Storia di un Pierrot – Alberini e Santoni 1905

Histoire d'un Pierrot, Alberini e Santoni 1905
Histoire d’un Pierrot, Alberini e Santoni 1905

Secondo diverse fonti, il primo film a soggetto, prodotto dalla ditta Alberini e Santoni sarebbe l’adattamento della pantomima L’Histoire d’un Pierrot, libretto di Fernand Beissier, musica di Mario Costa (1893), un soggetto ben scelto, visto che aveva ottenuto un grande successo in Italia ed all’estero.

Continuando con le dichiarazioni di Alessandro Santoni, nel già citato articolo pubblicato nella rivista L’Eco del Cinema:

« Sarà opportuno ricordare qui le difficoltà che incontrò il primo film italiano che fu pubblicato sotto il titolo Storia di un Pierrot per l’interpretazione dei signori Mario Caserini e le sorelle Visconti.
Il vero ostacolo essenziale fu la messa in scena, poiché gli attori non erano ancora abituati ad agire sotto il fuoco di un obbiettivo, dovendosi l’azione svolgere rapida e nello stesso tempo sintetica, data l’esigenza del pubblico di allora; in secondo luogo la mancanza assoluta di direttori artistici e di personale tecnico; per questo lato però fu di valido aiuto l’opera del signor Augusto Turchi, che in quell’epoca si interessava di cose teatrali. Dopo il felice esito di questo primo tentativo la produzione cominciò a migliorare e a progredire; molti furono i films che ebbero successo: La presa di Roma, Nozze tragiche, Malia dell’oro, ecc., anzi questi ultimi inscenati con un commento musicale composto espressamente dal maestro Romolo Bacchini. »

Vediamo adesso altre fonti su questo “primo film a soggetto”. Per esempio questo articolo di Veritas (A. A. Cavallaro), pubblicato nella rivista La vita cinematografica del 31 dicembre 1914, dove a proposito di Mario Caserini si racconta che:

« L’Histoire d’un Pierrot fu il primo lavoro importante a cui la casa romana Alberini & Santoni si dedicò con audacia — allora era audacia — e serietà d’intenti. La film non vide la luce… o meglio il buio delle sale cinematografiche, perché già i diritti d’autore tiranneggiavano e Alberini preferì tenersi il negativo in magazzino anzi che pagare l’ingente somma chiestagli. Ma seguì subito un soggetto dello stesso genere: Il romanzo d’un Pierrot, che ebbe molto successo. »

In questo articolo attribuiscono tutto il merito della messa in scena a Filoteo Alberini e Mario Caserini, dimenticando Augusto Turchi. Le due sorelle Visconti sono, Annina, nel ruolo di Pierrot, ed Augusta, in quello di Louisette. Pochinet, Mario Caserini.

Roma: The First Picture Show

Locandina Museo Le Lieure
Locandina Museo Foto-Elettrico Le Lieure

Sul finire del 1897 — ricordava nel 1926 Ezio Cristofari, uno dei pionieri dell’esercizio cinematografico a Roma — una signora francese, certa Madame Le Lieure, aprì al pubblico romano, al vicolo del Mortaro, uno studio fotografico, con annesso un salottino dove si potevano ammirare, pagando cinquanta centesimi, le Fotografie viventi.

Erano le prime proiezioni di films lunghi venti o trenta metri, che rappresentavano Il ginnasta al trapezio o La ballerina sulla corda, e simili. Madame Le Lieure aveva un suo meccanico francese, quale operatore di cabina, col quale strinse amicizia un assiduo frequentatore del salottino di Madame Le Lieure: Luigi Topi, l’ottimo cinematografista romano tanto simpaticamente noto, oltre che per essere stato un autentico pioniere, per il pizzo alla D’Artagnan, gli occhioni rutilanti, e la sua caratteristica bonomia di burbero benefico.

Intorno a quel tempo — io ero sempre proto e… martire, come mi aveva ribattezzato Guido Celli, che poi fu sottosegretario di Stato — un bel giorno nel bel centro della città una sfolgorante insegna luminosa fra le prime apparse attirò l’attenzione e l’ammirazione dei cittadini. Vi campeggiava un enorme punto interrogativo. Sotto, a lettere cubitali: Novità fin di secolo — Compagnia franco-italiana. Le “Novità”, denominate con l’espressione di moda sul finire dell’800: fin di secolo, avevano piantate le loro tende in uno spazioso locale in piazza in Lucina, proprio dove adesso è il Corso Cinema.

Gl’italo… francesi erano Topi, del Grande e Chiesa. Nel locale, una specie di Luna Park al coperto, c’era un po’ di lutto: tiro a segno, giochi di birilli, macchine automatiche e simili.

La grande attrattiva (oltre al fonografo) era il Kinetoscopio, il primo apparecchio cinematografico di Edison, la cui proiezione era visibile soltanto a spettatori isolati che guardavano attraverso una specie di binocolo.

Ma Topi, ch’era un abilissimo meccanico, ben presto impiantò una sua misteriosa macchina di proiezione, che aveva aggiustata molto ingegnosamente, avvalendosi certamente dell’esperienza acquistata frequentando le Fotografie viventi, di Madame Le Lieure, la quale usava uno dei primi apparecchi dei fratelli Lumière. Fra le parti caratteristiche della macchina di Topi, ricordo specialmente… un fiasco d’acqua. Serviva per il raffreddamento delle parti della macchina più vicine all’arco voltaico. Topi, s’affaticava a versare l’acqua in prossimità dei carboni. Ma, per un suo sistema di circolazione — non eccessivamente perfezionato — l’acqua si riscaldava ben presto.

— Mannaggia… — borbottava affannato e costernato il buon Gigi ‘a Ezio — bolle!…

— Bolle? — gli facevo io — e allora… mettici gli spaghetti!

I films erano fatti di vari pezzi, attaccati senza badare al nesso, col solo lodevole intento di allungare la durata della proiezione. I titoli ancora non si conoscevano. Alla mancanza, suppliva il buon Topi, che di tanto in tanto s’affacciava da un finestrino della cabina di proiezione per urlare al pubblico, col suo profondo vocione di basso :

— Corrida di tori. Incassonamento dei tori. (Voleva dire l’entrata dei tori nei cassoni di trasporto…)

— Entrata della quadriglia…

Faccio un passo indietro e racconto come entrai anch’io fra quei bei tipi di romanissimi… italo-francesi.

Sulle prime macchine di proiezione d’allora c’era un diritto d’esclusiva o privativa.

Topi però sosteneva che la macchina da lui usata era di sua invenzione; e che non doveva perciò nessun diritto ad alcuno.

Perché non gli… rubassero l’invenzione, diceva lui, ma in realtà per altre sue buone ragioni, interdiceva rigorosamente l’ingresso al santuario della sua cabina.

Intanto, per mascherare il caratteristico ronzio della macchina di proiezione — che poteva rivelare la sua… natura simile a quelle delle altre macchine, protette dal brevetto — Topi aveva ingaggiato un ragazzino, incaricato di produrre un diabolico rumore con due pezzi di legno dentati strisciati l’uno contro l’altro.

Una sera, scopersi in un angolo del locale un pianoforte che vi si trovava depositato, forse, per un numero d’intermezzo. Mi venne l’idea di suonarlo durante la proiezione. Topi, trovando che il piano s’accordava mirabilmente con l’altra… musica del suo ragazzino, entusiasta, m’abbracciò con la sua grande espansione e mi volle amico e socio nella sua geniale impresa.

Così divenni italo-francese anch’io; e con l’accompagnamento del già detto ragazzino curavo il… sincronismo musicale del primo cinematografo d’Italia.

A tal proposito è… memorabile un episodio. Si proiettava un film importantissimo, dell’inverosimile lunghezza di bei 350 o addirittura 400 metri: La passione di Cristo, la prima edita.

Topi s’intestò di fare, per tale film d’eccezione, un accompagnamento musicale in grande stile: pretese che suonassi un armonium; strumento che non avevo mai suonato in vita mia. Ma il colmo era ch’egli pretendeva dovessi suonare contemporaneamente anche il piano!

Feci osservare a Topi che madre natura mi aveva fornite due sole mani.

Ma l’ingegnoso Gigi non era uomo da perdersi per così piccole difficoltà. Dispose i due strumenti in forma di “V” o di libro aperto. Completò il quadrato con due paraventi, m’impiantò una lampadina presso l’armonium, perché potessi vedere almeno dove mettevo le mani, coprendola con una carta verde. Nel centro di questa bella baracca presi posto e m’ingegnai a suonare, la sinistra l’armonium e la destra il piano.

Ma, sia perché la mia mano non giungesse ai bassi dell’armonium, sia perché non mi arrischiassi di cavar suoni cavernosi dallo strumento che non conoscevo… mi limitavo a trarne una specie di accompagnamento, un piruli piruli, che Topi sacrilegamente battezzò Coro degli Angeli.

Basta. Il primo spettacolo andò, come Dio volle, bene. Gran folla, molte personalità del clero.

Ma al secondo spettacolo, purtroppo, la carta velina che ricopriva la lampada fissata da Topi presso l’armonium, troppo riscaldata, prese malauguratamente fuoco. Corro ai ripari, ma mi scotto la mano, e per di più, essendoci un contatto presso lettone della lampadina, prendo una maledettissima scossa.

Avevo vent’anni, e la compagnia di Topi non era la più adatta, per indurmi a un’eccessiva castigatezza di linguaggio.

Alla scossa, dò un urlo, urto, saltando, uno dei paraventi, che cade con rumore da terremoto e mi scappa un sonorissimo: Mannaggia…

Sul lenzuolo, che fungeva da schermo, passava in quel momento una delle più salienti scene della Passione di Nostro Signore.

Indignati, i Monsignori abbandonarono la sala.

Il buon Topi, per dimostrarmi i malanni che può produrre una bestemmia, accese una fioritura di moccoli che durò cinque buoni minuti…

Alberini e Santoni

Alberini e Santoni, uffici e teatro di posa
Alberini e Santoni, uffici e teatro di posa

Non è facile stabilire con assoluta precisione certe date nella storia del cinema italiano delle origini. Il primo problema sono la mancanza di documenti ufficiali ed il secondo, che molti archivi privati sono dispersi. In mancanza di queste fonti primarie, rimangono le pubblicazioni periodiche ed i cataloghi delle ditte, i programmi dei teatri, ecc. Ma queste non possono offrire che dati parziali. Secondo alcune fonti dunque, la prima casa di produzione cinematografica italiana sarebbe nata a Roma, verso la fine del 1904. Il teatro di posa, che potete vedere nell’immagine a sinistra, era in via Appia Nuova, nel tratto compreso tra Porta San Giovanni e Piazza Re di Roma, che allora, nei primi anni del secolo scorso, era una zona periferica e praticamente deserta, di fatto, nella pubblicità della ditta, accanto all’indirizzo, non viene indicato il numero, soltanto il riferimento fuori Porta San Giovanni. Gli uffici di amministrazione, sempre a Roma, erano in via Torino 96.

Una delle poche fonti disponibili, quasi di prima mano perché si tratta di Alessandro Santoni, figlio di uno dei fondatori della ditta, in un articolo pubblicato nella rivista L’Eco del Cinema, agosto 1929 racconta:

« Nel dicembre 1904 fu iniziata fuori Porta San Giovanni la costruzione di una casa di produzione di pellicole che prese il nome di Primo Stabilimento Italiano di Manifattura Cinematografica Alberini e Santoni. (…) Riporto come documentazione, un brano che la rivista Albo d’Oro pubblicava nel giugno 1906: “Le case estere produttrici di films, non poterono non ammirare l’audacia degli energici ai quali abbiamo accennato (Dante Santoni e Filoteo Alberini) specialmente quando seppero che il grande stabilimento costruito fuori porta S. Giovanni (Roma) era dotato di ricco ed importante macchinario per poter creare e riprodurre al vero qualunque avvenimento”.
All’uopo Dante Santoni, comprendendo come i denaro fosse la molla principale di ogni impresa, non curò l’azzardo di vistosi capitali, mentre fece dedizione completa al progetto, di tutta la sua capacità di costruttore, e l’edificio sorse a vista d’occhio, e presto fu fatto compiuto. »

Marchio (logo) Alberini e Santoni
Marchio (logo) Alberini e Santoni

Nel citato articolo dell’Albo d’Oro troviamo altre informazioni, per esempio che l’area di costruzione era di oltre 2000 metri quadrati, e che lo stabilimento comprendeva un teatro di posa, una vasca per i soggetti acquatici, parecchie camere oscure, sale per la coloritura, e tutto l’occorrente a riprodurre qualunque scena o avvenimento. Verso la metà del 1905, la ditta cominciò a pubblicare regolarmente listini dei film realizzati in un bollettino mensile, dove si racconta di un copioso corredo di macchine espressamente costruite in Germania e in Francia, senza specificare le marche.

La storiografia cinematografica afferma che il primo film prodotto dalla ditta Alberini & Santoni è La presa di Roma, naturalmente si riferisce al primo film a soggetto, ma neanche in questo le fonti si mettono d’accordo, per esempio, Alessandro Santoni afferma che il primo film fu Storia di un pierrot. Secondo Aldo Bernardini e l’archivio del cinema italiano, i titoli prodotti sono 14.

Qualche traccia di questi film si può ancora trovare in archivi e cineteche, pubblici e privati. Per sapere se siete i fortunati proprietari di un film dell’Alberini & Santoni in nitrato d’epoca dovete controllare questo:

« Tutte le pellicole che escono dal Primo Stabilimento Italiano di Manifattura Cinematografica Alberini & Santoni portano impressa la nostra marca di fabbrica, depositata a norma di legge che qui riproduciamo (sopra a sinistra). Ogni titolo in basso a destra e a sinistra, la nostra marca di fabbrica e sul principio di ogni pellicola vi è impresso il bollo a secco della Ditta. »

Gli artefici di questa impresa, Filoteo Alberini e Dante Santoni, meritano un capitolo a sé, e di loro ci occuperemo più avanti.