Fausto Maria Martini per l’arte di Lyda Borelli


Lyda Borelli 1915

Lyda Borelli 1915

QUANDO Lyda Borelli compì, qualche anno fa, una sua tournée in Ispagna, affrontandovi con serena fede l’ardua battaglia di interpretazioni più complesse di quelle cui l’aveva abituata il facile e rumoroso e mondano repertorio francese, una sera, Margherita Gautier nella Signora dalle Camelie, commosse fino al delirio il pubblico spagnolo e trascinò ad una ammirazione, non priva di un suo speciale significato, la critica madrilena, che in quei tempi era rappresentata sopratutto da poeti e da esteti il cui nome era altamente rappresentativo per la contemporanea arte della sorella latina.

In un giornale di Madrid, all’indomani della prima rappresentazione della Signora dalle Camelie, si lesse:

« Alla fine dell’ultimo atto, l’istante fatale della morte di Margherita fu d’un verismo superbo. Lyda Borelli morì come nessuna altra Signora dalle Camelie è mai morta sulle scene. Essa morì, non già rivolta verso il pubblico, ma bensì rivolgendogli le spalle. Disperatamente attaccata ad Armando, e colla testa approfondata nel petto di lui, l’attrice non ci lasciò neppure intravvedere il suo volto smunto ed esangue di moribonda. Il pubblico non giunse a scorgere che le sue mani: e quelle mani bianche, affilate, quelle mani sottili, corrose dalla tisi, preparavano il supremo viaggio, il viaggio per l’eternità. E le mani della Borelli seppero intessere meravigliosamente la trama della suprema dipartita.

Quanto eloquenti furono le sue mani! Quante strazianti cose ci dissero! Come esse parvero realmente lottare con la morte! Poi, d’improvviso, quelle mani cessarono d’agitarsi, e si staccarono dalle spalle d’Armando. Reso l’estremo sospiro, che, come quello degli etici, non è se non un soffio lievissimo, il corpo dell’attrice ricadde pesantemente simile ad arbusto violentemente staccatesi dal tronco.

Il capo inerte, inanimato dell’artista, restò penzoloni fuori del letto, ripiegandosi come quello d’un vero e proprio cadavere. Per fortuna il sipario calò immediatamente; che, se non fosse stato così, l’attrice insigne non avrebbe sicuramente potuto restare più a lungo in quella positura così violentemente forzata.

Gli spettatori avevano frattanto prorotto in un clamore, in un ruggito d’entusiasmo, e insieme, in un grido di terrore ».

Le mani di Lyda! Ho riprodotto questo brano d’articolo, perché ricordavo l’esaltazione che il critico vi faceva delle mani di Lyda Borelli.

E in realtà, vince una grande battaglia contro sé stessa, contro la sua bellezza e contro la consuetudine, l’attrice che nel figurare una morte sottrae all’efficacia della figurazione il gioco mutabile della faccia, della bocca e degli occhi! Lyda Borelli tentò quella sera di dare un’espressione di terrore con le mani. E pare vi riuscisse. Forse ella aveva letto, nell’accorata lirica di D’Aurevilly, che le mani altro non sono se non le radici prodigiose e venate che l’anima umana tenta a volte di mettere nel puro azzurro del ciclo, donde fu sradicata quando s’imperniò in un essere vivente.

Certo Lyda seppe che una grande attrice può di ogni parte del suo corpo fare un volto, e specie delle mani, le quali hanno un loro carattere, hanno una loro parola, hanno una loro fisionomia.

Le mani di Lyda parlarono in quella sera dì battaglia. E con che vigoria, abbiamo visto nell’esaltazione del critico.

Ma il fatto significativo dell’episodio d’arte che ho riprodotto è tutto nella constatazione che Lyda già da tempo ha ottenuto questo prodigio: ha soggiogato all’arte la bellezza.

Ella ha inteso che quel dono mirabile che la natura le ha fatto, anzi che un ostacolo all’espressione completa, doveva essere per lei un completamento di questa espressione. La sua espressione o drammatica o tragica è pur sempre euritmica, perché ogni elemento di bellezza che è in lei è un nuovo concentramento verso quella forma d’arte cui ella si sforza d’attingere.

E questa forma d’arte ha un suo vertice, in vetta al quale Lyda Borelli sembra avere scritto questo suo massimo programma; essere un’anima sul piedistallo della bellezza femminea.

Dalla fatica di comporre questa sua idealità è scaturita — attraverso innumerevoli ostacoli — la figura complessa di Lyda Borelli, quale oggi la conosce il pubblico dei teatri.

E la fatica fu aspra. La Borelli diventò attrice epicamente drammatica con Ruggeri, che ne secondò l’istinto, che la spinse ad ardimenti nuovi, facendola trionfare nella Salomè di Oscar Wilde. Di conseguenza la sacerdotessa della bellezza si avviava verso la sua arte prediletta: essa raccoglieva e componeva in sé qualche cosa di più elevato che non fosse la solita elegante protagonista del teatro parigino.

Dopo Ruggeri, Flavio Andò consentì a Lyda Borelli di giungere alla prova decisiva dei più disparati generi drammatici, dalla Signora dalle Camelie alla Marcia Nuziale, dalla Sposa di Menecle alla Donna Nuda, da Dora al Détour.

Ormai la battaglia era vinta: Lyda Borelli aveva vinto l’agguato della sua stessa bellezza: aveva superato sé stessa. Come in altri tempi per Adelaide Ristori, anche per lei la bellezza femminile non rappresentava più un pericolo per la nobiltà dell’arte che amava.

Non sembri inutile la rievocazione della Ristori. È ancor vivo, nelle cronache drammatiche di quel tempo, il ricordo di una celebre rivalità che poteva sembrare semplicemente artistica, ma che fu invece rivalità di bellezza tra due grandi attrici d’allora: la Ristori e la Rachel. Nel 1855 la nostra somma interprete si era recata per la prima volta a Parigi ad eseguirvi il proprio repertorio classico ed era allora nel pieno splendore della sua arte e della sua bellezza. La Rachel dalla sua parte, furoreggiava alla Comédie e tutti i poeti francesi erano pazzi di lei. Ora, la Ristori superò e vinse la rivale: ma nulla fu più offensivo pur l’arte delle duo grandi, del continuo contendersi dell’ammirazione per la donna nell’ammirazione per l’artista cinsi riscontrava in tutte le polemiche di quei tempi.

Ora, in realtà, oggi può dirsi che Lyda Borelli ha superato sé stessa, ha vinto cioè la sua stessa bellezza. Ella è ormai più la sua anima che il suo corpo. Quasi il suo bellissimo volto, il suo bellissimo corpo sono sopraffatti, cancellati, soffocati dall’onda dell’anima di cui Lyda Borelli si circonda. E questo non solo in quelle figurazioni d’arte in cui la bellezza della donna è elemento indispensabile all’ efficacia dell’espressione d’arte, come in La Falena o in Salomè, ma pur anche in talune commedie dove la fantasia del poeta ha vestito d’un umilissimo corpo umano talune accorate anime femminili nate e svoltesi all’ombra del dolore: prima fra queste Grazia De Plessans di Marcia Nuziale. L’aver figurato, come Lyda Borelli sa fare, la dolce eroina del capolavoro del teatro francese contemporaneo, è stato il più grande successo d’arte della nostra giovane attrice.

Nel pieno fiorire della sua espressione d’arte Lyda Borelli è entrata a far parte della grande famiglia delle interpreti del teatro muto.
Fausto Maria Martini (Penombra, novembre 1917)
(segue)

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