Pina Menichelli Castroreale 10 gennaio 1890

Pina Menichelli 1918
Pina Menichelli 1918

Roma, ottobre 1918. Sono andato alla Rinascimento che il cav. Carlo Amato dirige con tanta cura, con tanto amore e con tanta sapienza, per conoscere davvicino Pina Menichelli. La Rinascimento è al vicolo dei Parioli, nell’aperta e ubertosa campagna romana, ma io ho percorso tutto il lungo e maestoso viale dei Parioli ed ero per giungere alla plebea e garrula Acquacetosa se un’anima di Dio non m’avesse indicato con precisione il vicolo campestre ove ha dimora la nuova Casa romana. Sono giunto impolverato e sudato ed alla giovinetta che m’ha aperto il cancello della villa stavo per chiedere invece della Menichelli… un bicchier d’acqua.

Pina Menichelli non era nella villa, era giù, nel fondo d’un vialetto ove sorge il teatro di posa. È venuta poco dopo in una vettura, da cui è discesa, vestita di bianco, accesa pel vivo color biondo dei capelli che pone dei riflessi rosei sul bel volto ovale. M’ha stesa la sinistra perché la destra stringeva gelosamente… un uovo di gallina.

— È nato or ora! — m’ha detto con compiacenza, dopo la breve presentazione.

— Questa vita buffissima — ho detto io — ormai non ci da che preoccupazioni di genere… alimentare, anzi… di generi alimentari.

— Non mi parli di alimentazione!

— Già. Ma l’aria che si respira qui è di per se stessa un prezioso alimento.

— Bei luoghi, non è vero?

— Bellissimi.

Entriamo nella villa. Pina Menichelli è una di quelle figurine muliebri di pura tempra italiana, che uniscono cioè alla sveltezza armonica delle forme un senso di dolcezza nel volto e nei gesti.

Ma la dolcezza nel volto di Pina Menichelli spesso si aduna negli occhi chiari e allora un’espressione di fierezza scende dal naso aquilino agli angoli della bocca forte e sensuale; quella fierezza istintiva e non d’artificio che abbiamo ammirato nelle varie interpretazioni dell’attrice. Questa volta, contrariamente a quanto spesso mi succede ed in cui — lo confesso — non manca un tantino di perdonabile malignità, non ho chiesto l’età dell’attrice che visitavo. È così giovane ed è così fresca Pina Menichelli, che pare un po’ la primavera!

— Ora — ho pensato — se sembra la primavera, perché mai devo chiederle quante… primavere ha? È assurdo.

E le ho chiesto invece del suo passato artistico che m’interessava di più.

Ma prima di raccontarmi il quando e il come s’iniziasse al lavoro del cinematografo, la bionda e bella attrice m’ha detto d’una sua pena. L’ultimo suo lavoro, La moglie di Claudio, era stato del tutto censurato.

— Del tutto?

— Precisamente.

— Ma scusi: il suo ultimo lavoro non è Gemma di Sant’Eremo?

— Per nulla. È quello anzi un lavoro abbastanza vecchiotto.

— Dicevo, dicevo…

— Che cosa?

— Ecco, scrivendo della Gemma di Sant’Eremo notavo qualche suo difetto che non m’era occorso di vedere in altri suoi lavori. Evidentemente quei suoi difetti erano stati sorpassati diggià. E perché poi hanno censurata La moglie di Claudio ?

— Indovini un po’?

— Veramente con la censura cinematografica c’è poco da indovinare, poiché per essa l’impossibile diventa possibile.

— Orbene, glielo dirò io: perché nel lavoro mi hanno trovata troppo… affascinante!

— No… cioè sì!

— Davvero; non scherzo mica, sa!

— Ma la censura è ora esercitata dalle donne? Perché solo una cattiveria femminile può giungere a questa… deliberazione. Cosicché lei non potrebbe… andare nemmeno per la strada, seguendo il ragionamento dei censori.

— È chiaro.

— Sì, ma è anche bestiale. Con questa morale a pie’ sospinto i signori censori sono diventati semplicemente immorali. Ma trovo pure che tutto ciò fa ridere.

— Già, se tutto quel po’ po’ di denaro speso per la pellicola non gridasse vendetta.

— E questo è anche vero.

Tralasciamo il discorso che ha posto sul viso di Pina Menichelli quella tale espressione di fierezza di cui vi ho parlato e l’attrice mi racconta del suo passaggio al cinematografo.

— Dico passaggio, perché io ero un’attrice drammatica com’erano attori drammatici i miei genitori:

— È siciliana lei, non è vero ?

— Sono nata in Sicilia come potevo nascere in Lombardia… Ho recitato in diverse compagnie e parecchio in quella ultima di Flavio Andò.

— Chissà che non l’abbia intesa recitare a Como con l’Andò… che allora già non recitava più.

— Potrà darsi benissimo. Con la compagnia di Flavio Andò ho recitato, mi ricordo, uno dei primi lavori di Tomaso Monicelli: Prima dell’amore, mi pare. Ma allora Monicelli non era celebre…

Io arrossisco per Monicelli, e dico :

— Ora celebre è anche lei !

— In Italia, no; ma all’estero un pochino; in Francia e in Inghilterra specialmente.

— Anche in Italia.

Pina Menichelli in La verdad desnuda, Cine Popular 1923
Pina Menichelli in La verdad desnuda, Cine Popular 1923

— È troppo gentile, lei. Ma continuo la mia breve storia. Un giorno a Roma fui incuriosita e attratta dalla cinematografia che dalla capitale prendeva il suo pieno sviluppo e le confesso che ritenni maggiormente conforme al mio temperamento artistico più la posa che la recita; non solo, ma i guadagni del teatro drammatico di allora non bastavano più nemmeno alla mia sobrietà… — vede, come sono sincera? — e decisi senz’altro di darmi al cinematografo, senza falsi pudori e senza la scusa di voler provare per diletto o per riposo, ma completamente e coscienziosamente mi diedi ad esso sicura di riuscirvi un giorno o l’altro.

— E in quale Casa entrò?

— Alla Cines naturalmente… Chi non ha cominciato dalla Cines? Ma alla Cines per una strana… consuetudine — in quei tempi, almeno! — appena un’attrice era in maturazione… andava altrove! Così capitò per la Bertini, così per la Jacobini…

— … così per la Menichelli…

— No, il caso mio è diverso. Alla Cines non ho fatto nulla…

— Come nulla?

— Dovevo fare qualcosa, ma intanto mi lasciavano apprendere… le prime nozioni di cinematografia!

— E poi?

— E poi finì che stanca di… non far nulla me ne andai a Torino, all’Itala. Qui, veramente s’è svolto il mio lavoro più vero e maggiore, se non tutto il mio lavoro di attrice cinematografica.

— Lavoro che culmina con Tigre reale e con il Fuoco. Le ricordo perfettamente queste pellicole. Furono davvero il suo battesimo d’arte e la chiara significazione della sua singolare figura d’artista.

E qui i lettori non vorranno certo ch’io ricordi loro questi due avvenimenti del cinematografo italiano che svelarono totalmente la forza artistica di Pina Menichelli, nonostante che talvolta in qualche suo gesto fosse ricordata, sia pure lievemente, qualche altra attrice. A rendere gli avvenimenti più cospioni concorsero i nomi degli autori dei lavori e cioè i due più grandi scrittori italiani contemporanei: Giovanni Verga e Gabriele D’Annunzio e un misterioso direttore di scena che si nascondeva sotto lo pseudonimo di Piero Fosco. Ricordate la scritta sui cartelloni? Piero Fosco vigilò l’esecuzione. Il Fosco non era poi che il torinese rag. Pastrone che nella nostra messa in scena cinematografica recò davvero un geniale rivolgimento.

La Menichelli in questi due lavori dimostrò di essere la più significativa delle nostre attrici negli impulsi della più umana passione, quella che unisce gli uomini alle donne, che sconvolge, che accieca, che prostra le creature mortali, e gli spettatori fremettero dei suoi fremiti come si intenerirono dei suoi abbandoni, abbandoni che assursero ad una potenza da poche interpreti raggiunta, specie in quello supremo che si estingue nella morte.

Pina Menichelli mi parla della funzione del direttore di scena nella cinematografia e ci troviamo perfettamente d’accordo. Poiché come me ella pensa che l’animatore e il creatore d’un lavoro è sopratutto il direttore di scena.

— Eppure — aggiungo — con le attrici di cinematografo che ho intervistato in altri tempi non s’è mai parlato di direttori di scena. Ognuna delle mie gentili pazienti riteneva in buona fede d’aver portato al trionfo, da sola, il lavoro interpretato. Ciò che dice lei è molto simpatico.

— Mi pare di essere più sincera, io!

— No, lei è solamente sincera. Una superba interpretazione non potrà mai assurgere ai fastigi del successo se non è contornata da mille piccoli o grandi contributi. Chi misura, chi equilibra, chi rende efficaci questi contributi? Il direttore di scena, senza dubbio. Ma poiché il volto del direttore di scena non appare mai sul telone, rendiamogli almeno questa giustizia di parlarne tra persone leali.

— Questa grande giustizia, voleva dire.

— Vuoi parlarmi ora dei suoi ultimi lavori?

— Le ho già detto della Moglie di Claudio, l’ultimo lavoro che ho interpretato per l’Itala. Ma la censura che permette da noi la stessa commedia d’interpreti francesi proibisce la mia forse perché è… italiana, perché pare che le nostre autorità si precipitino avidamente e in tutti i modi a rovinare la nostra industria cinematografica. Ma dicono che sono troppo affascinante ed io non posso tagliarmi il naso, certo, per far piacere, ai censori!

— Senza volerlo, le ho riaperta la ferita.

— È un peccato, non le sembra? Intanto qui alla Rinascimento ho terminato or ora Il padrone delle ferriere e ne sono soddisfatta, ma lei lo vedrà a suo tempo se pure il mio… fascino non continuerà ad offuscare gli occhiali dei censori! Sono felicissima dell’altro lavoro che sto interpretando ora e che ha scritto Giuseppe Maria Viti. S’intitola Il giardino della voluttà ed è originalissimo e pieno di sorprese. Mi piace tanto e lo interpreto con tanta gioia e con tanto ardore che ritengo sarà la mia cosa migliore.

— Ed io non ne dubito, sia per le sue virtù e sia per l’ingegno del collega Viti.

E con questa sincera convinzione stringo la piccola e morbida mano di Pina Menichelli e abbandono la villa quieta, ombrosa e deliziosa.
Giovanni Innocente

Mario Bonnard

Mario Bonnard
Mario Bonnard, primo divo

Regista, soggettista, sceneggiatore, produttore, romano di Roma (come lui stesso amava ricordare), dov’era nato il 24 dicembre 1889, dopo aver compiuto gli studi tecnici superiori, e calcato per un breve periodo le scene di prosa, debutta nel cinema nel 1909, intepretando piccoli ruoli nei film diretti da Mario Caserini alla Cines.

Nel 1911, dietro le orme di Caserini, passa a lavorare per l’Ambrosio di Torino, dove interpreta molti lavori, fra i quali, Satana (1912), diretto da Luigi Maggi, un film di grandiose proporzioni e di vastissime linee, il primo tentativo italiano di film «a serie».

Con Satana, Mario Bonnard si rivela come un attore di grande stile, consolidando la sua fama. Quando Mario Caserini lascia l’Ambrosio per fondare la Films Artistica Gloria, lo vuole con sé, per interpretare Ma l’amor mio non muore e La memoria dell’altro, a fianco di Lyda Borelli, che esordiva sullo schermo. Questi film ebbero un grande successo popolare in Italia ed all’estero, e Bonnard diventa il primo “divo” della cinematografia italiana. Il suo ruolo di dandy colto e raffinato ispirerà ad Ettore Petrolini la macchietta di Gastone.

Sorse così nel 1914, la Bonnard Film, prima casa di produzione italiana intestata ad un interprete dello schermo, che produsse una serie di film di genere avventuroso-poliziesco: La bara di vetro, Serpe contro serpe, Titanic (niente a che vedere con la famosa nave), Il Tenente Berth. Ma la Bonnard Film ebbe breve vita: lo scoppio della prima guerra europea e il richiamo sotto le armi di Mario Bonnard costrinsero la giovane casa di produzione a sospendere l’attività.

Licenziato dall’esercito, ritorna brevemente a lavorare per Mario Caserini come interprete accanto a Leda Gys, e firma il primo film come regista nel 1916. Secondo alcune fonti: Catena, interprete Diana Karren (non ancora Karenne) e Umberto Spadaro; secondo altre: Treno di lusso, interpreti Leda Gys e lo stesso Bonnard.

A questo punto, forte di una lunga preparazione, il nostro si cimenta nella messa in scena, senza abbandonare del tutto l’interpretazione. Ritorna a Torino e costituisce, insieme con l’industriale Alfredo Fasola la Electa Film. Tra i primi lavori, L’altro io, ispirato a Lo studente di Praga.

Poi, Mario Bonnard ritorna a Roma, all’Unione Cinematografica Italiana. Sono di questo periodo Le rouge et le noir, Papà Lebonnard, Il Fauno di marmo, Mentre il pubblico ride (quest’ultimo, uno dei pochi film interpretati da Ettore Petrolini).

Dopo una breve interruzione, compose quello che molti ricordano come uno dei più riusciti tentativi di grottesco cinematografico: La Morte ride, piange e poi s’annoia…(1919). Ecco, per esempio, cosa scriveva Alessandro Blasetti nella sua rivista Cinematografo, anno 1927:

«Come attore – viva la faccia della franchezza – Bonnard è stato uno dei migliori fra i primi ma non ci ha mai entusiasmato. Come direttore artistico invece è stato il primo che ci abbia fatto assistere otto volte alla proiezione di un film italiano dopo aver cognito, nella nostra allor ventenne esuberanza goliardica, alcune esercitazioni acrobatiche su una sedia di platea del Corso Cinema a dimostrazione del nostro esplosivo compiacimento. Intendiamo riferirci – lo diciamo per puro dovere giornalistico – ai tempi del primo film “cinemotografico”, del primo film “fantasia-movimento” comparso sugli schermi internazionali: La Morte piange, ride e poi si annoia ideato e messo in scena appunto – oltre che interpretato – dal signor Mario Bonnard, nato in Italia, ivi allora domiciliato ed esercitante di professione. Con quel film Mario Bonnard direttore, allora alle prime armi, superò di mille atmosfere Mario Bonnard attore, allora già veterano e vincitore in molti artistici tornei. Sceneggiatura modernissima: nuovissimi criteri nell’impiego delle luci, taglio magistrale dei quadri, utilizzo intelligente d’ogni risorsa tecnica, trovate originalissime, accuratezza ed eleganza inusitate nella edizione dei titoli, scoperta della vera coreografia cinematografica… Tutto ciò non fu che cornice ai rilievi che la critica – parlata e discussa fra le persone intelligenti (allora meno di oggi esisteva una critica seria sulla grande stampa) – ebbe a fare sul valore artistico del film. Valore artistico del film che fu ben altro; e fu quello cioè di aver respinto in cinematografo e concezioni e sistemi teatrali per iniziare, sia pur con tutti i tentennamenti e le incertezze che inevitabilmente accompagnano ogni primo passo, la vera via della concezione e dei sistemi realizzativi cinematografici. La Morte piange, ride e poi si annoia infatti ci viene ricordata con frequenza anche oggi con gentilissimo e cavalleresco pensiero da molti fra i più quotati direttori artistici d’oltre oceano sia nei criteri di taglio, passaggi e successioni di quadri; sia nella originalità di alcune sue situazioni e trovate, sia sopratutto, nelle grandi linee di concezione-base e di espressione-base».

Dopo questo film, Bonnard diresse ancora per l’U.C.I. la messa in scena de I promessi sposi (che vinse una medaglia d’Oro al concorso internazionale di Torino), La gerla di papa Martin e Il tacchino. La crisi del cinema italiano lo porta a lavorare negli studi di Parigi e Berlino.

Nei primi anni del sonoro dirige alcuni film in doppia versione franco-italiana, e nel 1935 ritorna definitivamente in Italia.

Dal ritorno in Italia al 1962, lavora praticamente senza interruzioni. Muore a Roma il 22 marzo 1965.

Nel prossimo “capitolo”, avventure-sventure di Mario Bonnard e ricordi (fra gli altri) del suo “pupillo” Sergio Leone, di Alberto Sordi…

Mario Bonnard, caricatura di Properzi
Mario Bonnard, caricatura di Properzi

Il Fauno di Marmo – Celio Film 1920

il fauno di marmo
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«La principessa Maria de Jutland (Elena Sangro) ha sposato “per ragioni politiche” il duca Helgoland (Ugo Bazzini), molto più vecchio de lei. La sua vita è noiosa, finché non arriva come ospite il conte Giorgio (Carlo Gualandri), figlio di un compagno d’armi del duca. In realtà il conte ha l’incarico di scoprire il complotto sovversivo di cui Helgoland è a capo, e procedere all’arresto del duca. Giorgio corteggia Maria, cercando la sua complicità per arrestare il marito. Maria avverte invece del pericolo al duca. Nella colluttazione tra Giorgio ed Hergoland, quest’ultimo resta accidentalmente ucciso dal coltello che Maria gli ha messo in mano. L’arrivo dei villici infuriati costringe Giorgio e Maria alla fuga.

Qualche tempo dopo Maria, divenuta Miriam, si trova a Roma con tre amici: Hilda (Elsa d’Auro), il suo fidanzato Kenyon (Fernando Ribacchi), e Donatello di Montebeni (Giorgio Fini), che fa la corte a lei. Miriam è perseguitata da Giorgio, che si è fatto frate e l’ossessiona. Un giorno, dopo una visita ai resti del Foro Romano, Miriam istiga Donatello a uccidere Giorgio facendolo cadere dalla rupe Tarpea. Non vista, Hilda ha assistito al fatto. In preda al rimorso, Donatello decide di rompere con Miriam e si ritira nel proprio castello, dove un giorno va a trovarlo Kenyon. E’ attraverso l’amico che Miriam, intenzionata a chiedere perdono a Donatello, ottiene di incontrarlo a Viterbo. Rimasta sola a Roma, Hilda intanto è convinta da un frate inglese, a cui si è confessata, a ritirarsi in convento. Questa volta, sarà Miriam ad aiutare Kenyon a ritrovare Hilda, e a indurla a sposarlo. Dopo le nozze, gli amici si salutano: Donatello, ormai deciso a scontare la sua colpa, va a espiare in carcere; mentre Miriam, “la dolente”, riprende il viaggio nel deserto della sua vita».

Messa in scena, sceneggiatura di Mario Bonnard; soggetto dal romanzo di Nathaniel Hawthorne (The Marble Faun, 1860); fotografia di Alessandro Bona. Produzione Celio Film- Roma 1919.

Insomma, che dire… non me lo ricordo molto bene questo film che ho visto tanti, tanti anni fa (ritrovato, non so se restaurato, direi preservato). Proprio per questo, vorrei rivederlo.

Secondo la Rivista Cinematografica del 25 settembre 1920, ebbe molto successo all’epoca: “Tratto dal popolare romanzo di Nathaniel Hawthorne ed edito dalla Celio Film, è stato accolto dal nostro pubblico con vero entusiasmo sia per il soggetto originale e romanzesco in modo veramente affascinante, che per l’elegantissima messa in scena è l’ottima interpretazione affidata ad ottimi artisti, fra i quali due graziose Elena Sangro ed Elsa D’Auro, che hanno reso molto bene i due strani tipi di donna di Miriam ed Hilda”.

L’attore Carlo Gualandri, che interpreta il conte Giorgio, diventato frate dopo l’uccisione di Hergoland, ha un sito internet tutto per lui. Uno dei primi siti internet dedicati ad un interprete del cinema muto italiano. Guardate qui.