Amleto Palermi 11 luglio 1889

Amleto Palermi 1926
Amleto Palermi 1926

“Nel pieno vigore delle sue forze fisiche e nella piena maturità del suo ingegno, dopo breve ma gravissima e penosa malattia, alle ore 24 del 20 aprile è morto in Roma, nella sua casa di via Boezio 7, il regista Amleto Palermi. Era nato a Roma, l’11 luglio 1889.”

Con l’improvvisa scomparsa di Amleto Palermi (si può dire ch’egli sia morto sul lavoro avendo appena iniziato un nuovo film La donna senza nome) la cinematografia italiana perde uno dei suoi elementi migliori, uno dei suoi artefici più rappresentativi, il lutto non è soltanto del nostro cinema ma anche del cinema europeo, al quale Palermi diede — e non solamente nel periodo del muto — film memorandi.

A diciassette anni Palermi entrò in giornalismo e cominciò a scrivere commedie in dialetto (egli era siciliano) e in lingua, riscuotendo lusinghieri successi.

Le commedie: ‘U lupu (1909), compagnia di Micio Grasso, teatro Garibaldi di Palermo; Amuri foddi (1912), compagnia Marazzi-Diligenti, teatro dei Fiorentini di Napoli; La vela grande (1913) compagnia di Giovanni Grasso, teatro la Pergola di Firenze; Il primo amore (1919) compagnia di Giovanni Grasso, teatro Eliseo di Roma; Il Tesoro d’Isacco (1920) compagnia di Giovanni Grasso, teatro Sannazaro di Napoli.

Poi, come Oxilia, Camasio e Zorzi — suoi colleghi di teatro —, si avvicinò al cinema che allora al pari di oggi si nutriva di teatro. Il 14 febbraio 1914 Palermi iniziò la sua attività di regista alla Film Artistica Gloria di Torino: aveva venticinque anni e il film che gli venne affidato s’intitolava: Colei che tutto soffre: e vi prendevano parte come interpreti: Mario Bonnard, Maria Caserini, Vittorio Rossi Pianelli, Fanny Ferrari e Mimi Aylmer.

Palermi asseriva d’esser anzitutto soggettista e sceneggiatore e poi regista, « Faccio il regista — egli diceva — per evitare tradimenti o cattive interpretazioni ». Non era un parlare a vuoto, codesto, perch’egli era cosciente delle proprie qualità e possibilità: non pretendeva mai di agire oltre i suoi limiti; limiti che egli stesso si imponeva sovente.

Dirigendo voleva completa libertà d’azione: anche se il soggetto era suo, se la sceneggiatura era sua e già definita in ogni particolare, amava mutarla rinnovarla vivificarla in sede di lavorazione secondo che il suo estro, la sua sbrigliata fantasia gli dettavano durante la stessa ripresa. In ogni suo film si notano questi momenti di felice intuizione, questi attimi di genialità che risolvono sempre una situazione incerta o avvivano un’azione fiacca o colorano una recitazione sbiadita o rinvigoriscono una debole sceneggiatura.

Direi che questa era la sua maggior dote, derivante dal profondo senso del cinema ch’era in lui, dalla specialità di vedere e di pensare cinematograficamente a bagliori, dalla facilità quasi estemporanea di narrare cinematograficamente, i suoi film, infatti, scorrono senza soste, senza rallentamenti, placidi e tranquilli come un calmo e ampio fiume; sono chiari come concezione, semplici come narrazione, aperti come comprensione.

E’ una stretta conseguenza di ciò il grande favore popolare che riscuoteva Palermi, favore che si concretò con il referendum indetto dalla rivista « Cinema » tra i suoi lettori dal novembre 1939 al gennaio 1940. Amleto Palermi fu acclamato primo regista italiano con 9.950 voti (seguiva Camerini con 9.462 voti) ; e due dei suoi ultimi film, Cavalleria rusticana e Follie del secolo ottennero il 2. e il 3. posto (il primo toccò a Luciano Serra pilota).

In verità Palermi dimostrò in varie occasioni di essere il più eclettico, il più pronto, il più aggiornato (dei suoi coetanei) regista italiano; di saper dirigere il film d’eccezione e quello di produzione corrente, il film in costume e quello moderno, il film comico e quello drammatico, il film psicologico e quello storico. In ventisette anni di incessante attività registica, egli conta i successi più numerosi. La sua esperienza incalcolabile gli valeva molto per rimanere sempre in equilibrio e risolvere i casi più difficili e disperati e aveva il grande pregio di saper realizzare senza sdegni o mortificazioni anche un film (e diversi ne realizzò) in cui non occorresse tanto gusto o cultura (che certo non gli mancavano) quanto pratica della macchina e scioltezza nell’inquadratura. Egli era capace di passare dal soggetto alla presa diretta senza l’ausilio della sceneggiatura scritta: la inventava al momento di girare. Credo che per ciò egli sia stato il regista ideale per il produttore italiano: l’ha fatto sempre guadagnare, mai rimettere.

Lavoratore instancabile egli consumò giorno per giorno il suo corpo e il suo cervello, le sue energie fisiche e spirituali che sembravano inesauribili. Egli non conosceva, forse, il motto di Ludovico Antonio Muratori : « Non il riposo ma il mutar fatica alla fatica sia solo ristoro » ; non lo conosceva ma lo attuava, logorandosi senza posa. Il suo cervello era continuamente in azione, ovunque si trovasse, a qualunque cosa attendesse: egli prendeva sul serio il suo lavoro di uomo del cinema, ch’era la sua vita.

Con la sua aria un po’ ironica e alquanto scanzonata, con il suo volto sorridente, gli occhi dallo sguardo puntuto che ti squadravano dentro; provvisto di una mimica prodigiosa, di una mobilità facciale sorprendente, di una resistenza eccezionale, di una vivacità unica; con il suo cuore aperto e fraterno di siciliano puro, con il suo fare cordiale e cameratesco Amleto Palermi era insieme un artista e un uomo simpaticissimo che non voleva male a nessuno e si faceva amare da tutti amici e nemici (se ne aveva).

E tutti oggi sentiamo il vuoto, il grande vuoto che egli ha lasciato nelle file del cinema.
F. C.(1)

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Amleto Palermi, direttore artistico della Cines 1918
Amleto Palermi, direttore artistico della Cines 1918

Amleto Palermi è morto pochi giorni fa. Era nato a Roma l’11 luglio 1890, il cinematografo italiano, che per tanti anni lo ha visto, pronto ed attivo, tra le sue file, denuncia oggi una perdita che va al di là dei valori e di una classificazione puramente fredda ed accademica della sua opera complessiva, ma deve soprattutto tener presente il fatto umano. Perciò la perdita di Amleto Palermi deve anzitutto essere sentita da un punto di vista sentimentale e materiale: non bisogna infatti dimenticare che Palermi non soltanto aveva fermamente creduto nel cinema italiano, al quale aveva dato sinceramente la parte migliore di sé, tutto il suo entusiasmo, la sua fede, la sua giovinezza, ma che rappresentava, in questo cinema, proprio una delle parti migliori e più solide. I suoi film restano insomma tra le cose positive e realizzate, e qualcuno di essi tra le cose migliori che questo cinema aveva saputo offrire al suo pubblico.

La vecchia signora, Napoli d’altri tempi, Follie del secolo; Cavalleria rusticana, I tre misantropi, La peccatrice, sono tra i film più importanti e più significativi della nostra produzione dal 1930 in poi. Tra tutti questi film vanno poi staccate le sequenze e i brani di vita paesana, che Palermi, come altri nostri registi, sentiva in maniera particolare. Un gusto preciso dei personaggi definiti di un piccolo centro, nelle loro azioni e nelle loro relazioni più semplici e comuni. Le piazzette affollate, l’uscita dalla chiesina nella domenica, come in Due madri e in Cavalleria Rusticana, ed in molti film interpretati da Musco, rivelavano la tendenza di Palermi di raccontare questi brani che particolarmente erano sentiti da un certo pubblico e che si riallacciavano (vedi anche in parte Vecchia guardia e in 1860 di Blasetti e Il cappello a tre punte di Camerini) alla vera e genuina tradizione del cinema italiano. Si potrebbe forse addirittura parlare di lui come di uno dei promotori dell’avanguardismo italiano, che poi, per tante ragioni, non ha avuto più seguito, o, meglio, non ha trovato espressione concreta nella produzione normale.

Ci ricordiamo di Palermi come di un uomo geniale, pieno di idee, sempre attivo con la sua fantasia fertile, cordiale con gli attori e con la gente che lavorava con lui. Il teatro di posa spesso lo stancava: e preferiva allora pensare alla scena seguente, o allo spunto di regia, chiacchierando con gli amici e bevendo il caffè. Ma, ritornato in teatro, non c’era caso che vi giungesse sprovveduto od incerto. Il suo fascino e la sua personalità si esprimevano con sorrisi e con un giuoco vario di gesti e di mimica. Ma tutti in teatro sentivano la forza della sua « fantasia »: e su questo piano lo si seguiva con facilità, essendo le sue idee di portata non astrusa. Nato a Roma, aveva vissuto e studiato in Sicilia, dove aveva anche compiuto gli studi universitari. Poi, a Roma, cominciò a fare il giornalista, e in seguito scrisse anche delle commedie e dei drammi, uno dei quali ancora si recita presso le filodrammatiche rionali. Il suo debutto cinematografico risale circa al 1914 con il film Colei che tutto soffre. Ma è soltanto nel 1916 che la sua attività comincia a diventare continua. Fu allora infatti che fece, come soggettista e come regista, Il sogno di Don Chisciotte, film muto che preannunciava la vittoria dell’Italia nella guerra mondiale. Da allora non lasciò più il cinematografo, ed anzi vi si dedicò con sempre maggiore passione e convinzione nei suoi mezzi. La bella salamandra è del 1916: ma da ora in poi la sua attività non avrà soste. Qualche anno più tardi, verso il 1925, si recò in Germania, dove realizzava un ottimo film tratto dall’Enrico IV di Pirandello, interpretato da Conrad Veidt. Sempre in Germania diresse L’età critica, da un dramma di Max Dreier, e L’uomo più allegro di Vienna con Ruggero Ruggeri. Nel 1926, tornato a Roma aveva diretto Gli ultimi giorni di Pompei, che si riallacciava ad una produzione ormai abbandonata e fuori moda.

Con l’avvento del sonoro, Palermi è uno degli organizzatori della Caesar Film, che gli affidò la regìa della Vecchia signora, dov’egli riusciva a realizzare un contrappunto visivo sonoro.

La sua attività collaterale di soggettista, e quella lontana, ma non dimenticata passione per il teatro, ci fanno intravvedere in lui non soltanto l’uomo che, in possesso dei mezzi espressivi del cinematografo, riusciva a realizzare opere formalmente compiute e prive di difetti esteriori, ma soprattutto un artefice guidato da un istinto e da un ingegno vivo e presente, capace in ogni momento di destarsi e di dettare e suggerire idee derivanti da una personalità spiccata di artista.

Si può dire, in definitiva, che con Palermi, la cinematografia italiana ha perduto uno degli uomini più fecondi e più attivi, uno degli uomini sui quali avrebbe sempre potuto contare per realizzare opere significative ed equilibrate. Vinse nel 1940 il Referendum di Cinema per il regista migliore.
Puck (2)

Due ricordi di Amleto Palermi, estratti: 1, Film, 26 aprile 1941; 2 Cinema, 25 aprile 1941. Il corsivo sulle opere teatrali è mio.

Le bambole animate di Starewicz

Starewicz 01

Le mois dernier, M. Starevitch a obtenu, en Amérique, la médaille d’or pour son film la Voix du Rossignol, que nous avons d’ailleurs publié dans Ciné-Miroir en 1923.
C’est la première fois que le film d’un metteur en scène étranger obtient cette distinction outre-Atlantique.
(Ciné-Miroir, 1 janvier 1926)

Una delle principali attrattive del cinematografo è rappresentata dalla facilità con cui si può in esso realizzare il meraviglioso ed il fantastico. Fino dai primissimi tempi del cinema si sono veduti sullo schermo numerosi films a trucco Chi non ricorda uno dei più classici film del genere Il viaggio nella luna?

Questo genere, che parve — dopo un primo fortunato periodo — cadere in disuso, ha più tardi ritrovato il favore del pubblico con i disegni animati (Dick and Jeff) di varii realizzatori artistici, in particolar modo con quelli di Bud Fisher. Ai disegni animati sono poi seguiti i fantocci, o bambole, animati di Ladislao Starewitch. Questo geniale realizzatore ha già girato da qualche anno varii ed interessanti film che il nostro lettore ben conoscerà, certamente almeno di nome, quali: Il Matrimonio di Babylas, lo Spaventacchio, Le rane domandano un Re, Il canto dell’usignolo, ecc.
Nel breve tempo che occorre a fare svolgere una di queste azioni sullo schermo, quindici o venti minuti, il pubblico che invariabilmente vi si diverte ed interessa non può mai immaginare di quale pazienza e di quale estenuante lavoro tali finzioni cinematografiche siano frutto. Anzitutto, quale essenziale elemento occorre (oltre ad una produzione di bambole, fantocci e bestie perfetti e costruiti in una materia elastica e pieghevole) un realizzatore che conosca profondamente le espressioni del volto umano ed i momenti minimi per quali passa ogni arto nel mutar posizione, e il volto nel mutare espressione, e così di ogni parte attiva del corpo.

Ben inteso che tale conoscenza; nei suoi minimi particolari, va estesa alla fauna che può essere richiesta dallo svolgimento di un soggetto da realizzare. Inoltre il realizzatore deve necessariamente essere pittore e scultore per costruirsi — per ogni lavoro — personali e scenari.

Le bambole, i fantocci che rappresentano i personaggi hanno al posto della testa un supporto in forma di testa al quale per ogni espressione, anzi per ogni momento di espressione viene applicato il volto conveniente. Questo volto mutevole consiste in una maschera che, com’è detto sopra, viene applicata al supporto che fa da testa al fantoccio. Queste maschere infine sono in gran numero per ogni fantoccio e numerate in modo che faciliti al realizzatore la loro continua scelta nel corso della rappresentazione. Ogni attimo di movimento è anticipatamente studiato su personaggi viventi al fine di dare parvenza di vitalità alle bambole ed ai fantocci.

Per rendersi conto della pazienza che occorre a girare un film di bambole simili basta tener presente che ogni attimo di movimento è una immagine cinematografica, che in una sala del cinematografo passa sullo schermo davanti ai vostri occhi nella proporzione di sedici immagini al minuto-secondo e che i fantocci devono essere fotografati immagine per immagine e che quindi ad ogni giro di manovella della macchina da presa predisposta a l’uopo il realizzatore deve fare eseguire un attimo di movimento ai suoi personaggi.

Ladislao Starewitch impiega a girare uno dei suoi brevi film quattro mesi circa.

Ed ora due parole su questo geniale realizzatore. Lo Starewitch è nato in Polonia (a Mosca da genitori polacchi n.d.c.) nel 1882.

Operatore, poi metteur en sceène della Casa Khanzhonkov, realizzò nel 1913 il suo primo film di bambole movibili intitolato La cicala e la formica. Presentato allo Zar ed ai suoi figli, questo film ottenne tale successo che ne fu lautamente premiato… Khanzhonkov!!

Starewitch rimase, in qualità di metteur en scène, presso questo editore di films fino al 1917, e girò numerosissimi lavori tradotti da opere illustri, da leggende di Gogol, da poemi di Pochkine…, e vari drammi da lui stesso composti. Fu sotto la sua direzione che iniziarono la loro carriera Mosjoukine e Tourjanski che oggi furoreggiano in Francia.

Nel 1915 realizzò Jola, da un racconto medioevale di Jolovski.

La compagnia Khanzhonkof, scioltasi durante il disastro russo, si ricompose in Crimea nel 1918. E fu colà, a Yalta, ove lo Starewitch girò il suo ultimo film drammatico Stella Maris dal romanzo di Locke. Fu questo il famoso film che Mary Pickford girò in California interpretando contemporaneamente le due parti di Mary la fanciulla ricca e Unity la orfanella povera.

In seguito lo Starewitch venne in Italia e infine in Francia ove si stabilì e dove, in qualità di operatore girò due realizzazioni del russo Protozanoff : Una notte d’amore di Emilio Zola e Verso la luce di Ouralsky.

Starewicz

Ma la salute scossa non gli permise più oltre di esercitare il gravoso mestiere di realizzatore, ond’egli riprese il suo lavoro di films «a trucco» coi fantocci articolati iniziando una nuova serie di realizzazioni. Vennero così alla luce:

Fra le grinfie del ragno : 900 metri, senza personaggi umani edito dal Pathé Consortium (nove mesi di lavoro).
Il matrimonio di Babylas : 300 metri, un personaggio umano, edito da Gaumont (tre mesi di lavoro).
Lo spaventacchio : 400 metri, un personaggio umano, edizione Jupiter (quattro mesi di lavoro).
Il canto dell’usignolo: 350 metri, un personaggio umano, edito dal Pathé-Consortium (quattro mesi di lavoro).
Le rane domandano un Re: 400 metri, nessun personaggio umano, edito da G. Petit (sette mesi di lavoro).
La piccola cantastorie: 380 metri un personaggio umano e una scimmia (due mesi di lavoro).
E infine La Regina delle farfalle (800 metri!)

Il personaggio umano che agisce nei films di Starewitch, e che in è ammirevole affinità ed affiatamento coi fantocci e le bestie false articolate, è una deliziosa e intelligente bambinetta che ha il nome di Nina Star.
 Essa non è altro che la figlioletta dell’illustre, realizzatore.
(L’eco del Cinema, gennaio 1926)

Il sito ufficiale di Starewitch, ovvero Ladislas Starewicz

Christus – Cines 1916

Christus 1916
Una scena di Christus 1916

Nuova puntata del 1° Festival dei Film Ritrovati Restaurati Invisibili.

Come in tutte le famiglie, la famiglia della storiografia cinematografica litiga spesso, litiga anche di brutto, scacciando fuori di casa il parente ribelle. Qualche volta perdona e fa ritornare all’ovile la pecora smarrita, ma il più delle volte le porte si chiudono per sempre.

Nelle seconde Giornate del Cinema Muto di Pordenone, anno 1983, la Cineteca Nazionale di Roma presentò il restauro di Christus, produzione Cines 1915-1916, messa in scena di Giulio Antamoro. Un film storico nel più ampio senso del termine, una delle produzioni più ambiziose del cinema muto italiano degli “anni d’oro”. Un film che dal 1916 fino a pochi anni fa continuava a proiettarsi in mezzo mondo. Certo, le copie erano in uno stato lamentabile. Ci voleva un restauro, e non lo dico con ironia.

Ma la cosa, il restauro di Christus, andò avanti ancora qualche anno. Nel dicembre 2002, lo storico Riccardo Redi pubblicava un piccolo interessante volume sul film. A pagina 5 leggiamo:
A suggerire il presente studio sono stati i tentativi di restauro del film Christus culminati nel 2000 con la ristampa a colori, eseguita nel laboratorio L’immagine ritrovata, partendo dal materiale esistente e in particolare dalla copia pressoché integrale conservata dalla Cineteca Nazionale. In tale occasione non è stato possibile a chi scrive queste pagine intervenire in alcun modo per illustrare i problemi del film, chiarire le vicende produttive, ottenere una nuova orchestrazione delle musiche originali di Don Giocondo Fino.
E a pagina 79 dello stesso, nella conclusione:
Consideriamo non definitivo il restauro – peraltro ottimo – del film, che è stato tecnico, non filologico. Ha ricostituito la copia nelle condizioni in cui ci è pervenuta, forse molto vicine alle condizioni in cui fu presentata nel 1916: diciamo forse, perché si sono ritrovate alcune immagini che non figurano nelle copie sopravvissute.
Il prestigio di Riccardo Redi era, ed è, grande. Altrimenti una filippica come questa gli sarebbe costato, per rimanere nel tema Christus, un esilio nel deserto…Come nel caso dei partiti politici: i panni sporchi si lavano in casa.

Questo restauro è uno dei primi del laboratorio L’immagine ritrovata di Bologna, ormai auto-celebratissimo, addirittura, come ho letto oggi sul web, sarebbero il “primo” laboratorio italiano di restauro cinematografico. Si ricorda qualcuno del laboratorio che restaurò il Christus nel 1983 ? E dello Studio Cine ?

Il bel volume Christus, firmato Riccardo Redi è una pubblicazione dell’Associazione Italiana per le Ricerche di Storia del Cinema, 2002. Vi consiglio caldamente la lettura.

Nota: la copia di Christus restauro 2000 non è visibile, questo film meriterebbe un Blu-Ray!