Si gira La mia vita per la tua! settembre 1914

Emilio Ghione
Emilio Ghione

Dalle memorie di Emilio Ghione:

Stavo girando con i Benetti e Collo il film Spine e lacrime, quando una telefonata mi avvisò che l’avv. Barattolo desiderava parlarmi.

Quando gli fui di fronte, Don Peppino mi chiese:

«Ha del coraggio, Ghione?»

Il mio viso interrogò muto; egli prese un foglio di carta e me lo porse.

Era un contratto, per l’esecuzione, in termine dato, di un soggetto, scritto da Donna Matilde Serao. Per il complesso artistico, erano imposti due nomi — Signora Maria Carmi, e Tullio Carminati.

L’avvocato osservò:

«Il contratto è gravoso, per la limitazione tempo, a giorni settantacinque consegna, copia positiva campione, con titoli. Che dice, Ghione? Siccome dipende da lei, si deve fare?»

Porgendogli l’impegno, risposi:

«Firmi».

Mi tese la mano, la promessa sarebbe stata mantenuta. Ebbi il manoscritto, dal titolo:

La mia vita per la tua.

La signora Maria Carmi, già la conoscevo: aveva girato alla Cines il film Retaggio d’odio ed alla Savoia Film l’Accordo in do minore palesando un temperamento non comune, per quanto poco sfruttato da impari direzione. Dovendo essere la protagonista del nuovo lavoro, ove si svolgeva un ruolo di donna fatale, decisi di essere, giudicandola donna di spirito, molto franco con lei. Le dissi che pur riconoscendole doti squisite d’artista, non approvavo completamente il suo recente operato e la pregai di seguirmi e d’essere mia collaboratrice. Apprezzò infinitamente la mia sincerità, si che mi fu nel lavoro, camerata gentile e valorosa.

Emilio Ghione e Maria Carmi
Emilio Ghione e Maria Carmi, La mia vita per la tua (1914)

Roma, 15 settembre 1914. Maria Carmi parla del soggetto che Matilde Serao ha scritto.

I grandi occhi dilatati come nell’estatica contemplazione di un sogno, le labbra tuttavia frementi, quasi agitate da un vivo palpito interiore, aveva terminato allora il suo quadro e s’abbandonava ad un momentaneo riposo, lì, sulla ridente veranda del teatro di posa.

— Siete stanca?

— No, no… Tutt’altro! — rispose — Io non mi stanco mai. Sono commossa, invece!

Infatti palpitava tutta, come agitata da un possente fremito interiore, che non riusciva a domare.

— Guardi. Questo soggetto mi prende tutta. Poche volte in teatri di posa mi è capitato in egual modo di immedesimarmi completa ed intera nel personaggio da rappresentare. Nelle brevi ore che passo davanti all’obbiettivo, questa volta mi sembra davvero di sdoppiarmi in una vita nuova, tanto le situazioni del dramma ed i sentimenti del personaggio si ripercuotono in ogni mia fibra! Creda pure: Matilde Serao con questo soggetto che noi stiamo interpretando, non solo ha mostrato ancora una volta di essere la massima scrittrice moderna, ma anche rivelato delle magnifiche attitudini teatrali e, quel che più conta, ha saputo fare del cinematografo vero come nessun altro autore sin’oggi.

Dunque Maria Carmi era entusiasta del lavoro che eseguiva. Il suo entusiasmo appariva tanto più sincero, in quanto che ella, di solito così restia a parlare di sè e dell’opera propria, ora s’indugiava ad esprimere la sua ammirazione per l’opera da compiere.

— In questi giorni — ella continuava a dire — qui, nel nitido e ridente teatro della Caesar Film le assicuro che, impersonando la passionale e bizzarra eroina immaginata dalla Serao, ho provato effettivamente delle sottili sensazioni nuove e delle emozioni indescrivibili, come se sul serio fossi proprio io stessa in persona la protagonista dell’avventura. E’ questo il primo successo del lavoro, giacché, anche prima di avvincere il pubblico, Matilde Serao ha saputo ottenere sì viva opera di suggestione sui suoi interpreti. Evidentemente, la grande scrittrice italiana ha dovuto proprio sentire nella sua anima i fremiti ed i palpiti che ha immaginato per le persone della sua fantasia; onde il lirismo di tutto il dramma è così penetrante, che deve necessariamente commuovere noi stessi attori, che siamo chiamati ad essere, per lo più, solamente mezzo di riproduzione.

Volemmo indi richiedere alla illustre attrice qualche particolare sulla trama del soggetto, ma ella si ricusò risolutamente:

— Si tratta di un grande dramma veramente umano, in cui sono messe a nudo delle passioni ed in cui il più ineffabile dolore è espresso in un’azione rapida, stretta e densa. Non posso dire altro.

Credemmo inutile insistere ancora per ottenere un’indiscrezione sullo spunto del dramma. Mario Carminati (sic Tullio) — il magnifico attore della compagnia Di Lorenzo, che la Ditta Coscia e Xilo ha espressamente scritturato per assicurare un’insolita solennità d’arte all’esecuzione dell’eccezionale lavoro — ed Alberto Collo, venivano a riprendere la diva, mentre dal teatro di posa si avvertiva che la nuova scena era pronta.

Immediatamente il volto di Maria Carmi assunse quella sua caratteristica profonda impronta di passione, gli occhi sfavillanti, la bocca dischiusa come ad un irrefrenabile sospiro; si avviò alla scena, già trasformata nella fisionomia, già fremente nelle vibrazioni della parte.

Emilio Ghione, il prezioso direttore, disponeva colla sua calma serena e precisa il succedersi dei quadri; e noi, assistendo, pensavamo che lì, nel nitido e tranquillo teatro della Caesar Film, si preparava davvero il maggiore avvenimento di arte cinematografica italiana: un soggetto di Matilde Serao, un’interpretazione entusiastica di Maria Carmi col concorso di Carminati e dei migliori artisti della Caesar Film; un’altra squisita direzione di Emilio Ghione… Era dunque il caso di non lesinare elogi e rallegramenti ai due giovani ed intelligenti iniziatori di questo inaudito avvenimento, i componenti la Ditta Coscia e Xilo, i quali hanno così mostrato di comprendere veramente che cosa sia nei tempi attuali un’iniziativa destinata a suscitare il massimo interesse nel mondo intero.
E. Fornoni

Dalle memorie di Emilio Ghione: «Tullio Carminati disimpegnò abbastanza bene il ruolo suo, di primo attore, ed Alberto Collo, fu efficacissimo nel sostenere la parte dell’ammalato d’amore. Alla visione del film, Donna Matilde, fu veramente entusiasta, e me lo espresse con quella sua famigliarità tutta partenopea, applicandomi sulle guance un chiassoso paio di bacioni. Honny soit, qui mal y pense!»

La Vitagraph Company contro Henry Ford

Settembre 1916. La Vitagraph Company ha citato davanti la Corte suprema di New York, Henry Ford, il famoso milionario, fabbricante di automobili, che fece così grande fiasco col suo viaggio pacifista in Europa.

La Vitagraph richiede al Ford 1.000.000 di dollari di danni e interessi, per aver egli fatto pubblicare su diversi giornali che il film The Battle Cry of Peace è stato ispirato e fabbricato con capitali dei fabbricanti di munizioni a scopo di convincere la nazione a ben provvedersene per ogni evenienza.

L'invasione degli Stati Uniti
Organizzando la difesa degli Stati Uniti, scena del film L’invasione degli Stati Uniti

L’invasione degli Stati Uniti, titolo italiano di The Battle Cry of Peace, distributore  esclusivo per l’Italia Monopolio Lombardo, fu presentato in censura nell’estate 1916 e vietato. Riuscì ad ottenere il nulla osta soltanto nel febbraio 1917, ignoro quali furono le condizioni per l’uscita del film nelle sale italiane. Secondo i documenti d’epoca disponibili  il film ottenne molto successo di pubblico e di critica:

«Pare, a quanto ci si assicura, che questa film sia stata ideata per « commissione » allo scopo di combattere il pacifismo che gli emissari germanici andavano divulgando nell’America del Nord, e che trovava appoggio e forte sostegno in quell’elemento di ben pasciuti jankée foderati di dollari, di null’altro esperti se non dell’arte di accumular capitali; di quella turba di gente che ha dimostrato di saper sacrificare al dollaro tutte le dignità, la vita e gli averi… altrui, disposti fors’anche ad immolare, magari, l’onore, non solo della nazione (che di quella hanno già dimostrato di non averne alcun concetto), ma del proprio; quello della propria famiglia, purché rimanga intatto e nel suo massimo splendore il dio dollaro!

Sotto quest’aspetto, L’invasione — al disopra di ogni altro merito — assume il carattere di opera altamente civile e umanitaria.

Dal lato artistico dirò che i lavori fatti per « commissione » riescono quasi sempre manchevoli. All’ispirazione viene sostituito il calcolo, la genialità dello svolgimento è subordinata alla tesi; il voluto s’impone al casuale; il predisposto limita l’inventivo; ed infine l’arte è circoscritta entro i limiti dello scopo.

Ora nessuna di queste restrizioni o imposizioni — a parer mio — si scorge in questa film. Inclino quindi a credere che essa sia stata ideata 
da un’anima generosa d’artista, che ha sentito tutto lo sdegno per quel miserando spettacolo d’inqualificabile longanimità che dava la sua patria di fronte agli spaventevoli delitti che sistematicamente andava commettendo la Germania contro le innocenti vite e contro gli averi degli Americani.
La semplicità stessa del soggetto mi rafforza nell’idea che la film sia stata proposta e non imposta. Infatti nessuno sforzo scorgesi nella ricerca degli episodi e nel loro accoppiamento. La massima spontaneità regna nell’esposizione chiara degli episodi, il che dimostra come l’autore non abbia fatto né scelta, né ricerca di questi, ma di episodi ne possedesse a dovizia, e che dei loro effetti ne avesse satura la mente e oppresso il cuore, da farlo gemere e dolorare.

Ed infatti questa film è tutta un gemito di dolore che alfine si sprigiona con un urlo di sdegno, con un grido di protesta alto e solenne, contro una barbarie che mai vi fu l’eguale.
E qui l’arte del Cine si eleva a somma potenza umanitaria, a giudice terribile, a documento storico. L’epopea barbarica-germanica ha trovato nel Cine il suo poeta che… ha sciolto un cantico che forse non morrà… Ha trovato il suo pittore, quale non fuvvi mai, per valore di verità. Ha trovato lo scalpello di Fidia che ha scolpito nel porfido la sua infamia, ed ha trovato l’architetto che le ha eretto tale un monumento sulle cui basi non tramonterà mai il sole.

Le forze creatrici di questo lavoro concorrono tutte con mirabile ordinamento verso una finalità nettamente prestabilita e saldamente fissata; sicché diresti essere uno solo chi ideò la favola, chi la svolse e la eseguì. Dal costume ai caratteri; dal concetto alla tecnica, tutto è compatto, tutto è omogeneo.

Vedete, per esempio, quell’invasore modernissimo, pur avendo tutto l’aspetto del barbaro antico? Nulla ha in sé di strano; nulla di speciale, né sulle vesti — che sono quelle comuni oggidì, o quasi, a tutti gli eserciti — né sulle armi, che sono identiche a quelle dei fantaccini di tutte le nazioni. Non ha che il copricapo di forma non comune, e che del resto s’intona magnificamente colla divisa.

Ah! quel copricapo! nella sua speciale semplicità è quanto di più tedesco si poteva ideare! Quella forma, che sta fra l’elmo del guerriero ed il berretto da galeotto, da, alle facce, alle figure di quegli invasori, un aspetto che ricorda gli Unni condotti da Attila, il grand’astro germanico che del Kaiser moderno potrebbe dire col Vangelo: questi è il figliuol mio diletto, nel quale mi sono compiaciuto!

Una serie di mirabili vedute dal vero, collegate giudiziosamente agli elementi idealizzati dal dramma, caratterizzano con somma efficacia i vari momenti dell’azione, dando ad ogni motivo — lieto o triste, patetico o tragico — una impronta potente di verità.
Non vi dirò del merito dell’esecuzione, e dell’interpretazione; non vi dirò della tecnica meravigliosa e dell’arte squisita per cui va ricca questa film, poiché — come ho avvertito — non intendo invadere il campo del mio valoroso collega della critica. Aggiungerò soltanto poche parole di ammirazione per quel tipo magnifico di losco emissario, così perfetto in tutte le sue manifestazioni, e per la squisita arte della prima attrice, la cui forma non potrebbe essere né più vera, né più efficace.

Ed ora permettetemi che prima di chiudere questo mio articolo dica ancora di quale insegnamento può essere a noi questa film.

Si è parlato e si parla continuamente del pericolo americano che va minacciando i nostri interessi industriali nel campo cinematografico. Orbene, questa film insegna qualche cosa anche su tal proposito.

Insegna che se in America ci sono dei milioni, si sanno anche bene spendere, e non si sprecano come spesso avviene da noi.

Insegna che in America si fa della cinematografia con quegli stessi criteri con cui si fa dell’industria di qualsiasi altro genere.

Insegna quello che la nostra Rivista ha detto le mille volte: che a questa industria cinematografica l’America applica degli elementi professionali, e che ognuno di questi elementi svolge la propria attività nella cerchia delle sue speciali attribuzioni, con piena responsabilità del suo operato.

Insegna — in una parola — che in ogni ramo dell’attività cinematografica vi è gente del mestiere e non delle figure decorative.»

Pier Da Castello (La Vita Cinematografica, aprile 1917)

Vitagraph Company Sues Henry Ford For $1,000,000

The Battle Cry of Peace
Planning the defense of America. The war college in session

September 9, 1916. Producing Concern Alleges Manufacturer’s Strictures Against “Battle Cry of Peace” Have Damaged It Materially

The Vitagraph Company of America, through J. Stuart Blackton, vice-president, has brought suit in the Supreme Court of New York against Henry Ford, asking judgment in the sum of $1,000,000. The complaint is dated June 26 and alleges that on or about May 5, 1916, Mr. Ford caused to be published in not less than 250 newspapers published in the United States an article entitled “Humanity and Sanity,” in which the Detroit manufacturer charged in substance that the general agitation then prevailing in the country for preparedness and defense of this country against foreign invasion was due to the efforts of munitions manufacturers to promote their selfish interests and that “The Battle Cry of Peace,” a film manufactured and produced by the plaintiffs at great expense, was inspired by Hudson Maxim, “a manufacturer of munitions of war, in the interest of munitions manufacturers for the personal and selfish gain and interest of said Maxim and others interested with him in the manufacture and sale of munitions.”

Among the items complained of in the Ford article are such sentences as:

“Have you seen that awful moving picture, ‘The Battle Cry of Peace’?

“Did you shake with fear and tremble for your country’s safety?

“Did you know that others were shaking at the same time, but with laughter at your fear, and with joy over the fat contracts your fear might bring them?

“On the screen you were told that the play was founded on the story of Hudson Maxim, ‘Defenseless America.’ You saw Mr. Maxim in the picture. He was holding something aloft. It was an instrument of warfare.

“Now, Mr. Maxim was merely advertising his wares and playing on your fears to make a market for his goods.

“Mr. Maxim has something to sell — war munitions.”

At another point in the article occurred the sentences:

“The book was a fine advance notice. The picture was a fine follow-up.”

The complaint further sets forth that “the charge made in said article by the defendant was made and intended to convey to the public the impression that the said moving picture ‘The Battle Cry of Peace’ was produced by this plaintiff at the instance of and in the interest of the said Hudson Maxim or in the interest of manufacturers of steel, powder, arms, ordnance and munitions of war and for the purpose of furthering the personal and selfish interests of said manufacturers; and that the charge made in said articles was meant to and tended to convey the impression to the public that the plaintiff was willfully, wickedly and maliciously attempting to inspire in the public mind the belief that this country stood in great danger in the event of invasion” and that “this plaintiff did this from ignoble, dishonest, dishonorable and treasonable motives.”

The complaint declares the Vitagraph company produced “The Battle Cry of Peace” not only for commercial purposes and to furnish the public with a clean and interesting film drama,but for the purpose of furthering a national propaganda to enlighten the public upon the condition of the country as it was then known and for the purpose of communicating a great and important message to the American people: that the publication of the articles has to a great extent injured the reputation and business of the Vitagraph Company; that it has been and still is obliged to spend large amounts of money in publishing denials of said accusations in order to restore its reputation; and that as the result of the publication by the defendant the receipts and gains from “The Battle Cry of Peace” have materially decreased.

In commenting on the suit Mr. Blackton said:

“Mr. Ford has a right to his own opinions. If he thinks the great industry he has built up and the millions he has made should be left unprotected for a lot of barbarians to come and acquire almost without a struggle, he is welcome to such opinions. He may even spend time and money in spreading his propaganda, but he has no right to attack others who differ with his views.

“I wrote and produced ‘The Battle Cry of Peace’ to further the interests of practical preparedness, to arouse in the hearts of American citizens the sense of their strict accountability to their government, and through the tremendously powerful medium of the motion picture to counterbalance the pernicious influence of the apostles of peace at any price.’

“The accusation that munition interests are responsible for the picture is absolutely without foundation. In the latter part of April, 1915, Hudson Maxim sent me a copy of his book ‘Defenseless America.’ It contained many valuable and remarkable Statistics about the deplorable condition of this country’s defenses and 1 realized that a motion picture illustrating the facts set forth in the book would reach millions of people in a short period of time.

“Mr. Maxim was paid a stated sum for the use of the material in his book and around these facts I wrote the drama of ‘The Battle Cry of Peace.’ That was the only connection Mr. Maxim had with the affair. This was in April, 1915, and the Maxim Munition Company, of which I had never heard until Mr. Ford’s advertisements appeared, was not in existence until about December, 1915.

“Mr. Ford’s printed statement that munition manufacturers were back of the picture prejudiced many people against ‘The Battle Cry of Peace’ and damaged the business of theaters in many cities.”

Although the complaint is dated June 26, the papers were not served until recently, on the occasion of a visit to New York by Mr. Ford. The automobile manufacturer has applied to the New York courts for an order to remove the case to the District Court of the United States for the Southern District of New York. As a reason for the change Mr. Ford sets forth that he is a resident of Michigan. The order for the transfer was entered August 31.

September 23, 1916. VITAGRAPH VS. FORD TO U. S. COURT. Henry Ford, millionaire automobile manufacturer and prominent exponent of peace, who is named as defendant in a suit filed in the Supreme Court by the Vitagraph Company of America to recover $1,000,000 damages, has succeeded in having the action removed from the State Court to the United States District Court which tribunal wilt have future disposition of the case.

In his application for the removal of the suit to the Federal Court Mr. Ford set forth through his attorneys, Crisp, Handall & Crisp, that the plaintiff corporation has its principal place of business in New York, while his domicile as well as his business enterprises is at Detroit. Consequently he averred that owing to the diversity of citizenship of the parties to the litigation the Federal Court was the proper tribunal to adjudicate the issues.

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