Addio giovinezza!

addio giovinezza
Addio giovinezza 1927

« La delicata commedia di Camasio e Oxilia, rappresentazione della vita studentesca nella Torino fin de siècle, ha avuto, sin dal suo primo apparire sui palcoscenici italiani, un successo più che meritato: le goliardie universitarie, i primi amori, la spensieratezza degli anni verdi si suggellano con la fine del corso, che conclude anche la breve stagione della gioventù. Lo studente a la sartina, che s’erano amati, si lasciano con una commozione che coinvolge lo spettatore, portato a condividere con questi personaggi il rimpianto di una età perduta.

Sostanza e intendimenti della commedia — scrive Domenico Meccoli — sfiorano un mondo che anche intellettualmente è piccolo borghese, è chiuso e senza slanci, spinto quasi alla fatalità ad occupare, dopo il brillante tempo studentesco, una scrivania in un un’ufficio, a mettere le mezze maniche e a consumare il fondo dei pantaloni. Se la commedia non cade in questo accorante baratro, è perché la salvano delicata poesia, levità d’accenti, freschezza di tono. La lacrima che spunta alla conclusione ha il sapore dolce-amaro del ricordo grato di una bella stagione della propria vita.

Inizialmente scritta in vernacolo piemontese, la fortunata commedia ebbe poi una versione in lingua, divenne un’operetta ad opera di Giuseppe Pietri e venne poi trasferita sullo schermo.(in realtà: nel 1913 la prima versione cinematografica, ed il 20 gennaio 1915, la prima dell’operetta al Teatro Goldoni di Livorno n.d.c.)

La prima edizione, considerata perduta, venne realizzata quasi subito dopo l’esordio teatrale, nel 1913, da uno dei due autori, Camasio, divenuto nel frattempo regista all’Itala Film di Torino. Ne fu interprete Lydia Quaranta. Nel 1918 fu Augusto Genina a realizzarne la seconda, al posto di Nino Oxilia, anch’egli cimentatosi nel cinema, ma purtroppo scomparso nel 1917 sul fronte orientale. Sensibile interprete ne fu Maria Jacobini, compagna nella vita di Oxilia, la quale fu una trepida ed appassionata Dorina; la copia di questo film è stata recentemente ritrovata nella Cineteca di Tokyo.

Fu lo stesso Genina, nove anni dopo, a rifare il film, una sorta di coproduzione italo-tedesca, interprete Carmen Boni, attualizzando però la vicenda all’epoca contemporanea alla realizzazione è cioè alla fine degli anni Venti. Nel 1940, infine, Ferdinando Maria Poggioli restituì allo schermo, con una bravissima Maria Denis, la struggente vicenda ».

Così Vittorio Martinelli, presentando la copia restaurata della terza versione di Addio giovinezza!, quella del 1927. Era il 1991, XX Mostra Internazionale del Cinema Libero – Il Cinema Ritrovato:

« Del film la Cineteca di Bologna ha localizzato due copie, una presso la Cinémathèque di Toulouse e una al Gosfilmofond (di Mosca). Entrambe le copie erano incomplete e quella russa non era montata. Oggi presenteremo una copia lavoro del restauro che prevede la collazione delle due versioni, tratte dallo stesso negativo, e il loro rimontaggio, sulla base di numeri leggibili all’inizio di ogni scena ».

Quattro anni dopo, aprile 1995, la Cineteca del Comune di Bologna e Mondadori Video editavano un VHS della collezione Il Cinema Ritrovato capolavori restaurati: « Restauro eseguito nel 1994 dalla Cineteca del Comune di Bologna presso il laboratorio L’Immagine Ritrovata. Edizione stabilita a partire da una copia imbibita, con didascalie in francese, incompleta, conservata dalla Cinémathèque di Tolosa e da materiale positivo su supporto di sicurezza tratto da un negativo non montato e privo di didascalie conservato al Gosfilmofond di Mosca. »

La copia lavoro del restauro presentata nel 1991 aveva una durata di ’70 minuti. La copia restaurata nel 1994, con il contributo del San Benedetto FilmFest, nel VHS Cineteca di Bologna-Mondadori ha una durata di 65 minuti, la fotografia è in bianco e nero, non è imbibita. Se chi mi legge non sa cosa vuol dire questo termine può trovare alcune informazioni interessanti in questo PDF (firmato Mario Musumeci) dell’Associazione Tecnica Italiana per la Cinematografia e la Televisione. Credo che adesso si potrebbe far di meglio grazie al digitale.

Qualche tempo fa, una persona del Museo del Cinema di Torino mi chiedeva di un film rappresentativo di Torino per le celebrazioni del 1911, ecco la mia risposta: non uno, ma le quattro versioni cinematografiche di Addio giovinezza! Bisogna ritrovare la prima, ancora scomparsa. Ma c’è del tempo.

Come contributo per il prossimo restauro della versione 1927, questa critica-articolo di Giulio Doria dove si accenna ad una breve e indovinata didascalia rammemorante il poeta Oxilia all’inizio del film:

« Atto di fede: dal punto di vista meramente artistico, meglio direi letterario, meglio ancora: dell’animus di questo film, non ho che a confermare punto per punto il mio articolo aprioristico e profetico, pubblicato nel n. 3 del 1926 di Kines.

Se non vogliamo tener presente la fonte possiamo affermare senz’altro che Addio Giovinezza! è un film, di medio calibro, pienamente riuscito.

La bellissima sala del Super-Cinema presentava il famoso aspetto delle leggendarie grandi occasioni e i multicolori berretti goliardici, giù in platea, mettevano una gaia nota di giovinezza.

Una breve e indovinata didascalia rammemorante il poeta Oxilia morto nella Grande Guerra e ravvicinante il titolo della commedia alla Giovinezza sorta dalla guerra, è stata salutata da un caldo applauso.

La trama di Addio Giovinezza! è nota, attraverso la commedia, attraverso l’operetta e attraverso la precedente edizione cinematografica, lippis et tonsoribus, si che posso bono jure fare a meno di riassumerla.

Comunque: la vicenda tenue e patetica a me par di vederla fiorire e sfiorire — dietro le brume d’un recente e pur tanto lontano passato (dal 1914 ad oggi il mondo è invecchiato di un buon secolo) — sotto i portici sonanti di Via Po, sulle alture della Gran Madre di Dio, pe’ Viali del Valentino.

Luciano Doria ha dato prova una volta di più della sua sagacia squisitamente cinematografica. Egli ha rammodernata l’azione — sforzo non trascurabile — conservando, per quanto possibile, quell’atmosfera semplice ingenua provinciale intima di che s’avvolge la poetica commedia di Camasio ed Oxilia. E, nella nuova veste, il lavoro ha fatto presa sul pubblico non facile della première che ha seguito con vivace interessamento l’idillio triste di Dorina e di Mario.

La storia è eterna, ed eternamente triste. La prima, la piena, la divina giovinezza è, ohimè, tanto breve, e noi che vivemmo la guerra l’ebbimo ancor più fuggevole. Nove su dieci degli spettatori, quindi, hanno ritrovato un poco di se stessi in Mario, in Dorina, in Carlo, E qualcuno, via, si è ritrovato in Leone. Ha potuto, lo spettatore, ritrovar sè e la sua Giovinezza (o parola che fa tremare!) in questo film, perché Genina, che pure ha eseguiti tanti egregi films brillanti, ha nel patetico nel poetico nel sentimentale nel malinconico, un tocco delicatissimo e pure sicuro che arriva con prodigiosa facilità al cuore dello spettatore. Infatti le scene più belle di questa riedizione di Addio Giovinezza!, sono quelle di una umanità elementare e per questo espressiva e commovente. E sempligrazia: Dorina che convince come può la gran dama, Dorina nelle scene finali, e, sopra tutte, l’addio dei laureati e laureandi alla giovinezza ed alle tote che bisogna lasciare, l’addio tanto più triste di Leone che ha vissuto dell’amore degli altri e che or non potrà più avere nemmen questo.

Qui — che cosa volete, mi scappa dalla penna! — rinnovo a Genina l’augurio di poter fare del cinematografo più avanguardista, di poter calcare le vie dell’esploratore del pioniere e non già di ricalcare le vie battute, e non già di guardare il cammino (onorevolissimo, del resto) percorso fin qui. Nessuno potrà negare che la febbre della ricerca, che la creazione vera creazione sia la più bella poesia in atto, e Genina questo deve a sé ed a noi.

E’ con vivo piacere che posso affermare una volta di più — dopo aver visto questo film — che in Italia si può far del cinematografo squisitamente cinematografico ed umano (agli americani, sia detto per incidens, eccellenti nella prima qualità, difetta bene spesso la seconda), e che il pubblico nostro mostra di prediligere il buon film italiano. La prova più bella di ciò, l’ha dato il prolungato nutrito applauso che ha coronato la fine del lavoro.

Della fatica direttoriale di Genina non dico più a lungo, perché là ove c’è manchevolezza, freddezza, incertezza, ciò si deve al fatto che gli attori non hanno risposto all’appello. Le inquadrature, la concezione delle scene ed il taglio sono magistrali; ma Walter Slezak ch’era Mario, è fisicamente antipatico e flaccido, con un sorriso vacuo per non dire ebete che infastidiva non soltanto me ma il pubblico. Dov’è l’ardenza il fuoco la grazia della nostra razza (trattisi pur d’un allobrogo!)?

Carmen Boni (Dorina) è una graziosa e spigliata piccola attrice, che non sempre ha avuto l’anima ben palpitante dagli occhi, dal viso. A conti fatti, in verità, le va di diritto la lode e il più incondizionato incoraggiamento.

Augusto Bandini ha composta la figura di Leone con efficacissima e non esagerata comicità, ottenendo una notevole comunicativa triste quando lascia le coppie amiche, che vanno a salutar sorella luna, perché… a un convegno misterioso e nella scena finale.

Semplice e simpatico Carlo Piero Cocco, giovine attore che ha delle belle qualità per far del cinematografo. Vanno in particolar modo ricordati Gemma de Ferrari ed il Ricci — i genitori di Mario — che anno recitato con esemplare semplicità e compostezza.

Sia detto di sfuggita: bruttissimo il teatro e scene inerenti. Scenografia piacevole, se non sempre originale e veritiera.

Al tempo: dimenticavo dire di Elena Sangro, inelegante e nienteaffatto gran dama.

Montuori e Martini — tra i nostri migliori operatori — si sono superati. Vi sarebbe da far qualche riserva per la luministica ma glissons. Buonissima la copia, dovuta alla Tecnostampa.

Il Supercinema, ha presentato questo bel film italiano con decoro e con molto buon gusto. La orchestra — diretta da Mario Gaudiosi — ha sottolineata l’azione con attenta acutezza.
In Italia si può e si deve fare del buon Cinematografo.»
(CinemaStar, 20 febbraio 1927)

Sandro Camasio, due commedie, quattro film e un funerale

Sandro Camasio, Nino Oxilia
Sandro Camasio, Nino Oxilia

Alcuni personaggi del cinema muto sono particolarmente sfortunati perché del suo lavoro non è rimasto un metro di pellicola. Questo è il caso di Sandro Camasio. Da una prima ricerca nelle abbottonatissime e misteriose cineteche, non mi risulta che sia sopravvissuto niente dei quattro titoli della sua filmografia come regista: T’ho ancora baciato, or muoio lieta!; La zingara; L’antro funesto, e la prima versione cinematografica di Addio giovinezza!, Itala Film 1913.

Sandro Camasio (Alessandro C.), nato a Isola della Scala il 5 novembre 1886, morì a Torino il 23 maggio 1913. Siamo ancora in tempo per ritrovare i suoi film prima del centenario del 2013.

Come introduzione al personaggio, vi propongo questo ritratto di Renato Simoni pubblicato nel Corriere della Sera, 25 maggio 1913:

« L’ultima volta che l’ho visto cenava gagliardamente al Molinari di Torino con un cappuccino e un numero cospicuo di paste. Il suo indivisibile amico e collaboratore Nino Oxilia non partecipava al banchetto, ma aveva un magnifico paio di guanti nuovi. Erano tutti due allegri: possedevano in comune una decina di lire. Oxilia pareva toccare appena con un pensiero leggero e ironico quel capitale favoloso: Camasio ne parlava con un grosso, violento, burlesco disprezzo. Era un giovane di ventisei anni, con le spalle quadrate, un po’ di baffi sotto il naso forte, un viso tra infantile e malizioso con il mento accentuato, un ciuffo calato di sghimbescio sulla fronte. Era tutto acceso di spiriti romantici e di appetiti giovanili. Giocava con la vita atteggiandosi ad un certo sussiego di uomo spregiudicato ed esperto ; ma in realtà era fresco, ingenuo, curioso e baldanzoso come un ragazzo. Quella sua esistenza scapigliata di disordine avventuroso e di vivace povertà gli piaceva. Dava la caccia ai denari come si da la caccia alle farfalle, vedendo in essi solo le infinite cose variopinte che avrebbero potuto procurargli.

Tutto in lui era istintivo, facile e gaio. Scriveva le commedie con una disinvoltura impetuosa. Insieme con Oxilia costruiva piani su piani, sceneggiava atti su atti. C’è un numero grande di lavori dei due giovani scrittori, dei quali venne a galla solo il titolo: L’uomo in frak, L’amica delle nuvole. Le opere non sono giunte alla ribalta. Furono o abbandonate dagli autori o non gradite dai capocomici. Ma le difficoltà non inasprivano i due soci. Essi si consolavano enumerando il milione di anni che avevano ancora da vivere, e vedevano l’avvenire come un alberone d’alloro con una cartella da mille appesa ad ogni ramoscello. Il presente intanto aveva il suo bello e il suo buono. Già due commedie erano state coronate da un vivissimo successo : La Zingara e Addio giovinezza! La Zingara era stata portata alla ribalta dal Comitato di lettura della Società degli Autori. Il festoso battesimo ebbe luogo al nostro Manzoni. I due Autori partirono da Milano ebbri e squattrinati. Per venir qui Sandro Camasio aveva accettato l’obolo spontaneo e commovente della sua vecchia donna di servizio: centocinquanta lire che sparirono in poche ore in quell’alba di fama, in quell’entusiasmo del primo applauso.

Da quel momento egli lasciò il giornalismo, dimenticò la laurea d’avvocato e non pensò che al teatro. E scrisse presto, sempre in collaborazione con Oxilia, Addio giovinezza ! Di questa commedia dura ancora la fortuna nei nostri teatri. L’altra sera appunto, mentre Camasio moriva, Armando Falconi dava a Roma con questo lavoro la serata d’onore. E non sapeva forse quanto era vero quel saluto, quale tremendo addio il buon ragazzo fiducioso e irrequieto dava alla vita! Ma il teatro in Italia è una povera zecca per gli autori: non fabbrica che soldi contati e piccolini. Camasio accettò un posto da direttore artistico in una Casa di films cinematografiche. Adesso girava col fischietto del comando nel taschino, e ogni tanto squillava un sufolo acuto da lacerare gli orecchi. Il fischietto era però ancora l’unico metallo che popolava le sue tasche. Gli altri più considerati e correnti si ostinavano a disertarle. E allora egli inventava i più sottili espedienti per batter moneta. Aveva i! discorso persuasivo, una certa graziaccia putibonda e guascona che avrebbe strappato un anticipo al più duro degli amministratori. Una volta scrisse appunto per averne uno, a chi gliene aveva già concessi parecchi. « Questa volta — gli fu risposto — devo dirle di no ». E Camasio a volta di corriere : « Ha avuto ragione, e mi rassegno al rifiuto. Ora torno a chiederle l’anticipo perché questa è un’altra volta ». Poi aggiungeva: « Mi insulti ma mi accontenti ».

Tuttavia non si ride sempre. Cento volte si può prendere per il bavero la necessità, giocare alla trottola con la povertà, vivere allo sbaraglio, con un fiore all’occhiello, una fantasia nel cervello, un esercito di speranze nel cuore; alla centunesima un po’ di malinconia scivola fredda anche nell’ottimismo più canterino e spumeggiante. In quei momenti il povero ragazzo, che non aveva altro che il suo ingegno e non poteva pazientemente maturarlo per i cimenti che pur aveva il diritto di affrontare, esclamava: « Se non avessi una bella bocca da baciare perderei la fede ! ».

Ma prima che la fede ha perduto la vita. Si è ammalato una settimana fa. La casa povera della sua allegra bohème lo prese e lo imprigionò. Pareva colpito da tifo: si sviluppò invece una violenta meningite. Egli perdette prima la vista. Quei suoi occhi pieni di fanciullezza e dì riso non videro più nulla, neanche le speranze che sono le ultime a dileguarsi. I medici raccolti intorno al suo letto dissero la fatale parola: « è finita! ». Allora la sorella di Camasio, sentendo che egli le sfuggiva per sempre, ingoiò disperatamente alcune pastiglie di sublimato corrosivo, per precedere nel buio il fratello morente. Non ci riuscì. Egli è partito prima. Ma la poveretta è ora agli estremi. Addio giovinezza anche per lei! In tal modo termina una storia di vita e di teatro che era appena incominciata. Si riassume in due commedie, in alcune mattine di gioia fresche e spensierate, e in un funerale. Così ci si sveglia sorridendo: si ha il ciuffo per traverso ed il fervore nel sangue: con ardente solidarietà si descrivono gli amori degli studenti e delle sartine; si coglie il primo applauso, si lascia la porta di casa socchiusa perché entri la gloria che dev’essere già in portineria… La porta cigola: entra la morte. »