Real ‘Motion’ Pictures by F. W. Murnau

F. W. Murnau
F. W. Murnau

The motion picture has too long spied its technique from the other arts. It is time that it be established an individual form of expression. To achieve this end motion pictures just be actually motion pictures. They must not be merely illustrated b-titles, picturized stories or stilted, though active, photographs of trite ways.

A motion picture should be born motion picture, not a story or play. Writers should be developed to pro-ice for the screen; artists to paint it, architects to build and musicians to compose for it.

That is what we are trying to do the UFA studios in Berlin. In “The Last Laugh” we have pointed the way. The press and the major portion of your intelligent public has been quick to appreciate this. But there is still a vast army of motion picture patrons to whom an innovation is disturbing, who cannot understand a film that departs from the traditions. They are of the same genre as those who scoffed at free verse, at the novels of Dreiser or the paintings of Gaugain.

In making “The Last Laugh” I took for my goal the realization of a motion picture that would show us not only the outer surfaces, but the mental processes of a character. Carl Mayer helped by writing his scenario with that aim in view and Karl Freund managed his camera and lights magnificently to that end. Thus, in many shots, we made the audience see the action through the eyes of Emil Jannings, whose portrayal of the old doorman has added a heaping tribute to his great art.

So much of the subjective is left out of motion pictures; there is so much violent action or situation, that I thought it would be an innovation, worth emulation in America, to try to make audiences FEEL WITH the main character, rather than at what was happening to him.

A director should not work on his script alone. He should first confer with his architects, his camera man and the author, so that every value will receive its proper emphasis. There are many fine points a man will miss, in a private perusal of a script that he can get verbally from outside minds.

Here, at the UFA studios in New Babelsberg we are always experimenting. Nearly every scene we make is shot at night, contrary to your custom in America. We have no glass-roofed studios, to bring in daylight. Rain or cloudy weather make no difference to us. Our generators are always in action, and our lights correctly placed on the scene. I can have light where I want it, and shadow where it will be most effective. I am not at the mercy of a capricious sun. And if it takes a year to make a picture, or I need a re-take after three months, or so—it is easy enough to thoroughly duplicate previous conditions.

But the absolute rule for making good pictures, of course, is to have a sympathetic and understanding management. Which is what we have in these studios. Erich Pommer, newly elected head of UFA, spent considerable time in America, to get material that will help in adapting our technique to the American market. That does not mean that we will turn out machine-made pictures. There are essential differences in the sophistication of the two nations; what shocks America does not disturb Europe.

Now that we have begun to understand the American viewpoint (and I expect after the completion of the picture I am to make for William Fox I will know even more about what is needed in your country) we will make pictures that will be practical, as well as inspirational.

F. W. Murnau 

F. W. Murnau is of Scottish descent. Began his career as an actor, but turned to motion pictures about ten years ago and began to direct for Ufa. Much of his work has been from Carl Mayer’s manuscripts. He directed “The Last Laugh” starring Emil Jannings and released by Universal in this country. Has also produced “Royal Adventurers,” “Backstairs” and other productions. He is now engaged in directing “Faust” for Ufa, abroad, with Emil Jannings.

(The German Viewpoint in Picture Making – The Film Daily, Sunday, June 7, 1925)

Mary Pickford del mio cuore

My Best Girl DVD
My Best Girl, in italiano Mary del mio cuore, copertina del DVD della Milestone Films

Torino, Gennaio 1928. Tre persone appartenenti al cosidetto ceto degli intellettuali discutevano un giorno Mary Pickford cercando di trovare una ragione plausibile all’ascendente incrollabile ch’essa esercita sullo spirito delle folle appassionate di cinematografia.

Una di esse spiegò: « Mary Pickford è ormai, concedetemi dirlo, un’istituzione. La sua posizione è accettata da tutti come un fatto compiuto, dal quale non si può derogare, alla guida stessa con la quale accettiamo l’eterno connubio dei fiori d’arancio col velo nuziale o la documentata menzogna della eccezionale sensibilità delle donne bionde »… Era costui un giornalista e perciò non dobbiamo far troppo conto delle sue parole. Un altro disse: « Il sogno della giovinezza eterna è sempre stato l’aspirazione più alta della coscienza femminile e la più recondita speranza del loro subcosciente. La fontana della giovinezza, dalla quale zampilla il fresco rivo che conferisce all’umanità il dono prezioso ch’è prerogativa della divinità, è stata ricercata con accanimento in ogni età. Oggi finalmente Mary Pickford riporta nel cuore femminile questa speranza, dando spettacolo della sua fresca, imperitura adolescenza »… Era costui uno scrittore abituato a scrivere parole cui forse non corrispondevano con altrettanta precisione i pensieri; anche di esse non bisogna tener troppo conto.

Il terzo era un industriale, un giovane ignaro dei bagliori crepuscolari della fine dell’ottocento; nelle sue parole bisogna quindi avere fede: « E’ questione di intelligenza ». egli disse.

Ed infatti per giudicare Mary Pickford non si può cavarsela con una frase di questo genere: « Non mi piacciono i soggetti dei suoi film » oppure « Essa ha degli occhi bellissimi » od anche « Quanti anni ha veramente ? ». L’artista continua a regnare nell’animo delle genti ad onta stessa di qualche suo film che non è stato convenientemente apprezzato, perchè? Forse per l’idolatria dei suoi numerosi ammiratori che trascina all’entusiasmo le folle ? No, la risposta è proprio quella data dal giovane industriale: è questione di intelligenza.

Mentre la stampa eleva inni a questa e a quella attrice, e decanta la passione dell’una pei romanzi, dell’altra pei bei quadri, dell’altra ancora per la squisita eleganza, per Mary Pickford non può esattamente spiegare il motivo della sua superiorità perchè non conosce l’incessante, metodico lavoro al quale si è assoggettata da anni la piccola grande diva.

Essa cominciò con un corredo di cognizioni assai modeste, quasi dal nulla, oggi essa ha acquistato quasi tutto. Lentamente, sceverando nel superfluo tutto ciò che sentiva esserle veramente utile, con un’intelligenza pratica che non teme confronti, Mary Pickford ha saputo formarsi una cultura che pochi americani possiedono. Essa ha studiato e letto tutto ciò che riteneva potesse migliorare le sue qualità, spontaneamente avviate all’amore di ogni cosa bella, ma non ha fatto ciò per potersi vantare d’uno sterile sapere.

Mentre le altre apprendono per dar spettacolo della loro scienza Mary Pickford ha appresso per divenire una donna fornita d’utili cognizioni, basterà dire ch’essa parla con assoluta padronanza il francese, con sicurezza lo spagnolo ed ora si applica allo studio del tedesco.

La sua casa non è come forse la sognano le ragazze di tutto il mondo un bazar di ninnoli, un museo di delicatezze da far venire l’acquolina in bocca ai frequentatori di aste pubbliche, ma una meraviglia di buon gusto per la giusta armonia dei colori e dell’intero arredamento.

Oggi nessuno inizia più un movimento di qualche importanza nell’industria e nell’arte cinematografica senza ricorrere al consiglio di Mary Pickford. Essa conosce le condizioni del mercato cinematografico, il genere che entusiasma le folle, bene come qualsiasi grande industriale, parecchi di questi, anzi, seguono i suoi consigli con la più cieca fiducia.

Qualunque interpretazione essa tenti il pubblico non dà segno di diminuire o aumentare l’affetto grande che ha per lei. N’è prova il fatto che quantunque il film Passerotti non sia stato un successo dal punto di vista del rendimento, inferiore a quello della Piccola Anna, le sole richieste di fotografie con autografo (senza tener conto delle altre infinite lettere d’ogni genere ch’essa riceve) sono aumentate dalla scorso anno in ragione da 250 a 400 al giorno; e poichè abbiamo fatto della statistica, dobbiamo dire che questo record è fin’oggi imbattuto.

Ultimamente in seguito ad un concorso per il lanciamento del suo nuovo film Mary del mio cuore essa ospitò nella sua villa di Hollywood parecchie giovani commesse di negozio delle più grandi città americane. Nel mostrare loro la sua abitazione Mary sorprese nella sconfinata ammirazione da esse manifestata per tante belle cose un briciolo di tristezza, un rammarico di non poter mai avere qualcosa che pur lontanamente corrispondesse alle meraviglie vedute. Nella maniera più semplice essa si volse allora alle piccole e disse con uno dei suoi più dolci sorrisi: « E pensare che sedici anni fa un nichelino mi sarebbe sembrato un tesoro! Quale meraviglioso paese è il nostro, la minima occasione è buona per potervi fare fortuna ».

Subito un lampo abbagliante di speranza folgorò negli occhi già rattristati delle ragazze…

Quanti giorni ancora da vivere prima di vedere a fine della loro giovinezza! quante speranza ancora da nutrire prima della definitiva disillusione ! quante occasioni da afferrare se Mary Pickford, la celebre per sua stessa confessione era partita come loro dagli ultimi gradini della scala sociale!

Mary avrebbe magari potuto raccontare loro che i suoi avi erano principi in Irlanda, avrebbe potuto dimostrare con enfasi come tanta ricchezza fosse un giusto compenso alle sue rare qualità di artista, essa non lo fece. Mary Pickford non ha la mentalità civettuola delle varie stelluccie di Hollywood.

Due volte nella sua carriera Mary Pickford volle seguire il consiglio delle persone che la circondano, e due volte si allontanò dalle interpretazioni di fanciulla che le aderiscono perfettamente. Poi tornò alle sue parti, ma non fu lei a cambiare opinione, bensì i suoi consiglieri. Il pubblico infatti pur mostrandosi entusiasta della grande interprete era poco soddisfatto di quei film, mentre accorre in massa alle sue interpretazioni da bambina ch’essa ha ripreso.

Mary Pickford non deve la considerazione nella quale è tenuta esclusivamente alla cinematografia, ma alla sua personalità. Essa possiede qualcosa di superiore alla sua stessa bellezza, alla sua grazia, al suo prodigio di eterna giovinezza, qualcosa d’infinitamente suggestivo: l’intelligenza.

Mary del mio cuore, il suo ultimo film è una nuova conferma a questo asserto: in esso la grande attrice si preoccupa di una parte psicologica femminile, quella d’un’umile commessa che davanti a situazioni difficili mostra di saper scegliere tra la via della ragione e quella del cuore, di saperla anzi concilliare per virtù della propria onestà e d’un affetto disinteressato che non vuole sacrificare a se stesso l’altrui felicità.

E’ un’interpretazione che rivela un nuovo aspetto dell’arte della più grande attrice dello schermo.

Mary del mio cuore, titolo originale My Best Girl, è un film diretto da Sam Taylor nel 1927, il co-protagonista è Charles “Buddy” Rogers che diventerà il terzo marito di Mary Pickford nel 1937. Come contenuti speciali nel DVD della Milestone Films, il cinegiornale del matrimonio Pickford-Rogers e filmati della loro vita insieme. Link qui.

Clara Bow sangue ribelle

Clara Bow
Clara Bow, disegno di A. Pomi 1928

«Alcun scenario sarà mai più bello e più drammatico della mia vera esistenza. Alcuna vita vi dirà di più dei costumi di Hollywood ove la dissolutezza più sfacciata e la più ipocrita pudibonderia si cozzano in strano contrasto.»

Fu nel 1908 che Clara Bow ebbe il primo successo: fece udire la sua voce e fu subito portata in trionfo. Era nata…. da dieci minuti! A dir la verità, i due unici spettatori che assistevano al suo debutto sul palcoscenico della vita erano suo padre e sua madre e forse…. peccavano di parzialità. Questo accadeva esattamente il 29 luglio del 1908 a Brooklyn:

Ero una ragazzina di Brooklyn allevata nella strada, fra i monelli, dividendo con essi i giochi e le botte, ma tutta presa da uno strano sogno di gloria e di fortuna… Mio padre, Robert Bow, era garzone di ristorante. Egli non viveva che per mia madre, povero essere malato e nevrastenico. E per questa sua figliola su cui aveva fondate non so quali grandi speranze… A quindici anni non conoscevo che la tristezza di un miserabile tugurio: ma guardavo sempre lontano, in alto, spinta a queste visioni da mio padre che mi adorava. Fu nel 1921. Un grande giornale di New York aprì un concorso di fotogenia. Mio padre, radunando le sue poche economie, mi condusse in uno dei più celebri e cari fotografi di Brooklyn. Poi, attendemmo. E un giorno fui convocata.

Vinse allora il primo premio in un concorso di bellezza, nel premio era incluso un provino per lo schermo, che le procurò subito una parte nel film starring Billie Dove: Beyond the Rainbow, ma disgraziatamente la sua parte fu tagliata:

Quale non fu la mia tristezza quando la pellicola giunse a New York (avevo convocato tutti gli amici, e mio padre tremava d’emozione) e vidi che tutte, capite? Tutte le scene ove io avrei dovuto comparire erano state tagliate! Mia madre, che già lo squilibrio mentale rendeva quasi pazza, m’accolse a legnate, e mi proibì di continuare la mia vita “scandalosa”. Promisi: e pochi giorni dopo, sul suo letto di morte, mi fece giurare che non avrei mai più fatto del cinematografo. Così diventai telefonista in una clinica medica, e tale sarei ancora, forse, se mio padre non fosse riuscito a farmi capire la nullità di un giuramento strappato da una povera creatura pazza e morente. E, allora, ritentati la prova.

Il regista Elmer Cliffon, cercando un tipo caratteristico per il film Down to the Sea in Ships, si ricordò di aver visto il ritratto di Clara Bow sulla copertina di un giornale di mode e di averla trovata molto fotogenica e molto simpatica. Questa volta Clara ebbe la “sua parte”, niente tagli, niente sorprese.

Clara Bow si avviò così verso la fortuna. Una lunga serie di films le procurarono moltissimi successi. Ma la pellicola che le diede fama internazionale fu It di Elinor Glynn. Allora « l’indiavolata dai capelli rossi » cominciò a far parlare di sé il mondo intero. Sulla sua vita privata furono raccontate innumerevoli storie scandalose, ma non per questo ella perdette la sua costante allegria ed il suo smagliante sorriso:

Vissi intensamente il bel sogno divenuto realtà. Quanto guadagnai? Non so: l’oro correva per le mie mani come una fonte inesauribile. Un giorno Donald Keith mi strappò una promessa di matrimonio: io mi accorsi subito dell’errore e mi sposai di corsa con Gilbert Roland. Ma anche di lui mi stancai presto. E fu la volta di Victor Fleming. Il pubblico si divertiva delle mie incongruenze, io… ancora più del pubblico. Ma vennero i giorni neri. Il ricco e giovane Robert Savage, che aveva preso il posto di Fleming, fu trovato una mattina ferito al polso da un colpo di rasoio, una mia fotografia stretta nel pugno insanguinato. Il padre mi minaccia di un processo, sebbene suo figlio fosse completamente guarito: io per consolarmi cerco fra le braccia di Gary Cooper un poco di pace. Ma il big boy di Montana ha un padre austero magistrato ed una madre che non molla mai. Gli si interdisce un matrimonio giudicato disonorevole: e Gary s’inchina al volere paterno. Allora persi la testa. Le mie avventure scandalizzarono le leghe moraliste americane: attorno a me brontolava la bufera, ed io non la sentivo. Fu la mia segretaria, Daisy Devoe, che produsse la scintilla, legata com’era ad una di queste sette moralizzatrici, molte delle quali pagate da altre attrici gelose dei miei successi. E Devoe pubblicò le mie lettere private. Fu il processo. La segretaria indiscreta fu condannata, ma io, povera, abbandonata da tutti, ammalata, delusa, dovetti lasciare Hollywood, la California, rompere i miei contratti, fuggire… Tutti mi avevano abbandonata tranne mio padre ed un uomo. Uno solo: Rex Bell.

Diventata la signora Rex Bell, Clara si trasferisce nel Rancho «Clarita», la fattoria che suo marito possiede nel Nevada:

Clara è sempre a cavallo, e fa lunghe e ardite cavalcate nell’immensa prateria sul dorso dei più indiavolati poneys. Preferisce i calzoni da cowboy alle lussuose toilettes che era abituata a portare a Hollywood, e non c’è più cipria né rouge sul suo bel viso abbronzato dal sole.

Non v’è al mondo donna più generosa di Clara Bow: è per lei una sofferenza il sapere che c’è qualcuno che desidera qualcosa e non può ottenerla con i suoi soli mezzi. Dona generosamente e non vuole essere neanche ringraziata. Ha consumato un patrimonio in regali, elemosine, donazioni ed anche capricci. Perché di capricci Clara ne ha avuti parecchi.

Tra l’altro si dice che essa conservi ancora tutte le lettere di innamorati che le sono giunte da tutte le parti del mondo: si è fatta per questo costruire un grosso baule con una serratura speciale. Non le piacciono le interviste ed odia di farsi vedere in pubblico, e per questo si racconta ch’essa, negli ultimi tempi, andava in giro per Hollywood con una parrucca bionda per non farsi riconoscere. Preferisce perciò passare le serate in casa con pochi amici piuttosto che frequentare i ritrovi mondani di Hollywood. È amantissima di musica; forse, assicura Rex, il farle udire della buona musica è l’unica maniera per farla star quieta in un angolino ad ascoltare senza ridere, e far smorfie o sgambettare. L’opera che più le piace è «Il Trovatore » di Verdi. È appassionata di sports, ciò nonostante è pigra; le piace alzarsi tardi la mattina, far colazione tardissimo e cominciare il suo lavoro verso l’una del pomeriggio, pranzare alle 5, cenare a mezzanotte ed andare a letto alle 3 od alle 4 del mattino. Sembra però che la vita libera del Nevada abbia contribuito a far cambiare le sue abitudini. Ha disegnato ella stessa il progetto per la nuova casa ch’essa e Rex hanno fatto costruire lo scorso anno al posto del piccolissimo bungalow che per Rex era, prima del matrimonio, più che sufficiente. Hanno così una casa modernissima, benché sembri quasi un’ironia averla situata quasi in un deserto e lontana parecchie miglia dalla più vicina stazione ferroviaria. L’area del ranch è di quasi 300.000 acri. È lì che la simpatica Clara ha riacquistato pienamente la sua salute ed ella dichiara essere quello il luogo ch’ella ama più di tutti al mondo, e da dove mai si vorrebbe allontanare. Ciò non le ha però impedito di sentire un giorno la nostalgia della vita febbrile del cinema e di accettare la proposta che la Fox Film, intuendo in essa una meravigliosa figura femminile, dal fascino non ancora tramontato, le ha fatto di interpretare il nuovo film Fox che si sta preparando a Movietone City. Il film si chiama Call Her Savage (Sangue ribelle) ed è una esotica storia d’amore di Tiffany Thayer. Vedremo presto questa nuova Clara Bow, più bella e più fresca di prima, in una interpretazione che le consente di poter mostrare a tutti la sua grande e rinnovata sensibilità artistica. In questo film Fox ella ha infatti occasione di interpretare una parte che si addice perfettamente alla sua personalità artistica.

E vedrete una Clara Bow più sincera, più scintillante, come non l’avete mai vista in nessun film del passato.

Il finale di questa storia lo conoscete, oggi è il suo compleanno, non mi va di raccontarlo. Lei vive eternamente sullo schermo. Lunga vita a Clara Bow!

Nota: se vi piace Clara Bow vi consiglio di seguire @ClaraBowArchive su twitter, e visitare il suo sito: Clara Bow Archive