copertina del Blu-Ray DVD, dal sito The Masters of Cinema
I film di Epstein, più cari al mio ricordo sono Cœur fidèle e La Belle Nivernaise, il primo è un’opera di atmosfera realistica nel senso indicato da Canudo che cioè « il più umile dettaglio debba essere capace di rendere il suono del dramma sottinteso » nella maniera praticata da Delluc in Fièvre, e dove i bassifondi di Marsiglia occupano abbastanza il posto di quelli di Tolone. La storia racconta la rivalità di amore tra un onesto operaio e un cinico tipo della malavita locale, del quale il bravo ragazzo trionfa dopo numerose prove che dimostrano fin troppo il suo patetico attaccamento alla bella infedele. Lo scenario era stato scritto dalla sorella dell’autore, Marie-Antoniette Epstein ed interpretato da Gina Manès, Leon Mathot, Edmond Van Daële. Questa è la prima opera del cinema francese che manifesta una inspirazione decisamente populista, alla quale anche in una epoca molto posteriore dobbiamo un certo numero di produzioni tipiche; come La belle équipe di Duvivier, Hotel du Nord di Carné o i film parigini di Clair, nelle quali accanto alla verve un po’ secca di un minuto realismo si percepisce il fremito di una sensibilità particolarmente delicata e attenta ai moti del cuore degli umili protagonisti e dove l’elemento lirico domina sovente quello descrittivo.
Infatti il film presenta con grazia tenera e arguzia benevola il pittoresco mondo del popolo di barriera, con i suoi slanci spontanei, i curiosi pregiudizi, gli snobs insospettati: tutto un insieme che Epstein dipinge con cuore davvero fedele, un amore umile del dettaglio, un realismo svelto, una indulgenza piena di humour verso i suoi eroi, senza bisogno di ritoccarli troppo per farceli sentire viventi. Con al centro anche qui l’atmosfera fumosa del bistro (che è poi quella dei primi romanzi di Francis Carco), i suoi tipi equivoci, le belle sfrontate, il lustro dei bicchieri e dei plafonds: per cui, solo quando in un certo momento l’ironia appare più volontaria possiamo anche pensare che il film di Epstein contenga qualche anticipazione della scintillante féerie clairiana.
Per la vertiginosa mobilità delle riprese rimase a lungo famosa la scena della fiera, del quartiere periferico, che tiene più della festa di paese che del Luna Park cittadino e che poi è divenuta il modello di tante altre. Qui il regista inquadra la scena subiettivamente, cercando di registrarla secondo come la vede la ragazza. A un certo punto lo sguardo di lei si ferma su un organetto di barberia con tre automi, una donna e due uomini che battono il tempo su un piatto metallico. Molti riuscivano anche a trovare in questa sequenza grave e precisa un contenuto psicanalitico. Più sottile può apparire invece il riferimento ad un curioso passaggio di Benjamin Constant là ove egli dice che gli uomini non sono che ingranaggi destinati a girare fin quando la molla si consuma: il che non impedisce loro di credere, per il solo fatto che essi girano, ad uno scopo superiore che li guidi. Infine Epstein da a tutto l’insieme il gusto di una conversazione ellittica, — tra la ragazza e le cose che si muovono intorno a lei — urtata, piena di imagini nuove, di rapporti imprevisti, e di tratti folgoranti, dandoci l’impressione che un tobogan o un tiro a segno possano esser qualcosa di mai visto prima d’allora, in questo quadro pieno di grazia e di animazione, dove egli pone lo stesso accento di umana e vivace simpatia, sugli oggetti come sui sentimenti degli uomini.
Quanti ricordi in questo titolo! Un film che voglio vedere subito, che non ho più visto da tanti anni. E’ uscito da pochi giorni della collezione The Masters of Cinema (doppia versione Blu-Ray e DVD nello stesso cofanetto), e non vedo l’ora di vederlo arrivare a casa.
Il titolo italiano di Cœr fidèle, diretto da Jean Epstein nel 1923, è Cuor d’oro e muscoli d’acciaio, ed è il titolo di un volume di Vittorio Martinelli, pubblicato dalla Cineteca del Friuli nel 2000: Il Cinema Francese degli anni Venti e la critica italiana. Forse era un omaggio a lo storico che Martinelli considerava il suo maestro: Roberto Paolella, autore delle righe qui sopra, pubblicate nella rivista Cinema, 31 marzo 1953, in occasione della scomparsa di Jean Epstein.
Ancora il 1° Festival dei Film Ritrovati Restaurati Invisibili.
Correva l’anno 1985, e le Giornate del Cinema Muto di Pordenone celebravano la IV festosa edizione. In quel tempo remoto, si decise di dedicare un omaggio a Vincenzo Leone, in arte Roberto Roberti, conosciuto anche come Roberto Leone Roberti, e ricordato nelle cronache cinematografiche di quel tempo come “il padre di Sergio Leone”.
Per questo omaggio, collaborarono la Cineteca Italiana di Milano (adesso Fondazione), la Cineteca Nazionale di Roma, ed il medesimo Bob Robertson (Sergio Leone), che mise a disposizione l’archivio di famiglia, e convinse l’amico Ennio Morricone a comporre un commento musicale per presentare il ritrovato Consuelita.
Come potete immaginare, una serata indimenticabile. Peccato che la protagonista del film era assente. Francesca Bertini moriva a Roma pochi giorni dopo questo evento: il 14 ottobre 1985. Francesca non ha molta fortuna con le Giornate di Pordenone, l’ultima volta l’omaggio arrivò un anno prima del dovuto.
A proposito di quell’omaggio mi è rimasto un dubbio. Tutte le volte che ho provato a chiedere a Vittorio Martinelli, scomparso anche lui pochi anni fa, se qualcuno aveva informato la Bertini di questo evento, magari per intervistarla a proposito di Roberti, lui cambiava conversazione.
Comunque, il primo titolo del film, quello in lavorazione, era La fanciulla d’Amalfi, quindi L’Amore vince il timore, e nel 1925 Consuelita. In Francia il film, distribuzione Gaumont, uscì senza problemi di censura verso la fine del 1923, titolo: Un grand amour. La copia francese è in perfette condizioni.
Colgo l’occasione per smentire, come afferma qualche documentario negli extra dei DVD dedicati ai film di Sergio Leone, che Francesca Bertini sia nientemeno che sua madre, e che Roberto Roberti sia il regista di tutti i film di Francesca Bertini. Un giorno di questi dedicherò il dovuto spazio alla mamma di Sergio: Edvige Valcarenghi, in arte Bice Waleran. Dimenticavo: la Bertini non si ritirò dello schermo nel 1921.