Ritratto intermittente

da sinistra a destra: Macaya, Chomon, Marro
Da sinistra a destra: Luis Macaya, Segundo de Chomn (in piedi), Alberto Marro

Nell’ultimo post raccontavo di Alberto Marro (Albert Marro i Fornelio), e del suo viaggio a Parigi. Vediamo adesso come ci racconta l’incontro con Segundo de Chomón:

Recuerdo un día que se presentó un hombre de aspecto insignificante. O así me lo parecía. Era bajo de estatura, magro, y llevaba una barba tupida y negra. Tenía unos ojos vivos, despiertos, atentos a todos los detalles. Con esa barba aparentaba más edad de la que en realidad tenía. Hablamos de cine y de las cosas que se podían hacer con las películas. Desde aquel día vino a verme con frecuencia. Me dijo que muchas de aquellas cintas ya las conocía, que las había visto varias veces porque le gustaban. Aquel hombrecillo no era ni un mirón ni un curioso. Me dijo que se llamaba Segundo de Chomón, y que con sus ahorros había comprado un aparato de impresionar cintas. Nos hicimos muy amigos y decidimos hacer algo diferente de los demás. Sólo había uno que era diferente: Fructuós Gelabert. Nos uniremos y fundamos una sociedad: Chomón-Marro, más adelante sería Macaya-Marro, Marro-Baños, hasta convertirse en Hispano Films. A mí me pareció que Chomón tenía unas ideas descabelladas. Hicimos juntos algunos filmes con mayor o menor éxito comercial. Era un hombre inquieto que de repente desaparecía y se iba. Para Chomón esto era una conducta normal. Iba a París y, al regreso, siempre tenía novedades que contar. Me habla de que se estaba construyendo un aparato con el que se podrían tintar varias películas a la vez, y así se ahorarría en los gastos de los virados.
(…)
Los verdaderos comienzos de mi empresa pueden establecerse hacia el 1901, cuando se incorpora Luís Macaya, con una aportación de capital. Chomón se encargaba de la fotografía y los trucajes. Yo redactaba los textos y los pequeños argumentos. Primero hicimos lo que se llamaba “vistas panorámicas”. Eso no estusiasmava Chomón, que realizó filmes de carácter “fantástico”, como las del francés Méliès. Fueron cintas sorprendentes por las muchas cosas que pasaban. Chomón fue un verdadero artista y un tipo tan importante como Méliès. Lo que pasa en este país es que hay que venir de fuera para que nos diga nuestras cosas buenas. Aquí no se construye, se destruye, y si te caes, por las razones que sean, la gente hace exactamente igual que con el árbol caído, todo el mundo se atreve a hacer leña.
Josep del Castillo i López (Nota biográfica sobre Albert Marro, Cinematògraf, volum 4, 1987)

Questo ritratto-ricordo, inedito in Italia, è una delle poche testimonianze dei primi anni di Segundo de Chomón a Barcellona. Sulla società Chomón-Marro non ho trovato niente, ma in compenso ho trovato molto su Alberto Marro “rappresentante, fabbrica di strumenti di precisione ed articoli per la cinematografia”.

Ho qualche perplessità sull’attribuzione di film in questa prima tappa a Barcellona. Non credo che Chomón abbia partecipato nell’avventura della Sala Mercè, ricordi o non ricordi di Adrià Gual.

Ma i dubbi e i misteri intorno alla vita e l’opera di Chomón sono tanti, ed è giusto per questo che ho intrapreso la ricerca.

Della presenza della famiglia Chomón-Mathieu a Barcellona ho detto nel primo post. Infatti non c’è traccia di Suzanne (Julienne Alexandrine) Mathieu nei film attribuiti a Chomón. Secondo le mie ricerche, Leone Anaïs Monloup, vedova di François Mathieu, le figlie Julienne Alexandrine, France, Geneviève, il figlio Albert, ed il piccolo Camille Robert, sono tutti a Parigi in questo periodo.

Che Julienne Alexandrine, non ha niente a che vedere con l’atelier di Madame Chaumont, ho detto nel secondo. Ma questo fa ancora più onore a Chomón come “reputado iluminador de películas”.

Sulla data di arrivo in Francia per lavorare alla Pathé non c’è nessuna sicurezza, quindi è molto difficile stabilire la collaborazione a certi film. Secondo la pubblicità nella stampa italiana, Gaston Velle è alla Cines di Roma dalla primavera del 1905.

La società “Chomón-Fuster, Contratistas de Pathé Frères” aveva il teatro di posa a Cortes (Gran Via de les Corts Catalanes) 437, la residenza di Segundo de Chomón era Cortes (Gran Via de les Corts Catalanes), 547, bajos. Dal 1910-1912, della famiglia Chomón-Mathieu a Barcellona ancora una volta non c’è traccia.

La residenza di Segundo de Chomón a Torino era via Vignale 3, a via Vignale 6 viveva la famiglia Bourgeois, Camillo Robert sposerà Margherite Bourgeois. Suzanne (Julienne Alexandrine), e suo fratello Albert (fotografo), nato a Parigi nel 1884, risultano iscritti all’anagrafe di Torino dal 1921.

Negli anni ’20, la casa torinese di via Vignale 3 non risulta di proprietà di Segundo de Chomón, né di nessun Mathieu.

La società di “Film en couleurs” Keller-Dorian (e Chomón), partecipa alle riprese del Napoléon di Abel Gance, ma “une légère erreur technique a rendu inutilisable la bande”.

Segundo de Chomón non ha girato in Marocco per la la società “Films en couleurs” Keller-Dorian.

Ultimo mistero il film Lulù, inedito e gelosamente custodito dal nipote Piero. Leggiamo a pagina 267 del libro Tracce – Documenti del cinema muto torinese nelle collezioni del Museo Nazionale del Cinema (Museo Nazionale del Cinema – Il Castoro, 2007): Lulù; Produzione: Segundo de Chomón; Regia: Segundo de Chomón; Anno: 1923; Materiali film: 35mm, safety, negativo, b/n, 168 m, lingua italiana; 35mm, safety, positivo, col., 168 m, lingua italiana.” Pellicola safety nel 1923 ?

Piccolo contributo. Vedo che Les Joies du Mariage (Los placeres del matrimonio), uno dei film attribuiti a Chomón (Juan Gabriel Tharrats, Los 500 films de Segundo de Chomón, Universidad de Zaragoza 1988), è scomparso nella filmografia pubblicata nel volume di Joan M. Minguet Batllori (Segundo de Chomón. El Cinema de la Fascinació, Diputación de Teruel – Filmoteca de la Generalitat de Catalunya, 2009).

Non posso assicurare la partecipazione di Chomón, ma il film è interpretato da Suzanne Mathieu, ed è un film a trucchi, come affermava Tharrats. Il titolo è: Le Boudoir Mystérieux, produzione Pathé 1907. Alla data di pubblicazione di questo post, la filmografia Pathé nel sito della Fondation Jérôme Seydoux-Pathé non ha molti dati su questo film (fonte Henri Bousquet, Catalogue Pathé des années 1896 à 1914, Bures-sur-Yvette, Editions Henri Bousquet, 1994-2004).

Suzanne Mathieu in Le boudoir mystérieux, Pathé 1907
Suzanne Mathieu (Le boudoir mystérieux, Pathé 1907)

Eruzione dell’Etna 1910

Eruzione dell'Etna marzo 1910
Cratere dell’Etna, 23 marzo 1910

Produzione Itala Film, Torino (metri 147); Eruzione dell’Etna, produzione S. A. Ambrosio, Torino (120 metri); L’Eruzione dell’Etna, A. Croce & C., Milano (quattro serie, metri: 95, 121, 120, 180)
Una copia (versione francese) del film della S. A. Ambrosio al Nederlans Filmmuseum, Amsterdam.

« Catania, marzo 1910. I vulcani hanno il loro temperamento: quello dell’Etna porta uno sfogo eruttivo ogni sei o sette anni; questa volta ha tardato di più: dall’ultima grande eruzione del 1892 ne sono passati diciotto, e quella odierna si presenta imponente e spaventevolmente minacciosa. Nel 1892 l’eruzione fu grandiosa, ma quella odierna è più grandiosa, colossale addirittura. Il professore Ricco, il coraggioso ed infervorato direttore dell’Osservatorio di Catania, non ha esitato ad affermare che in sole trentasei ore il terribile vulcano, che conta non meno di duecentomila anni, ha eruttati non meno di nove milioni di metri cubi di materia!… Tutto questo su una fronte minima di circa trenta metri e massima di cinquecento, facendo precipitare le lave per un torrente estesosi almeno per dieci chilometri, le lave si presentavano con uno spessore dai due ai cinque metri!…

Nel 1892 il numero delle nuove bocche eruttive salì a quattro, nei pressi del cono Montagnola, a circa 2600 metri sul livello del mare: quest’anno le bocche eruttive non sono meno di dieci, un quattrocento o cinquecento metri più sotto della Montagnola, minacciando gli abitati di San Leo, di Borello, di Belpasso, ed anche di Nicolosi, abituata nei secoli a questi assalti del gran monte ignivoro. I giornali dedicano colonne e colonne alle scene commoventi di terrore e di desolazione in mezzo a quelle popolazioni fataliste e fidenti, nate e cresciute su una montagna che nella pertinacia e nella potenza eruttiva non ha rivali nel mondo.

Vi sono sull’Etna tanti crateri quanti su nessun altro vulcano del globo; taluni di questi crateri si calcola che abbiano almeno tremila anni; ed attorno ai crateri eruttivi vi sono anche un novecento crateri parassiti — dove mai non trovi i parassiti? — grandi e piccoli che cacciano fuori anch’essi le loro lave quando i grandi crateri eruttano violentamente. — È un disastro per le terre colte immediate — mi diceva ieri sera un egregio e dotto professore siciliano — ma è un sollievo per l’avvenire. Se dopo l’eruzione copiosa del 1892 l’Etna, con la sua completa periodicità di sei o di nove anni, avesse data una eruzione violenta e abbondante si può ritenere quasi per certo che il terribile disastro calabro-siculo che il 28 dicembre 1908 fece fra Reggio e Messina centomila vittime, non sarebbe avvenuto.

La Sicilia, anzi, tutta la penisola italiana, a cui la Sicilia nelle remotissime età era unita, ha bisogno di queste eruzioni periodiche, immediatamente terribili, ma liberatrici. Il professore Ricco, lo studioso audace e pertinace, che otto giorni sono fu perfino investito e travolto, con pericolo della vita, da una corrente di cenere e di lava, ritiene che l’Etna non abbia date meno di cinquemila eruzioni, e, probabilmente fino anche quarantamila !… Di dieci delle più formidabili, dal 1660 in poi, è stata testimone la piccola città di Nicolosi, che è oggi il quartiere generale di tutti i fotografi, cominciando dal nostro Scarpettini, di tutti i corrispondenti, delle centinaia di turisti, che si riversano a migliaia a Catania, nella valle del Bove, su per il monte grandioso a godere di uno spettacolo sempre meraviglioso e straordinario, sebbene per la scienza sia un fenomeno abituale…. e salutare!… Ma già le lave, dopo cinque giorni di infuocato fragore e di terrore sparso tutto intorno, cominciano ad acquietarsi. I fuggenti si voltano indietro, e si arrestano. L’amore e l’abitudine li riconducono davanti ai focolari che essi ricostruiranno come fanno quegli insetti di cui il coltivatore sconvolge con la zappa il rifugio. Quale è il rivierasco dell’Ofanto che pensi ad esulare dopo l’inondazione dell’altro ieri?… A Messina una città nuova non sorge forse fra le rovine trepidanti?… Le canzoni non risuonano forse di nuovo a Reggio? … La vita è sempre più forte della morte! »

Gare di sci a Bardonecchia 1910

La pista delle gare di sci a Bardonecchia 1910
La pista delle gare a Bardonecchia, foto Ambrosio 1910

Produzione: Itala Film 106-115 m. (Grandi gare di skis a Bardonecchia); Ambrosio 160 m

« La piccola città ai piedi del Moncenisio – dove Giolitti va a soggiornare l’estate e dove, per onorare lui, hanno mutato il nome all’antica piazza dello Statuto – è stata convegno, nella prima metà di febbraio, di grande eletta folla sportiva chiamata a gare animatissime di sci. Da Torino e dalle altre città del Piemonte e dell’Alta Italia accorsero i migliori sciatori; ed anche festose comitive di turisti invernali. Alle gare parteciparono anche vari riparti dei nostri bravissimi alpini – ed il giorno 6 di febbraio fu appunto la giornata di maggior concorso perché si disputava, fra l’altro, la coppa Robilant, alla quale concorrevano anche gli sciatori del 3° alpini. Sul campo delle gare si affollavano non meno di tremila spettatori, accorsi coi treni da Torino e da Modane. Bardonecchia era tutta imbandierata. Vi furono gare animatissime di signore. Nella gara di salti il tenente Torre saltò da 42 metri!… Grande fu l’entusiasmo per gli sciatori del 3° alpini, vincitori della coppa Robilant. Bardonecchia ricorderà lungamente questa riuscitissima stagione di sport invernale. »

Copia dell’Itala Film alla Cineteca Nazionale di Roma.