La cineteca di Guido Guerrasio e G. Luigi Mele

Ma che fine hanno fatto questi film ? (e sicuramente molti altri)

Milano, marzo 1947
Si è svolta recentemente, alla Casa della Cultura, una manifestazione retrospettiva di eccezionale interesse, il cui programma comprendeva film realizzati fra il 1896 e il 1911. Per la prima volta nella storia ormai non più breve delle retrospettive italiane un pubblico di amatori ha potuto vedere sullo schermo, proiettato da. una macchina originale dell’epoca, che Guido Guerrasio personalmente fece funzionare a mano in mezzo a una folla scomposta che nella non vasta sala cercava il più impossibile angolo per vedere, film di Georges Méliès, di Louis Feuillade, di Romeo Bosetti, del primissimo Max Linder, Di Méliès, l’uomo che al cinema seppe, per il primo, dare lo spirito della fantasia assoluta, sono stati proiettati « La danza serpentina », « Metempsicose » e « La fata Primavera ». Il primo è una specie di esorcismo, per cui da alcuni bracieri escono ballerine a frotte e dopo una danza di straordinario effetto coreografico segue la loro trasformazione in fiammelle, anch’esse danzanti sul pavimento. Il secondo, che forse è la diretta trasposizione di uno di quegli straordinari spettacoli di trasformismo che il Méliès teneva sul finire del secolo scorso nel teatro Robert Houdin di Parigi, costituisce già quasi un vero e proprio racconto. Su un fondo di perfetto stile floreale appare una statua, collocata da una donna su un piedistallo; il busto si anima, si trasforma in una grande corona di fiori, i fiori diventano ballerine, finché una nuova dissolvenza fa apparire una grande viola da cui esce la testa di una donna con parrucca. Dopo una divagazione di particolari, in cui ballerine diverse portano ali di libellula, drappi con insegne astronomiche, si arriva al punto decisivo della «metempsicosi»; si forma una grande rosa dai cui petali esce una bambina. Entra la donna, preleva la bambina e la porta con sé; appare allora ,un grosso cavolo, un cavolo perfetto come il movimento a trucco che fa uscire da quelle foglie rugose un piccolo maschietto piangente. Entra in campo la medesima donna, raccoglie il bambino, vezzeggia i pupi e li mostra soddisfatta al pubblico, sorride, s’inchina e scompare. Meno ingenua e più « poetica », la storia della Fata Primavera, in uno scenario invernale, dove la neve cade sulle scene di cartone dipinte senza che nulla sembri falso, la fata entra nella casa di due sposi non più giovani sotto forma di vecchietta mendica. Viene accolta con spirito di carità, le danno da rifocillarsi, la colmano di premure. La fata esce nel giardino degli sposi; qualche tocco, e invece di neve è una pioggia di fiori; anche la vecchietta è diventata uno splendore. Fatto un fascio dei fiori che cadono dal cielo, la fata lo dona agli sposi, stupiti e commossi. La fata scompare, il mazzo di fiori si trasforma in un bambino, premio alla ospitalità gentile degli sposi e consolazione alla loro tristezza. L’importanza storica d! questi film è evidente, e l’insegnamento del loro linguaggio può andare al di là della semplice cronaca, se si pensa agli effetti che questo tipo di cinema ha avuto (su Walt Disney, per esempio) e ancora oggi potrebbe avere su un indirizzo fantastico e irreale.

I primi film comici d’una certa entità e metraggio (100 metri come massimo) non sono stati meno apprezzati. Sono riapparse senza macchia le antiche avventure di Rosalia (la grassa interprete di tanti filmetti di quel periodo) e di Little Moritz: particolarmente bello e « Little Moritz rapisce Rosalia », realizzato nell’11 da Romeo Bosetti in Francia: qui il montaggio delle azioni ha già un carattere pieno e solido di avventura, e le trovate, molte e tutte ancora fresche, addirittura nuove ed inimmaginabili alla maggior parte del pubblico, rivelano nel cinema di allora una fonte inesauribile, un tocco popolare di divertimento che oggi può dirsi definitivamente scomparso; e, al più, tanto modificato da non riconoscersi nulla o quasi del filone originale. Louis Feuillade è stato presente nel programma con uno di quei film che servirono di preparazione per il posteriore « Fantomas »; interprete è il bambino prodigio Bebé Abelard, e l’avventura, che sta fra il comico e il poliziesco, ha per titolo « Bebé ha del sangue freddo ». Schietto divertimento per un film di Babylas, tipico protagonista di avventure paradossali. L’eredità d’una, pantera, che è poi un cane truccato e con coda dipinta, gli porta come conseguenza un seguito esilarante di inconvenienti.

La serata si è chiusa con la proiezione del primo film di Max Limder, « La première sortie d’un collegien » (Il primo sigaro), realizzato nel 1905 e per il quale il comico francese percepì un utile di venti franchi. Il pubblico ha accolto la proiezione con un deciso applauso, dimenticando di avere dovuto seguire lo spettacolo in condizioni difficili: dal tavolo su cui era piazzata ila macchina-cimelio si videro sgattaiolare spettatori che avevano seguito la proiezione sdraiati in terra, mentre almeno duecento persone dovettero rinunciare a entrare in sala. Il richiamo della manifestazione, superiore ad ogni previsione, riuscì a travolgere ogni organizzazione; in fondo, una prova consolante, perché sta a testimoniare che l’interesse per ii cinema retrospettivo aumenta di giorno in giorno.
Il Cronista

Dalle descrizioni, due film (vedi foto) non sono di Méliès, ma di Segundo de Chomon. Comunque: che fine hanno fatto i film di questa cineteca?

La battaglia di Sidney Street 1911

Il ministro Winston Churchill
Il ministro degli interni Winston Churchill, secondo a sinistra, durante la "battaglia"

Un post su questo argomento è stato pubblicato nel sito The Bioscope qualche giorno fa, e non ho potuto resistere la tentazione di fare qualche ricerca su come era stato “presentato” un evento simile nell’Italia del 1911. Non ho trovato dati sui diversi “dal vero” girati dalla British Pathé, Gaumont, ecc, soltanto alcuni articoli sulla stampa periodica, forse i dal vero non sono usciti in Italia.

Nel post di The Bioscope potete trovare i diversi link ai filmati originali del 1911, alla mostra organizzata nel Museum of London Docklands ed altro ancora. Che meraviglia questi archivi inglesi disponibili sul web, e che meraviglia (come al solito) le informazioni di Mr. Luke McKernan, non vi perdete il post.

Una chicca: se ricercate su internet vedrete che la battaglia di Sydney Street ha ispirato un paio di film di Alfred Hitchcock nel 1934 e nel 1956.

Ecco la notizia sulla stampa italiana:

La battaglia di Sidney Street fra polizia e anarchici a Londra.

La grande metropoli britannica ha veduto il 3 gennaio una scena, che non ha precedenti nella sua storia. La verità è che Londra da tre settimane attraversa un periodo di sensazionalismo criminale veramente insolito. Un venti giorni sono, precisamente il 16 dicembre, una banda di anarchici russi, cinque o sei uomini ed una donna, tentarono di saccheggiare « a scopo di propaganda » la bottega di un gioielliere nel quartiere israelitico di Houndsditch, calcolando su di un bottino di settecentocin-quantamila franchi: la banda si accinse al colpo provvista di tutto il necessario — tubi di ossigeno, lampadine incandescenti, condutture elettriche, leve di acciaio, seghe rotative, tutto, insemina, l’arsenale del moderno scassinatore di casseforti.
La banda aveva pure affittate due case a tergo di quella nella quale è la bottega del gioielliere ed aveva iniziato lo scavo di un tunnel per penetrare nella bottega stessa. Mentre i criminali scavavano questo condotto alcuni vicini udendo per molte notti successive insoliti rumori si insospettirono ed avvertirono la polizia; questa affidò ad un ispettore ed a cinque policemen la missione di andare ad arrestare i delinquenti…. come se si trattasse di andare ad assistere ad un meeting !..
I policemen andarono senza nemmeno il revolver, fidenti sul terrore e rispetto, tradizionali, che circondano la polizia inglese; commisero inoltre l’ingenuità di andare, così inermi, a bussare alla porta della casa dove ritenevasi che la banda fosse appiattata, ed i policemen furono accolti da colpi di pistole Mauser e caddero l’uno dietro l’altro, tre morti, e due feriti così che ancora sono giacenti all’ospedale. Un sesto si salvò buttandosi al suolo e fingendosi ferito.
I malfattori si salvarono fuggendo colle rivoltelle in pugno, sparando a dritta e sinistra, tanto che uno di loro rimase ferito dai compagni. Questi se ne accorsero e con grande coraggio lo portarono per quasi un chilometro attraverso le vie deserte della City nella casa abitata da due confederati e quivi lo lasciarono morente. Alcune donne andarono a chiamare un dottore e questi saputo all’indomani dai giornali del conflitto avvenuto e vedendo che il ferito stava per morire si affrettò a telegrafare alla polizia. Questa accorse sul posto ma troppo tardi: l’uomo era morto, i suoi compagni scomparsi, i documenti che si trovavano nella stanza bruciati da una delle donne, che, assieme ad un’altra, fu subito arrestata.
Cominciò allora la caccia della polizia sugli uomini della banda, e tre individui sospettati di ricettazione furono arrestati; poi la caccia fu intensificata contro tre giovani russi: Fritz, Pietro il pittore e Giuseppe, ritenuti i veri capi. Quand’ecco, la mattina di Capo d’anno un policeman scoperse nell’eccentrico parco di Clapham Common, il cadavere di un ebreo, Beron, di origine polacca, abitante nel quartiere degli anarchici e sospettato come referendario della polizia.
Il cadavere aveva la testa sfracellata da ripetuti colpi di verghe di ferro, ed il ventre sforacchiato da diverse coltellate, ma la maggiore impressione nella polizia e nel pubblico fu destata dal fatto che il disgraziato aveva sul viso, tracciate nella parte carnosa delle guance con una lama taglientissima, due S maiuscole. Questo fatto riattaccò, non si sa ancora se a torto o a ragione, il delitto di Clapham Common al delitto di Houndsditch, e fece supporre che il referendario fosse stato ucciso dagli anarchici russi e bollato colla iniziale della parola spia, in inglese Spy.
Nel cercare di stabilire l’identità di questo assassinato e nel visitare, in relazione al nuovo delitto, certe parti ancora inesplorate dell’East-End la polizia credette di essere venuta a cognizione del vero
rifugio dei tre principali ricercati, e così avvenne, che la notte fra il 2 ed il 3 gennaio una vera operazione militare per l’arresto dei tre uomini (i tre ricercati principali, Fritz, Pietro e Giuseppe), che si dovevano trovare nascosti nella camera di una cucitrice russa al n. 100 di Sidney Street, venne organizzata ed inscenata. Il risultato di questa operazione tutti conoscono oramai, e fu accennato anche nel Corriere dello scorso numero: due dei ricercati rimasti soli nella casa ed accerchiati dalla polizia, mentre il terzo si squagliava misteriosamente, opposero una disperata resistenza alle forze di polizia, alla compagnia di granatieri della Guardia scozzese, alla batteria ili artiglieria mandati contro di essi ed operanti alla presenza del ministro per gl’interni, Winston Churchill; ad alla fine non volendo cader vivi nelle mani della forza pubblica appiccarono fuoco alla casa rimanendo sepolti sotto le rovine.
Mai a Londra si era verificato alcunché di simile mai due criminali erano riusciti a tenere in scacco per così lungo tempo quasi duemila uomini armati di quel famoso corpo di policemen che è l’orgoglio della metropoli inglese…. Ma la casa era appena crollata, che già il dubbio si faceva innanzi sulla identità dei due cadaveri rinvenuti in essa. A chi appartenevano? La polizia affermava trattarsi dei due ricercati conosciuti coi nomi di Fritz e di Pietro, ma ben presto dovette convenire che Pietro non era fra i morti; mentre pare che Fritz vi sia veramente.
Le ricerche continuano attivissime; l’autore o, per lo meno complico dell’assassinio dell’ebreo Beron è stato arrestato; e, quel che più importa, tutta la stampa inglese solleva la questione se possa più durare il classico diritto d’asilo per gli anarchici, dal momento che si sono dati all’esercizio della loro terribile criminalità nel paese di cui fin qui, in cambio dell’ospitalità, avevano sempre rispettato l’ordine e le leggi.

Dante nella vita dei tempi suoi – VIS 1923

dante nella vita e nei tempi suoi
fotogrammi del film Dante nella vita dei tempi suoi (1923)

Cinema Ambrosio, Torino. Un film su Dante e sulla sua vita si presentava come un problema assai grave, perché era facile cadere nel grottesco o venir meno a quella dignità artistica che pur era non solo necessaria, ma doverosa e indispensabile.

Dante Alighieri è una di quelle figure di così alta statura ideale, alle quali torna difficile accostarsi. D’altra parte, la concezione che noi ne abbiamo, formatasi attraverso i secoli e la grandezza immortale della sua opera poetica, a stento consente di adattarci all’idea di vederlo protagonista d’una qualunque vicenda drammatica o romanzesca, senza che agli occhi della nostra mente rimpicciolisca e si spogli di ogni mitica grandezza e solennità, senza che siamo indotti a sorridere dubbiosamente. Per quanta arte e per quanto sentimento si ponga nel far ciò, sembrerà sempre che siano stati inadeguati al compito; e forse sono tali. Perciò, Giovanni Bovio, superbo intelletto di artista e di filosofo, affrontando la figura di Cristo, in un suo lavoro drammatico, non la fece mai apparire sulla scena, ma fece che se ne udisse la voce e l’alta parola, perché il valore spirituale di lui, la sua immensità, non fosse guastata da una visione materiale, dei cui risultati non sempre si può essere sicuri. È stato certo un atto di grande coscienza artistica e di superiorità intellettuale. Dal canto suo, Valentino Soldani, artefice coscienzioso e nobile, pensò che non era possibile ridurre la figura e i casi della vita di Dante ad argomento di un gioco scenico comune, senza pregiudicarla o abbassarla alla realtà dei fatti, forse talvolta di sapor troppo domestico e al di sotto della nostra immaginazione. Dante Alighieri, visto attraverso alle sue vicissitudini di uomo e di poeta, ancorché rispondenti alla verità storica, non poteva interessarci né persuaderci. Ci sarebbe anzi, apparso senz’altro un deplorevole affronto. Onde il Soldani risolse e superò egregiamente il problema di questa rievocazione dantesca, non tessendo e svolgendo la storia particolare di Dante e della sua vita, ma inquadrando la sua figura nelle tumultuose vicende dei suoi tempi, vicende politiche, civili e familiari, alle quali Dante sovrasta, apparendo quasi di scorcio, come una solitudine di pensiero e di potenza, come una taciturna mole di dolor meditabondo che ode e vede…

Valentino Soldani, conoscitore profondo del ferreo e travagliato Trecento, ha composta una vicenda nella quale il dramma politico, il dramma civile e il dramma umano di quel secolo, come giustamente fu osservato, si fondono e compenetrano, ripercuotendosi sull’animo e sulla vita di Dante, più che non lo travolgano gli avvenimenti turbinosi e gravi. Si può dire che la visione storica fornita dal Soldani faciliti la comprensione di Dante stesso, l’aiuti e la popolarizzi, lasciando travedere da quali movimenti sociali e politici maturò la coscienza di lui e trasse la sua arte la prima ispirazione.

Ma fino a qual punto le intenzioni del Soldani sono state raggiunte?

L’ampiezza dell’argomento e del suo sviluppo, il cumulo degli episodi! storici e dei ricorsi letterari, riferentisi alla materia della « Commedia », che esso abbraccia e prospetta, la moltitudine dei personaggi, rendono il film farraginoso e fanno sì che smarrisca quella limpida chiarezza che è pur tanto necessaria a qualsiasi opera artistica, perché il suo stesso valore intrinseco, formale e costruttivo risulti indiscutibile. E la costruzione, l’edificio che sorge su tali basi, sorpassa i suoi limiti e pecca necessariamente nelle sue proporzioni. Così l’opera acquista un aspetto massiccio e mastodontico, grave e pesante, anzi che un aspetto solenne e grandioso. Tuttavia rimangono salvi tutti i valori ideali dell’opera, che si sprigionano e superano la sua stessa materialità e ampiezza. Ma non possiamo tacere il nostro disappunto per l’abuso di alcuni simbolismi che appariscono troppo rudi e realistici, troppo materializzati e cinematografici. Quelle piogge di rose celesti, quelle apparizioni di angeli con ali di cartone o di demoni mascherati non possiamo approvarle. Ci sembrano di cattivo gusto, volgari ed oleografiche. La sosta di Dante sotto il balcone di Beatrice ormai sposata, mentre i ricordi dell’infanzia e della giovinezza lo assalgono, dura un po’ troppo e rende il poeta così smemorato lì sotto, alquanto ridicolo. È per lo meno inopportuno il momento in cui tutto ciò avviene. La materializzazione del sogno di Dante, di venir incoronato poeta nel bel San Giovanni, è urtante e sgradevole per la sua materializzazione. L’integramento delle figure e dei casi di Piccarda Donati, di Pia de’ Tolomei e di Francesca da Rimini, se bene rispondano ad illustrare il dramma umano, che si svolge in concordanza e in dipendenza col dramma civile dilaniante Firenze, con le lotte, cioè, delle fazioni e delle famiglie, rallenta l’azione e la rende prolissa e tediosa. L’identicità delle situazioni, l’analogia dei casi sminuiscono l’effetto che se ne voleva ricavare, scoprono l’espediente teatrale, il mezzuccio del loro collegamento.

Nulla di meno le lotte partigiane dei Cerchi e dei Donati, le competizioni delle loro fazioni, logoranti e travaglianti Firenze, il dramma passionale di Coronella dei Lottaringhi e di Segna de Caligai, conseguenza di quelle, il tormento di Dante, la sua dolorosa passione per Firenze e per l’Italia, il suo profetico sogno dell’unità italica, ottengono un considerevole rilievo e formano la parte viva e vitale di tutto il film.

Fedeli ed ardite le ricostruzioni, disciplinatele masse e ottimo il gioco scenico di tutti gli attori, fra i quali ricorderemo Amleto Novelli, Diana Karenne e il Maruffi.
Ad ogni modo, prescindendo dai suoi difetti, tenendo conto di tutto il meglio che c’è, Dante nella vita e nei suoi tempi, come film, rappresenta uno sforzo di operosità non comune e un’opera di fervida italianità, dove le bellezze abbondano insieme con un diffuso sentimento dell’arte e dalla quale s’apprende come la storia dolorosamente si rinnovi nei tempi e sorge un ammonimento per noi che rinnoviamo le gesta delle fazioni e gli odii di parte, contro cui Dante scagliò il suo anatema.

Valentino Soldani che ideò la trama e progettò il lavoro, Domenico Gaido, che ne curò con animo d’artista la messa in scena, la « V.l.S. », che provvide i poderosi mezzi finanziari che permisero la realizzazione della visione storica, Carlo Montuori e Emilio Peruzzi che la ritrassero con magnifica fotografia, possono dirsi soddisfatti e andar onorati di questa loro fatica, dove la genialità italiana ancora una volta sprizza e si afferma.
(La rivista cinematografica, 25 marzo 1923)

Film restaurato nel 1995 dalla Cineteca di Bologna (Immagine Ritrovata), con il contributo della Provincia di Ravenna e del Progetto Lumière (copia della Filmoteca Española, Madrid e Jugoslovenska Kinoteca, Belgrado), copia colorata metodo Desmet, 108 m. a 16 f/s.