Intorno a Rapsodia satanica (I)

Compagnia Gandusio-Borelli-Piperno, manifesto disegno di Aldo Mazza
Compagnia Gandusio-Borelli-Piperno, manifesto disegno di Aldo Mazza

GENNAIO 1914

Lyda…

« Nell’arte drammatica italiana, Lyda Borelli occupa senza rivali il posto della più brava tra le artiste belle, e della più bella tra le artiste brave: unisce cioè alla sua squisita personalità artistica il fascino di un fisico impeccabile. Anzi, fu questo che la fece prima rivelare e la impose all’ammirazione del pubblico: quando trionfava per la prima volta sulle scene del Lirico di Milano La figlia di Jorio di Gabriele D’Annunzio, ciascuno notava nella parte di Splendore, una delle tre figlie di Candia, una giovinetta che veramente rispondeva al suo nome e, per quanto non si potesse giudicare il valore per la rarità delle sue battute, ciascuno ne ricordava il perfetto viso da madonnina sotto i folti capelli biondi, ed il suo nome non si perdeva nella folla di tanti che appaiono sui cartelloni teatrali. La sua fortuna incominciò così: e nessuna fortuna fu più meritata. Assunta alla celebrità giovanissima, Lyda Borelli non si adagiò, come altre compagne d’arte, nell’incanto della sua bellezza, ma studiò con amore, poiché la sua era una vera passione, e sotto la successiva guida di Virginio Talli, Ruggero Ruggeri e Flavio Andò seppe progredire fino a diventare qual’è, una delle nostre migliori, ancora giovanissima. Essa è nata a Rivarolo Ligure nel 1884. Suo padre, Napoleone Borelli discendente da un’antica famiglia di Reggio Emilia, dopo aver combattuto con Garibaldi, lasciò la professione di avvocato per il teatro. Lyda debuttava sul palcoscenico giovanissima, nel 1902 nella compagnia di Virginia Reiter. Nel 1903 entrava a far parte della grande compagnia Talli-Gramatica-Calabresi che fu come il vivaio dove sorsero tutti i nostri attuali artisti più valenti, e con Talli rimase anche quando, sciolto dai soci, aveva fatto compagnia da sé. Nella parte di protagonista dei Maggiolini di Brieux ebbe un successo che non lasciava dubbi sul suo avvenire. Infatti scaduto il triennio, essa entrava come prima attrice nella compagnia diretta da Ruggero Ruggeri. Creò la parte di Adriana Champmorel nel Bosco sacro di de Flers e Caillavet, ed ottenne un trionfo clamoroso; si cimentò nella Salomè di Oscar Wilde, che replicò dieci sere consecutivamente al Manzoni di Milano. La gloria era raggiunta.

Nel nuovo triennio Flavio Andò la sceglieva a prima attrice della compagnia ch’egli ancora dirige, e s’ebbe a compagni Piperno e Gandusio. Le sue interpretazioni furono innumerevoli, ed in ciascuna seppe portare una nota di passionalità e nello stesso tempo di signorile eleganza. Perché oltre all’essere la più bella, Lyda Borelli è anche la più elegante tra le nostre attrici, per cui, sotto ogni aspetto, essa impera sulla scena, e forma veramente il centro d’ogni attenzione ed ammirazione. Dotata da una maschera mobilissima, col semplice gesto che le è abituale di ravviarsi i capelli sulle tempie, essa passa dalla gaiezza più birichina all’espressione del più irrimediabile dolore: per cui la vediamo interprete eccellente sia della tragedia in costume come Salomé, sia del dramma moderno come La raffica, La via più lunga, La donna nuda, Maternità, sia nella commedia frivola, del vaudeville, come L’asino di Buridano, La presidentessa. Al teatro essa dona tutte le sue qualità, e, se la via che ha percorsa è già molta, altra ancora ne percorrerà, perché ferma è la sua fede come appassionato è il suo amore. Ho lavorato molto – essa scrive – e lavoro molto. Spero di potere ancora lavorare molto. Adoro il teatro e per nessuna ragione al mondo lo lascerei.

In Lyda Borelli questa affermazione è tutto un programma.

Lyda Borelli e Fausto Maria Martini…

Un’intervista con Lyda Borelli
Fausto Maria Martini ha avuto un’intervista con Lyda Borelli, la quale ha detto delle cose notevoli anche rispetto agli autori italiani, che, in un’altra intervista lontana con un giornalista palermitano, aveva trattati, ahimè, maluccio.
Essa disse anzitutto che il teatro sale verso migliori destini. C’è nel nostro mondo, aggiunse, un respiro più vasto. Si anela a qualche cosa.
— Si anela alla poesia? chiese il giornalista. E Lyda Borelli rispose testualmente :
— Certamente. Il mondo comico e il pubblico sono egualmente maturi per un teatro di poesia, lo amano e lo invocano entrambi. La maggiore coltura, diffusa e nel pubblico e fra gli interpreti, permette che noi ci diciamo degni di nuove visioni per l’arte drammatica. Non v’accorgete dunque come diversamente oggi la folla aderisca al teatro di Gabriele D’Annunzio?
— Umanizzato però, osservò il giornalista.
Ma la bella attrice si affrettò a ribattere :
— No, quale esso sia, il teatro dannunziano deve necessariamente essere interpretato come il poeta lo concepì. E’ impossibile trarre le persone di Gabriele d’Annunzio dal loro mondo immaginario, per dar un’illusione di realismo, che sciupa e guasta la concezione lirica.
E la risposta non poteva essere più meditata e più acuta a un tempo.
Poi Lyda Borelli affermò non potersi dire che il teatro italiano sia, come intendimenti, retrivo di fronte a quello francese.
Se un tentativo, essa disse, sì osserva di liberazione dai ceppi del teatro borghese, lo si osserva in Italia più che in Francia. Le commedie, che hanno maggior successo a Parigi, sono quelle in cui, pur sotto l’abile truccatura, appaiono le vecchie ficelles. Il resto è, anche lassù, teatro d’eccezione. In Italia, forse perché mancano piccoli teatri per pubblico eletto che rappresentino opere d’audace poesia, i giovani, coloro che tentano vie nuove, bussano alla porta delle Compagnie più grandi. E, e per lo più i capi-comici tendono l’orecchio…. Vero è che esigenze sceniche impediscono a volte un pieno consenso: ma è altrettanto vero che siamo sulla via della evoluzione.
Prendiamo atto con piacere di questa onesta affermazione di Lyda Borelli.
(La scena di prosa, 13 gennaio 1914)

Madame Tallien di V. Sardou e E. Moreau al Teatro Valle
«Con arte squisita seppe Lyda Borelli far parere meno indeterminate e meno confuse le linee evanescenti di un personaggio, che ebbe invece, nella realtà, contorni spiccati e recisi, e gli tolse quello che poteva acuire contro la Tallien immaginata dagli autori, le antipatie del pubblico. Fu schiettamente applaudita: e con applausi sinceri furono salutati il Picasso nella parte di Tallien, e il Piperno in quella di Robespierre: un tiranno di cartapesta, a cui l’attore tentò infondere una scintilla di vita.»
Toma (Il Giornale d’Italia, 18 gennaio 1914)

Il ferro di D’Annunzio al Teatro Valle
Martedì 27 gennaio in tre città d’Italia contemporaneamente verrà rappresentato il novissimo dramma di Gabriele D’Annunzio dato già a Parigi sotto il nome di La Chevrefeuille. A Roma la Compagnia Borelli Gandusio Piperno, a Milano la Compagnia di Tina Di Lorenzo Falconi, a Torino la Compagnia di Virginia Reiter.

“per Lyda Borelli la recita di ieri sera ha costituito un trionfo nel vero senso della parola e che rimarrà tra i più cari ricordi della donna e della attrice. Nelle vesti di Mortella ella ebbe accenti strazianti di passione, d’ira, di dolore. La dea vendetta che ispirava il suo personaggio, infondeva nella interprete un singolare e impressionante vigore di dizione e di gesto. Il pubblico le fece feste indimenticabili.” Elvi (Il Giornale d’Italia, 28 gennaio 1914)

Addio giovinezza!

addio giovinezza
Addio giovinezza 1927

« La delicata commedia di Camasio e Oxilia, rappresentazione della vita studentesca nella Torino fin de siècle, ha avuto, sin dal suo primo apparire sui palcoscenici italiani, un successo più che meritato: le goliardie universitarie, i primi amori, la spensieratezza degli anni verdi si suggellano con la fine del corso, che conclude anche la breve stagione della gioventù. Lo studente a la sartina, che s’erano amati, si lasciano con una commozione che coinvolge lo spettatore, portato a condividere con questi personaggi il rimpianto di una età perduta.

Sostanza e intendimenti della commedia — scrive Domenico Meccoli — sfiorano un mondo che anche intellettualmente è piccolo borghese, è chiuso e senza slanci, spinto quasi alla fatalità ad occupare, dopo il brillante tempo studentesco, una scrivania in un un’ufficio, a mettere le mezze maniche e a consumare il fondo dei pantaloni. Se la commedia non cade in questo accorante baratro, è perché la salvano delicata poesia, levità d’accenti, freschezza di tono. La lacrima che spunta alla conclusione ha il sapore dolce-amaro del ricordo grato di una bella stagione della propria vita.

Inizialmente scritta in vernacolo piemontese, la fortunata commedia ebbe poi una versione in lingua, divenne un’operetta ad opera di Giuseppe Pietri e venne poi trasferita sullo schermo.(in realtà: nel 1913 la prima versione cinematografica, ed il 20 gennaio 1915, la prima dell’operetta al Teatro Goldoni di Livorno n.d.c.)

La prima edizione, considerata perduta, venne realizzata quasi subito dopo l’esordio teatrale, nel 1913, da uno dei due autori, Camasio, divenuto nel frattempo regista all’Itala Film di Torino. Ne fu interprete Lydia Quaranta. Nel 1918 fu Augusto Genina a realizzarne la seconda, al posto di Nino Oxilia, anch’egli cimentatosi nel cinema, ma purtroppo scomparso nel 1917 sul fronte orientale. Sensibile interprete ne fu Maria Jacobini, compagna nella vita di Oxilia, la quale fu una trepida ed appassionata Dorina; la copia di questo film è stata recentemente ritrovata nella Cineteca di Tokyo.

Fu lo stesso Genina, nove anni dopo, a rifare il film, una sorta di coproduzione italo-tedesca, interprete Carmen Boni, attualizzando però la vicenda all’epoca contemporanea alla realizzazione è cioè alla fine degli anni Venti. Nel 1940, infine, Ferdinando Maria Poggioli restituì allo schermo, con una bravissima Maria Denis, la struggente vicenda ».

Così Vittorio Martinelli, presentando la copia restaurata della terza versione di Addio giovinezza!, quella del 1927. Era il 1991, XX Mostra Internazionale del Cinema Libero – Il Cinema Ritrovato:

« Del film la Cineteca di Bologna ha localizzato due copie, una presso la Cinémathèque di Toulouse e una al Gosfilmofond (di Mosca). Entrambe le copie erano incomplete e quella russa non era montata. Oggi presenteremo una copia lavoro del restauro che prevede la collazione delle due versioni, tratte dallo stesso negativo, e il loro rimontaggio, sulla base di numeri leggibili all’inizio di ogni scena ».

Quattro anni dopo, aprile 1995, la Cineteca del Comune di Bologna e Mondadori Video editavano un VHS della collezione Il Cinema Ritrovato capolavori restaurati: « Restauro eseguito nel 1994 dalla Cineteca del Comune di Bologna presso il laboratorio L’Immagine Ritrovata. Edizione stabilita a partire da una copia imbibita, con didascalie in francese, incompleta, conservata dalla Cinémathèque di Tolosa e da materiale positivo su supporto di sicurezza tratto da un negativo non montato e privo di didascalie conservato al Gosfilmofond di Mosca. »

La copia lavoro del restauro presentata nel 1991 aveva una durata di ’70 minuti. La copia restaurata nel 1994, con il contributo del San Benedetto FilmFest, nel VHS Cineteca di Bologna-Mondadori ha una durata di 65 minuti, la fotografia è in bianco e nero, non è imbibita. Se chi mi legge non sa cosa vuol dire questo termine può trovare alcune informazioni interessanti in questo PDF (firmato Mario Musumeci) dell’Associazione Tecnica Italiana per la Cinematografia e la Televisione. Credo che adesso si potrebbe far di meglio grazie al digitale.

Qualche tempo fa, una persona del Museo del Cinema di Torino mi chiedeva di un film rappresentativo di Torino per le celebrazioni del 1911, ecco la mia risposta: non uno, ma le quattro versioni cinematografiche di Addio giovinezza! Bisogna ritrovare la prima, ancora scomparsa. Ma c’è del tempo.

Come contributo per il prossimo restauro della versione 1927, questa critica-articolo di Giulio Doria dove si accenna ad una breve e indovinata didascalia rammemorante il poeta Oxilia all’inizio del film:

« Atto di fede: dal punto di vista meramente artistico, meglio direi letterario, meglio ancora: dell’animus di questo film, non ho che a confermare punto per punto il mio articolo aprioristico e profetico, pubblicato nel n. 3 del 1926 di Kines.

Se non vogliamo tener presente la fonte possiamo affermare senz’altro che Addio Giovinezza! è un film, di medio calibro, pienamente riuscito.

La bellissima sala del Super-Cinema presentava il famoso aspetto delle leggendarie grandi occasioni e i multicolori berretti goliardici, giù in platea, mettevano una gaia nota di giovinezza.

Una breve e indovinata didascalia rammemorante il poeta Oxilia morto nella Grande Guerra e ravvicinante il titolo della commedia alla Giovinezza sorta dalla guerra, è stata salutata da un caldo applauso.

La trama di Addio Giovinezza! è nota, attraverso la commedia, attraverso l’operetta e attraverso la precedente edizione cinematografica, lippis et tonsoribus, si che posso bono jure fare a meno di riassumerla.

Comunque: la vicenda tenue e patetica a me par di vederla fiorire e sfiorire — dietro le brume d’un recente e pur tanto lontano passato (dal 1914 ad oggi il mondo è invecchiato di un buon secolo) — sotto i portici sonanti di Via Po, sulle alture della Gran Madre di Dio, pe’ Viali del Valentino.

Luciano Doria ha dato prova una volta di più della sua sagacia squisitamente cinematografica. Egli ha rammodernata l’azione — sforzo non trascurabile — conservando, per quanto possibile, quell’atmosfera semplice ingenua provinciale intima di che s’avvolge la poetica commedia di Camasio ed Oxilia. E, nella nuova veste, il lavoro ha fatto presa sul pubblico non facile della première che ha seguito con vivace interessamento l’idillio triste di Dorina e di Mario.

La storia è eterna, ed eternamente triste. La prima, la piena, la divina giovinezza è, ohimè, tanto breve, e noi che vivemmo la guerra l’ebbimo ancor più fuggevole. Nove su dieci degli spettatori, quindi, hanno ritrovato un poco di se stessi in Mario, in Dorina, in Carlo, E qualcuno, via, si è ritrovato in Leone. Ha potuto, lo spettatore, ritrovar sè e la sua Giovinezza (o parola che fa tremare!) in questo film, perché Genina, che pure ha eseguiti tanti egregi films brillanti, ha nel patetico nel poetico nel sentimentale nel malinconico, un tocco delicatissimo e pure sicuro che arriva con prodigiosa facilità al cuore dello spettatore. Infatti le scene più belle di questa riedizione di Addio Giovinezza!, sono quelle di una umanità elementare e per questo espressiva e commovente. E sempligrazia: Dorina che convince come può la gran dama, Dorina nelle scene finali, e, sopra tutte, l’addio dei laureati e laureandi alla giovinezza ed alle tote che bisogna lasciare, l’addio tanto più triste di Leone che ha vissuto dell’amore degli altri e che or non potrà più avere nemmen questo.

Qui — che cosa volete, mi scappa dalla penna! — rinnovo a Genina l’augurio di poter fare del cinematografo più avanguardista, di poter calcare le vie dell’esploratore del pioniere e non già di ricalcare le vie battute, e non già di guardare il cammino (onorevolissimo, del resto) percorso fin qui. Nessuno potrà negare che la febbre della ricerca, che la creazione vera creazione sia la più bella poesia in atto, e Genina questo deve a sé ed a noi.

E’ con vivo piacere che posso affermare una volta di più — dopo aver visto questo film — che in Italia si può far del cinematografo squisitamente cinematografico ed umano (agli americani, sia detto per incidens, eccellenti nella prima qualità, difetta bene spesso la seconda), e che il pubblico nostro mostra di prediligere il buon film italiano. La prova più bella di ciò, l’ha dato il prolungato nutrito applauso che ha coronato la fine del lavoro.

Della fatica direttoriale di Genina non dico più a lungo, perché là ove c’è manchevolezza, freddezza, incertezza, ciò si deve al fatto che gli attori non hanno risposto all’appello. Le inquadrature, la concezione delle scene ed il taglio sono magistrali; ma Walter Slezak ch’era Mario, è fisicamente antipatico e flaccido, con un sorriso vacuo per non dire ebete che infastidiva non soltanto me ma il pubblico. Dov’è l’ardenza il fuoco la grazia della nostra razza (trattisi pur d’un allobrogo!)?

Carmen Boni (Dorina) è una graziosa e spigliata piccola attrice, che non sempre ha avuto l’anima ben palpitante dagli occhi, dal viso. A conti fatti, in verità, le va di diritto la lode e il più incondizionato incoraggiamento.

Augusto Bandini ha composta la figura di Leone con efficacissima e non esagerata comicità, ottenendo una notevole comunicativa triste quando lascia le coppie amiche, che vanno a salutar sorella luna, perché… a un convegno misterioso e nella scena finale.

Semplice e simpatico Carlo Piero Cocco, giovine attore che ha delle belle qualità per far del cinematografo. Vanno in particolar modo ricordati Gemma de Ferrari ed il Ricci — i genitori di Mario — che anno recitato con esemplare semplicità e compostezza.

Sia detto di sfuggita: bruttissimo il teatro e scene inerenti. Scenografia piacevole, se non sempre originale e veritiera.

Al tempo: dimenticavo dire di Elena Sangro, inelegante e nienteaffatto gran dama.

Montuori e Martini — tra i nostri migliori operatori — si sono superati. Vi sarebbe da far qualche riserva per la luministica ma glissons. Buonissima la copia, dovuta alla Tecnostampa.

Il Supercinema, ha presentato questo bel film italiano con decoro e con molto buon gusto. La orchestra — diretta da Mario Gaudiosi — ha sottolineata l’azione con attenta acutezza.
In Italia si può e si deve fare del buon Cinematografo.»
(CinemaStar, 20 febbraio 1927)

Ma l’amor mio non muore… – Film Artistica Gloria 1913

ma l'amor mio non muore
Scena madre… Lyda Borelli e Mario Bonnard

Film restaurato nel 1993: « È storia nota che il marito di Lyda Borelli, il conte Cini, cercò con ogni mezzo di distruggere tutte le copie dei film interpretati dalla moglie. Per fortuna molte copie sono presenti negli archivi delle cineteche. La Cineteca Italiana di Milano conserva alcuni film della Borelli ma, cosa più importante, è riuscita anche a salvare i negativi. La copia del film che la Cineteca Italiana presenta alle Giornate del cinema muto di Pordenone è stata appositamente stampata dal negativo originale su nitrato. Le didascalie, non più rintracciate sul negativo, sono state ricostruite nello spirito dell’epoca e nel limite indispensabile alla comprensione della trama, in base ai giornali dell’epoca. Il negativo è stato restaurato con un paziente e lungo lavoro di laboratorio e la copia stampata con una colorazione seppia per ricreare l’atmosfera del cinema dell’epoca.»
(Comunicato stampa della Cineteca Italiana di Milano, Giornate del Cinema Muto di Pordenone 1993)

La storia del film, secondo una locandina-programma del 1914:

« Moise Sthar, tipo d’avventuriero elegante, stretto da bisogni di una vita dispendiosa, ha accettato il losco incarico ai sottrarre i piani di fortificazioni dello Stato Maggiore del Granducato di Wallenstein. La difficile impresa, che già dava segni di cattiva riuscita, è facilitata dalla relazione che egli stringe col colonnello Julius Holbein, capo appunto dello Stato Maggiore, padre della bellissima ed elegante Elsa, alla quale Sthar dimostra vivissima simpatia che l’ingenua fanciulla cerca di corrispondere. Dopo una cena familiare in casa del colonnello, durante la quale l’ignobile Sthar sussurra all’orecchio di Elsa dolci parole d’amore, riesce a sottrarre i documenti agognati e, proietto dalla notte, fuggire per sempre.
Alla scoperta della triste realtà il Colonnello è invaso da un’agitazione folle ed Elsa da un terribile sospetto che, per quanto voglia scacciarlo, lo riafferra…. Corre all’hotel e appresa l’improvvisa partenza di Sthar nel cuor della notte, la sua supposizione diventa certezza.

Il colonnello Holbein, a cui erano stati affidati i preziosi documenti, è in sospetto dì alto tradimento, e, colpito in ciò che vi è di più sacro per un ufficiale, coll’animo terrorizzato, non trova più forza a difendersi e, vinto dalla spettrale visione di un avvenire ignominioso, si uccide. Alla povera ed ingenua Elsa viene intimato dal Granduca di Wallestein di allontanarsi dal ducato e, in una stazione di confine, la bella fanciulla è abbandonata da due gendarmi al suo cammino di dolore che ella singhiozzando, incerta, disorientata come una rondine sbattuta dalla burrasca. D’animo forte, mette a partito le sue rare qualità di pianista ed eccellente cantante e, sotto il falso nome di Diana Cadouleur, suscita in numerosi concerti grande entusiasmo e universale ammirazione, tanto che l’impresario Schaudard le offre una rimunerativa stagione in un teatro di riviera, ove accoglie seralmente frenetici applausi da un’elegante folla di ammiratori che la coprono di fiori e preziosi ricordi. Ma la memoria del padre suo le si affaccia sovente; il ricordo del giorno in cui ella lo vide livido e sanguinante le rapiscono la gioia dei suoi trionfi, ed una sera, mentre sta desinando sull’elegante terrazzo dell’hotel fra una turba di allegri ammiratori, artisti e giornalisti, la malinconica donna è stranamente colpita da un giovane triste come lei, solitario, pallido, dal volto aristocratico, che, nella penombra verso il mare, la guarda languidamente con un senso dì compatimento per quella tavolata banalmente gaia. Il giovane pallido è il principe Massimiliano, figlio del Granduca Wallenstein, che, convalescente dì grave malattia, soggiorna in clima marino. Viaggia in incognito sotto falso nome. Sorpreso dalla divina bellezza e dal fascino di Diana Cadouleur, lo dimostra colla sua assiduità agli spettacoli serali. In un radioso mattino il principe le si avvicina col cuor palpitante, le sussurra timidamente qualche parola d’amore e un senso di misteriosa simpatia invade le due anime…. così, di fronte l’uno all’altra, fissandosi negli occhi, assaporano con estrema dolcezza il momento sublime, suggellandolo con un ardente bacio. In breve l’amore divampa gigante e la giovane, accecata dall’affetto di quell’uomo così simile a lei per sentimenti, stanca del mondo frivolo che la circondo decide di seguirlo in viaggio. A bordo di un battello, mentre in rapimento estatico stanno in dolce contemplazione della splendida natura, per fatale combinazione, a rompere l’incanto divino, appare l’ignobile Sthar. Sbigottita, Elsa sta per cadere innanzi a lui come ad una apparizione infernale, mentre il principe si scosta per chiedere soccorso. Sthar allora le sì avvicina, supplica perdono lacrimante e le chiede amore. Con ribrezzo è respinto, e in quella giunge Massimiliano. Furibondo Sthar giura vendetta e annunzia in patria che il principe ereditario di Wallenstein se la passa tra galanti avventure, mentre il Ducato è seriamente scosso dai partiti estremi. Il Granduca, trascorsi alcuni giorni, affida al colonnello Theubner la delicata missione di ricondurre il figlio in patria…

E mentre presso una vetrate del Grand Hotel il giovane principe sta accompagnando al pianoforte una nostalgica romanza cantata da Elsa, entra Theubner col messaggio. Presago dei fatti, nervosamente il principe dissuggella il plico, e la busta caduta a terra è una terribile rivelazione per Elsa. Il principe ereditario di Wallenstein! Il cuore le si spezza in petto, lo schianto dell’animo la sopraffà. Si accascia sopra una poltrona e cogli occhi vitrei, fissi nel vuoto, si sente morire; comprende che non potrà più dissimulare il suo vero nome, la sua triste storia, il suo esilio, la sorte del padre, poiché dal colonnello Theubner, un tempo amico di suo padre, saprà il principe tutta la verità, la tristissima verità. Nel delirio del momento, come pazza fugge e dopo alcuni giorni di folle peregrinazione si ripresenta al teatro da lei abbandonato… Massimiliano ha avuto da Theubner la rivelazione di tutto, la storia dei tristissimi avvenimenti che hanno spinto la giovane donna sulla via del teatro. Indifferente ai fatti, sente che senza di lei non può vivere… senza l’affetto di quella donna affascinante, non gli resterebbe che morire. Nella vertigine della passione la raggiunge, e l’adorata creatura che gli diede momenti sublimi di dolce incanto è ritrovata ! Pallido, tremante, cogli occhi fissi su lei, dal palchetto la contempla estatico e sente che quella dolcissima anima dovrà essere sua per sempre! Elsa l’ha visto, fissa gli occhi su di lui.. Ad un tratto impallidisce, vacilla, fa per sorreggersi, stramazza.

Il sipario è tosto calato. Il principe si precipita come pazzo e mentre la sente languire e diventar fredda tra le sue braccia, afferra dalla morente queste fioche parole; « Ma l’amor mio non muore ». La povera Elsa, colpita così improvvisamente mentre si sentiva prossima alla felicità, dopo tanti affanni e dolori, nel terribile momento di sconforto, chiese al veleno la pace all’animo suo travagliato e volle morire per lui su quelle scene che tanti applausi le avevano procacciato!

Durante la scena della chiesa verrà cantata l’Avemaria di Gounod dalla sig.na Dina Dini
Esecuzione a grande orchestra con musica espressamente scritta.»

Recensione d’epoca con molto brio: « Dice la gente, con impeto di ammirazione: quanto è bella Lyda Borelli! Ma sa bene, la gente, come sia bella la giovane artista piena di talento, come è radiante di beltà? Di quante maniere sia bella, Lyda Borelli, sa la gente? Giacché nulla è più singolarmente mutevole che il volto di questa creatura di eccezione: Lyda Borelli; giacché mai essere umano, mai essere femminile, seppe tramutarsi così profondamente nelle linee, nelle espressioni, tanto che il viso della giovinetta ridanciana, quello della fanciulla pensosa, quello della donna mesta, quello della donna tragicamente dolente, tutti questi visi, e tanto altri, sono in lei, sono sempre in lei, ed è sempre un’altra donna! E mai questo dono portentoso di trasformazione è stato più palpitante che in questa film incomparable, il cui titolo giustamente sedurrà tutti i cuori sentimentali: Ma l’amor mio non muore, di cui Lyda Borelli è la protagonista, è l’eroina, è tutto! Mai come in questa film, così tenera e così drammatica, così sontuosa e così elegante, la Borelli ha raggiunto tanta verità di fisionomie, tutte diverse, tutte belle, tutte diversamente belle; e chi da domani, al Salone Margherita, andrà e ritornerà, ritornerà certo ad assistere a questo commovente dramma di amore, di ebbrezza e di dolore; sentirà che le mie parole restano sotto la vibrante verità che si svolgerà innanzi ai suoi occhi sorpresi.»
Matilde Serao (Il Giorno, riprodotto in La Vita Cinematografica, 7 gennaio 1914)

Ma l’amor mio non muore…, lavoro drammatico degli autori E. Bonetti e G. Monleone. Produzione Film Artistica Gloria, Torino.
Messa in scena di Mario Caserini, operatore Angelo Scalenghe.
Attori principali: Lyda Borelli (Elsa); Dante Cappelli (Gran Duca di Wallenstein); Maria Gasperini Caserini (Granduchessa di Wallenstein); Mario Bonnard (Principe Massimo loro figlio); Vittorio Rossi Pianelli (Colonnello Julius Holbein, padre di Elsa); Antonio Monti (un Generale); Emilio Petacci (Colonnello Theubner); Paolo Rosmini (Moise Sthar); Camillo De Riso (Schaudard, impresario teatrale).