Ricordo di Luca Comerio pioniere della cinematografia

Milano, luglio 1940

Quando, giorni sono, i giornali hanno annunciato la sua morte, c’è stato, forse, qualcuno che si è domandato stupito: «Ma come, Luca Comerio non era già morto da un pezzo?». Viceversa è morto che non aveva ancora compiuto i sessantadue anni. Ma da vent’anni, ormai, era sparito dal palcoscenico della vita cinematografica italiana; e il suo nome, che era sonato per i primi vent’anni del secolo come un sinonimo di fantasiosa genialità costruttrice, di ardimentoso spirito di novità, di vittoriose audacissime imprese, era tramontato fra le brume di un passato che il presente rendeva sempre più lontano e relegava in un archivio sul quale cominciava a stendersi fitta la polvere. A quarantacinque anni, quando normalmente i costruttori raggiungono o stanno per toccare la meta più alta del loro destino e colgono i frutti del lavoro tenacemente perseguito in giovinezza, s’era ritirato in solitudine silenziosa che noi immaginavamo popolata di lucenti ricordi e velata talvolta da profonde nostalgie; pago, comunque, e con piena legittimità, di quello che riteneva ed era il suo autentico capolavoro: i suoi documentari cinematografici della grande guerra. Tutto il resto, i moltissimi film usciti dai suoi teatri di posa, le sue imprese, le sue iniziative, i suoi sogni, pallide figure indistinte, in confronto a queste sue pellicole impresse tra i nevai dell’Adamello, di fianco ai gloriosi alpini, o nelle trincee del Carso sanguinoso, tra i fanti stupendi.

Fotografo del Re

Luca Comerio era nato a Milano, nel 1878. I suoi genitori conducevano un modesto caffè a porta Volta, e il piccolo Luca, dopo quella poca scuola che era in uso a quel tempo, avviato ad ereditare e continuare l’esercizio paterno, si prodigava a portar quintini e aranciate agli avventori. Ma tra gli avventori c’era, per fortuna sua, il signor Belisario Croci, un apprezzato fotografo milanese, che mise gli occhi attento sul ragazzino e un giorno finì per chiedere al padre: «Vogliamo farne un bravo fotografo del nostro Luca?». Il padre non disse né sì né no: pur che non ci fosse da spender soldi. Soldi non se ne spesero, perché il signor Belisario insegnò per niente al giovinetto l’arte della fotografia; e pochi mesi dopo Luca ne sapeva quanto il maestro. Poco, probabilmente, se non si fosse trattato di Luca Comerio. A sedici anni riuscì a possedere la sua prima macchina fotografica: una scatoletta nera, comperata per poche lire, d’occasione. Ma, nelle mani di quel ragazzo ansioso d’avvenire, diventò addirittura famosa. Saputo, infatti, che Re Umberto era a Como, vi corse, col suo trabiccoletto; riuscì a puntare, non visto, l’obiettivo, sul Sovrano, e lo fotografò mentre conversa col vescovo di Como. Poi, a casa, isolò la figura del Re, ne trasse un ingrandimento gigantesco, di due metri e mezzo di lato, e, con un coraggio che lo lasciò quasi senza fiato per alcuni giorni, lo mandò a Sua Maestà. Arriva una lettera della Real Casa dove si dice del gradimento e del compiacimento del Re e si ordina al piccolo fotografo milanese rifare e spedire subito altre cinque copie dell’ingrandimento.

La fortuna è fatta. Il destino consacrato. Dieci anni dopo, in occasione di una crociera mediterranea, a bordo del panfilo reale Trinacria, Vittorio Emanuele III nominerà Luca Comerio «fotografo del Re»; e Luca Comerio avrà l’onore di sentirsi chiedere consigli sull’arte fotografica dal Sovrano e dalla Sovrana. Nei suoi stabilimenti milanesi, per lunghi anni, giungeranno, poi, ogni tanto, grossi plichi della Casa Reale: contengono le negative delle fotografie prese dal Re e dalla Regina a Roma, a San Rossore, a Racconigi, che gli Augusti fotografi mandano al Comerio perché le sviluppi e le stampi.

Il teatro di posa a Turro

A riguardare, con la fantasia, a quei tempi lontani, Luca Comerio ci appare come il primo «fotocronista» milanese, e, forse, italiano. Nel Novantotto, per esempio, durante le sanguinose giornate della insurrezione, egli è in giro, dall’alba al tramonto, con la sua macchina, di strada in strada, di barricata in barricata. Non è certo uno spirito rivoluzionario il giovane Luca; è un fotografo, e null’altro; e la sommossa gli offre spunti addirittura eccezionali. Poco gli importa, poi, se gli insorti, diffidenti e sospettosi di quel giovanotto che punta addosso ai loro ceffi l’obbiettivo, ogni tanto, gli rispondono puntandogli contro i fucili.

Ma il cinematografo ormai, prepotente, alle porte, e la macchina fotografica fu dal Comerio sostituita con la macchina da presa. Pioniere anche qui, come lo era stato per la fotocronaca. Ma pioniere in grande stile, che la cinematografia seppe subito vedere come un’industria, oltre che come un’arte. Lo anima lo stesso entusiasmo che lo elevò tra i fotografi del suo tempo fino al primo posto; lo spronano lo stesso ardore di conquista, la stessa ansia di grandezza e di novità. Sono i tempi nei quali, nelle città minori, non sono ancora vere e proprie sale cinematografiche, e i baracconi Kullmann portano in giro per le fiere maggiori le prime pellicole. Comerio fabbrica una grande casa in via Serbelloni, e vi crea due teatri di posa: il maggiore, e il più perfetto che esista in Europa. Ha fondato — siamo nel 1906 — la Milano Film, di cui è consigliere delegato, direttore generale e primo operatore. È lui che vi gira la Divina Commedia; lui che stringe contratti con i maggiori attori e le più belle attrici attrici dell’epoca; lui che, per avere l’esclusiva di alcune pellicole di Ferravilla, paga il grande comico milanese trentamila lire: una somma favolosa per quei tempi. Presto, lo «stabilimento» di via Serbelloni è inferiore al bisogno. Ne costruisce un altro, più grande, a Precotto; poi, traducendo in pronta realtà un sogno grandioso, compera una vastissima area a Turro, comprendente perfino il cimitero, e innalza il più grande teatro di posa del mondo, che misura una superficie di 22 mila metri quadrati e per coprire il quale compera… la tettoia della stazione Termini di Roma. È il momento del maggior splendore del Comerio, che ha avuto la fortuna di trovare nella moglie, signora Ines Negri, una collaboratrice preziosa, dalla chiara capacità organizzativa e dalla saggia e avveduta prudenza. Le più belle imprese cinematografiche di Luca Comerio portano infatti il sigillo di questa collaborazione.

Scoppia la guerra libica; e in lui subito ritorna il «fotocronista» di un tempo. Ma questa volta ha la macchina da presa invece della macchinetta fotografica; e laggiù gira quella Battaglia delle due Palme, che è indubbiamente il primo documentario cinematografico di guerra italiano e uno dei primi del mondo. Proiettato nei cinematografi Palace e Centrale di Milano, vi ottiene un successo vivissimo: degno preludio ai suoi film della grande guerra.

Dal Quindici al Diciotto, incaricato dal Comando supremo, egli corre instancabile per tutto l’arco del nostro fronte. Ha una grande automobile, che gli ha costruito apposta Nazzaro, blindata, potente, attrezzata mirabilmente; e gira così tre documentari d’eccezionale importanza: La guerra d’Italia a 3000 metri sull’Adamello, La battaglia di Gorizia, La battaglia fra Brenta e Adige. Sono gli unici autentici documentari cinematografici della nostra grande guerra, che consacrano all’ammirazione dei posteri la grandezza del nostro fante. Che importa, se dopo la guerra, un sipario di silenzio scende sulla vita e sul nome di Luca Comerio? Che importa se il suo grandioso teatro di Turro, senza la gigantesca tettoia che è diventata ferro utile per la guerra, viene schiantato da un colpo di vento? Di lui è rimasto il meglio: l’impulso dato alla cinematografia italiana, e, soprattutto, questi tre documentari. Con sincero fervore d’italiano, con ardimento di soldato, con mirabile efficacia di tecnico, egli li ha offerti alla Patria perché sia ricordato, in queste immagini evidenti, l’eroismo dei suoi figli.

Maria Bistoni de Celestini una italiana en America

Pepita Gonzalez y Sandro Celestini en una escena del film

Buenos Aires, 7 junio 1920

Mi derecho. Drama en 6 actos de la señora Maria B. de Celestini. Por primera vez en la cinematografía local, escribe y dirige su argumento una mujer (1).

En nuestro país, donde se están dando los primeros pasos en materia de industria cinematográfica, es raro anotar que una mujer haya pensado escribir para la pantalla, no ya exhibirse porque en cada mujer hay una artista de cine por exhibicionismo — y más aún, lograr felizmente la realización escénica de sus ideas, en un teatro donde han fracasado muchos asuntos de novelas y obras teatrales, muy difundidos. Si a esto se agrega lo “difícil” del asunto para el teatro silencioso, tendremos que el triunfo se ha duplicado.

La señora de Celestini con un poco de audacia, otro poco de amor maternal, una buena dosis de literatura, dos porciones de psicología femenil, un código debajo de los pies, el corazón en la mano y cubriendo con el manto de la indiferencia el prejuicio social ante el amor de madre, ha hecho con su primera película una obra sumamente interesante, ni aunque en el fondo el asunto carezca en absoluto de novedad y sea un tema ya tratado y sumamente debatido.

Una joven tiene un hijo fuera de la ley que han hecho los hombres y el padre de ella para no dar un escándalo social, secuestra al recién nacido y lo envía a criar lejos de la madre. Esta no puede olvidarlo y mientras su padre no deja de buscar quién repare la falta de la hija y lo encubra todo con él casamiento, la madre infeliz sufre porque no puede prodigarle sus caricias al hijito.

Los deseos del padre se cumplen y ella se casa, pero en su imaginación no vivía más que su hijo a
quién tanto su marido como su padre habían dado por muerto.

Un día extenuado por el frío y el hambre, cae desmayado en los salones de su propia madre el niño, harapiento. Tenía ya 12 años. En ese momento se daba una gran fiesta a beneficio de la Sociedad de niños que no conocen sus padres. Corre la dueña de casa en auxilio de la criatura y ve en una marca que lleva en pecho que es su proprio hijo. Sin reparar en nada y movida por ese momento explosivo en que el dolor y la alegría saben hermanar, grita “¡hijo mío! La nota de escándalo corre por los salones, las murmuraciones se acrecientan, la catástrofe se avecina y trata de explicar su actitud, de explicar su conducta, pero estas cosas no puede comprenderlas la gente que la circunda, el prejuicio social es implacable. No perdona.

En el paroxismo de su fiebre mezcla de alegría y de dolor e importándole ya nada de lo que implica la ficticia amistad de los que la rodean, echa a sus invitados a la calle y cae la tela cuando abrazada. al cuello de su hijo, vuelve a gritarle: ¡Yo soy tu madre! ¡Hijo mío! ¡Hijo mío!

Como se vé, el tema desarrollado en este film no es tan fácil de realizar en la literatura en combinación con la fotografía animada, si bien sería más fácil en el libro o en la escena hablada, donde los argumentos de defensas pueden ser más elocuentes que en la expresión fisonómica o en cualquier gesto adecuado.

Con todo, la señora de Celestini ha salvado todos los escollos, y su audacia simpática ha hecho triunfar haciendo un intenso drama social que ha provocado en su exhibición privada numerosos aplausos.

De desarrollo rápido, técnica moderna, fotografía: excelente, misce en escena lujosa y adecuada, interpretación correcta, “Mi derecho” es una obra que ha de imponerse, no solo porque es hecha por una mujer y escrita para los dos sexos, sino también porque no tiene nada que envidiar a muchas producciones extranjeras y con esto habremos dicho que es un film que hace honor a la industria nacional.

En la dirección, que se ha reservado la autora, ha colaborado eficazmente el señor Bissolati, un operador inteligente y estudioso, que tiene deparado un excelente porvenir en la cinematografía, nacional.

En cuanto a la interpretación hay dos elementos que se destacan ya en nuestros adolescentes artistas de la pantalla, Pepita González, la protagonista y Boyano, que ha vuelto a dar una nota de su eficacia en los roles de traidor y tipos “poco simpáticos”.

El poco espacio de que disponemos no nos permite ocuparnos sobra este particular, dejándolo para mañana.
(Critica)

He recuperado un album con 36 fotografías del film, un dossier de prensa y otros documentos, estoy intentando localizar, en Italia, la familia de Maria Bistoni de Celestini.

  1. La bibliografia sobre el tema generalmente menciona La niña del bosque de Emilia Saleny (1917) como la primera película argentina dirigida por una mujer (Entre preceptos y derechos. Directoras y guionistas en el cine mudo argentino 1915-1933, Lucio Mafud 2021) Disponible en PDF en el sito de Imagofagia: http://www.asaeca.org/imagofagia/index.php/imagofagia/article/view/885

Passione Tsigana Pasquali Film 1916

Grandioso romanzo cinematografico moderno in cinque parti – Interpretazione di Diana Karren.

È un dramma di anime, lo studio di una figura di zingara, una di quelle strane creature dagli amori impetuosi, dalle malìe avvincenti, dagli odii improvvisi, dalle malinconie profondi.

L’odissea di Azara, la misteriosa fanciulla vissuta tra le asperità della vita nomade, insidiata dal selvaggio desiderio di Aleko che vuol contenderla alla muta adorazione di Zaro, vinta finalmente dalla pura ed infelice passione per il barone Freiman, è svolta su uno sfondo suggestivamente pittoresco. Mai forse come in questa film l’ambiente è stato ritratto con tanta cura e dovizia di particolari. Pianure sterminate, immense foreste illuminate dai tramonti di fuoco. Caverne che servono alle punizioni e alle vendette, giardini dai quali salgono profumi di magiche seduzioni… ecco lo scenario fastoso e fantastico.

E un altro lato di grande interesse presenta il dramma: quello di un’interpretazione piena di rilievo. Diana Karren, la bellissima attrice polacca, vi ha profuse tutte le risorse del suo squisito temperamento di artista. Ella compone il complesso personaggio della protagonista con una intensità di effetti ed una aristocratica verità di atteggiamento, da offrire intera la misura del proprio valore. Il suo è un disegno mirabile per sobrietà ed espressione: i rapidi abbandoni, le subite ritrosie, le inconsapevoli civetterie, gli scatti di ira torbida, fanno realmente pensare ai tesori del prodigioso fascino slavo. Passione Tsigana non è dunque una delle solite cinematografie, delle quali non si sa se più deplorare la volgarità del gusto o l’assenza di ogni verosimiglianza. Essa evocando una vicenda essenzialmente umana, vuol essere ed è un’opera ispirata ai più seri criteri d’arte. E come tale non le mancheranno, siamo certi, l’approvazione del pubblico.

PARTE PRIMA.

La Carovana degli zingari ha lasciato il villaggio ed ha ripreso la via aspra ed eterna. In un angolo del carrozzone, nella cuccetta di cenci, Azara dagli occhi vivacissimi, dai capelli neri e disciolti, si guarda nello specchio. Si trova bella… Per quella bellezza cresciuta come una pianta selvatica agli ardori dei meriggi e alle ombre dei boschi, si tortura Aleko e soffre in silenzio Zaro. La zingara sa di essere desiderata… ed è felice. L’amore non è ancora fiorito nel suo cuore, e con l’amore degli uomini può trastullarsi.

Nel giuoco smarrirà, dovrà un giorno abbandonare brandelli della propria anima. Che importa? Oggi la fiamma divina non l’ha ancora sfiorata ed ella può ignorare le tempeste implacabili che essa suscita.

Aleko stesso ne è la causa involontaria. La carovana si è accampata in una radura. Egli raggiunge di nascosto Azara che si è divisa dai compagni per recarsi alla fonte vicina. L’afferra, vuole strapparle un bacio, sta per vincere la sua resistenza…

Le fronde della foresta si aprono inattesamente, un uomo si precipita fra i due, difende la fanciulla e ne allontana recisamente Aleko. Azara, riavutasi dal turbamento, vede davanti a sè un giovane elegantissimo: è il barone Freiman, che dimora in una villetta poco distante. Un lampo di riconoscenza brilla negli occhi della fanciulla. Ella strappa da un cespuglio una rosa e l’offre con ingenua semplicità al suo salvatore.

PARTE SECONDA.

Vendetta di Zingara. — Il destino di Azara è scritto. Ella ama il barone Freiman….. e nell’animo di questi la bellezza della zingara ha lasciato un ricordo incancellabile. Il barone è fidanzato con ia contessina Elda Selving e il contratto di nozze dovrà essere firmato a pochi giorni. Dalla futura sposa egli riceve il dono nuziale, un anello di straordinario valore. Per festeggiare il prossimo evento, una battuta di caccia si organizza nella foresta. Il barone apposta un cervo che sta per cadere preda del suo fucile: uno stormir di rami, un fruscio di passi… Azara appare d’improvviso e, con una mossa fulminea, gli strappa di mano l’arma, la imbraccia e fa partire il colpo… Alla detonazione risponde il lamento del cervo che piega a terra ucciso.

Azara fugge, torna subito a nascondersi nei meandri della foresta, nel suo regno sconfinato, e lì, presso la carovana, la raggiunge di notte Freiman. All’incantesimo della strana creatura, egli non ha potuto sottrarsi. Sotto il manto di stelle passano due giovani, avvinti dalla carezza plenilunare. Nel sogno dolcissimo ogni memoria si sfalda e si disperde… E ad Azara in un momento di oblio, Freiman dona l’anello della fidanzata. Quando l’indomani tutta la comitiva di Villa Selving si reca all’accampamento degli zingari per conoscere la misteriosa fanciulla e Azara deve danzare, l’anello che ella porta in dito è visto dalla contessina Elda.

Alla domanda della fidanzata, Freiman, confuso risponde di non sapere come esso abbia potuto finire in mano della zingara.

Azara comprende… Un’impeto di sdegno le sale al volto, si toglie l’anello e lo lancia al suolo con disprezzo.

Come vendicarsi della rivale e punire l’uomo che, con la prima speranza di amore, già le ha dato il tormento della delusione?

È il giorno della festa di Villa Selving. Azara penetra furtiva nel salone dove si affollano gli invitati per la cerimonia del fidanzamento.

Ella danza, come rapita, disegnando una delle sue più languide figurazioni. Quando è davanti a Freiman, si scuote. Si avviticchia al giovane e preme lungamente le proprie labbra su quelle di lui: — Non è la prima volta che bacio il tuo fidanzato, grida alla contessina.

Lo scandalo scoppia clamorosamente. Il matrimonio va in fumo e Freiman viene scacciato.

PARTE TERZA.

Il nuovo amore. — Il miraggio del palcoscenico ha conquiso Azara. « Ho avuto occasione di ammirare l’arte vostra, vi offro un avvenire di trionfi », le scrive un noto impresario teatrale.

La legge degli zingari le impedisce severamente di lasciare la carovana, ma il suo sogno di luce è più forte del dovere. Una notte abbandona il carrozzone che le sembra ormai troppo povero ed angusto, e raggiunge la vicina città. Pochi mesi bastano a compiere la trasformazione. La zingara di un tempo; la monella irrequieta e ansiosa, diviene la elegantissima danzatrice dell’Apollo. Quando Freiman la rivede, da un palchetto del teatro, quasi stenta a riconoscerla. La sera stessa i due giovani sono nuovamente vicino, seduti al tavolo di un lussuoso ristorante ove egli l’ha invitata a cena.

— Vi amo sempre, Azara, mormora Freiman.

La danzatrice ritira prontamente la mano che egli vorrebbe prendere e baciare… Ma, quando rimane sola, si china a raccogliere la gardenia che è caduta da un occhiello di lui… e la porta alle labbra appassionatamente.

PARTE QUARTA.

La foresta ardente. — L’amore sorride ora a Freiman e ad Azara. Nella casa ove i due giovani vivono uniti, tutto respira gaiezza e felicità. Ma la famiglia tsigana non ha perdonato alla figlia ribelle. Alejo ha scoperto il rifugio di Azara e le fa pervenire un biglietto: « Se non ritorni subito, trema per l’uomo che ami ». Ella conosce la inflessibilità delle leggi tsigane e comprende quanto la minaccia sia terribile.

La vita di Freiman è in pericolo. Non esita… comprime l’angoscia che il sacrificio le costa e torna alla carovana.

Ma nel cuore di Aleko, la fosca passione non si è domata. Nella caverna dove Azara è stata rinchiusa prigioniera, dopo aver tentato invano di convincerla con la fame, egli scrive: « Se ti ostini a resistere, il tuo amante non vedrà l’alba di domani ».

Una cieca disperazione assale Azara. Finge di concedersi al suo abbraccio, ma una lama le brilla nel pugno e si immerge nel dorso dello zingaro.

Azara fugge, fugge follemente, attraverso i sentieri sinuosi della foresta, inseguita dalla turba degli Tsigani che hanno scoperto l’uccisione di Aleko. Essi battono il bosco sulle loro robuste e veloci cavalcature. La donna sta per venire scoperta e raggiunta, quando un pensiero le balena alla mente. Appicca il fuoco ai cespugli, Le fiamme si propagano hai vecchi tronchi e una barriera incandescente s’innalza davanti agli inseguitori, che sono costretti ad indietreggiare.

Azara arriva in salvo alla Villa di Freiman. Crede di trovare il giovane lieto per il suo ritorno, ma il volto di lui si chiude in espressione di dura severità. Egli dubita della sua fedeltà. Azara non si difende. Il sospetto solo di quell’uomo che ama, la oltraggia irreparabilmente.

Al commissariato di pubblica sicurezza, poco dopo, una donna si presenta dichiarando sordamente: — Ho ucciso Aleko, lo zingaro, arrestatemi.

PARTE QUINTA.

Azara non pronuncia una parola per discolparsi dall’accusa di assassinio. Passiva, attonita, quasi astratta ella siede nella gabbia degli assassini. Il barone Freiman stesso, col proprio atto testimoniale, aggrava la sua posizione. Ma un uomo vigila per rivendicare il suo onore. È Zaro, il giovane innamorato. Egli ha trovato le prove delle minacce di Aleko pronunciate contro Azara. Costei ha dovuto uccidere per difendersi, per sottrarsi alle torture che le infliggeva. Non fu la sua amante, ma la sua vittima. È dunque innocente! Queste parole risuonano nell’aula della giustizia come una rivelazione. I giurati pronunciano un verdetto pienamente assolutorio. L’onore della zingara è salvo… Freiman vorrebbe ricondurre nella propria casa Azara, alla quale ridona la sua fiducia e il suo amore. Troppo tardi… uno sconforto amaro, un bisogno infinito di riposo sono scesi nell’animo della zingara.

Ella ha portato le labbra al liquido contenuto nel castone di un anello… il potente veleno non tarda a produrre il suo effetto. Azara vacilla, convulsa, sfogliando il mazzo di rose che il barone le ha recato… e si spegne lentamente tra i fiori.

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La prima interpretazione di Diana Karènne al Modernissimo

Roma, marzo 1916

Dopo una lunga impaziente attesa il pubblico di Roma ha potuto vedere una interpretazione di Diana Karènne. Premetto che si era fatto intorno a questo nome una così abile e misteriosa réclame che l’attesa era vivissima.

Diana Karènne conta innumerevoli amici nel mondo intellettuale romano, e questo aveva dato alla sua prima « rappresentazione », il carattere di un avvenimento d’arte; per questo il salone del Modernissimo raccoglieva tutti i nomi più in vista dell’arte e della nostra società.

IL SUCCESSO.

Sì dice che Diana Karènne abbia essa stessa scritto il soggetto di « Passione Tsigana ». E questo vale forse a spiegare la magnifica fusione di tutti gli elementi che compongono il dramma.

Il pubblico, afferrato sino dalle prime scene della vicenda del dramma, seguì ogni parte del lavoro con una commozione estetica vivissima, prorompendo alla fine in un fragoroso applauso. Ogni parte dell’opera fu sottolineata da mormorii di ammirazione, ogni scena, ogni quadro fu oggetto di particolare curiosità. La vita degli zingari, la grande sala delle mode, la rappresentazione di gala, l’incendio della foresta e le scene del tribunale affascinarono gli spettatori.

La Casa Pasquali ha superato con magnifica signorilità e con gusto squisito ogni difficoltà tecnica e teatrale, mostrando come sappia — sempre che voglia — dimostrarsi primissima fra le grandi Case italiane.

L’INTERPRETAZIONE

Ma il successo maggiore, il trionfo fu per Diana Karènne. Questa attrice che ieri nessuno conosceva, è oggi popolare fra noi, come e più delle grandi stelle del cinematografo.

Diana Karènne si è rivelata d’un colpo come una grande attrice e come una donna affascinante. La sua arte, fatta di aristocrazia e di pensiero, ha trascinato il pubblico ad una commozione nuova; ha dato la misura di ciò che possa fare di bello e di elevato l’arte del silenzio.

I commenti animati del pubblico concordano in questo: che mai si è avuta in cinematografia una attrice più nobile e più profonda di questa che la Casa Pasquali con tanta arte ha lanciato.

Diana Karènne esce dal suo primo lavoro con una celebrità che sarà presto mondiale perchè nulla le manca: né la deliziosa bellezza, né l’eleganza più squisita, e perché ha trovato un ambiente di lavoro nel quale le sue qualità sono messe in evidenza nel migliore dei modi.

Siamo ben lieti di questo trionfo della Casa PasquaLi. Noi, che sapevamo con quali intendimenti e con quali mezzi il Cav. Uff. Ernesto M. Pasquali si era accinto al lavoro nel suo nuovo meraviglioso stabilimento, già prevedevamo questi risultati. Congratulazioni vivissime ed auguri.