Un’attrice di stile Thaïs Galizky

Thaïs Galizky, Novissima Film 1917, manifesto di Enrico Prampolini (archivio in penombra)
Thaïs Galizky, Novissima Film 1917, manifesto di Enrico Prampolini (archivio in penombra)

Dopo una tournée in Francia e in Inghilterra, questa meravigliosa artista è venuta da noi; e nel paese dove il Cinematografo trionfa, ha accettato di far omaggio ad esso di tutto il brio indiavolato, di tutta la eleganza mimica di stile, di tutto il fascino pervertitore che anima la sua figura moderna fino al sogno.

Già accolta dalla Stampa entusiasta della capitale con parole di commossa ammirazione e di profonda deferenza, mentre Francesco Raineri, critico musicale del Giornale d’Italia scriveva: « la cronaca deve segnalare l’Arte di Thaïs Galizky, che per la prima volta abbiamo avuta occasione di apprezzare da noi; quando ella è già all’estero giustamente reputatissima » e mentre l’Idea Nazionale, con tutti i grandi quotidiani e con tutti i giornali artistici d’Italia salutava « l’arte di Thaïs Galizky, la meravigliosa cantatrice, tanto nota in Russia, in Francia e in Inghilterra », il successo indimenticabile di quella, che non era sola maestria del canto, ma era espressione orgiastica di tutto un prezioso temperamento di attrice, faceva segnalare dal Cinema la grande artista di stile, la raffinata, superba artista, che avrebbe dovuto dare alla scena nova il dono squisito di sé stessa.

Così una novella Casa — che per il suo indirizzo di modernità sapiente, squisita e disciplinata, si chiama Novissima, e che, per il nome del Direttore, garantisce il buon gusto e la nobiltà della sua produzione — ottenne dalla grande artista russa la concessione di tutta la sua arte e di tutta la passione di cui ella sa accendersi per le cose belle.

La musicalità plastica di questa prodigiosa attrice, che non con soli gesti recita, ma con le innumerevoli espressioni di tutto il corpo e con i mezzi più spontanei affioranti alle superfici esperte della sua arte, è meravigliosamente cinematica. Mai attrice più colorita vedemmo, nella modulazione dei suoi gesti morbida o guizzante, timida o audace, estetica o travolgente, beatificante o disperante. Quando ella cammina o gestisce, o parla, tutta una orchestra divina godiamo, le cui espressioni, piene di slancio, confessate o represse, convulse o ridenti, sgorgano a fiotti, scoprendo tesori nuovi d’emozione.

E il successo dell’arte di Thaïs Galizky, sulle scene dei maggiori teatri europei, è dovuto appunto alla esuberanza dei suoi mezzi mimici. Solo vederla camminare e gestire è una gioia!

Esaltando la grande attrice, uno scrittore, per dire che non è la sola danza che le dà il successo quando danza, e per dire che non è il solo canto che le dà il successo quando canta, ebbe a scrivere di lei « cantatrice muta » e « danzatrice immobile ».

Si comprende con questo, come lo « snello femmineo adolescente », il fascino musicale, la « visione d’hachisch » Thaïs Galizky debba essere la più naturale, la più congenita, la più logica e preziosa attrice del Cinema, il quale, per la sua stessa natura, trae primo profitto appunto dalla mimica e dallo stile raffinato.

(…)

E peraltro è facile comprendere che, contenere in scena un’artista così strana, così curiosa nella sua figura altissima, snella, pieghevole, non era compito facile, non era problema risolvibile se Anton Giulio Bragaglia, il Direttore Generale, inscenatore della Novissima Film, non avesse saputo ambientare con visioni ideali e ipotesi sbalorditive dell’interno di stile, questa eccezionale figura.

Il bizzarro letterato, sebbene nuovo al Cinematografo — egli è anche Direttore  della sontuosa rivista La Ruota e delle superbe Cronache d’Attualità — ha saputo creare ambienti strani, d’arte nuova, ove tanto più l’attrice russa si trova a suo agio, quanto men vi si sarebbe trovata qualcuna delle nostre tragiche. La pellicola Thaïs della Novissima Film, annunziata dalle fotografie pubblicate recentemente, è per questo complesso di mezzi scenografici e scenici, tutta una sinfonia modernissima, originale, provocante la curiosità e già soddisfacente l’aspettazione, con i soli quadri delle scene in cui la Galizky sia l’ornamento più strano: il fiore più incredibile. Così una nuova strada, una strada veramente nuova e geniale è stata aperta all’arte cinematografica da Anton Giulio Bragaglia, innovatore tenace e felice in tutte le sue imprese d’arte. E così una nuova attrice, nuova al cinema, ma ideale del cinema nuovo, è apparsa da noi, preceduta dalla sua fama, epperò presentata in modo regale, perché la fama le venne dalle sue doti di stile, dal suo fascino esteriore, dalla sua eleganza mimica, oltre che dalla maestria del canto.

Franco Rossi
(La Cinematografia Italiana ed Estera, 31 dicembre 1916-15 gennaio 1917, archivio in penombra) 

Una macchina infernale

Impianto cinematografico Gaumont 1908
Impianto cinematografico Gaumont 1908

Personalmente posso affermare di discendere da una famiglia di pionieri del cinematografo. Mio padre non era Griffith né De Mille; ma se fosse vissuto nel paese dove vissero De Mille e Griffith, avrebbe certamente fatto le cose per le quali quei due uomini sono celebri, giacché come loro era dotato di spirito d’avventura• e, come loro, non aveva alcuna occupazione seria. Orfano e appartenente a una famiglia benestante, mio padre andava in cerca di novità, come tutti i giovani appartenenti a famiglie benestanti cui manca il controllo paterno. Dopo aver organizzato alcune rappresentazioni teatrali con una filodrammatica da lui diretta e, in gran parte da lui interpretata, il genitore sentì parlare di cinematografo verso il 1904 e pensò che sarebbe stata ottima cosa impiantarne uno nel suo paese dove risiedeva, un grosso paese della Calabria, assai ricco, ma tanto ignorante. Un anno dopo mio padre aveva acquistato la sua brava macchina da proiezione — che alcuni chiamavano camera oscura, altri “kinografo” e altri ancora (quelli che erano già stati in America) “biografo”. Una volta acquistata la macchina da proiezione, la mia famiglia cominciò a precipitare verso una grave crisi economica, giacché s’iniziava la liquidazione delle proprietà terriere per allestire una sala cinematografica, acquistare le sedie necessarie e gli accessori.

Fatto il cinema, mancava la cosa più importante oltre la macchina da proiezione: la energia elettrica. Per quanti sforzi facesse, mio padre non riuscì a far approvare dal consiglio comunale dell’epoca la spesa occorrente per l’impianto di una centrale elettrica necessaria all’illuminazione del paese e a mettere in moto la macchina da proiezione. A nulla valsero gli articoli scritti da mio padre sul giornale del paese — da lui stesso diretto, scritto e composto —; inutilmente il giovanotto additò all’opinione pubblica il progresso civile, la comodità, eccetera: la gente non voleva saperne di ficcarsi in una sì pericolosa avventura. Si stava tanto bene coi lumi a petrolio, perché forzare la mano al destino? Che mettesse un lume a petrolio nella macchina da proiezione e tutto sarebbe andato a gonfie vele. Mio padre spiegò che col lume a petrolio tutto sarebbe andato in fiamme; ma disse che si trattava soprattutto di una questione di civiltà e se il paese voleva restare al buio (buio non soltanto metaforico} peggio per loro: a mandare avanti la macchina da proiezione avrebbe pensato lui. Infatti, pochi giorni dopo mio padre partiva per una città del nord e faceva ritorno al paese trascinandosi dietro (a mezzo ferrovia) una costosa e colossale macchina che serviva a produrre l’energia elettrica. Inutile dire che per l’acquisto di quella macchina furono alienati ricchi e fruttiferi appezzamenti di terreno, orgoglio e rendita della famiglia.
Dicono le cronache del paese che quella colossale macchina si chiamava “locomobile” era una macchina a vapore — di solito adoperata nelle campagne del Varesotto — munita di quattro ruote, tanto da sembrare una locomotiva. Considerato che la macchina doveva star ferma, per l’incolumità dei cittadini, qualcuno propose di levare le ruote e introdurla, così alleggerita, nella sala di proiezione; ma la macchina occupava troppo posto e poi faceva un rumore infernale che avrebbe infastidito gli spettatori, anche se il film sonoro era ancora lontano. Per rassicurare il sindaco, mio padre provvide a legare saldamente le ruote del locomobile, le impastoiò, diciamo così, come si fa con gli animali recalcitranti.

Le prove andarono benissimo: la macchina da proiezione perfetta, l’energia elettrica era una gran novità e tutti i cittadini vollero vedere da vicino « la macchina che faceva la luce », vollero toccare con mano — spesso scottandosi — quelle palline di vetro che contenevano la fiamma (le lampadine elettriche) e qualcuno chiamò mio padre « novello Prometeo », aggiungendo che qualche cataclisma si sarebbe certamente scatenato sul paese, poiché il mio genitore « aveva osato strappare la sacra fiaccola dalle mani di Apollo ».

Nuovo viaggio al Nord di mio padre, che prende in affitto a Roma € « le films » — che allora erano di sesso femminile — e torna in paese trionfante, poiché aveva appreso che il suo era l’unico cinema della regione e il quinto in tutta l’Italia meridionale. Il programma inaugurale comprendeva due « scene dal vero » (vale a dire i giornali d’attualità), due comiche, una delle quali americane, e un dramma passionale in un atto: Amor omnia vincit nel quale appariva un celebre attore del teatro italiano. La sera dell’inaugurazione venne gente dai paesi vicini e chi non poté avere il biglietto stette ad aspettare sulla porta, per farsi poi raccontare i fatti dai fortunati che avevano potuto assistere allo spettacolo.
Mentre il pubblico assisteva emozionato « alle film » e commentava ad altissima voce quel che avveniva sullo schermo, pervenne in sala uno sferragliare sordo; un rumore spaventoso, seguito poi dagli urli dì raccapriccio dei curiosi che tentavano di darsi in salvo per le strade in salita. Cos’era accaduto? Il locomobile, quella infernale macchina, stava per portare lutti e rovine al mio diletto paese. La macchina di Satana, come un puledro furioso, aveva rotto le pastoje e s’era avviata, lenta ma decisa, giù per la china, verso i campi. Il macchinista e l’aiutante, terrorizzati, s’erano buttati a testa in giù, rischiando di farsi sfracellare dalle ruote, come si fa di solito coi vagoni ferroviari che si staccano dal convoglio; i curiosi, folli di terrore, levando alte grida, s’erano buttati dalla parte opposta, per la salita, pregando Iddio che non li facesse raggiungere dalla macchina maledetta. Il locomobile, in verità, non aveva fretta: se ne andava, ecco tutto; lasciava Ia città, tornava verso i campi sferragliando. E chissà dove sarebbe arrivato, se non fosse precipitato da una scarpata, frantumandosi in un boato. Nel frattempo, anche la fortuna della mia famiglia cominciava a precipitare; quella macchina infernale, insieme a tutto il resto, aveva già divorato trenta ettari di terreno.

Italo Dragosei

Per altre notizie su Francesco Dragosei, il papà di Italo, pioniere del cinema e non solo, segui questo link al sito (un capolavoro di sito)  La mia città – Corigliano Calabro

L’Art dans les films

 

Bien des gens, lors d’une discussion sur le cinéma, déclareront qu’il ne contient rien d’artistique, car la nature même de son côte commercial, avec ses milliers de salles à alimenter, le met dans l’obligation d’être goûté également par tous. En d’autres termes , un film doit être susceptible de retenir l’intérêt populaire et, de manière à être goûté des masses. il faut qu’il soit à peu près dénué de finesse, disent-ils.

Cela peut être vrai, mais il serait exagéré de prétendre que, parce qu’un film est apprécié par un grand nombre de gens, il est immanquablement vulgaire, aux “effets” faciles, et dénué d’art. Il se peut que le cinéma ne soit guère artistique, mais cela est dû à d’autres raisons qu’à sa popularité ou ses visées populaires.

Il y a eu de mauvaises histoires bien réalisées et il s’est aussi rencontré des histoires dont le sujet de base était bon, mais dont la réalisation a été manquée. En de rares occasions nous avons eu de bons scénarios bien réalisés, et ces films ont remporté un énorme succès.

Le film fait naître l’émotion par l’intermédiaire de l’œil. Il suscite cette émotion d’una manière directe; de tous les moyens d’expression artistiques il me semble le plus direct. Il traduit, expose et suggère des émotions qui dégagent une impression de beauté. Pourquoi ne serait-ce pas de l’art?

Dans le monde du cinéma, le dénouement malheureux est souvent pris pour de l’art, et les exploitants regardent cela de travers. La plupart des tragédies de ce genre ont été de médiocres films et n’ont rencontré, en général, qu’un bien médiocre accueil. De ce fait, il ne faudrait pas conclure que le grand public qui se presse devant les écrans du monde entier n’apprécie nullement l’art.

Le dénouement malheureux ne devrait pas être recherché expressément; la matière et le fond du sujet dictent d’eux-mêmes le dénouement, ce n’est pas une question d’intrigue. N’importe qui peut inventer une intrigue qui ne fait que s’enchevêtrer et rebondir sans cesse. Personnellement, je crois bien que je hais les intrigues.

Quand je travaillai à L’Opinion Publique, j’essayai d’exposer avec un maximum de netteté et d’exactitude une certaine phase de la vie d’une personne, de montrer, sans altération ni suppression, le point de vue cosmique sur toutes choses d’une femme sentimentale.

Mon idée maîtresse était, naturellement, qu’elle n’était pas assez forte pour affronter la vie aux assauts incessants.

Les critiques qu’on a pu formuler au sujet de L’Opinion Publique ont trait au sujet plutôt qu’à la manière dont il a été rendu. J’ai traité ce sujet avec un minimum d’effets, évitant de souligner et de forcer quoi que ce soit, dans une tentative consciente de montrer par suggestion tout ce qu’il était possible de présenter de la sorte. De cette méthode je me suis entretenu avec de nombreuses personnes, et, sans exception, elles font ressortir de mon film deux choses.

D’abord, le fait de montrer l’arrivée et le départ d’un train sans montrer le train; ensuite, le “trou” d’une année dans cette vie de femme, période qu’on n’essaie ni de retracer ni d’expliquer. Sur la première chose, tout le monde est d’accord; mais sur la seconde, les avis diffèrent, et certains auraient aimé assister à la rencontre de Pierre Revel et de Marie, bien que cet incident n’ajoute rien a mon film; mais là interviennent les éléments de curiosité et d’intérêt personnel des spectateurs; on aurait voulu savoir où et quand les deux personnages ont lié connaissance.

Il m’arrive souvent de penser que, dans nos discussions sur les films et sur les pièces de théâtre, ainsi que sur leurs interprétations respectives, nous nous prenons un peu trop au sérieux. Il y a naturellement une raison à cela, parce que tout ce dont nous discutons est tellement éphémère.

Seule la vérité, en matière d’art, peut survivre; les bagatelles finissent toujours par être rejetées; mais l’œuvre qui semble “vieux jeu” aujourd’hui pourra être acclamée cinq cents ans après sa création.

Les films peuvent être préservés plus longtemps que des pièces de théâtre, mais le tout est de savoir si, à cent ans d’ici, on se souciera des films d’à-présent. Nous rions des films qui furent tournés il y a dix ans; mais, ajoutez dix autres années et tâchez dons de me dire si quelqu’un, les contemplant alors, verra grande différence entre ceux que nous considérons à présent comme périmés et ceux que nous réalisons ce mois-ci pour les livrer au public dans deux ou trois mois…

Charles Chaplin
(extrait de l’article L’Art et les Spectateurs, cinéa-ciné pour tous, 15 novembre 1924)