Mara Flores ovvero “L’Orizzontale”

Italia Almirante Manzini, Annibale Betrone
Italia Almirante Manzini e Annibale Betrone

Premettiamo: non siamo d’accordo con la Censura, quindi continuiamo a chiamare L’Innamorata col suo vero titolo: L’Orizzontale. Prima visione a Roma, Corso Cinema Teatro, 9 aprile 1920.

Una cocotte d’alto bordo, una “Orizzontale”, dopo aver fatto strage di cuori e di milioni, s’urta in un uomo duro e sdegnoso e se ne incapriccia appunto perché è orso. L’orso resiste e s’impunta, la femmina insiste, adopera tutti i mezzi per arrivare a lui, gli seduce un amico che è quasi un fratello, trascinandolo alla rovina e alla morte. Finalmente l’orso si trova al cospetto della femmina: questa è già diventata una donna perché il desiderio s’è trasformato in amore ed in passione: l’orso diventa un uomo dinanzi a questo amore che scopre ed al quale non credeva. E la passione di entrambi divampa e brucia.

Lui soffre della più terribile delle gelosie: quella irrimediabile del passato che nemmeno Dio può distruggere. Lei soffre della sofferenza del suo amante: ed ogni accenno, ogni allusione, ogni incontro fortuito è sorgente di nuovi schianti, di nuove ferite all’amor proprio di quest’uomo che evidentemente non ha mai dovuto avere una donna. I puri sono molte volte più restii al perdono ed all’oblio verso le impure: essi, senza confessarlo apertamente, soffrono del rimorso d’aver vissuto invano per un certo tempo, durante il quale colei a cui si è portata una verginità di cuore, e spesso anche di corpo, non ha perduta una sola gioia, non s’è privata d’un solo bacio, non ha rinunziato ad una sola esperienza. È terribile: e all’angoscia espressa dalla frase dannunziana: “Perché non possiamo noi far morire un essere amato e quindi risuscitarlo vergine di corpo e di anima?” si aggiunga un’altra angoscia inespressa: il rimpianto di non aver vissuto, di non aver amato, di non aver goduto… E si ripensa con accoramento a tutti i baci non dati, e il naturale involontario astio contro la donna che ci ha preso — non si è fatta prendere: siamo noi la sua conquista, non lei la nostra — è vinto, e non domo, solo dalla nostra bontà, se ne abbiamo…

Ma perdonatemi, o Italia Almirante. Voi leggete e vi seccate e avete ragione. Io ogni tanto casco nelle malinconie psicologiche come se me ne intendessi.

La passione per Mara Flores comincia ad essere per Franco Arnaldi rovinosa come fu per l’amico, il povero Carlo Valdieri, immolatosi alla sua passione ed alla sua onestà. Egli non s’occupa più dei suoi lavori, non va più all’officina, si batte in duello…

La mamma e la sorella di Franco, Orietta, che sono andate in campagna in cerca di pace per il cuore della giovane, spezzato dal suicidio di Carlo, suo fidanzato, ritornano. La mamma è avvertita dell’imminente rovina del figlio, Orietta guarda con odio la donna fatale che dopo averle ucciso il fidanzato le strappa anche il fratello, e Mara, di fronte a questa imminente rovina, di fronte al dolore della madre di Franco, trova nella sua inesausta passione la forza di strapparsi l’uomo adorato e di restituirlo al lavoro. Ma il suo gran cuore di amante non resiste: e Mara si immola afferrandosi in due poli d’una dinamo, nell’officina di Franco, sull’altare sacro della fatica.

Questo lo scheletro del soggetto.

E cominciamo con un appunto: il soggetto dell’Innamorata è solamente un buon soggetto, tecnicamente concepito e magistralmente inquadrato. Ma non è un capolavoro, non è una novità, e di Augusto Genina non ha altro che la grande indiscussa padronanza scenica. È un soggetto che potrebbe essere paragonato a certi lavori di Dario Niccodemi, il gran tecnico maneggiatore del teatro di prosa: la tecnica conduce il pubblico compatto all’applauso e magari all’entusiasmo: il contenuto della commedia presta il fianco alla critica.

Nell’elenco tecnico ed artistico troviamo: Italia Almirante Manzini (Mara Flores), Annibale Betrone (Franco Arnaldi), Alberto Collo (Carlo Valderi), Alfonso Cassini, Alfredo Martinelli, messa in scena di Gennaro Righelli, operatore Ubaldo Arata, produzione Fert.

Ci pare di non aver dimenticato nessuno nell’elenco dei nomi… E invece ne abbiamo dimenticato due: Maria Gaudenzi e Franz Sala. E questa nostra cura di ricordare i nomi di tutti nasce non dalla preoccupazione di scontentare qualcuno ma dalla grata sorpresa di vedere un film italiano, interpretato da un’attrice che avrebbe tutti i titoli e le qualità per diveggiare e che, viceversa, non diveggia, e intorno alla quale sei altri artisti di valore si muovono e vivono liberamente, senza essere e senza sentirsi soffocati dalla diva.

Un miracolo.

Italia Almirante Manzini ha saputo essere tre volte differente nell’interpretazione del personaggio di Mara, senza per questo spostarne nemmeno per un istante il carattere drammatico. Mara Flores è troppo Margherita Gauthier: ma questa identità è imputabile solamente a Genina. La Manzini è riuscita a perfezionare il carattere della cortigiana di Dumas in modo da far sentire certe sfumature così intensamente che per una certa categoria più colta di spettatori, i titoli — le didascalie — erano superflui.

Dopo che essa ha il primo incontro con l’orso nello stabilimento ed è trattata con cortese fermezza, la Manzini, guidando l’automobile, ha un mover di ciglia, un lampo negli occhi, una frase: si sente che dice: Quanto mi piace! con l’accento di Frou-Frou nel primo atto della Duchessa del Bal Tabarin. Il titolo non c’è: l’ha soppresso la Censura — del che mi congratulo con Anastasia che a furia di sciocchezze finisce per imbroccarne qualcuna — ma è inutile. Italia Almirante Manzini la si sente parlare. Ed egualmente la si sente parlare e respirare nella sua agonia, vanamente confortata dal buon principe, la classica figura del sopravvissuto, magnificamente resa da Alfonso Cassini. Quando Franco viene a chiamarla perché Carlo è moribondo, non c’è nessun titolo che spieghi che Mara guarda e pensa a Franco e non a Carlo: eppure si vede, si intuisce, si sente…

Mille altri particolari potrei ricordare, ci sarebbe da riempire parecchie colonne..

Annibale Betrone è stato una sorpresa. Gli attori del teatro di prosa non possono di colpo venire in cinematografia. Betrone invece ha recitato come se avesse fatto sempre l’attore muto. Alberto Collo è stato come sempre sobrio, efficace, corretto, coscienziosissimo. Alfonso Cassini è semplicemente eccellente: il suo personaggio ci pare così preciso che non lo sapremo immaginare reso da altri… questo è proprio un attore perfetto. Maria Gaudenzi è stata graziosissima: è un’attrice di brillante avvenire. Franz Sala e Alfredo Martinelli hanno agito in tre o quattro scene: e mentre fa onore a due artisti come loro, adattarsi a parti che non avrebbero avuto significato se interpretate da altri, fa onore alla Fert che non ha esitato a impegnare due autentici artisti per parti che possono — nella cinematografia a scartamento ridotto — passare inosservate benissimo.

Gennaro Righelli. Non lo si vede nel film (No: lo si vede. Fa il cachet quando Franco ritorna dal duello), ma lo si indovina. Tutta la condotta scenica del film rivela il gran direttore. Credo sia un errore chiamare metteurs en scène questi che sono dei Direttori Artistici. Mettere in scena che cosa? I mobili? Le decorazioni? Ordinare gli ambienti? Quando non si tratta di qualcosa di eccezionale a quelle cose lì può badare anche lo scenografo, salvo l’occhiata finale del Direttore. Ma il direttore artistico si vede principalmente nel modo come conduce la sceneggiatura, nei particolari dell’azione, nello sfruttamento tutto teatrale di certe situazioni, nell’attaccatura.

Per esempio: Betrone e Sala debbono fare un duello. Il duello è alla pistola, con la quale non si scherza. Betrone esce e non si sa più niente. Mara corre in cerca di lui e non lo trova. Va dal principe, esce col buon vecchio, corre a casa di Franco. (Intanto un quadro già ci fa vedere una automobile che arriva e dalla quale scendono i duellanti). A casa di Franco è arrivata la mamma e Orietta. La mamma trova sulla scrivania di Franco una lettera a lei indirizzata: “A mia madre in caso di morte”. Trova un’altra lettera in cui le parlano delle pazzie del figlio. Arriva Mara. Avviene una lunga scena fra Mara, la mamma, Orietta, il principe. Mara vede un ritratto di Carlo morto e per sovrapposizione vede prima Betrone con la pistola in pugno, poi Sala mentre punta l’arma… Il pubblico è sui carboni accessi: Ma questo duello dunque!… come va a finire. Finalmente arriva una carrozza chiusa. Ne scende Betrone. Sospiro di soddisfazione del pubblico: È salvo… Ma no: ecco un’altra ansia; qualche cosa biancheggia sul braccio di Betrone. E’ dunque ferito? Non è ferito. Ha il gilet bianco. E Righelli, il buon Righelli, si piglia gioco del pubblico per un buon quarto d’ora…

Fotografia: Eccellente, morbida, luminosissima.

Il film più importante della stagione.

Il voto – Aprutium Film 1921

Claretta Sabatelli e Amleto Novelli, Il Voto (1921)
Claretta Sabatelli e Amleto Novelli, Il Voto (1921)

Argomento

Una donna, una vera donna fatale non riamata dal marito brutale cerca l’amore che le manca in un altro uomo, ma viene scoperta. Nella terra d’Abruzzo, terra d’ardore e sincerità, il tradimento è punito con la morte del drudo. E l’amante muore, assassinato.
Passano gli anni. Il figlio dell’ucciso, ignaro di tutto, tornato da Roma nella sua terra, s’imbatte fatalmente nella stessa donna. Assomiglia tanto al padre suo che la donna crede di ritrovare in lui l’amato di un tempo, in una disperata illusione. E l’amore divampa, quasi per un beffardo destino fra i due, finché un triste giorno la verità antica non si palesa all’attonito amante: la donna amata è sua madre. Qui è il voto: egli sacrificherà il suo amore alla divinità, in espiazione della sua colpa involontaria. E va in pio pellegrinaggio al santuario lontano, dove i pellegrini fedeli strisciano carponi la loro vergogna di peccatori. Ma qui, come il viso beffardo del destino, ecco apparirgli la donna della sciagura, venuta anch’essa per espiare, e a chi peccò come lei, non rimane per espiazione che la morte.

Claretta Sabatelli, Il Voto (1921)
Claretta Sabatelli, Il Voto (1921)

Recensione

Il Voto, Aprutium Film (Chieti), al Corso Cinema Teatro di Roma, aprile 1921. Il soggetto che vuole esaltare  le bellezze  della terra d’Abruzzo non ci ha convinto. È troppo freddo e troppo artificioso anche là dove sembra più irruente.
La sceneggiatura ha sveltito il soggetto di Ettore Moschino, e ne ha fatta una cosa cinematografica ed artistica, facendo svolgere l’azione nei punti più belli e più pittoreschi della Majella e della costa adriatica abruzzese.
La messa in scena e la direzione artistica del lavoro lo sollevano enormemente. Eugenio Fontata in cui vive sempre l’artista ed il fotografo ha saputo trovare dei motivi pittorici che senza pesare per niente sull’azione la irrobustiscono e la rendono più agile e forte. Alcuni quadri sembrano davvero frutto della fantasia d’un pittore anzi che ripresi da una fredda macchina cinematografica. Le scene dei roghi sono veramente impressionanti.
Ottimo Amleto Novelli: è questo un attore che si piega con docilità a tutte le difficoltà interpretative: forse avrebbe meglio fatto ad accentuare il suo trucco nel prologo: ma anche così com’è è eccellente.
Ottima la buona Clarette: essa si va formando davvero e diventa buonissima attrice. Per Fosco Ristori, nostro compagno di lavoro, parrebbe immodestia dire tutto quanto pensiamo di lui. Ci limiteremo a dire che le forti scene del Voto lo mettono in evidenza come un magnifico attore, di grande avvenire. Egli ha avuto alcune espressioni palpitanti di verità che hanno realmente preso il pubblico. Siamo certi, che in una parte più lunga che farà adesso in un film di Carmine Gallone, affermerà la sua vigorosa tempra d’artista.
Buoni tutti gli altri. Eccellente la fotografia di Albertelli.

Maciste Imperatore – Pittaluga Fert 1924

Maciste si presenta al Regno di Sirdania.
Maciste si presenta al Regno di Sirdania.

Aprile 1924

Una strana avventura è quella capitata in uno degli scorsi giorni ad un agente municipale della città di Torino. Controllando insieme ad un impiegato del Municipio il tracciato del nuovo piano stradale alla Madonna di Campagna, il bravo agente si trovò a dar del capo, in un prato presso il corso Lombardia, in un grandioso palazzo che sulle carte non esisteva e per cui non era mai stato chiesto permesso alcuno di costruzione.
La curiosità della guardia fu aumentata dal fatto, che già era stata sul posto quindici giorni prima, ed allora il palazzo non c’era.
Ne seguì un regolare rapporto, ed una inchiesta per direttissima. Gli ingegneri e gli agenti accorsi per constatare il fenomeno, per infliggere le multe del caso, scopersero che si trattava di una mastodontica costruzione sorta in pochi giorni per servir da sfondo e da degna inquadratura al grandioso film Maciste Imperatore.
La cosa finì in una risata ed in una… bicchierata pagata dall’architetto Guido Brignone.
Ma l’agente che fece la scoperta, si riserbò il diritto di venir a constatare la demolizione del fabbricato, incredulo ancora che per un film si possa erigere e poi demolire un palazzo simile.

Novembre 1924

Finalmente il tanto atteso film Maciste Imperatore è giunto alla programmazione. La grandiosità del soggetto, le meticolose cure, il valore degli interpreti e la ricchezza dei mezzi posti a disposizione dalla Pittaluga Fert, avevano creato attorno a questo lavoro un’atmosfera che non è esagerato definire come morbosa.
Si trattava in realtà di superare una prova, sia da parte della casa, che degli interpreti e del direttore di scena. Dopo la buona riuscita dei primi tre lavori, Maciste e il nipote di America, Saetta impara a vivere e Dall’Italia all’Equatore, cioè dopo la commedia ed il film dal vero, si giungeva infatti con Maciste Imperatore al Superfilm, e vi si giungeva con un complesso d’artisti che rispondono al nome di Maciste (Bartolomeo Pagano), Elena Sangro, Lola Romanos, Saetta (Domenico Gambino), Giuseppe Brignone e Armand Pouget, per non nominare che i principali, e con un direttore di scena del valore di Guido Brignone.
L’attesa era quindi giustificata. Maciste Imperatore andò in programma a Torino al Salone Ghersi il giorno 6 novembre, a Genova, patria di Maciste, all’Orfeo ed al Vernazza contemporaneamente il 7 dello stesso mese, a Firenze al Cinema Gambrinus il 3 corrente, ed infine a Roma al Modernissimo il giorno 3 stesso.

Maciste Imperatore al Salone Ghersi di Torino, novembre 1924.
Maciste Imperatore al Salone Ghersi di Torino, novembre 1924.

Argomento

Nella lontana corte di Sirdania le cose non procedono troppo bene. Il Monarca è morto senza lasciare eredi legittimi. Nel testamento ha designato quale successore al trono suo figlio Otis, nato da matrimonio morganatico; ma fino ad ora l’erede non si è presentato ad assumere la Corona e il governo è tenuto dal Reggente Stanos, che ha tutto l’interesse che il vero successore non debba mai presentarsi.
Otis, ignaro del suo destino, vive in un grande hotel, lontano dalla patria sotto la guida di due precettori a cui dal defunto Monarca è stato affidato l’incarico di provvedere alla di lui educazione. Occasionalmente imbattutosi in Maciste si è legato a lui con una cordiale amicizia.
Ma Stanos ha ordito intorno al giovane principe una fitta rete di intrighi e di spionaggi alla quale presiede uno strano tipo di avventuriero, Osram, che tenta di circuire il principe con ogni mezzo. È sua alleata Cinzia, una ballerina di meravigliosa bellezza che ha il compito di avvincere il giovane con il suo meraviglioso fascino.
Perdutamente invaghito della bella Cinzia, Otis cede all’impulso della sua giovinezza. Annoiato dei suoi precettori, più che rapire, si lascia rapire dalla donna e fugge con lei, lasciando un laconico biglietto che getta nella disperazione i due precettori.
Decisi a rintracciare il fuggitivo, si recano da Maciste in cerca di consiglio e di aiuto. Come Maciste apprende che si tratta del futuro Re di Sirdania non esita un istante. Si associa l’amico Saetta e in compagnia dei due precettori, organizza il suo piano per rintracciare il nascondiglio del principe, mentre Stanos, informato di ogni cosa, aiuta Osram nell’impresa in cui sono alleati.
Il rifugio di Otis, dopo affannose e attive ricerche, viene scoperto. Maciste e Saetta e i due precettori si affrettano a raggiungere la villa dove egli si è nascosto, abbandonandosi con tutta l’anima alla sua ardente passione. Ma Osram, che vigila, cerca di ostacolare i loro piani con ogni mezzo. Tuttavia Maciste non è uomo da spaventarsene. Quando una porta non si spalanca dinanzi a lui, la si abbatte. Senza indugio si mette all’opera. Se non che Osram, aiutato da Cinzia, imprigiona Otis in una stanza della villa. Le strane manovre richiamano l’attenzione del prigioniero. Da una finestra scorge Maciste, Saetta e i due precettori e cerca di raggiungerli, lasciandosi calare dalla finestra. Ma Osram glielo impedisce, piombandogli addosso e riducendolo all’impotenza; poi, caricatosi sulle spalle il principe svenuto, si lancia verso la spiaggia, monta in un motoscafo e tenta di prendere il largo. Il rumore del canotto mette sull’avviso Maciste che ha sfondato la pesante porta con erculei sforzi. Si precipita sulla spiaggia e riesce ad afferrare il canotto. Vistosi scoperto, Osram punta la sua rivoltella, ma il pronto intervento di Saetta salva la vita del fedele e poderoso amico.
A bordo del piroscafo Taesis, Otis, Maciste, Saetta e i due precettori fanno rotta verso il regno di Sirdania. Ma Osram imbarcatosi segretamente sullo stesso piroscafo, si impadronisce della pergamena che attesta il diritto al trono del giovane principe e fugge con una barca.
Maciste comprende che oscuri e temibili avversari ostacolano i sacrosanti diritti del legittimo erede al trono. Saetta ha una trovata miracolosa. Nessuno a corte conosce Otis e tanto meno Maciste. Perché non far prendere a Maciste, l’uomo dai muscoli d’acciaio e dalla figura imponente,  il posto del principe fino a quando i nemici non saranno sventati? Chi oserà tramare contro il Gigante? Ed il popolo e la Corte di Sirdania a cui è stato annunziato l’arrivo del principe restano meravigliati e lo accolgono con entusiasmo. Quello non è un principe: quello non può essere che un imperatore. E Maciste sarà imperatore di Sirdania, fino al giorno in cui il suo compito sarà assolto.
La vita di Corte di Maciste prosegue senza che egli si lasci sfuggire la minima occasione per dimostrare il suo attaccamento al popolo e il suo sdegno per qualsiasi prepotenza. E le occasioni sono infinite per dimostrare il suo buon cuore e il suo animo nobile, sempre disposto alla carità verso gli umili e verso i deboli.
Le sue azioni generano nel popolo un sentimento di riconoscenza che non tarda ad avere una ripercussione alla Corte. « Questo gigante — dice Stanos – comincia ad essere troppo pericoloso; è necessario toglierlo di mezzo ». I cortigiani, che non domandano di meglio, approvano senza contraddizioni. Alcuni giorni dopo un messo giunge al Castello del Nord recando uno strano messaggio ad Osram: « Ho bisogno di te… firmato Stanos ». E Osram si dispone immediatamente a rientrare al servizio attivo del suo signore.
La lotta tra il reggente e i suoi sicari e il gigante generoso e i suoi amici continua fino al giorno in cui Otis può salire sul trono fra le acclamazioni del popolo festante.
(dal programma del Salone Ghersi di Torino)