Mario Caserini Ars Vera Lex

Logo di La Film Artistica Gloria, Torino
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Di Mario Caserini, nato a Roma il 26 febbraio 1874, ho raccontato il debutto nel cinema (nel cinematografo) interpretando il ruolo di Pochinet nella Storia di un Pierrot, produzione Alberini e Santoni 1905. Prima di questo debutto, Caserini aveva lavorato per il teatro di prosa come pittore e decoratore, e dal 1899 come attore e direttore di compagnie drammatiche. Dopo il ruolo di Pochinet, rimane a lavorare stabilmente per la ditta Alberini e Santoni, che il 1° aprile 1906 diventa Cines:

“Allora fu sentito il bisogno d’un competente, perché la nuova industria italiana potesse progredire fra incertezze minori, e fu scritturato il sig. Gastone Velle, della Pathé, uomo che alla competenza univa molta vivacità d’ingegno. Mario Caserini fu suo aiuto, e con lui collaborò pieno d’amore e d’entusiasmo, animato dalla gioia di creare. Perché allora bisognava creare, ché a guardarsi indietro, si doveva avere l’impressione di trovarsi alle calcagna un altissimo muro levigato, che segnasse il punto di partenza. Tutto era da fare, e il molto che oggi esiste e a cui si ricorre con semplicità, si deve a questi pionieri della nuovissima arte, alla loro tenacia, ai loro sforzi, alla loro perseveranza forte contro ogni disillusione.” (Veritas, La vita cinematografica, 31 dicembre 1914)

Dal 1906 al 1911, Mario Caserini lavora ininterrottamente per la Cines, e dopo un breve intervento nella Theatralia, nell’ottobre di quell’anno, lascia i teatri romani e “trasloca” all’Ambrosio di Torino in compagnia di Maria Gasperini, prima attrice della Cines, che ha sposato pochi mesi prima.

Tra la fine dell’undici e la fine del dodici, Caserini realizza una buona quantità di lavori “storici” per la Serie Oro dell’Ambrosio, tutti ben riusciti e accolti dal pubblico, come ricorda Arrigo Frusta, soggettista storico dell’Ambrosio: “Ma, alla fine del 1912, ecco che, appena dopo un anno, il provetto metteur-en-scène rompe il contratto che lo lega all’Ambrosio ancora per tre anni, e annunzia con uno sfoggio di réclame veramente americano la nascita d’una nuova grande casa di produzione: la Gloria Film di cui sarebbe il direttore generale” (Bianco e Nero, n. 10-11 1960)

La Film Artistica Gloria si presenta alla stampa nel mese di gennaio 1913 in una intervista di A. A. Cavallaro, direttore della rivista La vita cinematografica, in questi termini:

– E’ strano, disse subito Caserini, che Lei, proprio Lei, mi domandi notizie della mia fabbrica!
– Perché?
– Mah!… E non deve essere Lei uno dei miei soci futuri? Almeno così affermano i mille bene informati che pullulano sui nostri mercati!…
E quel sorriso bonario, ma ironico, ch’è una delle caratteristiche del Caserini, gli illuminò d’un subito la larga faccia.
– Lasciamo gli scherzi, riprese poco dopo l’intervistato, lasciamo gli scherzi, carissimo socio… in mente degli altri, e veniamo al buono. Mi ero prefisso di non dire nulla, assolutamente nulla, né del mio programma, né dei miei soci, né su tutto quanto può riguardare la costituzione della nuova Azienda, appunto perché era troppa, in molti, la smania di sapere…
– Ma…
– Ma a tanto intercessor nulla si niega!… Come perché io venni a Torino, nessuno meglio di Lei lo sa. Dalla Cines, ove da otto anni prestavo l’opera mia, chiamato a Torino a far parte della Società Anonima Ambrosio, accettai con entusiasmo, io, che, per l’intelligenza del cav. Arturo Ambrosio, avevo, ed ho, più che rispetto, venerazione. Venni il 15 novembre 1911, con un contratto di un anno, che fu poi modificato in un altro di tre anni e tre mesi, migliorandone assai le condizioni…; ero contento e lavorai con passione e con attaccamento; ma al mio temperamento esuberante, non bastava esser parte, per quanto interessantissima, di una macchina; desideravo diventare la forza motrice. Nove anni di studio e di esperienza, i miei lavori messi in scena esclusivamente e solamente da me, la conoscenza perfetta di tutti gli ingranaggi complicati, della nostra industria, me ne davano, in parte, il diritto. Trovai dei soci, ed allora chiesi ed otteni lo scioglimento del contratto con l’Ambrosio. Con dispiacere mi sono staccato dal mio capo fabbrica; con dolore ho lasciato i miei compagni di lavoro, ma volevo, così come voglio, seguire la mia strada. Il cav. Ambrosio comprese tutta l’importanza del passo che stavo per fare e, a malincuore (sono sue parole) mi accordò lo scioglimento del contratto.
– Allora è proprio vero ch’è lei che ha domandato lo scioglimento degli impegni presi?
– E come no? E’ cosa sulla quale si potrà malignare, forse, ma non dubitare; del resto eccole la lettera originale che la Società Ambrosio mi ha scritta quando si trattò di rompere il mio contratto: ne pigli copia, la prego, e la pubblichi pure.
Ecco, infatti, la lettera:
Torino, 6 dicembre 1912
Sig. Mario Caserini
In merito al desiderio manifestatoci di abbandonare il nostro Stabilimento, col 15 dicembre, entro la quale data si presume possa essere ultimata la film La vita di Dante, per evitare controversie, abbiamo deciso di non sollevare difficoltà per anticipata risoluzione degli accordi convenuti con Lei e con la sua Signora, il 1° gennaio 1912, e che dovevano aver vigore sino al 31 marzo 1915.
Tanto le comunichiamo per suo buon governo, e la presente vien fatta in duplice copia, di cui una da Lei e dalla sua Signora controfirmata in segno di benestare, e da noi ritirata per nostro scarico e liberazione.
Distintamente La salutiamo.
Per la Società Anonima Ambrosio – L’amministratore direttore
Firmato: Ambrosio.
– Come vede, proseguì Caserini, devo essere molto grato alla liberalità del cav. Ambrosio.
– Sta bene, ma della Gloria?…
– Eh! Bendetti giornalisti, non vi si può mai portare fuori della strada che vi siete prefissi!… Ebbene, la Gloria sarà una Società in accomandita semplice; il gerente ne sarà il sig. Domenico Cazzulino, l’accorto cinematografista, l’intelligente proprietario del Cinematografo della Borsa in Torino, e dietro di lui un gruppo di altri tre capitalisti, chiari e simpatici torinesi.
– Il capitale?…
– Il capitale non è ancora stabilito. Per ora abbiamo acquistato il terreno (3600 metri quadrati) in via Quittengo n. 39, una delle traverse di via Bologna: abbiamo ordinato la costruzione del teatro di posa, in ferro e vetri, di 25 metri per 15, e con pareti da potersi aprire completamente da due lati; siamo dietro a comperare macchine ed a montare lo stabilimento, nel quale non produrremo che negativi, non volendo assolutamente stampare neppure un metro di positivo. Delle trattative in corso mi consentono di dire che, forse, chi stamperà, per conto nostro, i negativi nostri, con la marca di fabbrica, saranno le officine Biak, di proprietà dell’ing. Pouchain, a Lione; officine montate meravigliosamente e costruite col sono scopo di stampare positivi per conto di terzi; officine che saranno dirette da un tecnico, già della Casa Lumière, che io ho visto lavorare per un mese, incidentalmente alla Cines di Roma, e del quale sono entusiasta. Tutto questo mi ripromette una stampa di primissimo ordine, da stare a livello con le migliori produzioni fotografiche attualmente in commercio, senza il gravissimo grattacapo di una grande officina da sorvegliare, poché tutta la mia attività potrò, così, dedicare alla produzione dei negativi. Quando tutto lo stabilimento sarà ordinato, quando tutto il materiale sia a posto, alla vigilia cioè di funzionare, vedremo quale dovrà essere il capitale della nostra Società.
– Misura molto prudente e molto accorta. Se non sono indiscreto, a quale genere di produzione si atterrà?
– Non è facile stabilirlo a priori, data la instabilità del mercato. Certo che, con la collaborazione di forti ingegni per la compilazione dei soggetti; con l’ausilio di attori intelligenti e volonterosi, non mi staccherò dal motto impresso nella mia marca di fabbrica Ars vera lex. Questo è il mio programma: Fare bene artisticamente.
– E gli artisti?…
– Ah! Ora basta. Dippiù, per ora, non posso dirle.
– Non vuole?!
– Non posso!
E l’abituale sorriso tornò a spuntargli sulle labbra… mi offrì un eccellente sigaro d’Avana e… cambiò discorso. Capii che sarebbe stato più facile far parlare la montagna, e lo seguii nella nuova conversazione.
Trattasi, in Caserini, di temperamento speciale: quest’uomo sa volere, e sa riuscire… Cazzulino, dal canto suo, è intelligente e prudente amministratore…; certo non tutte le case concorrenti vedranno con piacere o con serenità la nascita della nuova fabbrica.
Noi aspettiamo fiduciossisimi: auguriamo, intanto, gloria alla Gloria.»
segue…

Ma l’amor mio non muore… – Film Artistica Gloria 1913

ma l'amor mio non muore
Scena madre… Lyda Borelli e Mario Bonnard

Film restaurato nel 1993: « È storia nota che il marito di Lyda Borelli, il conte Cini, cercò con ogni mezzo di distruggere tutte le copie dei film interpretati dalla moglie. Per fortuna molte copie sono presenti negli archivi delle cineteche. La Cineteca Italiana di Milano conserva alcuni film della Borelli ma, cosa più importante, è riuscita anche a salvare i negativi. La copia del film che la Cineteca Italiana presenta alle Giornate del cinema muto di Pordenone è stata appositamente stampata dal negativo originale su nitrato. Le didascalie, non più rintracciate sul negativo, sono state ricostruite nello spirito dell’epoca e nel limite indispensabile alla comprensione della trama, in base ai giornali dell’epoca. Il negativo è stato restaurato con un paziente e lungo lavoro di laboratorio e la copia stampata con una colorazione seppia per ricreare l’atmosfera del cinema dell’epoca.»
(Comunicato stampa della Cineteca Italiana di Milano, Giornate del Cinema Muto di Pordenone 1993)

La storia del film, secondo una locandina-programma del 1914:

« Moise Sthar, tipo d’avventuriero elegante, stretto da bisogni di una vita dispendiosa, ha accettato il losco incarico ai sottrarre i piani di fortificazioni dello Stato Maggiore del Granducato di Wallenstein. La difficile impresa, che già dava segni di cattiva riuscita, è facilitata dalla relazione che egli stringe col colonnello Julius Holbein, capo appunto dello Stato Maggiore, padre della bellissima ed elegante Elsa, alla quale Sthar dimostra vivissima simpatia che l’ingenua fanciulla cerca di corrispondere. Dopo una cena familiare in casa del colonnello, durante la quale l’ignobile Sthar sussurra all’orecchio di Elsa dolci parole d’amore, riesce a sottrarre i documenti agognati e, proietto dalla notte, fuggire per sempre.
Alla scoperta della triste realtà il Colonnello è invaso da un’agitazione folle ed Elsa da un terribile sospetto che, per quanto voglia scacciarlo, lo riafferra…. Corre all’hotel e appresa l’improvvisa partenza di Sthar nel cuor della notte, la sua supposizione diventa certezza.

Il colonnello Holbein, a cui erano stati affidati i preziosi documenti, è in sospetto dì alto tradimento, e, colpito in ciò che vi è di più sacro per un ufficiale, coll’animo terrorizzato, non trova più forza a difendersi e, vinto dalla spettrale visione di un avvenire ignominioso, si uccide. Alla povera ed ingenua Elsa viene intimato dal Granduca di Wallestein di allontanarsi dal ducato e, in una stazione di confine, la bella fanciulla è abbandonata da due gendarmi al suo cammino di dolore che ella singhiozzando, incerta, disorientata come una rondine sbattuta dalla burrasca. D’animo forte, mette a partito le sue rare qualità di pianista ed eccellente cantante e, sotto il falso nome di Diana Cadouleur, suscita in numerosi concerti grande entusiasmo e universale ammirazione, tanto che l’impresario Schaudard le offre una rimunerativa stagione in un teatro di riviera, ove accoglie seralmente frenetici applausi da un’elegante folla di ammiratori che la coprono di fiori e preziosi ricordi. Ma la memoria del padre suo le si affaccia sovente; il ricordo del giorno in cui ella lo vide livido e sanguinante le rapiscono la gioia dei suoi trionfi, ed una sera, mentre sta desinando sull’elegante terrazzo dell’hotel fra una turba di allegri ammiratori, artisti e giornalisti, la malinconica donna è stranamente colpita da un giovane triste come lei, solitario, pallido, dal volto aristocratico, che, nella penombra verso il mare, la guarda languidamente con un senso dì compatimento per quella tavolata banalmente gaia. Il giovane pallido è il principe Massimiliano, figlio del Granduca Wallenstein, che, convalescente dì grave malattia, soggiorna in clima marino. Viaggia in incognito sotto falso nome. Sorpreso dalla divina bellezza e dal fascino di Diana Cadouleur, lo dimostra colla sua assiduità agli spettacoli serali. In un radioso mattino il principe le si avvicina col cuor palpitante, le sussurra timidamente qualche parola d’amore e un senso di misteriosa simpatia invade le due anime…. così, di fronte l’uno all’altra, fissandosi negli occhi, assaporano con estrema dolcezza il momento sublime, suggellandolo con un ardente bacio. In breve l’amore divampa gigante e la giovane, accecata dall’affetto di quell’uomo così simile a lei per sentimenti, stanca del mondo frivolo che la circondo decide di seguirlo in viaggio. A bordo di un battello, mentre in rapimento estatico stanno in dolce contemplazione della splendida natura, per fatale combinazione, a rompere l’incanto divino, appare l’ignobile Sthar. Sbigottita, Elsa sta per cadere innanzi a lui come ad una apparizione infernale, mentre il principe si scosta per chiedere soccorso. Sthar allora le sì avvicina, supplica perdono lacrimante e le chiede amore. Con ribrezzo è respinto, e in quella giunge Massimiliano. Furibondo Sthar giura vendetta e annunzia in patria che il principe ereditario di Wallenstein se la passa tra galanti avventure, mentre il Ducato è seriamente scosso dai partiti estremi. Il Granduca, trascorsi alcuni giorni, affida al colonnello Theubner la delicata missione di ricondurre il figlio in patria…

E mentre presso una vetrate del Grand Hotel il giovane principe sta accompagnando al pianoforte una nostalgica romanza cantata da Elsa, entra Theubner col messaggio. Presago dei fatti, nervosamente il principe dissuggella il plico, e la busta caduta a terra è una terribile rivelazione per Elsa. Il principe ereditario di Wallenstein! Il cuore le si spezza in petto, lo schianto dell’animo la sopraffà. Si accascia sopra una poltrona e cogli occhi vitrei, fissi nel vuoto, si sente morire; comprende che non potrà più dissimulare il suo vero nome, la sua triste storia, il suo esilio, la sorte del padre, poiché dal colonnello Theubner, un tempo amico di suo padre, saprà il principe tutta la verità, la tristissima verità. Nel delirio del momento, come pazza fugge e dopo alcuni giorni di folle peregrinazione si ripresenta al teatro da lei abbandonato… Massimiliano ha avuto da Theubner la rivelazione di tutto, la storia dei tristissimi avvenimenti che hanno spinto la giovane donna sulla via del teatro. Indifferente ai fatti, sente che senza di lei non può vivere… senza l’affetto di quella donna affascinante, non gli resterebbe che morire. Nella vertigine della passione la raggiunge, e l’adorata creatura che gli diede momenti sublimi di dolce incanto è ritrovata ! Pallido, tremante, cogli occhi fissi su lei, dal palchetto la contempla estatico e sente che quella dolcissima anima dovrà essere sua per sempre! Elsa l’ha visto, fissa gli occhi su di lui.. Ad un tratto impallidisce, vacilla, fa per sorreggersi, stramazza.

Il sipario è tosto calato. Il principe si precipita come pazzo e mentre la sente languire e diventar fredda tra le sue braccia, afferra dalla morente queste fioche parole; « Ma l’amor mio non muore ». La povera Elsa, colpita così improvvisamente mentre si sentiva prossima alla felicità, dopo tanti affanni e dolori, nel terribile momento di sconforto, chiese al veleno la pace all’animo suo travagliato e volle morire per lui su quelle scene che tanti applausi le avevano procacciato!

Durante la scena della chiesa verrà cantata l’Avemaria di Gounod dalla sig.na Dina Dini
Esecuzione a grande orchestra con musica espressamente scritta.»

Recensione d’epoca con molto brio: « Dice la gente, con impeto di ammirazione: quanto è bella Lyda Borelli! Ma sa bene, la gente, come sia bella la giovane artista piena di talento, come è radiante di beltà? Di quante maniere sia bella, Lyda Borelli, sa la gente? Giacché nulla è più singolarmente mutevole che il volto di questa creatura di eccezione: Lyda Borelli; giacché mai essere umano, mai essere femminile, seppe tramutarsi così profondamente nelle linee, nelle espressioni, tanto che il viso della giovinetta ridanciana, quello della fanciulla pensosa, quello della donna mesta, quello della donna tragicamente dolente, tutti questi visi, e tanto altri, sono in lei, sono sempre in lei, ed è sempre un’altra donna! E mai questo dono portentoso di trasformazione è stato più palpitante che in questa film incomparable, il cui titolo giustamente sedurrà tutti i cuori sentimentali: Ma l’amor mio non muore, di cui Lyda Borelli è la protagonista, è l’eroina, è tutto! Mai come in questa film, così tenera e così drammatica, così sontuosa e così elegante, la Borelli ha raggiunto tanta verità di fisionomie, tutte diverse, tutte belle, tutte diversamente belle; e chi da domani, al Salone Margherita, andrà e ritornerà, ritornerà certo ad assistere a questo commovente dramma di amore, di ebbrezza e di dolore; sentirà che le mie parole restano sotto la vibrante verità che si svolgerà innanzi ai suoi occhi sorpresi.»
Matilde Serao (Il Giorno, riprodotto in La Vita Cinematografica, 7 gennaio 1914)

Ma l’amor mio non muore…, lavoro drammatico degli autori E. Bonetti e G. Monleone. Produzione Film Artistica Gloria, Torino.
Messa in scena di Mario Caserini, operatore Angelo Scalenghe.
Attori principali: Lyda Borelli (Elsa); Dante Cappelli (Gran Duca di Wallenstein); Maria Gasperini Caserini (Granduchessa di Wallenstein); Mario Bonnard (Principe Massimo loro figlio); Vittorio Rossi Pianelli (Colonnello Julius Holbein, padre di Elsa); Antonio Monti (un Generale); Emilio Petacci (Colonnello Theubner); Paolo Rosmini (Moise Sthar); Camillo De Riso (Schaudard, impresario teatrale).

Storia di un Pierrot – Alberini e Santoni 1905

Histoire d'un Pierrot, Alberini e Santoni 1905
Histoire d’un Pierrot, Alberini e Santoni 1905

Secondo diverse fonti, il primo film a soggetto, prodotto dalla ditta Alberini e Santoni sarebbe l’adattamento della pantomima L’Histoire d’un Pierrot, libretto di Fernand Beissier, musica di Mario Costa (1893), un soggetto ben scelto, visto che aveva ottenuto un grande successo in Italia ed all’estero.

Continuando con le dichiarazioni di Alessandro Santoni, nel già citato articolo pubblicato nella rivista L’Eco del Cinema:

« Sarà opportuno ricordare qui le difficoltà che incontrò il primo film italiano che fu pubblicato sotto il titolo Storia di un Pierrot per l’interpretazione dei signori Mario Caserini e le sorelle Visconti.
Il vero ostacolo essenziale fu la messa in scena, poiché gli attori non erano ancora abituati ad agire sotto il fuoco di un obbiettivo, dovendosi l’azione svolgere rapida e nello stesso tempo sintetica, data l’esigenza del pubblico di allora; in secondo luogo la mancanza assoluta di direttori artistici e di personale tecnico; per questo lato però fu di valido aiuto l’opera del signor Augusto Turchi, che in quell’epoca si interessava di cose teatrali. Dopo il felice esito di questo primo tentativo la produzione cominciò a migliorare e a progredire; molti furono i films che ebbero successo: La presa di Roma, Nozze tragiche, Malia dell’oro, ecc., anzi questi ultimi inscenati con un commento musicale composto espressamente dal maestro Romolo Bacchini. »

Vediamo adesso altre fonti su questo “primo film a soggetto”. Per esempio questo articolo di Veritas (A. A. Cavallaro), pubblicato nella rivista La vita cinematografica del 31 dicembre 1914, dove a proposito di Mario Caserini si racconta che:

« L’Histoire d’un Pierrot fu il primo lavoro importante a cui la casa romana Alberini & Santoni si dedicò con audacia — allora era audacia — e serietà d’intenti. La film non vide la luce… o meglio il buio delle sale cinematografiche, perché già i diritti d’autore tiranneggiavano e Alberini preferì tenersi il negativo in magazzino anzi che pagare l’ingente somma chiestagli. Ma seguì subito un soggetto dello stesso genere: Il romanzo d’un Pierrot, che ebbe molto successo. »

In questo articolo attribuiscono tutto il merito della messa in scena a Filoteo Alberini e Mario Caserini, dimenticando Augusto Turchi. Le due sorelle Visconti sono, Annina, nel ruolo di Pierrot, ed Augusta, in quello di Louisette. Pochinet, Mario Caserini.