Za la Mort nostalgia 1947

E’ da un po’ che non pubblico niente su Emilio Ghione, bisogna riparare. Questo che segue è un articolo di Italo Dragosei pubblicato nella rivista Hollywood (2 agosto 1947) in occasione dell’uscita del film Fumeria d’oppio, diretto da Raffaello Matarazzo e interpretato da Emilio Ghione jr. Il titolo dell’articolo è: Elogio alla malavita – Ritornano i vecchi eroi e Za-la-Mort torna alle sue avventure.

Buona lettura!

manifesto del film Fumeria d'oppio, disegno di Ciriello
Manifesto di Fumeria d’oppio (Ritorna Za la Mort) 1947, disegno di Ciriello

«Chiamateci conservatori, dite pure che siamo indegni del secolo progressivo e agitatorio che stiamo attraversando, chiamateci pure reazionari, ma lasciateci sospirare dì malinconia sul ricordo dei vecchi eroi del cinema muto, lasciate che inneggiamo ai nostri vecchi amici, lasciateci questa libertà, lasciateci questa gioia: gioia e libertà che nessun tiranno potrà domani togliere, poiché sono dentro di noi, nel nostro cuore e al cuore non si può chiedere conto del suo passato politico e non lo si può nemmeno invitare ad esibire la carta d’identità.
I nostri padri facevano la guerra, oppure incoraggiavano gli altri a farla, e ci lasciavano affidati alle cure delle donne: forse per questo siamo gli ultimi romantici del secolo, forse per questo non siamo capaci di imbracciare un mitra o di presentarci candidati alle elezioni politiche; certamente per questo i giovanotti di tre lustri più giovani di noi ci chiamano arretrati, ci scherniscono, affermano che non faremo mai carriera nella vita e, per impaurirci, ci minacciano con la pistola scarica mentre stiamo insieme a conversare al caffè.

Noi apparteniamo a una generazione troppo presto invecchiata, siamo la generazione raffinata, educata, paurosa e timida che non è certo degna di questo secolo progressivo, come non è degna del secolo imperiale testé trascorso. Progressisti e imperialisti ci odiano o, meglio, ci disprezzano, perché non accontentammo né gli uni né gli altri. Volevano farci adorare un dittatore e noi preferimmo le stelle del cinema, preferimmo al dittatore Buster Keaton e Ridolini, Charlot e Harold Lloyd ch’erano — lasciatecelo dire — assai più divertenti. E oggi? Agli apocalittici Robespierre di questi ultimi anni, ai capopopolo che sanno adoperare tanto bene il mitra come la penna, che sanno fare a pugni e, contemporaneamente arringare le masse ed agitarle a loro comodo, ebbene, perdonateci, ai loro mitra preferiamo le pistole fiammeggianti di Tom Mix e il coltello a serramanico di Za la Mort, armi romantiche e più leali.

Lo ricordate Za la Mort? Quello sparuto gigolò, tutto ossa, rughe, occhiataccie e sigarette indigene che ci faceva fremere ad un cenno, che faceva tremare i suoi amici appena posava la mano sulla spalliera di una sedia, fu con Tom Mix, con Zorro, e sì, anche con Charlot. un nostro genitore putativo, un maestro della nostra infanzia, il pedagogo delle nostre distrazioni, la Maria Montessori dei nostri giuochi.
Za la Mort ci fece commettere le azioni più bizzarre della nostra vita, fu lui che ci convinse ad acquistare un lungo coltello alla cui sola vista avrebbe terrorizzato i nostri familiari, un coltello col quale avremmo voluto spaccare in due il mondo e del quale ci servimmo infine per temperare le matite a scuola.

Abbiamo adorato quegli idoli che avevano le tasche piene di pistole e di coltelli; spesso, nel buio delle sale di proiezione, davanti a un’icona stravagante, giuravamo davanti allo schermo che da grandi avremmo preso a revolverate migliaia di indiani e avremmo accoltellato tante di quelle carogne da far gridare di invidia Tom Mix e Za la Mort. E invece, adesso che siamo grandi, ora che abbiamo superato i trent’anni, eccoci qui con la nostra vigliaccheria, logori impiegati di banca che torniamo a casa alle dieci di sera, che il ventisette consegniamo alla moglie tutto lo stipendio, non una lira di meno, e se sentiamo un piccolo rumore nella notte ci raccomandiamo l’anima a Dio, nel timore di essere rapinati di due magliette piene di buchi e di un vecchio orologio d’argento che il Monte di Pietà non accetta più.

E i nostri eroi? Dove sono finiti i nostri eroi? Non potrebbero venirci accanto, darci una mano, incoraggiarci, dirci che gli spari che udiamo nella notte sono fuochi di gioia, che il mitra è un giocattolo per bambini spiritosi, che le rapine sono scherzi di carnevale? Non potrebbero venire Tom Mix e Za la Mort, Zorro e Bambù a rincorarci, a darci la gioia della vita, quella gioia ch’eravamo sicuri di possedere ai tempi meravigliosi della nostra infanzia e che oggi non conosciamo più, quella gioia che oggi è scomparsa, fugata da un colpo dì mitra?

Dove sono i nostri eroi? Perché ci hanno lasciati, perché ci fanno morire soli di paura in questo secolo progressista e democratico quanto volete, ma pur cosi pieno di paura? I nostri eroi sono finiti, sono morti, sono andati sulla collina come i cittadini di Spoon River, e sono rimasti muti, non dicono nulla, non una parola di conforto per questo disperato esercito di piccoli impiegati di banca e di ministero che li hanno adorati e che ora si sentono tanto soli, privi dei conforto della loro presenza. Morto Tom Mix, morto Zorro che s’è portato nella tomba l’unica e l’ultima bella risata di questo secolo: morto Za la Mort con la sua faccia truce eppure tanto cara, con le sue occhiataccie di fuoco e il suo coltello a serramanico.

Emilio Ghione jr. e Mariella Lotti
Emilio Ghione jr. e Mariella Lotti, Fumeria d’oppio 1947

Tutti, tutti ci hanno abbandonati in questa terribile valle di lacrime, in questa jungla spaventosa e cattiva che si chiama mondo. Solo Za la Mort è stato più sensibile verso di noi e a ha mandato suo figlio, Emilio Ghione jr, che come lui guappo romantico, gigolò incantatore e passionale, agile nel ballare e ancora più destro nel tirar di scherma. Il figlio di Za la Mort ha sentito irresistibile il richiamo dell’arte paterna, s’è avvicinato al cinema e accinto alla sua prima interpretazione, La fumeria d’oppio un film messo su con la ricetta dei Topi grigi e del Castello di bronzo, ambientato in quei classici locali fumosi che ancora ricordano i bistrò e i luoghi equivoci dell’altro dopoguerra, dove gli uomini sono svelti di mano e le donne hanno tutte sofferto e della sofferenza portano come marchio le occhiaie incavate e annerite con sughero bruciato. Quei luoghi che nessuno di noi ha mai veduto nella vita, ma alla cui esistenza crede, nel buio dei cinematografi, perché se non esistessero simili locali fumosi e pieni di misteri trabocchetti, ombre furtive, gli eroi dei film non avrebbero più ragione d’esistere; e invece noi teniamo a loro che danno un brivido d’avventura alla nostra vita monotonamente avviata sui binari della noia.

Con questo suo primo film Emilio Ghione jr. porterà alle nuove generazioni il saluto dei vecchi eroi, dei guappi innamorati, dei cavalieri erranti di trent’anni fa. Non sappiamo come lo accoglieranno i ragazzi d’oggi, quelli che tra Robin Hood e il bandito Giuliano non hanno ancora deciso chi preferire; ma noi che non siamo più ragazzi e che da tempo abbiamo superato i venti anni, lo aspettiamo con trepidazione, con quella trepidazione che ci accompagnò nei primi giorni di scuola e al primo appuntamento di amore; troveremo nei giovane Ghione un compagno, un amico affettuoso, anche se un po’ guascone, e insieme a lui percorreremo la strada oscura e paurosa che ancora ci separa dalla fine. Emilio Ghione ci prenderà sottobraccio e ci spingerà verso il buio, fischiettando un’aria giù di moda ma assai sentimentale: al suo braccio ci sentiremo più forti e percorreremo la lunga strada felici, sapendo che all’occorrenza c’è un vecchio amico con noi, pronto a sfoderare il suo coltello a serramanico per fugare i fantasmi di questo secolo assetato di sangue nel quale non riusciamo a trovar pace.»
Italo Dragosei

Febo Mari

Febo Mari Ambrosio Film
Febo Mari, Ambrosio Film

A Messina, in Via Munizione n. 16, alle ore 10 del 16 gennaio 1881, nasce Alfredo Giovanni-Leopoldo Rodriguez, in arte Febo Mari. (dall’atto di nascita pubblicato nel volume Febo Mari, di Nino Genovese, Edizioni Papageno 1998).

“Nella mia Messina, lungo una di quelle viuzze della città distrutta, che tagliavano a scacchi il quartiere mezzano – il quartiere che scendeva dall’altura della Rocca dell’Andria alla banchina del porto – in una di quelle viuzze bianche e fredde, via di Neve, nel patio di una casa catalana, verso il 1895, cinque ragazzi creavano la Scuola d’Arte” (Febo Mari)

E fu così che…

“Il figlio del barone Giovanni Rodriguez – ed è inutile far cenno alle origini – di nome Alfredo e di anni quattordici, entra a far parte di una Scuola de l’Arte improvvisata, unitamente ad altri quattro coetanei storditi dall’audacia e trascinati allo sbaraglio. Il ragazzo Rodriguez aveva deciso di fare il teatro; il che stava significare che avrebbe dovuto provvedersi di una sala con almeno una pedana, un copione, alcune suppellettili, ed infine un pubblico davanti al quale recitare. Poiché il capo era lui, Alfredo, gli toccò fare praticamente tutto, e se gli altri furono in grado di aiutarlo manualmente, il copione doveva inventarlo e scriverlo lui. Lo fece, col titolo Fratello e la recita, non si sa come, avvenne. (…) Inutile aggiungere che per la famiglia Rodriguez, tentativi e proponimenti del genere erano da considersi ragazzate. Che intanto continuasse gli studi e con profitto, possibilmente.

(…)

Alfredo, come voleva la sua famiglia, prese la sua Laurea in Lettere e Filosofia. Ma la sua vera e segreta vocazione era la scena. Giunto a Milano nel 1905, entra nel Circolo Filodrammatico di Arte Moderna (frequenta Labriola, Leone, Monicelli), impara a recitare frequentando (brevemente) i corsi di Teresa Boetti Valvassura, si scrittura nella Compagnia Franchini-Fumagalli (1908), e dopo tre mesi, lo troviamo come primo attore giovane nella compagnia di Virginia Reiter. Meno di un anno dopo, nel 1909, primo attore con Ferruccio Garavaglia: “A trent’anni era già primo attore in un mondo dal difficile incedere, perché i gradini della carriera erano rigorosamente controllati e misurati dai figli d’arte, i nati da genitori attori cui la scena di prosa apparteneva per diritto atavico”(Lucio Ridenti)

Nel 1911 assume la direzione della Compagnia del Teatro Manzoni di Milano. Un anno dopo, forma parte della più aristocratica compagnia stabile italiana, sempre al Manzoni, diretta da Marco Praga, finanziata da Giuseppe Visconti di Modrone (papà del futuro regista teatrale e cinematografico Luchino, che allora aveva soltanto sei anni), capocomici Tina Di Lorenzo ed Armando Falconi. Ma non è tutto, perché nel 1911, Arturo Ambrosio lo invita a debuttare nel cinema, e lui accetta, naturalmente. Nuove esperienze, nuove possibilità, un “mezzo” di espressione “moderno” tutto da esplorare. Verso la fine del 1912, Febo Mari debutta come regista di Il critico, produzione Ambrosio. Passato all’Itala di Pastrone, recita accanto a Zacconi (Padre), alla Menichelli (Il Fuoco, Tigre reale), dirige Zacconi (L’emigrante), se stesso, Valentina Frascaroli e Felice Minotti (La gloria), ha qualche contrasto con Pastrone (o forse no), e ritorna all’Ambrosio per dirigere, in collaborazione con Arturo Ambrosio, il famoso Cenere, unico film interpretato dalla Duse.

Nel 1917, dirige uno dei film più affascinanti (dal mio punto di vista) della sua carriera: Il Fauno.

Nel 1918 fonda a Torino la propria casa di produzione la Mari Film.

Dirige Francesca Bertini, nella sua Bertini Film, e litigano (così racconta la leggenda). Forse per questo accetta d’interpretare una nuova versione di Assunta Spina, diretta da Roberto Roberti (ex regista della Bertini), prodotta ancora una volta da Giuseppe Barattolo, ma interpretata da Rina De Liguoro. Il quartetto Mari-De Liguoro-Barattolo-Di Giacomo, riprova con Mese Mariano, ma non sembra abbia avuto molta fortuna, sono tempi difficili. Per il cinema bisognerà aspettare il 1937. Per il teatro di prosa no, il teatro di prosa, con qualche breve pausa, è da sempre al centro delle attività artistiche di Febo Mari, qualche anno prima della morte aveva interpretato persino un’operetta, Il pipistrello, di Strauss.

Ho dimenticato di segnalre molti film, ma voglio ricordare che fin dal 1895, Mari ha scritto diverse opere teatrali, soggetti per il cinema (realizzati e inediti), articoli per i giornali, un romanzo (Chissà perchè, pubblicato nel 1933), e poesie, racconti, memorie…alcuni introvabili, altri fortunatamente conservati dalla figlia Isa, attrice e segretaria di edizione (La Dolce Vita), scrittrice anche lei di un romanzo portato al cinema: Nella Città dell’Inferno, interpreti Anna Magnani e Giulietta Masina, regia Renato Castellani.

Febo Mari morì improvvisamente a Roma il 6 giugno 1939. La sua seconda moglie e compagna per molti anni Misa Mordeglia, ci ha lasciato diverse testimonianze (scritte e in video), sulla vita e i tempi di questo affascinante e poliedrico personaggio, un giorno mi decido e cerco di costruire un documentario. Anche a me piace sognare ogni tanto!

Giuseppe De Liguoro cavaliere senza paura

Giuseppe De Liguoro 1915
Giuseppe De Liguoro ai tempi della Caesar Film, 1915

Ho dato la preferenza a Pina Menichelli, nel ricordare che ieri si celebrava il suo compleanno, ma lo stesso dieci gennaio di qualche anno prima, nel 1869, nasceva a Napoli il conte Giuseppe De Liguoro Presicce. Don Giuseppe, da vero gentiluomo d’altri tempi, capirà benissimo che le signore hanno la precedenza e saprà scusare questo ritardo.

Giuseppe De Liguoro non è l’unico aristocratico appassionato di cinema ai tempi del muto, ma è sicuramente l’unico che abbia ricoperto i ruoli d’interprete, regista, sceneggiatore, scenografo, e produttore. Secondo i pochi dati biografici, si dedica ben presto al teatro, contro il solito volere della sua famiglia che magari lo voleva prete o militare. Esordisce sulle scene di prosa nel 1894 al Teatro Alfieri di Firenze, interpretando il ruolo di Orazio nell’Amleto (Compagnia Pilotto-Zacconi). Evidentemente, un ruolo di secondario non era il più adatto per le sue aspirazioni artistiche, e sappiamo com’era difficile all’epoca arrivare al posto di capocomico, così Don Giuseppe non tarda in organizzare la propria compagnia di repertorio classico. Nel 1901, va in scena all’Adriano di Roma, il dramma Murat o La fine di un re, scene storiche di Giuseppe de Liguoro, che lo stesso autore porterà al cinema qualche anno dopo. Nel 1908, senza che si conoscano bene le ragioni, Don Giuseppe abbandona definitivamente il teatro per darsi al cinematografo, industria promettente, ma ancora molto fragile e, sopratutto, disprezzata (per non dire fortemente osteggiata) dai teatranti. La casa di produzione per il suo debutto è la Saffi-Comerio, che da lì a poco diventerà Milano Films, meglio conosciuta come “nido di nobili” perché tra i fondatori c’erano alcuni dei più bei nomi, in questo caso dei cognomi, dell’aristocrazia milanese: Pier Gaetano Venino(presidente), Paolo Airoldi di Robbiate (vice-presidente), Urbano Del Drago, Mario Miniscalchi Erizzo, Carlo Porro, Ramiro Rosales d’Ordogno, e Giovanni Visconti di Modrone consiglieri. Molti di questi signori non si limiteranno al ruolo di finanziatori. Seguendo l’esempio di Don Giuseppe, nominato direttore artistico, parteciperanno attivamente nella produzione, chi prestando castelli, cavalli, mobili, quadri di famiglia e vasellame pregiato, chi la propria aristocratica effigie e quella dei parenti, come nel caso del film Gioacchino Murat , dalla locanda al trono, tratto dall’opera teatrale quasi omonima, scritta da Don Giuseppe nel 1901. In una intervista rilasciata al quotidiano milanese La Sera, Pier Gaetano Venino, presidente della Milano Film, spiega il suo gesto in questi termini: «Data la vastità, oltre le tradizioni cinematografiche sin qui seguite dalla concezione storica del Murat, mi prestai io stesso ed indussi alcuni miei gentilissimi amici a figurare nell’interpretazione dei personaggi più importanti. Ed è così che in codesta film, si vedranno apparire le figure del Barone Airoldi di Robbiate, del conte Arnaboldi, del conte Jean (Giovanni) Visconti di Modrone e del lui fratello Giuseppe, del conte San Nazzaro, del marchese Rosales D’Ordogno, del signor Mario Ammon, del conte Mario Greppi, del signor Mario Guerrin, dei conti Gino e Giulio Durini…». La ricostruzione storica, può contare con attrezzi e costumi forniti dal Teatro della Scala, i cavalli provengono dalle scuderie degli aristocratici soci della Milano Films, le carrozze sono autentiche carrozze dell’epoca napoleonica e, se non bastasse, alcune scene vengono girate nel castello del conte Arnaboldi. Alla pellicola, lunga circa 276 metri, 16 quadri, prendono parte circa 400 persone.

Un mio lontano parente, dovrebbe aver collaborato in questa, ed in altre “ricostruzioni storiche” della Milano Films. Ma a questo ci tengo specialmente, sono anni che lo cerco e vorrei vederlo. Se qualcuno, gentilmente, vorrebbe farmi arrivare una copia le sarei eternamente riconoscente, grazie anticipate.

Non ho spazio per narrare altre avventure simili alla Milano Films, e ce ne sono parecchie. Forse un giorno dedicherò un “special” alla bio-filmografia di Giuseppe De Liguoro. Volevo soltanto segnalare che un simile impegno e cura per il dettaglio non erano abituali in altri metteurs-en-scène.

Il 31 dicembre 1913 nasce a Catania l’Etna Film, amministratore unico l’industriale Alfredo Alonzo, con ambizioso programma artistico che si poneva come obiettivo costruire in Sicilia una vera e propria città del cinema. Gli stabilimenti, che occupavano 23 mila metri quadri nella periferia della città, erano collegati al centro storico per mezzo di una moderna via tranviaria: “Entrando dal cancello principale si trovava l’artistico villino dell’amministratore; di fronte: i garage con 5 automobili e un camion, la scuderia con cavalli e vetture. Si passava quindi nella zona della produzione artistica composta: da numerosi laboratori, ricchi di macchinari; dal teatri di posa, di cui uno grandissimo che misurava 26 metri di larghezza e 10 di altezza, il quale veniva considerato uno dei più grandi al mondo; e un altro, quello estivo, costruito in legno e vetri più piccolo, ma che poteva benissimo ospitare contemporaneamente da due a tre troupes artistiche; e ancora camerini per gli artisti, muniti di ogni confort; da un ampio salone per le comparse; dagli studi dei metteurs en scène; i depositi e magazzini per le scenografie, i mobili, il vasellame e oggetti di varia natura. L’esterno era arredato da colonne, fontane, panchine, angoli giardino, vasche e fiori. Per completare i lavori vi lavorarono intorno ai 400 operai per circa un anno.”(Nino Genovese e Sebastiano Gesù, La Sicilia nel cinema, Giuseppe Maimone Editore, Catania 1993)

In questo imponente scenario si svolgerà una delle tante avventure cinematografiche di Don Giuseppe. Un’avventura per certi versi sconosciuta e tutta da esplorare.

Come esempio, propongo la revisione di Il Cavaliere senza paura, produzione Etna 1914, prima visione marzo 1915. Un film, una storia, che a Giuseppe Di Liguoro doveva stare molto a cuore, visto che la portò al cinema per ben due volte, la prima nel 1914, la seconda nel 1924.

Vediamo come fu accolta, proprio dal pubblico catanese, la prima di questo film:

Giuseppe De Liguoro, Il cavaliere senza paura
Giuseppe (Alfonso) De Liguoro, Il cavaliere senza paura, Etna Film 1915

«Catania, 9 marzo 1915. Il fior fiore dell’aristocrazia cittadina, le più eleganti toilettes, e quanto di più eletto offre la nostra città, si diede convegno domenica 7 corrente, al matinée del nostro Massimo. Il vasto teatro conteneva più di 5.000 persone, e offriva uno spettacolo imponentissimo, sfolgorante di luci e d’oro, olezzante di profumi. Sin dalle 10 del mattino i biglietti erano esauriti, e non poche centinaia di persone mostravano il loro malcontento per essere giunti con ritardo.

Alle 17, quando le porte si aprirono, una moltitudine di gente stazionava sotto i portici, assistendo alla sfilata delle automobili e dei coupés, invidiando i fortunati che avevano fatto a tempo a prenotare i posti. Poche volte Catania ha offerto uno spettacolo simile, indimenticabile: rari ricordi del nostro teatro Massimo.
(…)
Il cavaliere senza paura è un dramma eroicomico romanzesco, dell’epoca cinquecentesca, tratto da uno dei tanti lavori di Ponson du Terrail, nella raccolta della gioventù di Enrico IV.

Quello che di saliente va notato in questo lavoro è la riproduzione perfetta dell’epoca, e ad uno sguardo indagatore non debbono sfuggire certe imperfezioni; infatti dal taglio d’abito alla sciabola, dal cappello al mantello, noi osserviamo nessuna stonatura storica, come facilmente si verifica in altri lavori. E di ciò va data lode a chi inscenò il lavoro, che si rivela uno studioso.

Assistiamo allo incendio di un castello in riva al mare, ed è perfetta la simulazione; le ombre dell’edificio bruciante si riflettono sulle acque e danno un effetto di veridicità sorprendente. Le sale dei diversi castelli per la mobilia in stile dell’epoca, le invetriate ed i veroni appositamente costruiti, i quadri tutti, ci danno l’idea di vivere col visconte Ponson du Terrail nella sua Bella Argentiera, I cavalieri della luna, ecc.

Bravo il cav. De’ Liguoro, perfetto in tutte le sue azioni e nei minimi dettagli; brava la simpatica Lia Monesi Passaro (Bianca), che pur essendo nuova nell’arte cinematografica, ha rivelato delle doti sorprendenti. Mentre la vedevo su lo schermo bianco, pensavo, senza volerlo, alla bella Nancy e a Sara Loriot.

Bazzano, il factotum dell’Etna Film, tanto esilarante nelle commedie, mostrò nelle diverse parti che prese in questo lavoro, una sana interpretazione che fa presagire buone cose.

Orlando Ricci fu un vero conte di Montelupo.

Anche qui Cassini fece sfogo della sua arte, interpretando il principe di Beaufort.

Antonio Menichelli sostenne la sua parte di oste con perfezione.

Bravi: D’Anversa (Duca di Rachetel); Eugenio Musco (Michelaccio); Wladimiro De’ Liguoro (Fulberto), e la Mimi Pozzi Ricci (Gilda) tanto carina.

Una strega dai begl’occhi, la A. Tournaire.

Una lode a tutti coloro che presero parte a questo lavoro di grossa mole, che per la sua importanza, per la veridicità dei quadri riuscitissimi, per quanto vi è profuso, sarà ben quotato nel mondiale mercato cinematografico.»

Finito l’impegno con l’Etna Film, scritturato dalla Caesar Film di Giuseppe Barattolo, De Liguoro diventerà il regista di Francesca Bertini (1915-1916); dal 1917 al 1920 alla Fausta Film, la Lux Artis, la Gladiator e la Filmgraf; e dal 1920 al 1924 per la U.C.I.

Nel gennaio 1924, si costituisce a Venezia “con serie intenzioni e con solide basi”, fortemente contrastate dalla crisi galoppante che finirà per travolgere l’industria del cinema in Italia aggiungo io, la Ultra-Vision italo-americana C., con sede a Venezia. Il primo (e ultimo) film prodotto è Il Leone di Omar, 1800 metri, regia-sceneggiatura Giuseppe De Liguoro.

Secondo alcune filmografie, l’ultimo film girato ai tempi del muto sarebbe: Tanis, la Sfinge d’oro per la milanese Mundus Film.

Nient’altro fino al 1931, quando dirige il cortometraggio sonoro: La canzone di Mirka, ultimo titolo della sua filmografia.

Giuseppe De Liguoro muore a Roma il 19 marzo 1944.

La saga De Liguoro ed il cinema muto comprende i figli di Don Giuseppe: Wladimiro (1893-1968), sposato a Rina Cataldi, in arte Rina De Liguoro (1892-1966); ed Eugenio (1895-1952).