Teatro di posa Barcellona 1914 … al lavoro

Teatro di posa Barcellona 1914 … al lavoro


Gli stabilimenti per Frate Francesco…
La I. C. S. A. ha il suo Stabilimento a pochi chilometri da Firenze ai piedi delle suggestive colline di Fiesole. Lo Stabilimento ha un’estensione di mq. 30.000, completamente cintati.
Il nuovo Teatro di posa copre la superficie di oltre mq. 1800; il secondo Teatro, attualmente in costruzione, coprirà i 3.200 mq. Quattro gruppi motore forniscono presentemente oltre 1.500 ampères di luce, dotazione questa che sarà quanto prima raddoppiata non appena entreranno in funzione altri quattro gruppi motore per i quali, come per i primi, la Compagnia Generale di Elettricità di Milano sta procedendo alla installazione.
Oltre un centinaio di lampade ad arco ed a mercurio, delle più note fabbriche specializzate americane, tedesche e francesi danno la possibilità di eseguire le più grandiose scene alla luce artificiale.
In apposito locale, poco discosti dalla sala di proiezione e dalla sala di montaggio di films, funzionano i laboratori di stampa sviluppo e prosciugazione delle pellicole. Un reparto di sartoria provvede esclusivamente alla confezione di tutti i costumi di qualsiasi epoca essi siano; così come in altri locali si provvede ai lavori in ferro battuto, alla lavorazione dei mobili artistici, alle decorazioni in gesso o stucco, e a tutto ciò che indistintamente occorre per le scene.
Menzioniamo ancora l’officina meccanica, la segheria, un civettuolo restaurant etc. etc.
Nelle vaste estensioni di terreno rimanenti, sono le ricostruzioni di gran parte della vecchia Assisi, fra le quali, sotto la vigile ed intelligentissima direzione del Conte Giulio Antamoro, stanno svolgendosi le azioni del film del quale diamo in appresso un breve accenno.

Una giornata alla I. C. S. A. Mentre nel teatro di posa — il grande teatro che può degnamente competere con i più grandi d’Italia e dell’Estero — e tra le ricostruzioni sapientissime Frate Francesco si realizza con amore senza eguali.
Ecco il conte Antamoro. Alto, signore nel portamento e nel gesto, di brevi e poche parole, tutto preso dal fascino che promana dall’opera immane che egli realizza. Ecco, al suo fianco, Alfredo De Antoni, suo compagno fedele, suo fedele aiuto. E Risi, il buon Risi, operatore maestro d’ogni luce e Gengarelli, l’indimenticabile fototecnico del Christus al quale sono affidate le responsabilità di tutti i virtuosismi di questo film destinato al più universale successo.
« Si gira ». La più ferrea disciplina è tra i realizzatori. Nel saio povero del Poverello di Dio, Alberto Pasquali è, come si dice, « a posto ». Nel volto scarno, come macerato da un’interiore fiamma, nello sguardo dolce e remissivo, questo attore appare davvero l’ideale interprete della difficile parte affidatagli. Degna corona gli fanno l’aitante e guascona figura di Romuald Joubé (Sassorosso) e il Cav. Alfredo Robert (Bernardone) e la Principessa Druzskoy, (Madonna Pica).
Vediamo la grazia e la primavera sorriderci dai chiari volti giovanili di Romanella (Chiara degli Scifi) e Enna De Rasi (Agnese degli Scifi): due fanciulle che adesso, per la prima volta, si cimentano in cinematografia.
« Gens nova », insomma.
E poi Buggero Barni, il Cav: Biondi, Gino Borsi, Ugo Manni, Umberto Salvini; e tutti pieni di volontà: tutti consapevoli della responsabilità che ad ognuno di essi sovrasta: tutti pronti, sempre, in una disciplina che fa piacere.
Il conte Antamoro li guida, li incoraggia, li sprona: il suo alto magistero d’arte è per tutti garanzia di successo.
Lo seguono fedelissimamente, i primi interpreti e le ultime comparse.
Poi passeggiamo per le vie di Assisi, ricostruite qua dentro, nel cerchio delle mura di confine di questo Stabilimento che ci onora veramente.
Il sole fa gorghi di luce d’oro nelle piazze; scintilla nelle fontane; si adagia, con una mollezza voluttuosa sugli alti merli delle mura della città che verso il cielo hanno lanciato il lavoro di tante braccia operaie. In ogni angolo, in ogni dettaglio più fuggevole è l’impronta del buon gusto, della competenza d’arte scenica di Otha. E con quanta passione egli parla di questo suo lavoro che, nato nel silenzio del suo studiolo nascosto, oggi finalmente è realizzato con una grandiosità che ha del miracoloso.
Quante persone ci sono qua dentro?
Moltissime. E c’è, tuttavia, un silenzio operoso che al cinematografo è stato sempre sconosciuto.
Ci passa vicino Donatella Gemmò: anch’essa nuova per la cinematografia. Essa da vita alla figura di Miria, la cortigiana che Francesco redimerà dal peccato: come già Cristo redense la Maddalena.
È l’ora del suo lavoro e s’avvia frettolosamente verso il teatro.
«Si gira». Ogni quadro è come una nuova pietra recata all’edificio che nasce. Ognuno, piccolo e grande, porta all’opera che nasce tra i più lieti auspici, il proprio contributo di lavoro, di fede, di disciplina. Artieri tutti senza stanchezza e senza sonno.
Così scendono le prime ombre della sera. Il sole che se ne va sagoma di velluto rosso ogni cosa. L’ultimo incendio. E poi un morbido blu si stempera sulle mura delle ricostruzioni, fiotta tra le viuzze, avviluppa il grande teatro.
Ma dentro il teatro una fervida vita continua, ininterrottamente.
Forse si lavorerà fino a tarda notte.
Sforzi titanici…
Per le ricostruzioni la I.C.S.A. ha impiegato, circa 500 operai e 20.000 metri cubi fra legnami, laterizi etc. Sono state impiegate delle reti metalliche di una lunghezza che potrebbero coprire una strada di 2.500 Km.
Il materiale vario ammonta a circa 150 camions. 50 attrezzisti hanno lavorato per il mobilio di scena; 25 pittori per la decorazione scenica; 80 operai per le costruzioni in ferro battuto, in legno etc.
La I.C.S.A ha inoltre adibito 60 sarti per la confezione di costumi e ha due reparti di truccatori: uno per gli artisti e uno per le masse.
La città di Assisi ricostruita copre una superficie di 5000 metri quadri: con tre grandi piazze e due lunghe vie ricche di negozi, di botteghe, fondachi etc.
Le mura della città sono lunghe 30 metri e le ricostruzioni più alte raggiungono 35 metri.
Sono stati confezionati 7000 costumi, dei quali 1000 per i Crociati completamente equipaggiati.
Lo stabilimento dispone inoltre di forniture sufficienti per bardare 600 cavalli.
I costumi sono stati confezionati nella sartoria propria su disegni del prof. Giovanni Costantini, dell’Istituto di Belle Arti di Roma, membro dell’Accademia di S. Luca.
Giuseppe Lega (Numero Speciale Francescano, L’Eco del Cinema ottobre 1926)

Negli ambienti cinematografici italiani circola la voce che le principali Case straniere di produzione, specialmente americane, intendano impiantare le loro succursali in Italia, per sfruttare direttamente i loro films, senza più passare sotto le forche caudine dei monopolizzatori e dei noleggiatori locali. Qualcuna di queste Case sembra che abbia già organizzato gli uffici e che non aspetti se non la stagione propizia per iniziare il proprio lavoro; altre, invece, sembra che stiano formando importanti combinazioni con Case italiane; e le une e le altre si dice che non vogliono più dare in vendita o a noleggio fisso i loro films, ma che vogliono sfruttarli direttamente nei cinematografi col sistema della percentuale sugli incassi. Si parla, anzi, di percentuali che raggiungono persino il settanta per cento, come si parla di esperimenti che sono stati fatti con alcuni films e che hanno dato risultati superiori ad ogni previsione, raggiungendo e talvolta superando nelle prime visioni le somme che i noleggiatori avevano esibito per le rispettive zone, ed i monopolisti per l’Italia.
Bisogna convenire che questi bravi stranieri sono più furbi di noi! Almeno nel fare i loro affari. Prima hanno invaso il Paese coi films, favoriti dalla solerte iniziativa degli importatori ingordi che speculavano senza misura; ora, tagliando i viveri a costoro, hanno pensato che è meglio attendarsi addirittura in questo magnifico e tenero campo di conquista, così che sul collo della disgraziata nostra cinematografia da oggi in poi premerà il duro tallone del barbaro di oltre Alpe e di oltre mare!
È il colpo di grazia, qualunque cosa pensino e dicano coloro che sono facili ad illudersi, perchè il buffo ed il grottesco, in tanta tragedia, è che vi sono parecchi che credono che la calata delle Case straniere in Italia preluda al risveglio e alla rinascita della nostra industria. Buona gente che siamo! O non è stato da cinque o sei anni in qua, tutto un gioco subdolo, tutta un’obliqua politica per rovinare la nostra industria e fiaccare in tutti i modi le nostre energie a vantaggio della industria straniera? Che cosa si è fatto, prima per evitare, poi per fronteggiare, la concorrenza e la crisi? Si è forse cercato di emulare i prodotti stranieri, migliorando e rinnovando gli elementi artistici e gli stabilimenti di produzione? Nulla, da una parte abbiamo avuto gli esaltatori ad oltranza della produzione straniera, dall’altra un gruppo di industriali che giocava a chi produceva peggio! E la produzione fu così scadente, che non si può non pensare che sia stata fatta deliberatamente.
Non bisogna farsi delle illusioni. Non bisogna credere che saranno gli stranieri che faranno risorgere la cinematografia in Italia. L’industria in Italia non può risorgere se non per iniziativa nostra. Le Case straniere che piantano qui le loro tende, potranno eventualmente — se si dedicheranno anche alla produzione — sollevare la crisi di disoccupazione del personale artistico e tecnico — sollievo transitorio ed inefficace — ma non avranno nessuna convenienza a dar nuova vita all’industria, che potrà, in un prossimo o lontano domani, diventare una concorrente temibile e fastidiosa. Non è più possibile credere alla tenerezza degli stranieri per noi ! Tutto si risolverà in una nuova forma di sfruttamento, non meno disastroso, se pur più nobile e più onesto di quello esercitato dagli importatori. Più nobile e più onesto perché non esercitato da italiani contro l’industria italiana.
Per la rinascita dell’industria filmica italiana non resta che una sola speranza: che si spezzi finalmente ogni gioco monopolistico. Il sistema che vogliono adottare le Case americane, e sopratutto il loro diretto intervento, togliendo, si può dire, la base sulla quale gli attuali monopolizzatori fondano la loro forza e il loro impero, ne determinerà il crollo o ne scuoterà la potenza.
Per quale ragione, negli ultimi anni, chi può poteva ancora produrre, vi abbia rinunziato, e per quali ragioni non si riuscisse più a vendere un metro di pellicola italiana neppure in Italia, o si riuscisse a vendere con grande stento ed a prezzi avvilenti, in condizioni sempre da scoraggiare e frustare ogni iniziativa, oramai è risaputo e noi stessi ne abbiamo fatto argomento di discussioni.
La diminuzione, pertanto, della oppressione trustistica o la trasformazione delle stesse organizzazioni detentrici dei cinematografi, sbocchi naturali della produzione e base essenziale, di vita per l’industria, rovesciando il presente stato di cose, renderà indubbiamente possibile una maggior libertà d’azione e il sorgere di nuove iniziative, lascerà, almeno, qualche maggior garanzia ai produttori di poter commerciare e vendere in libera concorrenza i loro prodotti senza dover cozzare, e cadere dinanzi a barriere insormontabili.
Ma per risolvere veramente ed efficacemente la crisi, non c’è che una via: seguire l’esempio americano. È un fatto inoppugnabile che lo sfruttamento diretto della produzione nei cinematografi può dare vantaggi incalcolabili. Quando si pensi che taluni films in un solo locale di prima visione hanno raggiunto una media giornaliera superiore alle diecimila lire e che hanno dato delle percentuali dalle quaranta alle cinquantamila lire al produttore o all’importatore; e quando si tenga conto che i locali di prima visione in Italia, i quali possono dare risultati simili, oltrepassano la decina, si vede subito quale beneficio può realizzare lo sfruttamento diretto dì un film; può rimborsare quasi il totale costo di produzione con le sole prime visioni nei locali o nei centri principali. Se poi si aggiunge il profitto che ne può derivare dalle se conde visioni, proporzionalmente redditizie, e dalle prime visioni nei locali delle più importanti città di provincia, che sono abbastanza numerosi, oltre che dei passaggi di minore importanza, si capisce che non solo il film può realizzare l’intero costo di produzione, ma può anche offrire un legittimo congruo guadagno. Ma questo guadagno, purtroppo, è stato assorbito dai monopolisti, dai noleggiatori, da tutti quei parassiti attraverso a cui il film è passato, avanti di pervenire al suo sbocco naturale, il cinematografo. E tanto bene lo hanno capito gli americani, che non vogliono più, come si disse, vendere i loro films, ma vogliono darli a percentuale, sicuri di realizzare un guadagno superiore di due terzi da quello oggi ricavato.
Orbene, se è possibile agli stranieri ottenere questo, perché non possiamo farlo noi? Ben vengano essi coi loro lavori che meritano la nostra attenzione, perché sarebbe idiota da parte nostra rinunciare a conoscere quanto di buono e di bello si produce all’estero, ma non si creino condizioni di favore.
Lo sfruttamento diretto, a percentuale, scaricando la intera spesa o, nella peggiore ipotesi, una gran parte della spesa di fabbricazione del negativo, potrà permetterci di praticare prezzi che ne facilitino la vendita all’estero, dove la vendita non si effettuerà più come l’unica indispensabile risorsa, ma come un superfluo e sarà regolata dalla necessità di far conoscere laggiù i nostri prodotti.
Dal momento che siamo, a quanto pare, alla vigilia di radicali riforme, e che si nota un certo risveglio, non ancora nel campo della produzione, ma tra coloro che potrebbero darvi un nuovo impulso — uomini di grande iniziativa e di sicura competenza — ci sembra opportuno richiamare la loro attenzione e l’attenzione del Governo sull’indirizzo da tenere per risolvere la crisi cinematografica.
(Il Corriere Cinematografico, 20 giugno 1925)
(Cinema muto italiano storia di una crisi 7)