, dalla giunta Esecutiva offerto il champagne d’onore, che diede luogo a rinnovati auguri per la prosperità e per la più intima intesa delle due Nazioni latine.

Notiamo che quest’ultimo intento è nei propositi di Louis Forest, il quale tende alla costituzione del Film latino, mentre dovrebbe concorrere alla soluzione dell’attuale crisi cinematografica, diventerebbe mezzo efficace di propaganda.

Degna iniziativa, dunque, di un giornalista scienziato quale è il Forest. Ad onore di lui diremo ancora che egli è valente autore teatrale; il Procureur Hallers è un suo lavoro, che il cartellone dell’Odéon riporta da tempo, e prossimamente verrà anche rappresentata una traduzione in versi del Faust di Goethe, alla quale il Forest attende con la versatilità dell’ingegno che gli è dote preclara.
(Gazzetta del Popolo – Torino, 4 giugno 1923)

Nel congresso della Stampa Latina che si era svolto a Lione qualche settimana prima, dopo aver riconosciuto al cinematografo “il suo grande merito di civiltà”, e dopo un esame della situazione – critica – industriale e commerciale in Italia, Francia e la Spagna, in confronto al mercato tedesco e americano, si stabilì un piano di azione “che valga a controbilanciare le forze avversarie e possibilmente a superarle”. Questo piano era la creazione del Film Latino:

vetro lanterna magica (Archivio In Penombra)
vetro lanterna magica (Archivio In Penombra)

Ritenuto il cinematografo uno dei mezzi più idonei per l’intesa fra i popoli, ne consegue, come prima necessità, lo sfruttamento di esso per un’intesa tra i popoli latini.

In base a tale accordo, devono essere stabilite le norme generali che varranno per tutta la produzione, la quale andrà per il mondo sotto il nome di produzione latina; ma ogni nazione dovrà creare un tipo proprio, che, data però l’affinità fra i vari produttori, non sarà molto dissimile da quello ottenuto in un altro Paese. La fisionomia sarà presso che uguale, ma varieranno l’intonazione, le sfumature, i motivi particolari, senza che per questo sia alterata la linea fondamentale, la quale rispecchierà la mentalità, comune ai popoli latini, che avrà ispirato le varie opere. Come notammo più volte, ogni popolo ha una sua particolare figura che è determinata da un particolare modo di sentire e di vedere; ora, se le differenze sono leggere tra Paesi che ebbero comune l’origine, diventano notevolissime tra il ceppo d’una popolazione e quello d’un altra.

Infatti, per convincersene, basta osservare ogni aspetto e ogni manifestazione della vita sociale e spirituale delle genti di razza latina, e confrontarli con quelli corrispondenti della vita dei popoli germanici; si constaterà che non si tratta di semplici sfumature o atteggiamenti, ma di profonde e sostanziali differenze, che sono l’indice indiscutibile d’una mentalità tutt’affatto diversa. Invano si potrebbe tentare di colmare l’abisso, o spianare la montagna che ci separa: dotati d’una diversa struttura spirituale, ciascuna delle due grandi famiglie esplica la propria potenzialità secondo un sistema suo proprio, guidato da una concezione tutta particolare, per cui deriva un complesso diversissimo di prodotti materiali e culturali, ognuno dei quali reca l’impronta speciale che gli artefici ebbero ad imprimere, seguendo le proprie tendenze naturali e le proprie abilità acquisite. Tale contrasto si rivela particolarmente nell’opera cinematografica, sintesi completa di tutte le facoltà spirituali e tecniche. Non vale dire: la produzione tedesca è superiore, oppure: è superiore la produzione latina.

vetro lanterna magica  (Archivio In Penombra)
vetro lanterna magica (Archivio In Penombra)

Emanazioni di diverse razze, recano in sé un diverso spirito, una diversa sostanza; eredi di due mentalità formidabili, che diedero e l’una e l’altro dei giganti nel campo dell’arte e in quello della scienza, non debbono essere come due forze in agguato, levantisi in armi per sopraffarsi l’una con l’altra; bensì come due elementi dissimili, opposti, forse, ma non antagonistici, perché l’uno e l’altro non sono che il riflesso del gran prisma della cultura e del lavoro. Perché dunque una di queste forze, entrambe positive, dovrebbe essere condannata al soverchiamento da parte dell’altra!

In fatto d’arte non può trattarsi della morte di nessuno., ma della vita e dell’incremento di tutti: ognuno ha un suo particolare pregio da far rifulgere, che è bene sia dato all’umanità di conoscere ed apprezzare.

Quindi, poiché vi è una produzione — restando nel nostro campo dell’Arte muta — spiccatamente germanica ed una produzione spiccatamente americana, è doveroso che esista una produzione latina, che rispecchi la mentalità e l’attività latina.

Questo, ripetiamo, deve essere: a fianco del dinamismo e dell’eclettismo individuale americano, accanto al tecnicismo germanico, devono figurare la finezza, l’intensità e l’intelligenza latina. Perciò riteniamo che la creazione del film latino sia cosa non soltanto ottima, ma necessaria, e siamo lieti di constatare che tra i fautori dell’auspicata innovazione sia uno dei nostri migliori creatori : Carmine Gallone, artefice coscienzioso che all’arte muta attende come ad un apostolato.

Intendiamoci però; stabilita la bontà, anzi, la necessità del principio, non significa ch’esso debba venire applicato esclusivamente; le ragioni ideali non debbono mai essere disgiunte da quello commerciali. Quindi, mentre da un lato si attende alla creazione del film latino, che sarà l’espressione di tutto il complesso quadro delle attività dei popoli occidentali, e che non potrà di colpo conquistare terreno ed imporsi, non si dovrà negligere quella produzione ch’è una specie di denominatore comune, a cui non possono sovrastare ragioni particolari etniche; ma che, ispirata ad un concetto — artistico generale, non è la rivelazione di dati temperamenti, ma, anzi, presenta certi caratteri di duttilità, per cui può venire, come sostenemmo nello studio dello scorso numero, adattata ai gusti diversi di vari pubblici del mondo. Anzi, questo genere di produzione, che avrà sempre modo di far emergere il valore degli artisti nazionali e di crear loro un pubblico, data appunto la sua facile accessibilità per la mancanza di urti… folkloristici, potrà preparare la strada ed agevolare il cammino al film latino, in cui appariranno, in una sintesi meravigliosa, le virtù artistiche e la potenzialità costruttiva della nostra razza. E questo film servirà, se ci si uniformerà per la sua costituzione al programma tracciato al congresso della Stampa Latina, allo svolgimento d’una vera propaganda della civiltà latina, la quale, mediante il cinematografo, dovrà venire conosciuta ed apprezzata nella sua storia, nella sua evoluzione e negli usi e costumi dei popoli; dovrà rifulgere ne’ suoi insegnamenti, ne’ suoi slanci e ne’ suoi eroismi.

L’opera dovrà essere compiuta con la più alta coscienza in ciascuna Nazione, e ad essa, ch’è una vera e propria ricostituzione su basi ideali, dovranno collaborare tutti i grandi scrittori ed i grandi artisti; nessuno deve sdegnare di offrire il proprio contributo, poiché deve sentire che il suo lavoro sarà un elemento per la edificazione d’un gigantesco monumento: l’affermazione d’una razza, che sente la forza delle proprie virtù ed il diritto di farle valere e riconoscere. Tutti gli sforzi, che ogni singola nazione compirà, dovranno poi essere coordinati in modo da rispondere al fine unico, cioè la creazione di lavori, che siano la valorizzazione della Latinità. Ogni Paese vi concorrerà secondo le proprie forze, ma dev’essere in tutti il convincimento che nessuna energia andrà dispersa, perché tutte saranno raccolte nel grande crogiuolo, in cui dovranno formarsi le opere, le quali varranno a dimostrare la tenacia d’un mondo che fu unico e dominatore, e che non oscilla e non resta secondo a nessun nuovo sopravvenuto.

(La Rivista Cinematografica, Torino 10 maggio 1923)