Lya de Putti

lya de putti
Lya de Putti

Torino, dicembre 1931. Ancora un altro buon elemento della cinematografia è passato al mondo dell’al di là.

Lia De Putti, l’attrice ungherese che i pubblici di ogni paese ricordano con particolare simpatia, è morta alle ore 1 del 20 (?) Novembre a New-York, di pneumonia, sviluppatasi in seguito all’avvelenamento del sangue causato da una infezione prodottasi in una piccola ferita alla gola.

La notizia delle sue condizioni gravi c’era stata comunicata alquanti giorni prima di quest’ultima; ma, in cuor nostro, non le demmo eccessiva importanza; invero, la figura di questa attrice c’era impressa nella mente con una fermezza fantastica per cui a sol ricordarne il nome ravvisavamo tutti i segni particolari del suo fisico e della sua azione interpretativa; per queste ragioni abbiamo pensato che talvolta la stampa divulga alcune notizie che, in fin de conti, poco interessano ed alle quali non si da soverchia importanza; quella della sua malattia l’avevamo inclusa in questa categoria essenzialmente perché eravamo fermamente convinti che l’attrice se ne sarebbe liberata con facilità e quindi — siamo sinceri — c’è venuta in mente una frase stereotipata, ma che è l’unica a tradurre il nostro pensiero: e a noi cosa importa?

Al contrario quella della sua fine ci ha oltremodo impressionato e non esageriamo tanto nell’affermare che noi soltanto — giornalisti dello spettacolo — noteremo la sua mancanza; noi che ormai abbiamo la mente e gli occhi pieni di nomi e figure di attrici di ogni paese; che, per conoscerle bene tutte e per averle seguite nella loro attività, abbiamo fatto una cernita ed una classifica; noi che avevamo incluso la De Putti nella esigua schiera delle migliori e che accorrevamo con entusiasmo a visionare ogni suo lavoro.

Eppure pensiamo, non senza rammarico, al destino.

Pensiamo che la morte che ella invocò un giorno l’ha ora ghermita; sarà stato, forse, quando scomparsa ogni preoccupazione, ogni ragione di dolore, la vita le si apriva per godere, per raccogliere la felicità dopo tante tribolazioni. È noto che verso la fine del 1927, a Berlino, appena ritornata dall’America, per ragioni private, tentò togliersi la vita recidendosi le vene dei polsi; poi, qualche tempo dopo, si disse che aveva nuovamente attentato alla propria vita ma la notizia fu smentita e ci venne comunicato ch’era rimasta vittima d’un incidente piuttosto grave mentre si recava fuori Berlino per girare alcuni esterni.

Giocò con la morte e rise anche della sua impotenza finché è stato voltato il foglio del gran libro del destino dov’è segnato il tempo della nostra vita.

Nel ricordare Lia De Putti non possiamo fare a meno di rievocare alcuni fra i suoi migliori films, primo fra tutti « Varieté » che senz’altro possiamo indicare come il capolavoro.

Che artistica interpretazione ha reso al fianco di Emil Jannings!

In questo lavoro ella fu la donna che diede fierezza, sensibilità e serenità all’audace acrobata. E l’uomo, dal suo amore, traeva ragioni di vita, forza e coraggio, per affrontare i pericoli del suo mestiere; e quando quest’amore gli vien meno egli decade, diventa un automa, finché la gelosia non lo spinge al sangue, all’assassinio.

Ci diede una interpretazione umana e convincente perché questo era il suo ruolo preferito; non quello della donna fatale nel quale, in seguito, per ragioni estranee alla propria volontà, ebbe a prodursi.

A proposito di questa preferenza ricordiamo il suo pensiero espresso or sono tre anni:

« Sono stufa. Veramente stufa, di produrmi nei films come una donna capace solo di creare dolori: io che nella vita non ho fatto che subire la tragica influenza del mondo esteriore e… degli uomini. Per fortuna, però, questa volta farò un’interpretazione a mio modo e di mio gusto. Niente seduttrice, niente sirena, niente incantatrice. Sarò l’umile Cenerentola, la donna virtuosa che si sacrifica per il bene degli altri, che patisce in silenzio… finalmente! E’ da anni che io vado dicendo questo. Nessuno mi voleva dare ascolto. Finalmente ora mi hanno accontentata. »

Lia De Putti riuscì a godere del suo quarto d’ora favorevole. I suoi lavori hanno trovato sempre in ogni dove un pubblico che è accorso a visionarli perché seppe circondarsi d’una aureola di simpatia che ben pochi attori oggi possono vantare.

In tutte le parti del mondo ebbe amici ed ammiratori; a New York erano una fitta schiera ma soltanto pochi di questi sentirono il dovere di accompagnarla all’estrema dimora. Il suo corteo funebre non fu spettacoloso come quello di Rodolfo Valentino o qualche altro divo già trapassato. Eppure i suoi meriti poco contavano d’inferiorità nei riguardi degli altri. Fu sola nell’ascesa e sola all’ultimo momento. Al mondo è facile andare in visibilio ed adorare per una ragione anche fatua cosi come non è difficile dimenticare in un niente.

Circa l’anno della sua nascita non tutti i biografi sono d’accordo. Alcuni asseriscono che sia nata nel 1898, altri nel 1900 mentre in qualche intervista ella ha dichiarato d’esser nata nel 1901. Qualunque sia la data precisa non toglie che oggi si debba rimpiangere la perdita d’una attrice piuttosto giovane. Quel che si sa di certo è che ebbe i natali a Budapest in un 12 maggio dal Barone Hoyos Von Buxenstein. Bambina ancora venne messa in collegio da dove a nove anni fuggì, attirata dal teatro che esercitava su di lei un fascino immenso. A sedici anni sposò il Barone De Putti, Colonnello dell’Esercito ungherese; ma la rilevante differenza d’età produsse tra i due tali dissidi che ben presto dovettero divorziare.

Nel suo animo, benché impegnato da un legame, aveva già nascosto un amore puro, un ideale: un attaché all’ambasciata di Norvegia l’aveva fatta sognare; per cui, riacquistata la libertà, tradusse in realtà il sogno del cuore.

Ma il destino che talvolta si contrappone alla volontà di noi mortali, quando tentiamo sviarlo, si riserva la facoltà di vendicarsi anche la vita di ogni uomo s’identifichi al programma da esso tracciato. E ci colpisce con una qualsiasi arma a sua disposizione, annienta tutti i nostri sforzi, ci riduce nell’assoluta impotenza d’accettare la lotta ad armi impari.

La De Putti era riuscita a realizzare il suo sogno; e per pervenire a ciò aveva abbandonato qualsiasi idea di dedicarsi alle scene. Per una vita quieta, tutta dedicata ad alimentare la fiamma del focolare domestico aveva soppresso la tendenza che fin da piccola s’era rivelata possente. Dopo soltanto due anni dal secondo matrimonio rimase nuovamente sola. Ed il fato non si contenta di toglierle una gioia ma s’accanisce contro di lei; l’obbliga ad allontanarsi dalla città dove i ricordi della sua breve felicità erano vivi per rifugiarsi a Berlino essendo a Budapest scoppiata la rivoluzione.

Qui non troviamo più Lia De Putti figlia d’un Barone, sposa di un Colonnello e di un addetto all’Ambasciata, ma una ballerina debuttante al Music-Hall. Eppure, quest’attività priva di soddisfazioni — più finanziarie che morali — doveva prepararla e darle occasione di dedicarsi al cinematografo. Le sue possibilità furono scoperte da un realizzatore tedesco, Joe May, che avendola notata più volte nel Music-Hall una sera le propose di cimentarsi nella settima arte. L’aspettativa di Joe May non venne delusa alla sua prima interpretazione; poco a poco cominciò ad affidarle ruoli sempre di maggiore importanza finché la ritenne matura di tentare un lavoro di un certo calibro. E questo fu « Il sepolcro indiano » al quale fecero seguito « Gelosia » con Werner Krauss, « Nel nome dell’Imperatore », « L’amante del contrabbandiere », « Varieté » con Emil Jannings. Quest’ultimo è stato il lavoro che ha accese le cupidigie dei realizzatori americani i quali riuscirono a farle varcare l’oceano per affidarle « Manon Lescaut », « L’ultimo porto », « L’angoscia di satana » al fianco di Adolphe Menjou, « L’allarme di mezzanotte », « Peccatrice bianca » con Lois Moran, « Allegri soldati » con Malcolm Mc Gregor, « Otello » con Emil Jannings e Werner Krauss, e moltissimi altri lavori. A questi si debbono aggiungere quelli realizzati in Germania in due periodi: prima del suo trasferimento in America e durante una visita in Europa: « Principessa Daniloff », « Fior di male » e « Primo amore, primo dolore » con Angelo Ferrari, « Fantasma », « Commedianti », « Le tre Marie di don Giovanni di Marana » con R. Schunzell, « Uccelli di passaggio », « New-York », « Un pentiti mi die il signor » « L’isola infernale », « Il cavaliere delle Pampas » con Luciano Albertini, « La beffa », « L’abisso della morte », « La terra che arde », « Vaudeville » ed altri ancora.

Per gli amanti delle statistiche notiamo che Lia De Putti in un referendum indetto da un settimanale cinematografico italiano è stata classificata tra le più fatali con 1472 voti, la preferita con 1954, i suoi occhi hanno ottenuto 1253 voti mentre la sua bocca 1795.

Ottavio Silvestri-Viola (La Vita Cinematografica, dicembre 1931)

Clara Bow sangue ribelle

Clara Bow
Clara Bow, disegno di A. Pomi 1928

«Alcun scenario sarà mai più bello e più drammatico della mia vera esistenza. Alcuna vita vi dirà di più dei costumi di Hollywood ove la dissolutezza più sfacciata e la più ipocrita pudibonderia si cozzano in strano contrasto.»

Fu nel 1908 che Clara Bow ebbe il primo successo: fece udire la sua voce e fu subito portata in trionfo. Era nata…. da dieci minuti! A dir la verità, i due unici spettatori che assistevano al suo debutto sul palcoscenico della vita erano suo padre e sua madre e forse…. peccavano di parzialità. Questo accadeva esattamente il 29 luglio del 1908 a Brooklyn:

Ero una ragazzina di Brooklyn allevata nella strada, fra i monelli, dividendo con essi i giochi e le botte, ma tutta presa da uno strano sogno di gloria e di fortuna… Mio padre, Robert Bow, era garzone di ristorante. Egli non viveva che per mia madre, povero essere malato e nevrastenico. E per questa sua figliola su cui aveva fondate non so quali grandi speranze… A quindici anni non conoscevo che la tristezza di un miserabile tugurio: ma guardavo sempre lontano, in alto, spinta a queste visioni da mio padre che mi adorava. Fu nel 1921. Un grande giornale di New York aprì un concorso di fotogenia. Mio padre, radunando le sue poche economie, mi condusse in uno dei più celebri e cari fotografi di Brooklyn. Poi, attendemmo. E un giorno fui convocata.

Vinse allora il primo premio in un concorso di bellezza, nel premio era incluso un provino per lo schermo, che le procurò subito una parte nel film starring Billie Dove: Beyond the Rainbow, ma disgraziatamente la sua parte fu tagliata:

Quale non fu la mia tristezza quando la pellicola giunse a New York (avevo convocato tutti gli amici, e mio padre tremava d’emozione) e vidi che tutte, capite? Tutte le scene ove io avrei dovuto comparire erano state tagliate! Mia madre, che già lo squilibrio mentale rendeva quasi pazza, m’accolse a legnate, e mi proibì di continuare la mia vita “scandalosa”. Promisi: e pochi giorni dopo, sul suo letto di morte, mi fece giurare che non avrei mai più fatto del cinematografo. Così diventai telefonista in una clinica medica, e tale sarei ancora, forse, se mio padre non fosse riuscito a farmi capire la nullità di un giuramento strappato da una povera creatura pazza e morente. E, allora, ritentati la prova.

Il regista Elmer Cliffon, cercando un tipo caratteristico per il film Down to the Sea in Ships, si ricordò di aver visto il ritratto di Clara Bow sulla copertina di un giornale di mode e di averla trovata molto fotogenica e molto simpatica. Questa volta Clara ebbe la “sua parte”, niente tagli, niente sorprese.

Clara Bow si avviò così verso la fortuna. Una lunga serie di films le procurarono moltissimi successi. Ma la pellicola che le diede fama internazionale fu It di Elinor Glynn. Allora « l’indiavolata dai capelli rossi » cominciò a far parlare di sé il mondo intero. Sulla sua vita privata furono raccontate innumerevoli storie scandalose, ma non per questo ella perdette la sua costante allegria ed il suo smagliante sorriso:

Vissi intensamente il bel sogno divenuto realtà. Quanto guadagnai? Non so: l’oro correva per le mie mani come una fonte inesauribile. Un giorno Donald Keith mi strappò una promessa di matrimonio: io mi accorsi subito dell’errore e mi sposai di corsa con Gilbert Roland. Ma anche di lui mi stancai presto. E fu la volta di Victor Fleming. Il pubblico si divertiva delle mie incongruenze, io… ancora più del pubblico. Ma vennero i giorni neri. Il ricco e giovane Robert Savage, che aveva preso il posto di Fleming, fu trovato una mattina ferito al polso da un colpo di rasoio, una mia fotografia stretta nel pugno insanguinato. Il padre mi minaccia di un processo, sebbene suo figlio fosse completamente guarito: io per consolarmi cerco fra le braccia di Gary Cooper un poco di pace. Ma il big boy di Montana ha un padre austero magistrato ed una madre che non molla mai. Gli si interdisce un matrimonio giudicato disonorevole: e Gary s’inchina al volere paterno. Allora persi la testa. Le mie avventure scandalizzarono le leghe moraliste americane: attorno a me brontolava la bufera, ed io non la sentivo. Fu la mia segretaria, Daisy Devoe, che produsse la scintilla, legata com’era ad una di queste sette moralizzatrici, molte delle quali pagate da altre attrici gelose dei miei successi. E Devoe pubblicò le mie lettere private. Fu il processo. La segretaria indiscreta fu condannata, ma io, povera, abbandonata da tutti, ammalata, delusa, dovetti lasciare Hollywood, la California, rompere i miei contratti, fuggire… Tutti mi avevano abbandonata tranne mio padre ed un uomo. Uno solo: Rex Bell.

Diventata la signora Rex Bell, Clara si trasferisce nel Rancho «Clarita», la fattoria che suo marito possiede nel Nevada:

Clara è sempre a cavallo, e fa lunghe e ardite cavalcate nell’immensa prateria sul dorso dei più indiavolati poneys. Preferisce i calzoni da cowboy alle lussuose toilettes che era abituata a portare a Hollywood, e non c’è più cipria né rouge sul suo bel viso abbronzato dal sole.

Non v’è al mondo donna più generosa di Clara Bow: è per lei una sofferenza il sapere che c’è qualcuno che desidera qualcosa e non può ottenerla con i suoi soli mezzi. Dona generosamente e non vuole essere neanche ringraziata. Ha consumato un patrimonio in regali, elemosine, donazioni ed anche capricci. Perché di capricci Clara ne ha avuti parecchi.

Tra l’altro si dice che essa conservi ancora tutte le lettere di innamorati che le sono giunte da tutte le parti del mondo: si è fatta per questo costruire un grosso baule con una serratura speciale. Non le piacciono le interviste ed odia di farsi vedere in pubblico, e per questo si racconta ch’essa, negli ultimi tempi, andava in giro per Hollywood con una parrucca bionda per non farsi riconoscere. Preferisce perciò passare le serate in casa con pochi amici piuttosto che frequentare i ritrovi mondani di Hollywood. È amantissima di musica; forse, assicura Rex, il farle udire della buona musica è l’unica maniera per farla star quieta in un angolino ad ascoltare senza ridere, e far smorfie o sgambettare. L’opera che più le piace è «Il Trovatore » di Verdi. È appassionata di sports, ciò nonostante è pigra; le piace alzarsi tardi la mattina, far colazione tardissimo e cominciare il suo lavoro verso l’una del pomeriggio, pranzare alle 5, cenare a mezzanotte ed andare a letto alle 3 od alle 4 del mattino. Sembra però che la vita libera del Nevada abbia contribuito a far cambiare le sue abitudini. Ha disegnato ella stessa il progetto per la nuova casa ch’essa e Rex hanno fatto costruire lo scorso anno al posto del piccolissimo bungalow che per Rex era, prima del matrimonio, più che sufficiente. Hanno così una casa modernissima, benché sembri quasi un’ironia averla situata quasi in un deserto e lontana parecchie miglia dalla più vicina stazione ferroviaria. L’area del ranch è di quasi 300.000 acri. È lì che la simpatica Clara ha riacquistato pienamente la sua salute ed ella dichiara essere quello il luogo ch’ella ama più di tutti al mondo, e da dove mai si vorrebbe allontanare. Ciò non le ha però impedito di sentire un giorno la nostalgia della vita febbrile del cinema e di accettare la proposta che la Fox Film, intuendo in essa una meravigliosa figura femminile, dal fascino non ancora tramontato, le ha fatto di interpretare il nuovo film Fox che si sta preparando a Movietone City. Il film si chiama Call Her Savage (Sangue ribelle) ed è una esotica storia d’amore di Tiffany Thayer. Vedremo presto questa nuova Clara Bow, più bella e più fresca di prima, in una interpretazione che le consente di poter mostrare a tutti la sua grande e rinnovata sensibilità artistica. In questo film Fox ella ha infatti occasione di interpretare una parte che si addice perfettamente alla sua personalità artistica.

E vedrete una Clara Bow più sincera, più scintillante, come non l’avete mai vista in nessun film del passato.

Il finale di questa storia lo conoscete, oggi è il suo compleanno, non mi va di raccontarlo. Lei vive eternamente sullo schermo. Lunga vita a Clara Bow!

Nota: se vi piace Clara Bow vi consiglio di seguire @ClaraBowArchive su twitter, e visitare il suo sito: Clara Bow Archive

Produttori americani in Italia

Una scena di Nero (1922)
Una scena di Nero (1922)

Molti anni prima della Hollywood sul Tevere, verso la metà del 1920, sbarca a Roma un certo Mr. Abraham Carlos, con il compito di preparare il terreno per uno sbarco massivo delle troupe di Mr. William Fox, e non solo. Secondo Francesca Bertini nelle diverse versioni della sua autobiografia, questo inviato della Fox gli offri un “favoloso contratto” per andare a lavorare in America. Come sappiamo, o meglio come lei ha sempre raccontato, il contratto, una volta firmato, non fu mai onorato.

Superate alcune difficoltà, Mr. Carlos riuscì a mandare avanti il primo progetto della Fox, una nuova versione della vita e miracoli di Nerone, incendio compreso, messa in scena del canadese J. Gordon Edwards, sceneggiatura di Violet Tracy e Charles Sarver. Il cast era, è se si riesce a ritrovare il film da qualche parte, un misto di attori italiani e francesi:  Jacques Gretillat (Nerone), Paulette Duval (Poppea), Violette Merserau (Marzia), Edy Darclea (Atte), Sandro Salvini (Ottavio), e Guido Trento (Tigellino)…

Se volete leggere altri dettagli su questa lavorazione vi consiglio il volume di Giuliana Muscio: Piccole Italie, grandi schermi (Bulzoni 2004).

Vediamo adesso come vede questo “sbarco” l’italo-americano Antony del Giorno, corrispondente della Rivista Cinematografica di Torino a New York:

Abbiamo avuto qui, al teatro Lyric la première del Nerone edito dalla Fox, film assolutamente meraviglioso, e gli italiani possono bene a ragione vantarsi che i migliori, i più spettacolosi film non ci vengono che dall’Italia.

Ancora qualche film simile al Nerone e a Theodora che passi in visione alle nostre popolazioni e se ne avrà una tale richiesta per l’entusiasmo che avranno suscitato, che oso fare una predizione: assisteremo ad una vera emigrazione delle Compagnie Cinematografiche Americane verso l’Italia in un giorno non lontano, per mettersi in grado di produrre simili eccellenti films, per imitarvi e per imparare.

Ma, pur essendo questo spettacoloso film magnifico e bene eseguito per merito di tutti coloro che vi concorsero, per quella tipica e peculiare esagerazione e povertà di immaginazione americana, quel povero Jacques Gretillat lo si vede portato ad impersonare il tipo di Nerone così da sembrare un vero e proprio burattino, di ben poco somigliante all’infame e vile imperatore.

Noi lo vediamo agire nel Circo Massimo, come un grande ragazzone americano che assista ad una partita di base-ball, gridando a squarciagola ogni qual volta un giocatore abbia fatto un buon colpo; e il diapason dell’ilarità sale ancora quand’egli attenta a suicidarsi con la daga; ma tali anacronismi non sono percepiti dal pubblico, ed ognuno dice che lo spettacolo è grandioso, e unico, e meraviglioso.

Scene quali: la illuminazione e i fuochi in onore di Orazio dopo la conquista trionfale della Spagna, l’incendio di Roma e l’interno del Circo Massimo sono al di sopra di ogni descrizione anche per la colorazione; buone inoltre le evoluzioni della cavalleria romana; Alessandro Salvini è un ottimo Orazio, ma, come il resto degli attori, è un po’ sacrificato dalla meschinità dell’argomento, scritto da un ben mediocre autore.

Secondo me, quando si vogliono tracciare e comporre simili grandi capolavori, è necessario attenersi quanto più possibile alla storia, e, quando si deve ricorrere all’immaginazione, è necessario avere persone che sappiano ciò che è scritto e come debbano agire, per non fare come si è  fatto nel Nerone.

La Cabiria di D’Annunzio dovrebbe insegnare, essendo questa quanto di meglio sin’ora sia stato fatto.

Fox annuncia che dagli Stati Uniti sono stati importati in Italia cinquantamila piedi di pellicola pancromatica, appositamente preparata per ottenere dalla fotografia del cielo italiano e dagli effetti di ombre, di nubi, ancor più artistici effetti. Io non amo dare giudizi errati, ma già ebbi occasione di notificare che questa produzione americana s’è rivelata inferiore a quella europea, sia nell’eccedere nelle colorazioni, sia nel difettarne; in conclusione ciò ch’io posso dire è questo: che non si hanno mai proiezioni chiare, e per di più, troppo spesso sono macchiate. Io ho veduto cose molto migliori e ho constatato una maggiore abilità, in quanto a fotografia, nei films europei.

Queste sono idee e opinioni mie personali; il resto potrete desumerlo dei giornali, che sono gli unici che reggono e regolano l’opinione pubblica in questo Paese.

Tenete bene gli occhi aperti e seguite lo sviluppo di questo Paese, perchè ci vorrà ancora del tempo prima che l’Italia possa, con la sua fama, conquistare il primato in questo mercato.