La battaglia del Vesuvio sotto La Mole

Teatri della Film Artistica Gloria
Teatri della Film Artistica Gloria a Via Quittengo 39, Torino 1913

Nel post di qualche giorno fa, avevo lasciato a Mario Caserini raccontando a A. A. Cavallaro, direttore della Vita Cinematografica, della sua nuova casa di produzione: La Film Artistica Gloria.

Qualche settimana dopo, sempre per questa rivista, un redattore anonimo (sicuramente lo stesso Cavallaro) si reca in visita agli stabilimenti di Via Quittengo 39 in Torino:

Le nostre brevi frasi, pubblicate nel numero precedente di questa Rivista, ci hanno procurato una valanga di corrispondenza, con la quale ci si chiedono maggiori schiarimenti. Questo è avvenuto per il buon nome che gode in arte il bravo signor Mario Caserini, ed anche perchè notissimo il proprietario del Cinema della Borsa, sig. Domenico Cazzulino, vecchio ed esperto cinematografista, socio amministratore della nuova Società, nella quale si ripongono le migliori speranze.
Noi vogliamo usare cortesia a coloro che c’interessarono, scrivendoci, e per meglio rispondere alle innumeri domande ci siamo personalmente recati in Via Quittengo per una fugace visita alla nuova Fabbrica, dove incontrammo il sig. Caserini che gentilmente ci accompagnò, e si compiacque accordandoci tutte le spiegazioni, delle quali abbisognavamo.
I primi lavori, già rivelano la potenza intellettiva e finanziaria di questa Società, perchè – iniziati da tempo relativamente brevissimo – già permettono di rilevare i vari reparti sapientemente disposti, e coordinati con maestria sorprendente ed impareggiabile, anzi la cura dei minimi dettagli procura sorpresa e gratissimo piacere.

L’ articolo, come la precedente intervista a Caserini, sono sicuramente a pagamento, e fanno parte dello “sfoggio di réclame veramente americano” come ricorderà anni dopo Arrigo Frusta, per il lancio della nuova casa di produzione.

In realtà, la casa di produzione non è stata ancora costituita legalmente.

Il 30 gennaio 1913, Domenico Cazzulino, a nome di Giulio Aicardo Bollati Nobili proprietario del terreno e i fabbricati di Via Quittengo 39, presenta la richiesta al Comune di Torino per la costruzione “nell’interno del cortile del fabbricato di sua proprietà”, di un teatro di posa “in ferro e vetri destinato alla fabbricazione di films”.(1)

La società in accomandita semplice Film Artistica Gloria si costituisce legalmente il 20 aprile 1913, capitale sociale lire 260.000, interamente versato in contanti e diviso in 52 carature di lire 5000 ciascuna. I soci sono 14, tra cui Domenico Cazzulino (socio accomandatario e gerente con firma e rappresentanza della società), Mario Caserini, l’operatore Angelo Scalenghe, e Giulio Aicardo Bollati Nobili, proprietario di terreno e fabbricati a Via Quittengo. La durata prevista della società è di 25 anni. (1)

Non è la prima volta che la costituzione di una casa di produzione avviene “dopo” il lancio pubblicitario, sicuramente esistevano accordi privati precedenti alla richiesta di costruzione nel terreno di Via Quittengo, e la pubblicità previa alla costituzione serviva per attirare nuovi soci e nuovi capitali.

Teatri della Film Artistica Gloria a Via Quittengo 39, Torino
Teatri della Film Artistica Gloria a Via Quittengo 39, Torino 1913

Nel mese di febbraio, mentre a Via Quittengo si danno gli ultimi ritocchi allo stabilimento, Mario Caserini pubblicizza la formazione dell’elenco artistico in una lettera indirizzata al fedele A. A. Cavallaro, riportata dalla solita Vita Cinematografica:

Carissimo amico,
Voglia scusarmi se non posso, ed in parte non desidero darle tutte le notizie che ella mi chiede… lavoro, e spero di riuscire presto bene, ecco tutto. Del resto fra poco voi giornalisti e critici, potrete vedere e giudicare.
Una cosa però mi piace farle conoscere: Vittorio Rossi Pianelli, l’attore valoroso che a fianco della Duse, di Emanuel e dalla Reiter, ha percorso i principali teatri d’Italia e dell’estero, e che da tre anni, con onorevole studio si è dedicato all’arte nostra, seriamente, ha accettato la mia proposta di venire a far parte del personale artistico della Gloria, col ruolo di primo attore.
Questa scrittura mi pone vicino, oltre che l’eccellente attore cinematografico, anche l’amico carissimo porrà termine alle chiacchiere, ai pettegolezzi, ed alle cianate che con gran copia vennero riportate a lui ed a me per far si che la buona antica nostra amicizia venisse troncata. Oggi egli viene a lavorare a fianco mio, sotto la mia direzione: ne sono lieto e orgoglioso.
Per il resto dei miei artisti… scusi, caro amico, ma ne parleremo in una prossima volta.
Affettuosamente Suo
Mario Caserini Direttore generale de La Film Artistica Gloria
Torino, 10 febbraio 1913

Tra marzo e aprile 1913, a Vittorio Rossi Pianelli si aggiungono “Mario Bonnard e Camillo De Riso che lasciano la Società Ambrosio per passare alla Gloria”, e le sorelle “Letizia e Isabella Quaranta, dopo la chiusura della Torino Film pure alla Gloria. Ottimo acquisto della Gloria il pittore Maglioli, che lascia la Centauro.” (Eco Film, 15 aprile 1913)

Dopo la costituzione della società, nel numero del 30 aprile 1913 di La Vita Cinematografica, compare la pubblicità dei primi film della Gloria:

Il Treno degli Spettri, spettacolosa azione drammatica in tre atti dell’avv. Luigi Sonnazzi (circa 1000 m.); Florette e Patapon, grande riduzione cinematografica della commedia brillantissima in tre atti di Hennequin e Veber (circa 1000 metri), ambedue i lavori sono posti sotto la tutela dei diritti d’Autore, in preparazione: Gli Ultimi Giorni di Pompei, grande lavoro storico in 3000 metri.

Molto bene, se non fosse perché nello stesso numero, pagine 65 a 67, e pagina 71, la Società Anonima Ambrosio, distribuzione Barattolo, annuncia che a maggio sarà disponibile il titolo Gli Ultimi Giorni di Pompei.

Nessuna delle due case parla del romanzo omonimo (1834) di Edward Bulwer Lytton, ma è più che evidente che si tratta proprio di quello, un titolo che la Società Ambrosio aveva portato al successo nel 1908 in una versione in 366 metri, adesso invece ci vuole il lungometraggio: 2000, 3000 metri.

La “mania” per i film a lungometraggio di ambiente romano era scattata dopo che il Quo Vadis? prodotto dalla Cines aveva raggiunto 200.000 lire in un asta pubblica a Londra.

Ma lo scoppio delle ostilità prende una brutta piega dopo il 15 aprile 1913, quando la Società Anonima Ambrosio inizia una causa contro Mario Caserini “perchè nella sua réclame la Gloria pubblica che il sig. Caserini ha precedentemente fatto parte della Casa Ambrosio, presso la quale ha messo in scena certi nominati lavori” (réclame sul numero del 28 febbraio della Vita Cinematografica).

Evidentemente tutto fa pensare a qualche retroscena, visto l’accordo amichevole con il quale Caserini aveva lasciato l’Ambrosio nel dicembre 1912.

Quindici giorni dopo, il 30 aprile 1913, la Società Anonima Ambrosio firma un contratto con la Photo-Drama Company di Chicago, diretta da George Kleine, per la produzione del film Gli Ultimi Giorni di Pompei, compromettendosi a fornire due negativi del film pronti non più tardi del 1° settembre 1913. Secondo questo contratto, i due negativi saranno gli unici negativi di ciascuna delle scene del film, e questi negativi diventeranno di esclusiva e definitiva proprietà della Photo-Drama Company, nonché i diritti di sfruttamento per il mondo intero. La Società Anonima Ambrosio si compromette a non realizzare mai più nessuna altra versione di Gli Ultimi Giorni di Pompei. Compenso lire 250.000.
Il contratto è firmato da Mario A. Stevani, presidente della Photo-Drama Company, e Alfredo Gandolfi, amministratore e direttore della Società Anonima Ambrosio, e accenna ad un accordo previo, forse una corrispondenza privata. (2)
segue…
Note: (1) Franco Prono, Le fabbriche della fantasticheria – Atti di nascita del cinema a Torino, testo & immagine 1997; (2) Dai documenti nell’archivio George Kleine: Un Americain à la Conquete de l’Italie; Dossier di Paolo Cherchi Usai, pubblicato in Archives, n. 26/27 nov. Dec. 1989.

Mario Caserini Ars Vera Lex

Logo di La Film Artistica Gloria, Torino
Logo di La Film Artistica Gloria, Torino

Di Mario Caserini, nato a Roma il 26 febbraio 1874, ho raccontato il debutto nel cinema (nel cinematografo) interpretando il ruolo di Pochinet nella Storia di un Pierrot, produzione Alberini e Santoni 1905. Prima di questo debutto, Caserini aveva lavorato per il teatro di prosa come pittore e decoratore, e dal 1899 come attore e direttore di compagnie drammatiche. Dopo il ruolo di Pochinet, rimane a lavorare stabilmente per la ditta Alberini e Santoni, che il 1° aprile 1906 diventa Cines:

“Allora fu sentito il bisogno d’un competente, perché la nuova industria italiana potesse progredire fra incertezze minori, e fu scritturato il sig. Gastone Velle, della Pathé, uomo che alla competenza univa molta vivacità d’ingegno. Mario Caserini fu suo aiuto, e con lui collaborò pieno d’amore e d’entusiasmo, animato dalla gioia di creare. Perché allora bisognava creare, ché a guardarsi indietro, si doveva avere l’impressione di trovarsi alle calcagna un altissimo muro levigato, che segnasse il punto di partenza. Tutto era da fare, e il molto che oggi esiste e a cui si ricorre con semplicità, si deve a questi pionieri della nuovissima arte, alla loro tenacia, ai loro sforzi, alla loro perseveranza forte contro ogni disillusione.” (Veritas, La vita cinematografica, 31 dicembre 1914)

Dal 1906 al 1911, Mario Caserini lavora ininterrottamente per la Cines, e dopo un breve intervento nella Theatralia, nell’ottobre di quell’anno, lascia i teatri romani e “trasloca” all’Ambrosio di Torino in compagnia di Maria Gasperini, prima attrice della Cines, che ha sposato pochi mesi prima.

Tra la fine dell’undici e la fine del dodici, Caserini realizza una buona quantità di lavori “storici” per la Serie Oro dell’Ambrosio, tutti ben riusciti e accolti dal pubblico, come ricorda Arrigo Frusta, soggettista storico dell’Ambrosio: “Ma, alla fine del 1912, ecco che, appena dopo un anno, il provetto metteur-en-scène rompe il contratto che lo lega all’Ambrosio ancora per tre anni, e annunzia con uno sfoggio di réclame veramente americano la nascita d’una nuova grande casa di produzione: la Gloria Film di cui sarebbe il direttore generale” (Bianco e Nero, n. 10-11 1960)

La Film Artistica Gloria si presenta alla stampa nel mese di gennaio 1913 in una intervista di A. A. Cavallaro, direttore della rivista La vita cinematografica, in questi termini:

– E’ strano, disse subito Caserini, che Lei, proprio Lei, mi domandi notizie della mia fabbrica!
– Perché?
– Mah!… E non deve essere Lei uno dei miei soci futuri? Almeno così affermano i mille bene informati che pullulano sui nostri mercati!…
E quel sorriso bonario, ma ironico, ch’è una delle caratteristiche del Caserini, gli illuminò d’un subito la larga faccia.
– Lasciamo gli scherzi, riprese poco dopo l’intervistato, lasciamo gli scherzi, carissimo socio… in mente degli altri, e veniamo al buono. Mi ero prefisso di non dire nulla, assolutamente nulla, né del mio programma, né dei miei soci, né su tutto quanto può riguardare la costituzione della nuova Azienda, appunto perché era troppa, in molti, la smania di sapere…
– Ma…
– Ma a tanto intercessor nulla si niega!… Come perché io venni a Torino, nessuno meglio di Lei lo sa. Dalla Cines, ove da otto anni prestavo l’opera mia, chiamato a Torino a far parte della Società Anonima Ambrosio, accettai con entusiasmo, io, che, per l’intelligenza del cav. Arturo Ambrosio, avevo, ed ho, più che rispetto, venerazione. Venni il 15 novembre 1911, con un contratto di un anno, che fu poi modificato in un altro di tre anni e tre mesi, migliorandone assai le condizioni…; ero contento e lavorai con passione e con attaccamento; ma al mio temperamento esuberante, non bastava esser parte, per quanto interessantissima, di una macchina; desideravo diventare la forza motrice. Nove anni di studio e di esperienza, i miei lavori messi in scena esclusivamente e solamente da me, la conoscenza perfetta di tutti gli ingranaggi complicati, della nostra industria, me ne davano, in parte, il diritto. Trovai dei soci, ed allora chiesi ed otteni lo scioglimento del contratto con l’Ambrosio. Con dispiacere mi sono staccato dal mio capo fabbrica; con dolore ho lasciato i miei compagni di lavoro, ma volevo, così come voglio, seguire la mia strada. Il cav. Ambrosio comprese tutta l’importanza del passo che stavo per fare e, a malincuore (sono sue parole) mi accordò lo scioglimento del contratto.
– Allora è proprio vero ch’è lei che ha domandato lo scioglimento degli impegni presi?
– E come no? E’ cosa sulla quale si potrà malignare, forse, ma non dubitare; del resto eccole la lettera originale che la Società Ambrosio mi ha scritta quando si trattò di rompere il mio contratto: ne pigli copia, la prego, e la pubblichi pure.
Ecco, infatti, la lettera:
Torino, 6 dicembre 1912
Sig. Mario Caserini
In merito al desiderio manifestatoci di abbandonare il nostro Stabilimento, col 15 dicembre, entro la quale data si presume possa essere ultimata la film La vita di Dante, per evitare controversie, abbiamo deciso di non sollevare difficoltà per anticipata risoluzione degli accordi convenuti con Lei e con la sua Signora, il 1° gennaio 1912, e che dovevano aver vigore sino al 31 marzo 1915.
Tanto le comunichiamo per suo buon governo, e la presente vien fatta in duplice copia, di cui una da Lei e dalla sua Signora controfirmata in segno di benestare, e da noi ritirata per nostro scarico e liberazione.
Distintamente La salutiamo.
Per la Società Anonima Ambrosio – L’amministratore direttore
Firmato: Ambrosio.
– Come vede, proseguì Caserini, devo essere molto grato alla liberalità del cav. Ambrosio.
– Sta bene, ma della Gloria?…
– Eh! Bendetti giornalisti, non vi si può mai portare fuori della strada che vi siete prefissi!… Ebbene, la Gloria sarà una Società in accomandita semplice; il gerente ne sarà il sig. Domenico Cazzulino, l’accorto cinematografista, l’intelligente proprietario del Cinematografo della Borsa in Torino, e dietro di lui un gruppo di altri tre capitalisti, chiari e simpatici torinesi.
– Il capitale?…
– Il capitale non è ancora stabilito. Per ora abbiamo acquistato il terreno (3600 metri quadrati) in via Quittengo n. 39, una delle traverse di via Bologna: abbiamo ordinato la costruzione del teatro di posa, in ferro e vetri, di 25 metri per 15, e con pareti da potersi aprire completamente da due lati; siamo dietro a comperare macchine ed a montare lo stabilimento, nel quale non produrremo che negativi, non volendo assolutamente stampare neppure un metro di positivo. Delle trattative in corso mi consentono di dire che, forse, chi stamperà, per conto nostro, i negativi nostri, con la marca di fabbrica, saranno le officine Biak, di proprietà dell’ing. Pouchain, a Lione; officine montate meravigliosamente e costruite col sono scopo di stampare positivi per conto di terzi; officine che saranno dirette da un tecnico, già della Casa Lumière, che io ho visto lavorare per un mese, incidentalmente alla Cines di Roma, e del quale sono entusiasta. Tutto questo mi ripromette una stampa di primissimo ordine, da stare a livello con le migliori produzioni fotografiche attualmente in commercio, senza il gravissimo grattacapo di una grande officina da sorvegliare, poché tutta la mia attività potrò, così, dedicare alla produzione dei negativi. Quando tutto lo stabilimento sarà ordinato, quando tutto il materiale sia a posto, alla vigilia cioè di funzionare, vedremo quale dovrà essere il capitale della nostra Società.
– Misura molto prudente e molto accorta. Se non sono indiscreto, a quale genere di produzione si atterrà?
– Non è facile stabilirlo a priori, data la instabilità del mercato. Certo che, con la collaborazione di forti ingegni per la compilazione dei soggetti; con l’ausilio di attori intelligenti e volonterosi, non mi staccherò dal motto impresso nella mia marca di fabbrica Ars vera lex. Questo è il mio programma: Fare bene artisticamente.
– E gli artisti?…
– Ah! Ora basta. Dippiù, per ora, non posso dirle.
– Non vuole?!
– Non posso!
E l’abituale sorriso tornò a spuntargli sulle labbra… mi offrì un eccellente sigaro d’Avana e… cambiò discorso. Capii che sarebbe stato più facile far parlare la montagna, e lo seguii nella nuova conversazione.
Trattasi, in Caserini, di temperamento speciale: quest’uomo sa volere, e sa riuscire… Cazzulino, dal canto suo, è intelligente e prudente amministratore…; certo non tutte le case concorrenti vedranno con piacere o con serenità la nascita della nuova fabbrica.
Noi aspettiamo fiduciossisimi: auguriamo, intanto, gloria alla Gloria.»
segue…

Za la Mort nostalgia 1947

E’ da un po’ che non pubblico niente su Emilio Ghione, bisogna riparare. Questo che segue è un articolo di Italo Dragosei pubblicato nella rivista Hollywood (2 agosto 1947) in occasione dell’uscita del film Fumeria d’oppio, diretto da Raffaello Matarazzo e interpretato da Emilio Ghione jr. Il titolo dell’articolo è: Elogio alla malavita – Ritornano i vecchi eroi e Za-la-Mort torna alle sue avventure.

Buona lettura!

manifesto del film Fumeria d'oppio, disegno di Ciriello
Manifesto di Fumeria d’oppio (Ritorna Za la Mort) 1947, disegno di Ciriello

«Chiamateci conservatori, dite pure che siamo indegni del secolo progressivo e agitatorio che stiamo attraversando, chiamateci pure reazionari, ma lasciateci sospirare dì malinconia sul ricordo dei vecchi eroi del cinema muto, lasciate che inneggiamo ai nostri vecchi amici, lasciateci questa libertà, lasciateci questa gioia: gioia e libertà che nessun tiranno potrà domani togliere, poiché sono dentro di noi, nel nostro cuore e al cuore non si può chiedere conto del suo passato politico e non lo si può nemmeno invitare ad esibire la carta d’identità.
I nostri padri facevano la guerra, oppure incoraggiavano gli altri a farla, e ci lasciavano affidati alle cure delle donne: forse per questo siamo gli ultimi romantici del secolo, forse per questo non siamo capaci di imbracciare un mitra o di presentarci candidati alle elezioni politiche; certamente per questo i giovanotti di tre lustri più giovani di noi ci chiamano arretrati, ci scherniscono, affermano che non faremo mai carriera nella vita e, per impaurirci, ci minacciano con la pistola scarica mentre stiamo insieme a conversare al caffè.

Noi apparteniamo a una generazione troppo presto invecchiata, siamo la generazione raffinata, educata, paurosa e timida che non è certo degna di questo secolo progressivo, come non è degna del secolo imperiale testé trascorso. Progressisti e imperialisti ci odiano o, meglio, ci disprezzano, perché non accontentammo né gli uni né gli altri. Volevano farci adorare un dittatore e noi preferimmo le stelle del cinema, preferimmo al dittatore Buster Keaton e Ridolini, Charlot e Harold Lloyd ch’erano — lasciatecelo dire — assai più divertenti. E oggi? Agli apocalittici Robespierre di questi ultimi anni, ai capopopolo che sanno adoperare tanto bene il mitra come la penna, che sanno fare a pugni e, contemporaneamente arringare le masse ed agitarle a loro comodo, ebbene, perdonateci, ai loro mitra preferiamo le pistole fiammeggianti di Tom Mix e il coltello a serramanico di Za la Mort, armi romantiche e più leali.

Lo ricordate Za la Mort? Quello sparuto gigolò, tutto ossa, rughe, occhiataccie e sigarette indigene che ci faceva fremere ad un cenno, che faceva tremare i suoi amici appena posava la mano sulla spalliera di una sedia, fu con Tom Mix, con Zorro, e sì, anche con Charlot. un nostro genitore putativo, un maestro della nostra infanzia, il pedagogo delle nostre distrazioni, la Maria Montessori dei nostri giuochi.
Za la Mort ci fece commettere le azioni più bizzarre della nostra vita, fu lui che ci convinse ad acquistare un lungo coltello alla cui sola vista avrebbe terrorizzato i nostri familiari, un coltello col quale avremmo voluto spaccare in due il mondo e del quale ci servimmo infine per temperare le matite a scuola.

Abbiamo adorato quegli idoli che avevano le tasche piene di pistole e di coltelli; spesso, nel buio delle sale di proiezione, davanti a un’icona stravagante, giuravamo davanti allo schermo che da grandi avremmo preso a revolverate migliaia di indiani e avremmo accoltellato tante di quelle carogne da far gridare di invidia Tom Mix e Za la Mort. E invece, adesso che siamo grandi, ora che abbiamo superato i trent’anni, eccoci qui con la nostra vigliaccheria, logori impiegati di banca che torniamo a casa alle dieci di sera, che il ventisette consegniamo alla moglie tutto lo stipendio, non una lira di meno, e se sentiamo un piccolo rumore nella notte ci raccomandiamo l’anima a Dio, nel timore di essere rapinati di due magliette piene di buchi e di un vecchio orologio d’argento che il Monte di Pietà non accetta più.

E i nostri eroi? Dove sono finiti i nostri eroi? Non potrebbero venirci accanto, darci una mano, incoraggiarci, dirci che gli spari che udiamo nella notte sono fuochi di gioia, che il mitra è un giocattolo per bambini spiritosi, che le rapine sono scherzi di carnevale? Non potrebbero venire Tom Mix e Za la Mort, Zorro e Bambù a rincorarci, a darci la gioia della vita, quella gioia ch’eravamo sicuri di possedere ai tempi meravigliosi della nostra infanzia e che oggi non conosciamo più, quella gioia che oggi è scomparsa, fugata da un colpo dì mitra?

Dove sono i nostri eroi? Perché ci hanno lasciati, perché ci fanno morire soli di paura in questo secolo progressista e democratico quanto volete, ma pur cosi pieno di paura? I nostri eroi sono finiti, sono morti, sono andati sulla collina come i cittadini di Spoon River, e sono rimasti muti, non dicono nulla, non una parola di conforto per questo disperato esercito di piccoli impiegati di banca e di ministero che li hanno adorati e che ora si sentono tanto soli, privi dei conforto della loro presenza. Morto Tom Mix, morto Zorro che s’è portato nella tomba l’unica e l’ultima bella risata di questo secolo: morto Za la Mort con la sua faccia truce eppure tanto cara, con le sue occhiataccie di fuoco e il suo coltello a serramanico.

Emilio Ghione jr. e Mariella Lotti
Emilio Ghione jr. e Mariella Lotti, Fumeria d’oppio 1947

Tutti, tutti ci hanno abbandonati in questa terribile valle di lacrime, in questa jungla spaventosa e cattiva che si chiama mondo. Solo Za la Mort è stato più sensibile verso di noi e a ha mandato suo figlio, Emilio Ghione jr, che come lui guappo romantico, gigolò incantatore e passionale, agile nel ballare e ancora più destro nel tirar di scherma. Il figlio di Za la Mort ha sentito irresistibile il richiamo dell’arte paterna, s’è avvicinato al cinema e accinto alla sua prima interpretazione, La fumeria d’oppio un film messo su con la ricetta dei Topi grigi e del Castello di bronzo, ambientato in quei classici locali fumosi che ancora ricordano i bistrò e i luoghi equivoci dell’altro dopoguerra, dove gli uomini sono svelti di mano e le donne hanno tutte sofferto e della sofferenza portano come marchio le occhiaie incavate e annerite con sughero bruciato. Quei luoghi che nessuno di noi ha mai veduto nella vita, ma alla cui esistenza crede, nel buio dei cinematografi, perché se non esistessero simili locali fumosi e pieni di misteri trabocchetti, ombre furtive, gli eroi dei film non avrebbero più ragione d’esistere; e invece noi teniamo a loro che danno un brivido d’avventura alla nostra vita monotonamente avviata sui binari della noia.

Con questo suo primo film Emilio Ghione jr. porterà alle nuove generazioni il saluto dei vecchi eroi, dei guappi innamorati, dei cavalieri erranti di trent’anni fa. Non sappiamo come lo accoglieranno i ragazzi d’oggi, quelli che tra Robin Hood e il bandito Giuliano non hanno ancora deciso chi preferire; ma noi che non siamo più ragazzi e che da tempo abbiamo superato i venti anni, lo aspettiamo con trepidazione, con quella trepidazione che ci accompagnò nei primi giorni di scuola e al primo appuntamento di amore; troveremo nei giovane Ghione un compagno, un amico affettuoso, anche se un po’ guascone, e insieme a lui percorreremo la strada oscura e paurosa che ancora ci separa dalla fine. Emilio Ghione ci prenderà sottobraccio e ci spingerà verso il buio, fischiettando un’aria giù di moda ma assai sentimentale: al suo braccio ci sentiremo più forti e percorreremo la lunga strada felici, sapendo che all’occorrenza c’è un vecchio amico con noi, pronto a sfoderare il suo coltello a serramanico per fugare i fantasmi di questo secolo assetato di sangue nel quale non riusciamo a trovar pace.»
Italo Dragosei