Tosca – Caesar Film 1918

Floria Tosca (Francesca Bertini)
Floria Tosca (Francesca Bertini) Archivio In Penombra

Trattandosi di un lavoro eccezionale, saremo severissimi. Non si rallegrino, peraltro, i faciloni della cinematografia e gli arfasatti della critica, giacché la nostra severità, sincera e libera, è dettata da ammirazione e da amore: ammirazione per l’opera passata e presente di Giuseppe Barattolo, e amore per l’arte cinematografica, la quale conta fra i più nobili cultori il proprietario della Caesar. Che anzi, a sconforto dei botoletti invidiosi e dei grossi alani concorrenti, si piace incominciare dalla affermazione che Tosca è forse il più importante e bel lavoro che abbia in questi ultimi tempi prodotto l’arte nostra. E sarebbe stato il “capolavoro” se la cinematografia italica avesse saputo liberarsi in tempo  da un buon dato di malanni che le si sono appiccicati alle carni, e dai quali una forte volontà, confrontata da altrettanto forti capitali, può e deve presto giungere a liberarla. Ora, poiché volontà e mezzi non fanno difetto a Giuseppe Barattolo, e da lui, uomo evidentemente non mediocre, può venire la salvezza, a lui ci rivolgiamo con questa quasi lettera aperta, perché veda e provveda e giudichi e mandi… a quel solito lontano paese chi non sa comprenderlo, chi non sa coadiuvarlo nella sua opera di grande assertore della nostra arte, chi non sa, se non mediocremente, trar partito della veramente enorme quantità di mezzi che egli mette a disposizione dei collaboratori.

Perché ciò che appare evidente in questa, come in tutte le pellicole edite dalla Caesar, è che Giuseppe Barattolo si comporta da gran signore e, senza ironie, da vero mecenate; tanto che quando riesce, come per la parte scenografica di Tosca, a trovare l’uomo rispondente alla genialità del principale, egli ha la soddisfazione di veder l’opera riuscita quale la desiderava. Ma per il resto… ahimè! troppi difetti stanno nel proverbiale manico. Non vogliamo alludere, con un tedioso ritorno su cose già dette e ridette, all’errore di riprodurre sullo schermo l’opera nata per il teatro, giacché anche su questo non fu detta l’ultima parola, e noi riteniamo che tutte le fonti siano buone, purché le si sappiano indirizzare allo scopo per il quale ad esse si attinge. Il peccato mortale, da cui infinite altre pecche derivano, è l’abito costante di tutti i riduttori e inscenatori delle massime Case italiane, di riprodurre, in questa nuova arte sincerissima, mezzi e forme quanto mai convenzionali, appartenenti in modo indissolubile alla finzione del palcoscenico. Così la cinematografia diviene un teatro in sott’ordine, più convenzionale del teatro stesso e assai meno espressivo, mancandogli le voci, sia del dramma di prosa che di quello lirico. La riduzione di Tosca segue, difatti, pedissequamente il dramma originario e l’opera musicale che ne fu tratta, e, mancandole parole o canto, si trova ad essere, per forza, inferiore al dramma di Sardou e all’opera di Puccini. Mai come in questo film apparve chiara la mancanza assoluta di genialità del riduttore e la nessuna conoscenza dell’arte cinematografica. Egli ci ha dato la riproduzione muta di un grande spettacolo d’opera, cioè la terza parte di quanto un’opera può dare; e non è questo invero quanto si attende dalla cinematografia. A ciascuna arte i mezzi suo propri; così lo scultore che adopera i peculiari mezzi di espressione del pittore, o il pittore che si serve di quanto è patrimonio trasmissivo dello scultore, tradiscono la propria arte. Ora la cinematografia, in quanto è arte, ed ha pertanto mezzi propri e molti più di quanti furono sino ad oggi adoperati, non deve viver d’accatto, ma deve e può crearsi una sua forma peculiare e indipendente, valida a destare con altrettanta e forse maggior potenza, le sensazioni dell’opera lirica e del poema drammatico. Seguire pedissequamente le linee di due arti auditive per creare un’opera visiva, è procedimento da eunuchi cerebrali e da becchini dell’arte che si pretende coltivare a servire.

Da questa incommensurabile idiozia del riduttore derivano tutti i principali malanni che affliggono Tosca, quali: la stucchevole statica degli ambienti (bellissimi e fedelissimi), la verbosità eccessiva dei personaggi, i quali, pur non facendosi sentire, chiacchierano quanto sant’Agostino; la mancanza assoluta di nervosità e, soprattutto , di concitazione drammatica, e quel generale senso di piatto, di monotono, di uniforme che ti denota chiaro la meschinità elementare del pedagogo senza genialità. Ma non senza pretensione! come appare dalle didascalie, dove spesso alla furbesca ma efficacissima frase del mago Sardou, è sostituita una impotente e imprudente pappiolata degna di un collaboratore della Farfalla e, quel che è peggio, scritta in lingua barbara, non scevra da sfarfalloni sintattici, indegni di uno scolaretto di terza elementare. Ma non basta! ché il il riduttore si permette di correggere e modificare anche Sardou e, data la sua indiscutibile intelligenza, c’è da immaginare in che consistano le correzioni, le modificazioni e, ahimè, le giunte. (…)

Data la riduzione e la inquadratura errata, la mise-en-scène non poteva riuscir diversa da quella di un gran teatro e, come tale, è mirabile di esattezza e di ricchezza; quasi uno spettacolo della Scala. Ma non di più, mentre, e giova ripeterlo, la cinematografia deve e può superare di gran lunga la più perfetta e potente espressione del palcoscenico.

E del teatro risente l’esecuzione degli artisti; altro delitto questo contro la nuova arte, la quale avrebbe dovuto, e dovrà, se gli Dei e i Barattolo ne gioveranno, distruggere tutte le convinzioni e le falsità della scena. Fa inoltre difetto all’inscenatore la conoscenza di quei tanti mezzi cinematografici di contrasti, di mezzi toni, di richiami, di antitesi, di ravvicinamenti, rinnovabili quotidianamente da una fervida fantasia artistica, che costituiscono la vera e speciale essenza di quest’arte, e, dagli occhi, adducono al cuore il senso e, soprattutto, il sentimento del poema cinematografico. L’azione pertanto si svolge esatta, pulita e corretta sulla falsariga, come un saggio calligrafico. Il maestro loda la nettezza e sbadiglia: probabilmente avrebbe preferito un compito più scapigliato nella forma e più geniale nella sostanza.

E veniamo agli attori. La signorina Bertini è, plasticamente, una Tosca ideale, ma, per dirla con rispettosa franchezza, troppo classica. Avremmo voluto che le preoccupazioni estetiche non la frenassero eccessivamente e quindi non la diminuissero in certe scene dove il bello consiste nell’artisticamente scomposto, nel tumultuoso, nel ben vigilato sconvolgimento della linea, e specie della dignità plastica, mirabile quasi sempre, stucchevole in quei momenti. Nella famosa scena della doppia tortura, quella fisica di Mario e quella morale di Floria, avremmo veduto tanto volentieri l’attrice ridotta un pietoso cencio umano, una povera cosa disfatta e magari contraffatta dall’ira, dal terrore, dallo spasimo. Ne avrebbero sofferto la perfetta pettinatura e le pieghe dell’abito e il viso angelico, ma ne avrebbe assai guadagnato la verità e la intensità della sensazione. Ma, a parte questo appunto, che l’attrice intelligentissima accoglierà come desiderio da parte nostra di quella perfezione che ella è indubbiamente in grado di poter raggiungere, quanta e quale bellezza di interpretazione nelle tante difficili scene! Francesca Bertini risponde con questa sua virtuosa fatica alle maggiori speranze di quanti ne seguono con tranquilla e augurante simpatia il vittorioso ascendente cammino. Ella ha dimenticato le eccessive pose, divenute oramai stucchevoli luoghi comuni, e ha vissuto nella verosimiglianza più artistica il suo personaggio. Ancora un deciso passo verso la semplicità sincera, e la giovane e fulgida stella avrà raggiunto lo zenit della sua carriera. Il De Antoni ci ha dato uno Scarpia di maniera; creatura convenzionale di palcoscenico e non della vita, molto lisciato, molto ripulito, moltissimo abatino del settecento e assai poco poliziotto dell’ottocento. Sincero invece e ben tagliato alla brava il Cavaradossi, che ci ha foggiato l’attore Serena, ed encomiabile Angelotti, il Gennaro.

Buona e spesso ottima la fotografia.

A concludere: un lavoro di ordine superiore che ci ha dato la misura di quanto vuol fare Giuseppe Barattolo e di quanto più potrebbe fare, se altri sentisse e consentisse.

V.
(Tosca al Cinema Ambrosio di Torino, La Vita Cinematografica, marzo 1918 – Archivio In Penombra)

Marcel L’Herbier tourne L’Inhumaine

L’Inhumaine from Flicker Alley on Vimeo.

Au cours de l’été 1923, Georgette Leblanc-Maeterlinck qui revient des Etats-Unis confie à L’Herbier qu’Otto Kahn, célèbre financier new-yorkais et d’autres personnalités yankees s’intéresseraient éventuellement à un film qui montrerait aussi les tendances de l’art français actuel. Marcel écoute, réfléchit, hésite. Georgette, encore d’une étrange beauté, n’est pas précisément photogénique; ce projet se présente donc comme une tâche ardue. Mais la super-femme, d’un enthousiasme si contagieux, finit par convaincre notre ami. Des entrevues ont lieu au château de Cany: L’Herbier lui soumet un scenario d’aventures: La femme de glace. Georgette n’en goûte pas le caractère abstrait; elle persuade Marcel qu’une telle œuvre ne serait pas admise en Amérique, et elle demande à ajuster cette femme de glace d’abord à sa conception personnelle du cinéma, ensuite à la conception américaine. Marcel, désorienté, fait alors appel à Pierre Mac Orlan pour l’aider à renforcer le sujet. Le metteur en scène ne perd pas son point de vue: présenter une synthèse des arts décoratifs modernes. Il commande des maquettes au maître de la peinture cubiste Fernand Léger, à Claude Autant-Lara, à Cavalcanti. Avec le concours de l’architecte Robert Mallet-Stevens, de Pierre Chareau (le poète du meuble), de Poiret pour les robes et de Darius Milhaud, pour l’accompagnement musical, une équipe éminente est formée. Elle entre aussitôt en action.C’est L’Inhumaine, dont les prises de vues commencent dès les premiers jours de septembre au studio de Joinville.
Jaque Catelain
(Jaque Catelain présente Marcel L’Herbier, Editions Jacques Vautrain, Paris 1950)

Paris Février 1924. Quand j’arrivai à Joinville, le cadavre jouait du piano en crachant d’un air dégoûté le carmin imitant le sang qui lui coulait dans la bouche; il jouait un air gai.
Le cadavre en question c’était Jaque Catelain que sa triste situation ne semblait pas affecter beaucoup puisqu’il tapait de toute sa naturelle gaieté, sur le piano, en bavardant avec Planchet.
Planchet, entre parenthèses, n’avait rien à voir dans cette affaire et se trouvait là tout à fait par hasard.
Un décor étrange avait envahi le studio et le cadavre m’en fit les honneurs, puis il disparut. J’errai seul dans cette salle immense tendue de drap d’or et d’argent au milieu de laquelle un veste bassin mettait sa fraîcheur. Au milieu du bassin…
— Chut! me souffla M. Marcel L’Herbier en passant, ne dévoilez pas mes secrets…
Je m’arrêtait d’écrire et continuai ma promenade.

Une colonnade sur un escalier pointu me conduisit dans un jardin aux fleurs de rêve et aux arbres en papier gaufré…
Je m’y retrouvai en face du cadavre qui s’était débarbouillé et ne portait pas plus trace de sang, mais qui, par contre, était transformé en momie incapable de faire le moindre mouvement: des bandes brillantes l’entouraient du cou aux pieds. Et s’il ne pouvait plus jouer au piano, il continuait à rire…
Quant à moi, je comprenais de moins en moins qu’est-ce que tout cela pouvait bien signifier? Je résolus de le demander à M. Philippe Hériat qui me paraissait portant, lui aussi,  singulièrement transformé; un gilet d’argent, un turban idem, des diamants à tous les doigts et une plaque brillante sur son habit me firent craindre un instant qu’il ne fût pas, lui non plus, dans son état normal…
— M. L’Herbier tourne L’Inhumaine, me dit-il; c’est un film dont l’action est à la fois féerique et dramatique et dont le scénario reste un mystère; les décors aussi ou, tout au moins, il vaut mieux ne pas en parler et en laisser la surprise aux spectateurs.
Les interprètes? Mme Georgette Leblanc, qui fit tant de belles créations au théâtre et qui s’est enfin décidée à faire du cinéma, joue le rôle de l’Inhumaine, la cantatrice Claire Lescot, à ses côtés Jaque Catelain est un jeune savant suédois disciple  d’Einstein: Einar Norsen; moi-même suis un riche maharadjah aussi néfaste qu’opulent: Djora de Manilha; L. V. de Malte personnifie un autre sinistre individu: l’agitateur unitariste Kranine, Fred Kellermann, frère de la célèbre nageuse Annette Kellermann, représente un troisième louche personnage: le brasseur d’affaires Frank Mahler.
On verra plusieurs attractions sensationnelles: le jongleur japonais, prince Tokio, qui jongle étonnamment avec ses pieds et vous fait tourner un tonneau avec ses membres inférieurs aussi facilement que nous faisons tourner un crayon dans nos doigts; trois hindous, les Bonanbelas se livrent à quelques exercices familiers aux fanatiques hindous; enfin, les spectateurs assisteront à une soirée au Théâtre des Champs-Elysées qui donnera à l’écran la vision d’une salle de théâtre tout à fait luxueuse et exacte. Vous avez d’ailleurs parlé à vous lecteurs de ce que fut cette étonnante prise de vues¹.
Les maquettes de décors sont de M. Claude Autant-Lara, l’architecture de M. Robert Mallet-Stevens, les décors de M. Fernand Léger, l’exécution décorative de M. Alberto Cavalcanti; le tout très moderne comme vous pouvez le constater. L’adaptation musicale est de M. Darius Milhaud et sera également de la plus grande nouveauté et M. Pierre Mac-Orlan, l’auteur, entre autres, de La Cavalière Elsa, en fera une adaptation littéraire. Nous avons comme opérateurs les excellents Specht et Roche, auxquels nous avons adjoint deux photographes américains, MM. Brown et O’Neil…²
— A vous, Monsieur Hériat! appela M. L’Herbier.

Pendant ce temps, Jaque Catelain s’est dé-momifié et dévore des gâteaux arrosés de thé. Au bout d’un moment, M. Hériat me rejoint et regarde tristement manger son ami.
— Moi aussi, j’ai faim, me dit-il; mais le melon, le raisin et les bananes que j’avais apportés pour mon dîner ont séduit M. L’Herbier, et il me les a demandés pour en orner un vase de son décor… Si bien qu’il ne me reste plus rien…
Sa détresse me fendit le cœur, mais comme je ne pouvais rien faire pour la soulager, je préférai m’en aller.
Édouard Roches
(mon Ciné, 14 février 1924 – archivio in penombra) 

  1. L’action de L’Inhumaine comprend plusieurs scènes se déroulant dans une grande salle de spectacle pleine de public. Marcel L’Herbier eût l’idée de louer la salle du Théâtre des Champs-Elysées pour un soir, d’y former un programme et de lancer des invitations. Trois mille personnes répondirent à son appel et la prise de vue, assuré par dix opérateurs, fut particulièrement réussie.
  2. Ont participé aussi: Paul Poiret (robes), Templier (bijoux), Pierre Chareau et Michel Dufet (meubles), Lalique, Puyforcat et Jean Lux (objets).

Nasce il Sindacato della Stampa Cinematografica

Testata della rivista La Cine-Fono, diretta da Francesco Razzi
Testata della rivista La Cine-Fono, diretta da Francesco Razzi

Ognuno avrà potuto facilmente notare un certo significativo risveglio della grande stampa quotidiana, a proposito del cinematografo.
Nel numero scorso abbiamo dovuto spender qualche parola su un lungo articolo di una incompetente delle cose nostre; articolo pubblicato da un grande giornale di Napoli, e che ha sollevate le ire anche dei nostri confratelli, e specialmente del Film.
Ma non soltanto Il Mattino, bensì altri importantissimi quotidiani d’Italia, si sono occupati e si vanno occupando del mondo cinematografico, ospitando scritti di alte personalità del giornalismo e del teatro, o della letteratura. Si tratta della solita malattia contagiosa: un fenomeno che, nella stampa, si verifica spessissimo e che non può meravigliare.
Ma con quello del contagio, altri ve ne sono da rilevare come moventi di questo improvviso risveglio.

Da una parte lo stimolo, chiamiamolo così, commerciale, che porta le amministrazioni dei giornali a dare ospitalità alle notizie cinematografiche, e magari alla critica, recante firme notissime di loro redattori. Ed è ragione… di tanto a riga. Non ci scandalizziamo soverchiamente, sebbene la nostra stampa professionale e tecnica sappia fare netta distinzione fra le sue pagine di réclames e il suo testo, la sua cronaca e la sua critica… Ma lasciamo andare!
Sta di fatto questo: che il giornale politico ha preso la nostra arte e la nostra industria come un qualsiasi Tot, di cui, à un dato prezzo, si può dire tutto quello che l’interessato vuole:• tanto il pubblico saprà bene che si tratta di pubblicità.

Per gli scrittori, la cosa è un po’ diversa. Quando non ricevono l’ordine dalla direzione di firmare un dato scritto o di redigerlo addirittura a tema obbligato, o non ricevono la commissione dalla Casa ordinatrice della réclame, che dopo di essersi messa in regola con  l’amministrazione del quotidiano; quando, insomma scrivono di loro propria iniziativa, e quindi senza poter fare nomi di cose e di persone cinematografiche e riferirsi a dati di fatto (che altrimenti incorrerebbero nell’intervento della ditta assuntrice della pubblicità), quando ciò fanno, son mossi da buona fede o da ingenuità, qualche volta, ma più spesso dal desiderio di mettere in vista il proprio nome, di mettersi su quella via dove può esser possibile una qualsiasi combinazione che permetta loro di acciuffare a volo un affare cinematografico: un soggetto, per esempio, o magari la direzione di un lavoro… o addirittura di prestare la propria • firma allo scenario di un altro, tanto dar lustro alla produzione di qualsiasi casa a corto di risorse.

(…)

Molto si gioverebbe la nostra arte, se il giornalismo quotidiano si occupasse seriamente di esso… ma non soltanto a qualche lira per linea, anche se si tratta di critiche (ci piace ripeterlo) recanti nomi illustri. Se ne gioverebbe immensamente, perché finirebbe una buona volta la generale ignoranza sulle cose nostre, sui veri nostri problemi, sugli ingranaggi giganteschi che muovono questa grande industria mondiale.
Veritas

Per il Sindacato della Stampa Cinematografica
Ai colleghi tutti,

Abbiamo detto, nel numero scorso, che non dormivamo, e difatti — nella speranza che questo Sindacato, che sembra essere nel desiderio di tutta la nostra classe, sia presto un fatto compiuto — abbiamo preparato, con l’aiuto di qualche volenteroso collega, e tenendo presenti le idee finora espresse dai confratelli che si sono interessati della cosa, uno schema di statuto e il materiale per la prossima adunanza.
Il tutto sarà spedito direttamente a ciascun collega acciò ognuno possa farci pervenire le proprie osservazioni in modo da semplificare, così, e ben stabilire il lavoro da espletare nella detta adunanza; fare che essa riesca veramente proficua , e che la data sia fissata col maggiore accordo fra tutti.
Gli scopi del Sindacato sarebbero i seguenti:

  1. Tutela degli interessi morali e materiali dei suoi membri e della classe.
  2. Stabilire dei rapporti di buona armonia e di fratellanza fra i suoi soci.
  3. Istituire una cassa di soccorso e di previdenza.
  4. Studiare, curare e ben definire i rapporti fra la stampa nostra e l’arte e l’industria cinematografica.
  5. In linea generale fare tutto quanto potrà essere utili agli interessi comuni.

Questi, nelle linee generali, gli scopi.
Del Sindacato possono far parte, in diverse categorie, direttori, redattori, collaboratori e corrispondenti di tutti i giornali cinematografici periodici italiani.
Per semplificare il nostro lavoro, noi manderemmo anche a tutte le direzioni dei nostri confratelli alcune copie dello schema di statuto e dell’ordine del giorno; di modo che esse potranno facilmente comunicarle ai loro redattori, corrispondenti e collaboratori.
Nella fiducia di trovar negli interessati sempre lo stesso entusiasmo, non possiamo tacere la nostra riconoscenza per i colleghi tutti che, direttamente e indirettamente, ci hanno assistito nell’idea e hanno agevolato il nostro compito, e specialmente per i colleghi Alberto Sannia, prof. G. I. Fabbri e Francesco Razzi.

La Vita Cinematografia
(7-15 Febbraio 1916 – Archivio In Penombra)