Corriere del Cinematografo Maggio 1912

Souvenir Postal Cards Vitagraph Players, maggio 1912
Souvenir Postal Cards Vitagraph Players, maggio 1912

Filoteo Alberini di Roma ha fatto brevettare in Germania un nuovo apparecchio cinematografico nel quale è riunito l’apparecchio cinematografico con una camera panoramica che da delle immagini cinematografiche di una larghezza d’angolo superiore ai 110°.

La réclame della Vitagraph Comp. in favore dei suoi artisti e delle sue films è assai pratica. Essa fa stampare una grande quantità di cartoline illustrate con i ritratti dei suoi artisti più popolari e le vende al pubblico a poco prezzo: una collezione di 20 per circa 60 centesimi. Questa innovazione è la migliore prova dell’interesse enorme che il pubblico americano ha non solo per la cinematografia in generale, ma anche per i suoi artisti, i quali, quantunque muti, acquistano una fama mondiale.

Album per vedute cinematografiche. Quest’idea assai originale ci viene, s’intende, dall’America, ove Mr. e Mrs. Daniel-Marvin di New York si sono fatti cinematografare durante il matrimonio. Altrettanto intendono fare per tutti gli avvenimenti importanti che avverranno nella futura famiglia, in modo che essi stessi ed i loro figli potranno nelle ore di ozio leggere, come in un libro illustrato, la loro vita passata. E’ semplicemente l’applicazione alla vita privata di quanto alcuni Stati e città (Amburgo, Brema) hanno già fatto per il loro paese ed i loro abitanti.

I guadagni dei teatri cinematografici debbono raggiungere somme ben considerevoli, se si giudica dai fitti che si pagano per i locali. Cosi ci consta che un cinema di una grande città d’Italia che sei anni fa pagava ancora lire 4000 annue, paga ora per il medesimo locale lire 35.000. Un altro cinema di un’altra città che ora si vende per 100.00 lire paga per solo fitto annuo anticipato lire 45.000.

Il triplo cambiamento dei programmi nei teatri cinematografici. La caratteristica dei cinema è anzitutto la facilità con cui sanno attirare il pubblico e tenerlo lontano dai teatri. In questo solo punto tutti i teatri cinematografici vanno perfettamente d’accordo. Ma non mancano poi le disparità di vedute, ad es., sulla frequenza del cambiamento del programma. Scrive un personaggio assai conosciuto nell’ambiente cinematografico di Berlino: «Un cinema con triplo cambiamento di programma settimanale non è un teatro, ma una sala d’aspetto, che all’esterno perde di serietà per la sua troppo mutevole réclame e nell’interno è nella impossibilità di curare l’arte e l’armonia. Noi condanniamo — così dice l’autore nel suo invito all’assemblea di protesta — il triplo cambiamento settimanale del programma dappertutto anche nei centri minori, così pure il duplice cambiamento nelle città con più di 15.000 abitanti». La protesta di questo signore avrà poca probabilità di risultato, poiché esso sarebbe contrario anzitutto all’interesse dei fabbricanti.

Il primo cinematografo ufficiale al servizio della scuola tedesca, è quello che funziona regolarmente nella scuola elementare di Zella-St. Blasii (Turingia). La scuola ha fatto con spese considerevoli i necessari acquisti e se ne serve regolarmente per la geografia e la storia naturale. A Bonn il partito socialista dell’Amministrazione Comunale ha proposto l’acquisto di un cinematografo a spese del Comune per scopi pedagogici. Nello Stato di Connecticut si è deciso l’acquisto dei cinematografi su vasta scala per tutte le scuole che saranno munite di apposite sale di proiezione.

L’Elektrizitätsgesellschaft « Sanitas » di Berlino ha costruito un apparecchio assai interessante per i fotografi: un generatore d’aria calda e fredda: « Fon », di piccole proporzioni e del peso di soli 950 grammi. Questa specie di ventilatore, in alluminio, si impugna come un « revolver » o si fissa su apposito piedestallo. È mosso elettricamente ed è munito d’un interruttore per aria calda e fredda: il consumo d’energia è minimo e la corrente — che si può intensificare o diminuire, a seconda, con piccoli moderatori facilmente applicabili — può essere fornita da qualunque attacco murale o da lampada comune ad incandescenza. In fotografia, questo apparecchio serve come prosciugatore : infatti la corrente d’aria generata, concentrata e diretta opportunamente, favorisce mirabilmente l’evaporazione e l’essiccamento: lastre, pellicole, stampe, sottoposte al soffio caldo, asciugano in pochi secondi, senza alterazioni di sorta. Il risparmio di tempo, naturalmente, con la notevole accelerazione nei processi produttivi, permette una maggiore utilizzazione dei macchinari e degli impianti fissi.

Una curiosa applicazione del cinematografo, che fa pensare a futuri fantastici sistemi, è quella adottata dal municipio di Berlino. Avendo scoperto irregolarità negli incassi delle tasse per il culto, esso ha fatto fotografare i 30.000 fogli circa, che compongono i registri dei ruoli, su di una film che risultò lunga circa 60 metri. Essa verrà letta mediante un apparecchio speciale con lente d’ingrandimento e, per le sue piccole dimensioni, può essere tenuta in una cassaforte. Terminato il lavoro in 4 giorni, con una spesa d’impianto di 5000 marchi e 800 d’esercizio, le liste sono passate nelle mani degli esattori. Oltre ad una grande facilitazione di controllo, il municipio ha trovato anche un guadagno nella forte diminuzione di spesa per la copiatura delle liste. Ecco dunque il cinematografo anche negli uffici della burocrazia!…

Secondo un’informazione del Corriere della Sera, il Papa ha permesso l’uso del cinematografo nelle chiese, previo permesso del vescovo e a condizione che il S. Sacramento sia ritirato dalla chiesa; questa sia sempre illuminata salvo durante le proiezioni, le donne siano separate dagli uomini ed il curato sorvegli attentamente la situazione.

Santarellina, Società Anonima Ambrosio 1912

Santarellina, Società Anonima Ambrosio 1912
Santarellina, Società Anonima Ambrosio 1912

Tenere il pubblico per circa un’ora attento, farlo divertire, provocare un’ilarità schietta, sana, con mezzi di una semplicità veramente unica, ecco il miracolo che Casa Ambrosio ha saputo compiere!

La scelta della produzione, non poteva essere migliore: il brio indiavolato, tutto francese, anzi parigino che sprizza dalla graziosa eroina, educanda, cantante, amante, sposa; tutto quel che si vuole nel limite dell’onestà, più meno convenzionale, una commedia insomma -che non è ancora una pochade, ma la rasenta con garbo; che ad ogni modo è una trovata giustificante appieno il mondiale successo con cui continua a percorrere i teatri, – e ora i cinematografi – dei due emisferi – tale produzione, diciamo, non poteva avere rivali come première d’inaugurazione, per la sua trama festosa che fa buon sangue e aggiunge coi suoi sani sorrisi, un filo per quanto tenue, al tessuto sottilissimo della vita.

Santarellina, dunque, è un capolavoro, e quello che più conta, un capolavoro di comicità, e tutti sanno che far ridere senza parole e senza pagliacciate, è l’arte più difficile che ci sia.

Gli ambienti di Santarellina, sono ambienti veri, autentici, quadri di una chiarezza e di una luminosità indovinata.

Dalla fotografia non ne parliamo: è fotografia di Casa Ambrosio. E gli artisti? Gigetta Morano, nella parte della protagonista, fu un’interprete perfetta, di una grazia e di una furberia da far venire la voglia matta di baciare… il quadro che la riproduceva. Ercole Vaser, nella non facile parte del maestro Celestino, fu di una naturale ed eccellente comicità. Ah! Come si ride di gusto a vedere il disgraziato Floridoro nelle diverse sue critiche situazioni! Tutte le volte che Vaser si muove scoppia nel pubblico una risata fragorosa. Questo attore in un attimo si è rivelato un prezioso elemento e non sappiamo perchè la Casa Ambrosio abbia aspettato fin’oggi a farlo conoscere ai pubblici di Europa; da parte mia, su queste colonne gli invio un elogio spassionato, come critico e come amico. Il Bonnard, veramente corretto e bello – oh! Si, bello! E glielo possiamo dire noi che siamo uomini, e quindi al sicuro dalle sue languide occhiate e dai suoi sorrisi irresistibili.

E formidabile il Maggiore di Chateau-Gibus, lo Zocchi ch’è di una severità e di un temperamento così collerico da far… schiattare dalle risa?

Aggiungiamo a costoro la signora Gobbi, molto bene nella parte di Madre Abadesa, la signora Brioschi (Corinna) e tutti gli altri che nella film presero parte lavorando, con impegno ed abilità senza pari.

Ci permetta l’egregio Caserini di stringergli fortemente la mano: sapevamo già quanti meriti egli abbia ma Santarellina ci ha entusiasmati ed è lui che con pazienza e vero sentimento artistico l’ha saputa dirigere e condurre al trionfo.

La messa in scena è accuratissima; gli sfondi, i contorni, sia dei quadri esterni che degli interni fanno denotare il gusto squisito del buonissimo operatore Scalenghe, al quale rivolgiamo anche la sua parte di lode augurandoci che la valorosa Casa Torinese ci dia presto un altro di questi lavori, che riempe oggi di ammirazione i pubblici d’Italia e dell’estero.

Ego.

Santarellina Ambrosio 1912

L’azione è desunta dalla celebre operetta, ma l’intreccio è in questa cinematografia mirabilmente complicato e migliorato attraverso una ad una fuga di quadri logica e serrata che non stanca ma trascina il pubblico. L’azione consta di tre parti: nella prima Denix parla attraverso il pudibondo paravento conventuale con Fernando l’ignoto fidanzato; è affidata all’ipocrita maestro di musica Celestino che la deve condurre a casa. Nella seconda sostituisce l’attrice scioperante, debutta e trionfa nell’operetta di Celestino Floridor; va in caserma, si traveste da ussaro, balia con Fernando, prende la lezione di equitazione; nella terza infine ritornata educanda, parla con Fernando, e questa volta senza paravento… Essi s’intendono al volo e Fernando presenta in un magnifico quadro finale al pubblico la sua fidanzata educanda, attrice, cavallerizza ad un tempo.

Santarellina è una Mascotte: porta fortuna a tutte le persone che hanno l’astuzia o il buon senso di ingraziarsela. Nata a Parigi, nella città diabolica per eccellenza, diede lustro e fortuna a qualche dottrina di maestri Floridoro e di educante Nitouche; trasmigrata in Italia, toscaneggiata in Santarellina e napolitanezzata in Santarèlla, offrì cartelle di rendite a Novelli e una villa a Scarpetta; tradotta dalla ribalta al panno bianco del cinematografo riconferma e sanziona definitivamente la gloria e là fortuna della casa Ambrosio. Inutile discutere e sofisticare: qui ci troviamo di fronte all’opera imposta; e sarebbe ridicolaggine e stoltezza voler fare la critica al capolavoro. E badate, lettori: io non ho perduto il senno al punto di dichiarar capolavoro quella commedia stranissima e spesso inconcludente che ha suoi protagonisti un’ educanda troppo astuta e un organista troppo scemo, e le cui vicende si svolgono e si concludono solo o in forza della volontà o del capriccio di due autori capiscarichi, ostinati a mettere assieme un sacco e una sporta di allegre diavolerie per cavarsi il gusto di esilarare il prossimo e di far soldi a palate. In Santarellina, l’arte non entra, né per diritto ne di traverso: è una pochade: cioè una cosa lontana dalla logica e del senso comune : uno scherzo composto per far quattro risate e per assestare ancora un calcio alla verità e cacciarla dietro le quinte. Nulla di più stolto e irragionevole dell’avventura di quell’organista e di quella educanda : unico pregio di Santarellina — se di pregi si possa parlare — è quello di aver visto, pur se con lenti d’ingrandimento, il tipo di quella monacella indiavolata che sa cosi stupendamente menar pel naso il piccolo mondo che le si muove attorno. Ed è appunto in questa scoperta di un carattere umano devastato e deformato della caricatura la ragione della smisurata fortuna che ha arriso e tuttavia arride a Sàntarellina. Mettiamo quindi, da canto 1’opera considerata in se stessa e nelle sue relazioni con 1’arte; e occupiamoci qui della riproduzione cinematografica, che a parer mio, costituisce la massima fortunata audacia della ditta Ambrosio.

Audacia notevole, specie in questi tempi in cui l’arte del cinematografo è oppressa e corrotta dal malanno del dramma a fortissime tinte e di interminabile metraggio. Ci vuole una buona dose di coraggio; e una grande fiducia nella bontà di un programma che ha scarsi seguaci per lanciare sul mercato cinematografico, tutto invaso dagli applauditi e proficui orrori di drammacci interminabili complicati e sanguinolenti, una commedia allegra, e per giunta in tre atti, e per giunta ancora tenue e parca nei suoi partiti comici. Al cinematografo si tollera il film comico, pur che sia breve e saturo delle più inverosimili buffonate del sig. Cretinetti e del sig. Tontolini; non si resiste a lungo, se non a patto di mantener desto e vigile lo spirito dello spettatore mediante un intreccio complicato, tenebroso, commovente, e che si risolva tragicamente. Vincere di questi tempi con i tre atti di Santarellina, nei quali non c’ è ombra di interesse e anche il comico o è stupido o a fior di pelle, significa trionfare per ragioni estranee al contenuto della pièce : non per le virtù sostanziali, ma per quelle ulteriori della cosa rappresentata. E’ l’ultimo felicissimo successo della Ambrosio è appunto dovuto alle qualità formali del film di Santarellina : un vero innegabile e indiscutibile prodigio di riproduzione fotografica e d’ interpretazione. Gli ambienti a traverso i quali l’azione si svolge sono scelti e arredati con aristocratico buon gusto specie la scena del giardino dell’educandato e l’altra del teatro in funzione costituiscono due manifestazioni sorprendenti di verità. Fotografie irreprensibili, curate con vero cuore di artista fino nei più remoti e trascurabili particolari. Non risparmiarne la lode alla ditta Ambrosio, la quale ci aveva del resto , abituati a simili spettacoli di precisa e luminosa bellezza. L’interpretazione è, come ho detto più innanzi, perfetta : di una sobrietà, di una sicurezza, di una fusione esemplari : specie i tipi di Santarellina e di Floridoro sono incarnati e mossi in modo mirabile.

Santarellina merita il lieto gran successo riportato. Essa è sopra tutto e innanzi tutto, una bella e coraggiosa eccezione di semplicità nella regola ingombrante e asfissiante di una cinematografia nutrita di tutti i veleni e di tutti gli orrori della più detestabile cronaca nera.

Thérèse Raquin, Deutsche Film Union 1928

Thérèse Raquin, DEFU 1928
Thérèse Raquin, DEFU 1928

Drame tiré de l’œuvre d’Emile Zola. Metteur en scène Jacques Feyder. Protagonistes: Gina Manès, Jeanne-Marie Laurent, H. A. Schlettow, Wolfgang Zilzer.

C’est d’abord la vie des petits bourgeois de Paris, leur intérieur, leur vie, leurs plaisirs médiocres. Puis dans ce cadre gris et paisible, toute l’horreur du crime et du remords, la tragique vie de deux meutriers rivés l’un à l’autre par leur commune faute, le calvaire d’une mère paralysée forcée de vivre à la merci des assassins de son enfant: impassible témoin, vivant remords; telle est la base du roman du film.

«Qu’on est loin des photographies éclatantes de lumière et de somptuosité de la première œuvre de Feyder: L’Atlantide!

Dans Thérèse Raquin, le milieu simple et fruste est évoqué en teintes sombres, admirablement compréhensives, qui rendent plus atroces, plus épouvantables d’horreur les scènes du crime et celles, grandguignolesques, mais splendides de réalisme, du remords des deux complices.

Voici l’interieur modeste des jeunes époux, la lampe à gaz et sa lumière pauvre. Quel modelé cet éclairage si artistement choisi donne aux traits des différents personnages en cause!
(…)
Parlerons-nous des décors, sobres, si puissants dans leur simplicité? Le passage du Pont-Neuf, «sorte de corridor étroit et sombre», est rendu tel que. Voyez la description de Zola, voyez l’œuvre, aussitôt l’harmonie, la synthèse parfaite du roman et de son adaptation cinégraphique vous séduit. Pas de faute. Une peut-être, celle d’avoir décalé (pour quelles raisons majeures?) la crise de paralysie de Mme Raquin qui devait suivre immédiatement la mort de son fils et non survenir après les révélations des assassins. Mais, pour un si mince accroc à l’œuvre, peut-on renier les beautés innombrables d’une étude de mœurs, de tempéraments plutôt, qui vient enrichir l’écran international d’une construction vraiment bien édifiée.
Le découpage savant ne fatigue pas, et toute la première partie du film est un long cas psychologique scrupuleusement traduit.»
(M. Despa)

(immagini e testi dalla guida pubblicitaria del film, 1928)