Nerone e Agrippina un colossal 1914

Nerone (Vittorio Rossi Pianelli)
Nerone (Vittorio Rossi Pianelli)

La più grande pellicola storica mai pubblicata

Contro il cinematografo ne sono state dette e stampate di tutti i colori. Più esso entrava nelle simpatie delle masse, più si accentuavano le avversioni. E non tutte invero, interessate.

Qualcheduno nella recente invenzione e nel favore che l’ha accompagnata ha voluto vedere persino un indice di decadenza e ha imprecato al cinematografo augurandogli un mortale esaurimento per anemia.

L’arte cinematografica – poiché può realmente chiamarsi arte – ha invece preso più che mai piede Essa si è affrancata dalle pastoie che prima la tenevano e ha assicurata la sua vitalità.

E’ certo che se essa si fosse ancora tardata alla riproduzione dei soliti fattacci di cronaca, delle vecchie favole sentimentali, fritte e rifritte nei copioni dei primi letteratonzoli del nuovo genere, avrebbe finito per stancare e avrebbe dovuto rassegnarsi ali’ isolamento nelle fiere paesane, ove soltanto avrebbero ancora potuto aver fortuna e le commoventi storie d’amore e le straordinarie avventure dei poliziotti dilettanti e della mano nera e il paradossale grottesco delle scene comiche finali. – Ora forse non più.

Che sia un bene o che sia un male non è il caso di discutere.

Sta il fatto che la cinematografia si è affermata e ha assicurato il suo successo. La speculazione commerciale si è mutata, o forse meglio si è combinata con una manifestazione artistica, ha messo a contribuzione letterati fra i migliori, musicisti, pittori decoratori: ha chiamato a sé gli artisti di teatro dei più acclamati, sicché questi che pur dianzi urlavano il «crucifige» non disdegnano ora più – per le mutate condizioni — sperimentare ogni loro abilità dinanzi all’obbiettivo fotografico e contribuiscono al successo della film.

Ma, per giungere a tanto, ostacoli non lievi si sono dovuti superare. La rappresentazione ristretta nella sola anione mimica — spesso ancora questa scadente – privata dal coefficiente più grande e migliore che è la parola, n’era uno dei maggiori.

Alla deficienza si è dovuto supplire ricorrendo ad altri elementi: si è dovuto allettare il senso della vista usando magnificenza e grandiosità. Posto il principio della concorrenza al teatro si è dovuto dare qualche cosa di più del teatro.

Sono sorte così le grandi case cinematografiche le quali impiegano capitali ingentissimi, le quali hanno eserciti di operai, intere compagnie artistiche, fabbriche proprie, materiale ricchissimo. Sono venute così le spettacolose films nelle quali con diligenti studi di tipi e di ambienti, con accurate ricostruzioni si fanno rivivere sullo schermo bianco episodi di lontane epoche storiche, le quali sulle altre ricostruzioni narrative, poetiche, drammatiche questo vantaggio principalmente hanno: la verità.

Oggi una casa cinematografica italiana la «Films Artistica Gloria», ha tentata la ricostruzione di uno dei più meravigliosi periodi di Roma imperiale, periodo di magnificenza e di fasto che caratterizzo il precipitoso declinare dell’antica potenza, quando il «civis romanus» era ormai troppo grave peso lo scudo e l’asta e solo amava l’orgia, sia pur goduta nelle taverne della suburra o fra gli sfibranti profumi delle sale imperiali.

La lunga pellicola riproduce fedelmente un ambiente che la nostra sola virtù ideativa può difficilmente far rivivere attraverso le comuni conoscenze storiche. E in essa, più che la virtuosità degli attori che la interpretano, è elemento di precipuo valore il concorso portatevi dagli studiosi che si sono attardati con paziente amore sulle più piccole sfumature.

Rappresenta Nerone e Agrippina ed è una evocazione meravigliosa della romana vita durante il regno del sanguinario istrione che, allievo del filosofo più vantato, adunò in sé e peggiorò le dissolutezze e le atrocità dei precedenti imperatori, fece pompa delle infamie che Tiberio aveva nascoste fra gli scogli di Capri, trattò espertamente veleni, incendiò, uccise maestro e moglie, amante e madre, mentre sottoterra in antri impenetrabili ed oscuri, una nuova società, così diversa dall’altra, che doveva sovvertire il mondo pagano e instaurare una nuova legge di rigenerazione gettava i suoi primi tentacoli fra le persecuzioni e i supplizi.

Agrippina (Maria Caserini Gasparini)
Agrippina (Maria Caserini Gasperini)

Accanto alla paurosa figura del vituperevole Cesare, e le dissolutezze e la tristizia della madre Agrippina e la sua ambizione di comando che la rende nemica al figlio del figlio e intorno la corte imperiale ove gavazzano liberti e feccia di femmine, cinedi pretoriani, filosofi, e il tumulto delle passioni e gli sconci festini, le ruberie, la ribellione.

Tutto questo rivive nella proiezione dell’immagine.

Dalla Domus Aurea e dai Palazzi imperiali della Roma neroniana alle divine marine d’Anzio, dove la trireme ancorata attendeva il sacrificio di Agrippina, dai quieti riposi delle ville di Pompei (un quadro di Alma Tadema in movimento), alla scena arguta del Senato Romano, dal teatro strepitante di patrizi e di popolo allo spettacolo raccapricciante di Roma incendiata dalle orgie del torbido imperatore al supplizio tremendo dei cristiani, esposti alle belve e crocifissi fra le fiamme del Circo, dalle prime commoventi riunioni dei cristiani alle catacombe al terribile suicidio di Nerone, tutta l’epopea del crudele imperatore esteta a cui Roma, giunta al fastigio della potenza e dello splendore, offre i suoi fastosi scenari, rivive innanzi allo spettatore.

La ricostruzione mimica esatta, organica, sfida la descrizione verbale.

Essa vince, per così dire il lento ma deleterio sfacelo dei secoli, riconduce la vita fra le rovine millenarie che conobbero ogni fortuna, rimette sui piedistalli le statue cadute, ripopola di folla pretestata gli altri marmorei delle basiliche i colonnati del Foro, riconduce la vita nella fastosità grandiosa della Roma dei Cesari.

Rivediamo lo splendore sfarzoso delle case romane popolate di schiavi, muti e paurosi ministri di orgiastici riti senza nome, l’eleganza raffinata del gusto orientale che ha spodestata la semplicità della foga quirite, i segni della decadenza e del disfacimento sì, in uno scenario il più magnifico e della più pura bellezza classica.

E’ la nuovissima fra le arti la cosi detta arte del silenzio che fa rivivere questo mostruoso prodotto di elementi diversi, Nerone, pauroso, irrequieto figlio di un laborioso periodo di disfacimento morale che passò sul mondo — come dice il Sienkievikz — simile al turbine all’uragano, all’incendio, alla guerra, alla peste.

Ma per giungere a questi effetti occorre una seria rigorosa organizzazione e capitali ingentissimi. In questi due elementi, sta la salvezza avvenire dell’arte cinematografica.

Dicono – e bisogna crederci – che questa nuova pellicola costi un milione.

Disciplinata sotto una sapiente direzione artistica, studiosa dei più minuti particolari nella ricostruzione dell’ambiente per ossequio, pur nelle minuzie della verità storica, essa ha avuta necessità di una folla innumere di attori, di vestiaristi, di pittori, decoratori, scenografi architetti. Mi dicono che per le scene delle feste nel circo che ebbero a modello l’ampio pulvinare dell’arena di Verona, siano state impiegate oltre quattromila persone. Io ricordo con viva soddisfazione lo spettacolo che si offrì a Pegli per riprodurre l’imbarco di Agrippina sulla Trireme a Baia ove ella si era recata per assistere alla celebrazione delle feste di Minerva.  Sulla spiaggia tutta colonne e archi scintillanti di dorature il tempio della dea e il pontile e la colonna della vittoria. Al largo, nel mare, folla di triremi popolate di ciurma, di matrone senatori pretoriani, danzatrici, sacerdoti, liberti.
Per rappresentare l’incendio di Roma, il più grandioso episodio, certo, di .quel tempo, fu d’ uopo costruire nei pressi di Torino una intera città che riproducesse fedelmente quello, che per le memorie storiche, doveva essere l’Urbe nell’anno 62 di Cristo quando Nerone fece distruggerla per fabbricarne una nuova cui imporre il suo nome.

In tutta la film nessun particolare è stato dimenticato non un dettaglio falsato, ma ogni quadro, ogni sfondo è un saggio di fedelissima ricostruzione, ogni costume è un miracolo di studio, di pazienza e di sapienza.

Ora io mi avvedo che ho inaugurato un nuovo campo per l’indagine della critica.

L’ufficio del Critico portato anche nell’arte cinematografica: è necessario. Ma quelli che avversano la nuova arie hanno pronta la critica, e denunziano che il cinematografo non esprime se non il già detto. Ma che forse l’attività intellettuale è oggi sempre e dovunque originalmente creativa ?

Nerone ed Agrippina, produzione della Film Artistica Gloria di Torino
circa 4000 metri, 10 atti
Interpreti principali: Maria Caserini Gasparini; Lydia De Roberti; Letizia Quaranta; Fernanda Sinimberghi; Vittorio Rossi Pianelli; Mario Bonnard; Emilio Petacci; Paolo Rosmini; Aldo Sinimberghi; Camillo De Riso; Gentile Miotti; Dante Cappelli; Telemaco Ruggeri.
Direzione artistica e messa in scena di Mario Caserini.
Assistenti alla messa in scena: Giuseppe De Liguoro, Emilio Petacci, Alberto Degli Abbati
Operatori: Angelo Scalenghe, Giacomo Farò.
Soggetto tratto dalla vita dei Dodici Cesari delle storico Svetonio.
(Dalla brochure originale del film)

Un dramma ignorato – Tiber Film 1917

un dramma ignorato
Emilio Ghione, Diana D’Amore, Ida Carloni Talli in una scena del film

Qualche anno fa, Emilio Ghione è stato oggetto di un vero e proprio “revival” fra gli addetti ai lavori (una mostra e due libri in meno di due anni), ma nessuno ha pensato che magari, in contemporanea, era ora di mettere a disposizione i suoi film per il grande pubblico. Siamo alle solite…

Per tutti i fan dell’invisibile Emilio Ghione, vi propongo Un dramma ignorato, produzione Tiber Film 1917, conservato nell’archivio di mummie congelate della Cineteca Nazionale di Roma.

In questa, come in molte altre occasioni, Don Emilio è l’autore del soggetto, della riduzione cinematografica, il regista e l’interprete. Insieme a lui: Diana D’Amore , Ignazio Lupi, Ida Carloni Talli, operatore Cesare Cavagna.

Ecco la storia:

Diana e l’ingegnere Emilio Alonso, direttore delle miniere Pasos Perdidos, sono fidanzati da qualche tempo. Emilio dedica il tempo libero allo studio di una formula per migliorare la tecnica dei moderni esplosivi e finalmente, dopo molte notti insonne riesce a trovarla. Informata la Compagnia, lo invitano a raggiungere la centrale di Boston. Emilio accetta l’invito e prima di partire raggiunge Diana e sua madre: al suo ritorno, grazie ai profitti della sua formula, potrà sposare Diana.

Arrivato a Boston, Emilio è ricevuto con molto entusiasmo dai consiglieri della Compagnia che lo pregano di restare qualche giorno nella capitale per assistere ai festeggiamenti in suo onore.

Il banchiere Enriquez, concorrente della Compagnia per la quale lavora Emilio, vede nel successo della formula l’inizio della propria rovina.

Una notte Emilio trova una giovane svenuta per terra e credendola vittima di un incidente, si offre ad accompagnarla a casa senza sospettare che si tratta della ballerina Tonkita, una complice del banchiere Enriquez. Dopo questo primo incontro, Emilio ritorna diverse volte a casa di Tonkita. In una di queste visite, un complice del banchiere riesce a sottrarre e fotografare la formula per gli esplosivi che Emilio porta in tasca.

Qualche giorno dopo, il presidente della Compagnia di Emilio legge sui giornali che il banchiere Enriquez è in possesso della formula. Emilio, che nel frattempo è ritornato nelle miniere Pasos Perdidos, riceve la visita dello sceriffo: è stato denunciato dalla sua stessa Compagnia per vendere la formula al banchiere Enriquez….

Secondo Vittorio Martinelli (Il Cinema Muto Italiano 1917), Diana riesce a scagionare Emilio “sacrificando la sua purezza”, poi, ritenendosi non più degna del fidanzato, si suicida. Ma questo finale alla censura non piacque:

Eliminare l’episodio immorale e disgustoso svolto nella parte 4ª in cui la protagonista, posta nel bivio, o di lasciare condannare il fidanzato innocente, o di ottenere le prove per salvarlo col solo mezzo di cedere alle turpi richieste di chi tali prove possiede, sceglie quest’ultima via e quindi si toglie la vita in modo impressionante. (indice 1916-1921)

Nella versione spagnola il finale è questo:

Senz’altro scopo che salvare il suo fidanzato, la giovane visita Enriquez e questo accede a facilitarle le prove d’innocenza in cambio del suo onore, ma Diana uccide Enriquez e consegna le prove all’avvocato: Enriquez aveva pagato duemila dollari alla ballerina Tonkita per rubare la formula di Emilio.

Qualche giorno dopo, Emilio esce dal carcere libero da ogni sospetto. Diana, in sella al suo cavallo favorito, lo aspetta fuori.

E la copia della Cineteca Nazionale come finisce?

Frate Francesco – ICSA 1927

stabilimenti ICSA
Stabilimenti ICSA, costruzioni per Frate Francesco (1927)

Gli stabilimenti per Frate Francesco…

La I. C. S. A. ha il suo Stabilimento a pochi chilometri da Firenze ai piedi delle suggestive colline di Fiesole. Lo Stabilimento ha un’estensione di mq. 30.000, completamente cintati.

Il nuovo Teatro di posa copre la superficie di oltre mq. 1800; il secondo Teatro, attualmente in costruzione, coprirà i 3.200 mq. Quattro gruppi motore forniscono presentemente oltre 1.500 ampères di luce, dotazione questa che sarà quanto prima raddoppiata non appena entreranno in funzione altri quattro gruppi motore per i quali, come per i primi, la Compagnia Generale di Elettricità di Milano sta procedendo alla installazione.

Oltre un centinaio di lampade ad arco ed a mercurio, delle più note fabbriche specializzate americane, tedesche e francesi danno la possibilità di eseguire le più grandiose scene alla luce artificiale.

In apposito locale, poco discosti dalla sala di proiezione e dalla sala di montaggio di films, funzionano i laboratori di stampa sviluppo e prosciugazione delle pellicole. Un reparto di sartoria provvede esclusivamente alla confezione di tutti i costumi di qualsiasi epoca essi siano; così come in altri locali si provvede ai lavori in ferro battuto, alla lavorazione dei mobili artistici, alle decorazioni in gesso o stucco, e a tutto ciò che indistintamente occorre per le scene.

Menzioniamo ancora l’officina meccanica, la segheria, un civettuolo restaurant etc. etc.

Nelle vaste estensioni di terreno rimanenti, sono le ricostruzioni di gran parte della vecchia Assisi, fra le quali, sotto la vigile ed intelligentissima direzione del Conte Giulio Antamoro, stanno svolgendosi le azioni del film del quale diamo in appresso un breve accenno.

Frate Francesco 1927
Si gira Frate Francesco: Giulio Antamoro sul set…

Una giornata alla I. C. S. A. Mentre nel teatro di posa — il grande teatro che può degnamente competere con i più grandi d’Italia e dell’Estero — e tra le ricostruzioni sapientissime Frate Francesco si realizza con amore senza eguali.

Ecco il conte Antamoro. Alto, signore nel portamento e nel gesto, di brevi e poche parole, tutto preso dal fascino che promana dall’opera immane che egli realizza. Ecco, al suo fianco, Alfredo De Antoni, suo compagno fedele, suo fedele aiuto. E Risi, il buon Risi, operatore maestro d’ogni luce e Gengarelli, l’indimenticabile fototecnico del Christus al quale sono affidate le responsabilità di tutti i virtuosismi di questo film destinato al più universale successo.

« Si gira ». La più ferrea disciplina è tra i realizzatori. Nel saio povero del Poverello di Dio, Alberto Pasquali è, come si dice, « a posto ». Nel volto scarno, come macerato da un’interiore fiamma, nello sguardo dolce e remissivo, questo attore appare davvero l’ideale interprete della difficile parte affidatagli. Degna corona gli fanno l’aitante e guascona figura di Romuald Joubé (Sassorosso) e il Cav. Alfredo Robert (Bernardone) e la Principessa Druzskoy, (Madonna Pica).

Vediamo la grazia e la primavera sorriderci dai chiari volti giovanili di Romanella (Chiara degli Scifi) e Enna De Rasi (Agnese degli Scifi): due fanciulle che adesso, per la prima volta, si cimentano in cinematografia.

« Gens nova », insomma.

E poi Buggero Barni, il Cav: Biondi, Gino Borsi, Ugo Manni, Umberto Salvini; e tutti pieni di volontà: tutti consapevoli della responsabilità che ad ognuno di essi sovrasta: tutti pronti, sempre, in una disciplina che fa piacere.

Il conte Antamoro li guida, li incoraggia, li sprona: il suo alto magistero d’arte è per tutti garanzia di successo.

Lo seguono fedelissimamente, i primi interpreti e le ultime comparse.

Poi passeggiamo per le vie di Assisi, ricostruite qua dentro, nel cerchio delle mura di confine di questo Stabilimento che ci onora veramente.

Il sole fa gorghi di luce d’oro nelle piazze; scintilla nelle fontane; si adagia, con una mollezza voluttuosa sugli alti merli delle mura della città che verso il cielo hanno lanciato il lavoro di tante braccia operaie. In ogni angolo, in ogni dettaglio più fuggevole è l’impronta del buon gusto, della competenza d’arte scenica di Otha. E con quanta passione egli parla di questo suo lavoro che, nato nel silenzio del suo studiolo nascosto, oggi finalmente è realizzato con una grandiosità che ha del miracoloso.

Quante persone ci sono qua dentro?

Moltissime. E c’è, tuttavia, un silenzio operoso che al cinematografo è stato sempre sconosciuto.

Ci passa vicino Donatella Gemmò: anch’essa nuova per la cinematografia. Essa da vita alla figura di Miria, la cortigiana che Francesco redimerà dal peccato: come già Cristo redense la Maddalena.

È l’ora del suo lavoro e s’avvia frettolosamente verso il teatro.

«Si gira». Ogni quadro è come una nuova pietra recata all’edificio che nasce. Ognuno, piccolo e grande, porta all’opera che nasce tra i più lieti auspici, il proprio contributo di lavoro, di fede, di disciplina. Artieri tutti senza stanchezza e senza sonno.

Così scendono le prime ombre della sera. Il sole che se ne va sagoma di velluto rosso ogni cosa. L’ultimo incendio. E poi un morbido blu si stempera sulle mura delle ricostruzioni, fiotta tra le viuzze, avviluppa il grande teatro.

Ma dentro il teatro una fervida vita continua, ininterrottamente.

Forse si lavorerà fino a tarda notte.

Sforzi titanici…

Per le ricostruzioni la I.C.S.A. ha impiegato, circa 500 operai e 20.000 metri cubi fra legnami, laterizi etc. Sono state impiegate delle reti metalliche di una lunghezza che potrebbero coprire una strada di 2.500 Km.

Il materiale vario ammonta a circa 150 camions. 50 attrezzisti hanno lavorato per il mobilio di scena; 25 pittori per la decorazione scenica; 80 operai per le costruzioni in ferro battuto, in legno etc.

La I.C.S.A ha inoltre adibito 60 sarti per la confezione di costumi e ha due reparti di truccatori: uno per gli artisti e uno per le masse.

La città di Assisi ricostruita copre una superficie di 5000 metri quadri: con tre grandi piazze e due lunghe vie ricche di negozi, di botteghe, fondachi etc.

Le mura della città sono lunghe 30 metri e le ricostruzioni più alte raggiungono 35 metri.

Sono stati confezionati 7000 costumi, dei quali 1000 per i Crociati completamente equipaggiati.

Lo stabilimento dispone inoltre di forniture sufficienti per bardare 600 cavalli.

I costumi sono stati confezionati nella sartoria propria su disegni del prof. Giovanni Costantini, dell’Istituto di Belle Arti di Roma, membro dell’Accademia di S. Luca.
Giuseppe Lega (Numero Speciale Francescano, L’Eco del Cinema ottobre 1926)